venerdì 27 gennaio 2012

LA TESTIMONIANZA

Sono Gianfranco Maris sono nato a Milano il 24 gennaio del 1921.

Dead bodies at the Gusen sub-camp






clip_image001 L'8 settembre mi coglie in Croazia, in una situazione che era diventata particolarissima proprio nell'ultimo mese. Vi erano dei battaglioni della milizia volontaria sicurezza nazionale, fascisti. Anche loro dopo il giugno del 40, cioè dopo l'entrata in guerra dell'Italia, erano stati mandati al fronte ed erano in Croazia. Il 25 aprile del 1943 io operavo nella zona di Bromoravizze. Fui chiamato ad Oguli dal comando di reggimento che mi si impose di prendere sotto il mio comando una compagnia di milizia volontaria sicurezza nazionale del Battaglione San Giusto che doveva essere ricondotta nell'ambito dell'esercito. Infatti non potevano più avere la camicia nera e i fascetti alle mostrine, dovevano avere le stellette. Anche i loro ufficiali diventavano soldati semplici. Io inglobai nel reparto che comandavo questi cento uomini. L'8 settembre 1943 questi uomini erano inquadrati nel mio reparto ormai da un mese e quindici giorni. Dopo pochi giorni mi resi conto che ormai il comando di reggimento era scomparso - i comandi stessi non esistevano più - e che si era dissolto tutto. Tutti avevano preso disperatamente la strada di casa con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Io mi trovai solo, a centinaia di chilometri dal confine con l'Italia, senza sapere cosa fare. Allora presi contatti con i comandanti partigiani della zona. Avevo una formazione politica che mi sospingeva verso una presa netta di posizione a favore dei partigiani e volevo schierarmi al loro fianco nella lotta che io avevo ritenuto e conosciuto come una lotta sacrosanta.
Qui comincia il dramma, perché i partigiani mi dicono che posso entrare nelle loro formazioni, però vogliono la consegna di quei cento uomini della milizia volontaria sicurezza nazionale che erano stati inglobati nel mio reparto. Evidentemente per me ciò non era assolutamente possibile. Quindi fui costretto a iniziare - credo unico nella storia dell'esercito italiano - una ritirata militare con tutte le regole consentite per poter garantire sia la sicurezza degli uomini del mio reggimento, sia di quelli che avevo cooptato dopo il 25 luglio del 1943. Furono marce molto lente, con fiancheggiamenti e avanguardia, per un centinaio di chilometri in una situazione disperata perché avevamo soltanto poche gallette. Ogni giorno mangiavamo solo mezza galletta bagnata nell'acqua, per giorni e giorni, fino a quando siamo riusciti ad arrivare a Fiume prima e poi a Trieste. Fra Fiume e Trieste tutti presero la strada che ritenevano più conveniente per poter tornare a casa in sicurezza e anch'io, finalmente solo, riuscii a rientrare in Italia.
Fatalmente per la resistenza io ero un elemento prezioso, in quanto della vita non sapevo nulla, ma essendo praticamente passato dai banchi di scuola alla guerra della guerra sapevo tutto. Avevo fatto tre anni al fronte e conoscevo tutte le tattiche della guerriglia. Siamo ai primi di novembre del 1943.Vengo mandato in Val Brembana e in una valle che parte da San Giovanni Biancola, la Valtaleggio, organizzammo un gruppo partigiano abbastanza numeroso. Non erano gruppi foltissimi, ma di venti trenta persone. Siamo riusciti a metterlo in piedi nel corso di circa un mese. I mezzi erano infimi. Non avevamo neanche mezzi finanziari. Ricordo che avevo cinquecento lire da parte e che le usai per far vivere il gruppo. Ci sostentavamo mangiando soltanto fagioli bolliti e polenta.
Le vicende di questo gruppo partigiano finiscono, per quanto è a mia conoscenza, rapidamente. Perché verso il 20 di gennaio il Comando militare di Milano mi chiede di ritornare a Milano in quanto ha bisogno di un comandante in Valtellina dove il gruppo armato è molto più consistente. Scendo a Milano con Abele Saba, ma separatamente, io seguendolo da lontano, e andiamo a prendere un treno dalla Stazione Centrale per Lecco. Quando giungiamo a Lecco continuo a seguirlo da lontano, ma poi mi affianco a lui e proprio in quel momento, di fronte alla sede del Comune di Lecco, ci troviamo circondati dalle SS. Non li avevo visti, evidentemente erano nascosti nel Comune e sono usciti alle nostre spalle. Io mi sono trovato con tre, quattro, cinque mitra puntati alla testa, e così Abele. Ci hanno separato immediatamente, ci hanno fatto percorrere un po' le vie della città per esporre il trofeo di caccia, poi ci hanno fatti salire separatamente in due vetture. Dopo una sosta in una caserma e qualche ora passata su un tavolaccio, isolato, fui portato a Bergamo.
clip_image001[1] A Bergamo fui messo in una cantina della casa delle SS, poi in un'altra cantina trasformata in una serie di celle, che era in una piazza - oggi Piazza delle Libertà - alle spalle del Tribunale. E' una grande piazza con un grande e moderno immobile. Mi misero sotto la sorveglianza della Guardia Nazionale Repubblicana fascista, però di proprietà e di riserva della Gestapo. Fui tenuto 11 giorni e 11 notti. Quelli della Guarda Nazionale Repubblicana, mi massacravano di botte per divertimento ma non mi interrogavano. Ogni tanto entrava qualcuno e mi massacrava di botte. Ero isolato in cella e di notte avevo l'interrogatorio delle SS. Furono undici notti di interrogatori, nel corso dei quali presi la posizione più assurda di questo mondo, perché continuai a dire che non conoscevo la persona con la quale ero stato arrestato e catturato. Non l'avevo mai vista, non sapevo chi fosse. La mia situazione personale tuttavia era drammatica, in quanto ero stato preso con le armi addosso e con due borse nelle quali c'erano materiale di propaganda e armi.
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La prima cosa che mi dissero era che sarei stato fucilato, perché il bando della Repubblica Sociale Italiana stabiliva che coloro che venivano presi armati dovevano essere immediatamente fucilati. Ma mi dissero anche che qualche speranza di non essere fucilato avrei potuto averla se avessi detto qualche cosa. Io invece continuavo ad insistere che non sapevo niente, che non conoscevo nessuno e che quelle armi le avevo perché le conservavo per ricordo. Una posizione quasi offensiva, che però ritenevo giusta in quel frangente, sia per la situazione generale del paese, sia per la scelta che avevo fatto.
Sia Saba che io eravamo sotto la giurisdizione della Gestapo. Abbiamo saputo dopo che non ci avevano presi a caso, ma eravamo stati denunciati, quindi ci attendevano. C'era un piccolo gruppo staccato di partigiani che era stato catturato, e credevamo che fossero stati fucilati tutti, invece uno non era stato fucilato e Saba nel momento in cui fu catturato a Lecco lo aveva visto. Io invece non l'avevo visto e quindi non avevo potuto formulare nessun collegamento. Sta di fatto che comunque i Tedeschi non volevano fucilarmi immediatamente e speravano di poter avere le informazioni che volevano. Mi trasferirono nel carcere di Sant'Agata di Bergamo, che era nel braccio del Tribunale militare tedesco, sezione di Bergamo distaccata da Verona, e io proseguii con la mia istruttoria per novanta giorni. Sottoposto al mio medesimo trattamento, in un'altra cella c'era Abele Saba.
clip_image001[2] Sia Saba che io fummo condannati a morte, però sia lui che io, forse per una scelta di opportunità, non fummo fucilati. Fummo prelevati una mattina, separatamente, e su itinerari diversi fummo entrambi mandati in un campo di sterminio, o campo di annientamento, KZ. Io fui mandato a Milano al carcere di San Vittore, per sette o otto giorni, il tempo forse necessario a preparare il convoglio, e da lì fui mandato a Fossoli.


Fossoli

Eravamo un gruppo abbastanza numeroso, tutto di politici. A Fossoli rimasi fino al 20 di luglio. Nel campo di Fossoli, i partigiani avevano organizzato una struttura interna segreta che aveva come finalità e sogno quella di poter liberare il campo con un colpo di mano. Il comandante di questa struttura era Leopoldo Gasparotto, poi c'era una serie di giovani partigiani. Anche io ero giovane allora, avevo ventitré anni. Non fu possibile fare questo perché Gasparotto il 21 di maggio 1944 fu preso, portato fuori dalla baracca in calzoncini corti e caricato su una vettura. Poco tempo dopo abbiamo visto rientrare un ciclo con dietro un cassonetto, da cui abbiamo visto colare del sangue. Era il corpo straziato di Leopoldo Gasparotto. L'11 di luglio vengono prelevati sulla piazza dell'appello settantuno uomini. Dicono che dovranno partire per la Germania l'indomani mattina. In realtà un gruppo di ebrei era stato mandato al poligono di tiro del Cibeno e avevano scavato una fossa lunghissima. Questi uomini - per la verità non tutti e settantuno - vengono poi assassinati l'indomani mattina sull'orlo di questa fossa.
A Fossoli il mio numero era il 315 ed ero nella baracca 19. Siamo stati portati al Po con dei pullman, poi abbiamo attraversato il Po su dei barconi. Mi ricordo che anche lì in un certo gruppo volevamo far affondare il barcone ma era una scelta che nell'immediatezza non poteva essere fatta. C'erano anche dei vecchi che non sapevano nuotare, c'erano i giovani o le donne. Noi partigiani potevamo essere anche nuotatori capaci di superare la corrente del fiume o di lasciarci trascinare più a valle, ma gli altri sarebbero morti. Passiamo con i barconi, veniamo caricati nuovamente su altri pullman e andiamo a Bolzano. A Bolzano ci fermiamo pochi giorni, non più di otto. Siamo partiti al mattino e alla sera eravamo già a Bolzano. Non ci siamo neanche fermati a Verona. A Bolzano non ricordo che mi abbiano dato un altro numero. Ci hanno messo in camerate che erano come degli hangar, alti e separati l'uno dall'altro da muri alti che superavano di poco il livello dell'ultimo castello, senza chiudere tutta la camerata fino alla cima. Per cui c'era comunicazione tra una camerata e l'altra. Siamo stati caricati su un treno molto lungo, in vagoni bestiame. Con me, nello stesso vagone, c'erano anche dei preti. 01_352-288
Il viaggio fu interrotto da soste continue lungo sui binari, o per via dei bombardamenti, o per dare la precedenza ad altri treni. Era fine luglio e i disagi di cinquanta o sessanta persone in un vagone erano tanti. Era una situazione disastrosa, anche se fra di noi la comprensione e la tolleranza era infinita. Nessuno veniva disturbato dall'altro, però fame, sete e fetori creavano grave disagio. Arriviamo di notte a Mauthausen. La stazioncina era come quelle svizzere, una baracca di legno e nient'altro. Vediamo che si chiama Mauthausen, nome che a noi non diceva niente. Invece con noi c'era un avvocato di Milano, Barni, al quale è venuta una sincope perché era stato prigioniero di guerra a Mauthausen nella prima guerra mondiale. E per lui Mauthausen voleva dire fame, sofferenza, sete e dolore. Quando il treno stava per entrare in stazione, i preti che erano con noi hanno pensato che se avessero indossato l'abito talare, questo avrebbe potuto aiutarli. Quindi si misero tutti la tonaca. Invece quando scendiamo, appena le SS con i cani vedono i quattro preti con l'abito talare, si avventano di loro e li massacrano di botte. Questo comincia ad essere per noi un elemento di riflessione, di giudizio su quello che sarebbe stata la nostra condizione. Dopo questo episodio ci inquadrano e iniziamo una faticosa salita. Fra di noi c'erano anche molte persone anziane. Non eravamo tutti giovani della resistenza armata, c'erano patrioti, uomini politici, tipografi, tutti quelli che avevano in qualche modo partecipato alla resistenza. La strada per il campo KZ di Mauthausen era in salita a quattro chilometri circa dalla stazione. 
Arriviamo nel campo di Mauthausen, ancora lontani dall'alba, e ci mettono subito a destra, tutti in fila e in piedi. Qualcuno passa e ci dice che ci toglieranno tutto, allora io che avevo con me una fotografia di mia madre, dico a Braccesco "ci toglieranno tutto, ma a te le stampelle le lasceranno. Lascia che infili sotto l'imbottitura delle tue grucce la fotografia di mia madre. Poi me la darai". E così facciamo. Sta di fatto che quando viene l'alba e arrivano loro, Braccesco che non aveva una gamba, un giovane partigiano che aveva il bustino, un vecchio che avevo aiutato a salire e un prete, un uomo enorme che mi pare fosse di Bologna, vengono prelevati e portati giù da una scaletta. Poi ci rendiamo conto che non tornano più. Non sappiamo ancora esattamente che lì c'è una camera a gas, però questo è un ulteriore messaggio. Vediamo che sono tolti quelli che non sono idonei al lavoro, mentre noi veniamo portati da un'altra parte, spogliati - ci portano via tutto -, rasati, disinfettati e ispezionati per vedere se per caso avessimo ancora qualche cosa. Non avevamo proprio più niente. 02_352-288
Fummo portati in una baracca di quarantena, ai limiti del campo. Erano i giorni nei quali Mauthausen era una vera e propria macelleria per i cospiratori contro Hitler, all'interno dell'esercito tedesco. Ogni giorno pervenivano numerosi tedeschi prigionieri e li fucilavano. Ci distribuiscono un berretto. Siamo nudi e dormiamo sull'impiantito. Non ci sono castelli, non ci sono coperte. Dormiamo uno a fianco all'altro, così fitti che se uno si gira su un fianco si deve girare tutta la fila, con un effetto domino da una parte e dall'altra. Non abbiamo uno spazzolino da denti, non abbiamo un cucchiaio. Però abbiamo un cappello. Ci cominciano a dare una zuppa. Ogni gamella è riempita di zuppa per due persone. Non siamo più soltanto Italiani, con noi ci sono Croati, Serbi, Cecoslovacchi, Russi, di tutta Europa in senso allargato. Quindi tra di noi ci sono enormi difficoltà di lingua. Non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere la zuppa. In qualche modo ci intendiamo. La prendiamo a sorsi, come mangia un maiale: un sorso io e un sorso te. Però abbiamo il berretto. La storia della zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì e parallelamente si sviluppa una sorta di educazione mutuando il linguaggio militare. Veniamo inquadrati fuori dalla baracca alla mattina e al pomeriggio. Noi nudi in fila con il nostro berretto. E per ore il comando è Mützen ab, Mützen auf. Mützen ab, Mützen auf. Su il berretto, giù il berretto.
Siamo nuovamente smistati in altri blocchi sempre di quarantena, e qui ci vengono distribuiti degli abiti. Siamo vestiti nella maniera più svariata. A me è capitato un paio di pantaloni forse dell'armata polacca, poi una giubba verde con tanti bottoni che non so da quale esercito provenisse e una camicia. Altri ebbero quelle cose a righe che conosciamo. Ormai l'iconografia è nota. Poi passano e ci mandano al lavoro. Data la mia specializzazione, mi mandano a lavorare nella cava di pietra, mentre gli operai vengono mandati in fabbrica alla Steyr. Naturalmente ci hanno già dato il numero, che viene messo sul petto e sui pantaloni, con il triangolo rosso con la scritta 'IT'. Il mio numero, lo ricordo ancora oggi, era 82.394. Capii immediatamente che questo numero dovevo capirlo in tedesco, perché altrimenti ogni volta che facevano l'appello si prendevano delle gran botte. Alla cava sotto Mauthausen passo pochi giorni di agosto dopo la quarantena. Poi passo a Gusen 1, dove rimango per il resto della mia deportazione, lavorando sempre alla cava. Alla cava rimango il resto del mese di agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. C'erano dei detenuti che mettevano le mine per far saltare la parete. Facevano i buchi con il martello pneumatico, vi infilavano della gelatina, della dinamite, secondo anche le indicazioni del Meister, poi la facevano saltare e crollava. Noi nella cava trasportavamo soltanto il materiale, o individualmente sulle spalle, oppure con quella che gli Spagnoli chiamavano una barriquella, una barella con due bastoni, uno davanti e uno di dietro, dove si caricavano i pezzi più grossi, fino a trenta quaranta chili. All'estremo limite della cava vi erano una serie di frantoi, che frantumavano questi massi in pezzetti di varie grandezze, anche fino alla sabbia. Oppure venivano caricati su treni.

ebrei prigionieri trasportati nei campi di concentramento
A seconda del lavoro che ho fatto, a Gusen ho attraversato tre baracche, la 31, la 26 e la 14. Da fine gennaio alla liberazione sono stato al blocco B, che era fra i blocchi più prossimi all'ingresso del campo. Verso la fine di dicembre - i sacchetti di cemento pesavano cinquanta chili ognuno - io ero ancora in forza, ce la facevo abbastanza. A gennaio mi mandano a lavorare nel Transportkolonne. Trasportavamo da un'ala all'altra della fabbriche, la Steyr, casse e materiale per il trasporto esterno. Per poco tempo, perché poi sono andato a scavare le gallerie. Lì dopo che abbiamo finito di scavare, abbiamo scaricato dalla ferrovia macchinari che arrivano dall'Italia. Erano state predate e rapinate in Italia. Alcune, anche macchine nuove, non ancora utilizzate. Alla fine di questo lavoro, fui trasformato in operaio all'interno della galleria.
Il cibo era inesistente. All'inizio ogni pagnotta viene divisa in sei. Poi viene divisa in otto e via in una progressione che porta, nell'ultimo mese, a dividere la pagnotta in ventiquattro. Una pagnotta di un chilo divisa in ventiquattro fette per il lungo. Alla mattina una gabellina di un liquido nero. Dicevano fossero zucche abbrustolite e bollite per trovare questo estratto dolciastro nero, uno dei tanti fantasiosi surrogati di caffè. A mezzogiorno un litro di zuppa, una brodaglia i cui elementi - pochi, perché era molto brodaglia - erano semplici barbabietole da foraggio, di quelle lunghe e bianche. Alla sera invece una fetta di pane, un dado di margarina e un dado di un insaccato strano, in tutto venticinque o trenta grammi di roba. Questa era l'alimentazione.
Il lavoro durava dodici ore di giorno o dodici ore di notte a seconda dei turni. I turni esistevano soltanto quando si scavavano le gallerie e nelle fabbriche. Non si facevano alla cava di pietra. Le sevizie vorrei dire che erano infinite. Trascuro la violenza individuale del capo campo, del capo blocco, del capo lavoro o del kapò, che in ogni squadra ti picchiava e ti derubava il cibo. Trascurando tutta questa violenza, guardiamo per un attimo la violenza globale, quella di regime. Una volta la settimana ci portavano a fare la doccia. Arrivavamo dopo il lavoro alle sei di sera, ci spogliavamo nudi e nudi ci mettevamo fuori dalla baracca. Era pieno di neve. Attraversavamo il campo innevato e arrivavamo a metterci in fila dietro altri gruppi che ci precedevano per fare la doccia. Quando uscivi dalla doccia, non avendo né sapone né asciugamano, eri soltanto bagnato di acqua gelida, o calda. Uscivi bagnato e nudo ripercorrevi a ritroso il cammino nella neve per andare alla tua baracca e poterti vestire. E' evidente che questo era un modo per far morire la gente.
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Ulteriore tortura collettiva, anche se poi si traduceva in una tortura individuale, era quella del Lauskontroll, il controllo dei pidocchi. Ogni sera questo rito del controllo pidocchi faceva una serie infinita di vittime. Non era preso l'individuo, tutto il blocco doveva ogni sera spidocchiarsi. Allora nella incerta luce della baracca, prendevi la tua camicia e guardavi nelle giunture se c'era qualche pidocchio. Dopo aver ben guardato, tutti passavamo davanti al kapò, il quale seduto su uno sgabello guardava e per ogni pidocchio che non avevamo visto distribuiva cinque bastonate. Una volta, fra Natale e Capodanno, con un freddo tremendo e il campo pieno di neve, mi trovarono cinque pidocchi. Il rito era di mettere tutti i disgraziati a cui avevano trovato i pidocchi in fila da una parte. Poi c'era uno sgabello sul quale ci si doveva piegare. Il vice kapò, il sotto semi vice, il quasi aiuto kapò, tutti desideravano usare il bastone di legno lungo. Un pidocchio cinque bastonate. Io che avevo cinque pidocchi, venticinque bastonate. Non solo. Mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve, in cima alla baracca. Nudo tutta la notte, l'indomani mi fecero uscire per mandarmi nudo a fare la doccia, attraversando tutto il campo coperto di neve. Tornato nudo, mi arrampicai, ripresi gli abiti e andai a lavorare.
Anche l'appello era una tortura perché non ti potevi muovere per delle ore. Per andare a lavorare alle sette del mattino, la sveglia era alle cinque. C'erano ventimila persone e tutte le contavano. Alla sera quando si ritornava c'era un altro appello, e bisognava portare con sé, trascinandoli a spalla, anche i morti. L'appello si faceva con i vivi in piedi e i morti per terra, in modo che tornassero esattamente i numeri che erano stati annotati al mattino all'uscita per andare sul posto di lavoro.
Alla vigilia del giorno 21 aprile 1945, per noi era chiaro che la guerra stava per finire perché sentivamo i bombardamenti e passavano tanti aerei da oscurare il sole. Si sentivano anche i cannoni e l'artiglieria di campagna. Ci riuniscono sulla piazza dell'appello di Gusen, passa il capo campo, il comandante delle SS con alcuni ufficiali e i comandanti dei blocchi. Uno per uno tirano fuori seicento deportati. Tra gli altri l'architetto Banfi, che era insieme a Rogers in un grande studio di architetti di Milano. Noi cerchiamo attraverso qualche trucco di farlo rientrare, di fargli cambiare collocazione. Lui era talmente consapevole che non ha voluto tornare indietro, è rimasto lì. Li hanno gasati tutti nella notte. Poi li hanno messi in una baracca svuotata, sigillandone porte e finestre con la carta incollata. Io credo che questo sia emblematico di tutto. Possiamo parlare finché vogliamo di quello che è stata la deportazione, ma quando diciamo che il 21 aprile questi uomini, alla vigilia della loro fuga dal campo, fanno una selezione per gasare seicento esseri umani, abbiamo la misura della criminalità del totalitarismo nazista e fascista.
clip_image001[3] Il giorno della liberazione io ero a Gusen, uno dei pochi che stava ancora in piedi. Mille volte mi sono sentito dire "chissà che gioia hai provato!". Ebbene, io non ho provato questa gioia. Non so quale perversione, quale strana vicenda era maturata in me. Ma dentro ero devastato, avevo visto troppa gente morire. Forse perché anche prima ne avevo visti morire troppi in guerra. Avevo visto tanti compagni giovani, avevo passato due grosse battaglie in Croazia dove erano morti centinaia e centinaia di uomini del mio reggimento, giovani, miei compagni di corso. Avevo visto troppa gente fucilata e impiccata. E poi a Mauthausen ho visto troppa gente morire assassinata. Ero contento, ma non ero felice. Ero contento ma ero triste.
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Fu esattamente il pomeriggio del 5 maggio. Si è aperta una porta ed è entrata una camionetta. Sopra c'erano due persone, non è che è arrivato un reparto intero. Hanno fatto un po' di fotografie e detto qualche parola. Credo che uno fosse italoamericano, per cui masticava qualche cosa di un dialetto antico. Poi sono andati via.
clip_image001[4] Il mio ritorno è stato particolarissimo. Mi trovavo una sera a passeggiare fuori da Gusen, proprio fuori dal campo, era la fine di giugno. Eravamo rimasti cercando di aiutare quelli che non camminavano più, che dovevano essere ricoverati in ospedale, che dovevano essere aiutati per mangiare. Abbiamo fatto il nostro dovere fino all'ultimo nei confronti dei nostri compagni. Oramai la fase drammatica era passata, quella subito dopo la liberazione, quando avevamo avuto morti a non finire, perché mangiavano ciò che non potevano più mangiare. Erano state distrutte anche le strutture fisiche per digerire il cibo. Superato questo ormai la situazione era più quieta. Quelli che ancora erano molto malati erano negli ospedali e andavano organizzandosi i trasporti. Io passeggiavo con alcuni compagni davanti al campo quando vediamo arrivare un'autolettiga dell'armata americana. Arriva vicino a noi e scende un soldato che ci chiede se conosciamo Ludovico Belgioioso. "E' questo qui", uno dei compagni lì con noi. Allora scende un ufficiale italiano, Cicogna, il cugino o il cognato di Belgioioso, che essendo nell'armata degli alleati, aveva risalito l'Italia nei reparti italiani. Noi eravamo riusciti a far sapere per radio chi erano i presenti superstiti a Gusen e il cognato di Belgioioso aveva sentito che a Gusen era superstite Ludovico. Si era fatto dare un'autolettiga dal suo comando e con i soldati era venuto fino a Gusen, imbattendosi proprio in noi. A questo punto siamo saliti tutti su quella lettiga. Eravamo cinque, Ravelli, Belgioioso, Emanuele Flora, il Maggini ed io. E siamo arrivati in Italia così.
Fonte

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Birkenau: magazzini pieni di scarpe e vestiti, fotografati dopo la liberazione United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC


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Fotografia realizzata clandestinamente presso il Krematorium V, agosto 1944, da un membro non identificato del Sonderkommando di Auschwitz e fatta uscire di nascosto dal campo grazie alla fuga di un membro della resistenza polacca. (Archivio di Stato Auschwitz – Birkenau)

Austrian civilians load Gusen bodies onto cart for burial


Crematorium at the Gusen I sub-camp

Two Italian sisters who survived in Gusen for two years

http://www.nizkor.org/hweb/camps/gusen/dok/lasc001x.htm

martedì 24 gennaio 2012

2012, CAMBIO DELLA GUARDIA IN MESSICO E VENEZUELA?

Quest'anno andranno alle urne sei paesi latinoamericani. La malattia di Chávez è il convitato di pietra delle elezioni venezuelane, il narcotraffico di quelle messicane. Il nuovo governo della Giamaica. [Fotostrillo: Hugo Chávez e Felipe Calderón. Fonte: talcualdigital.com]

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Non sono molti gli appuntamenti elettorali in America Latina per il 2012, ma almeno due sono di peso. Prima di ciò che accadrà occorre però ricordare quel che è accaduto in Giamaica. Tecnicamente non sarebbe America Latina, dal momento che si tratta di un paese anglofono.
Ormai si è imposta quella definizione per cui tutte le Americhe sono America Latina eccetto Stati Uniti e Canada. Gli stessi giamaicani si mettono nel calderone, e si può dunque dire che è stata la Giamaica a chiudere il 2011 elettorale latinoamericano e ad aprire il 2012.
Il 29 dicembre si è votato per il parlamento e il 5 gennaio si è insediato il nuovo primo ministro. Che, come a voler rivendicare questo legame con i trend latinoamericani, è una donna: Portia Simpson-Miller, del Partito nazionale del popolo (Pnp), già premier dal marzo del 2006 al settembre del 2007. Le elezioni del 3 settembre del 2007 erano state vinte dal Partito laburista di Giamaica, che malgrado il nome e l’origine sindacale si colloca oggi al centro-destra. Non è stata un’esperienza troppo positiva, se si pensa che la Giamaica dopo quattro anni era una delle 13 nazioni più indebitate del mondo, massacrata dal crollo del turismo dovuto non solo alla crisi, ma anche alla cattiva immagine della rivolta delle gang contro l’estradizione negli Usa del boss Christopher Dudus Coke.
Non solo i laburisti ma anche il Pnp ha fatto storicamente ricorso alla famigeratagarrison politics: una politica di alleanza con gang e narcos in cambio di impunità che ha storicamente riempito le campagne elettorali di piombo e sangue. Nel maggio 2010, però, il premier Bruce Golding non ha potuto più sostenere la pressione Usa, e ha violato il patto con Coke. Ne è nata una specie di mini-guerra civile, con 76 morti; Golding è stato poi sostituito da Andrew Holness, ora 39enne, il più giovane premier della storia del paese, cui va riconosciuto di aver assicurato alla Giamaica la campagna elettorale più tranquilla del suo mezzo secolo di esistenza come Stato indipendente. Holness comunque l’ha persa: il 53,28% è andato al Pnp, il 46,61% ai laburisti: un distacco che il sistema uninominale all’inglese ha ulteriormente accentuato, con 42 seggi contro 21.
Il voto è passato quasi inosservato tra i media internazionali, ma nel suo primo discorso da premier Portia Simpson-Miller si è subito fatta notare: ha annunciato l’intenzione di togliere alla regina Elisabetta II il rango di capo dello Stato che ancora mantiene, per rendere l’isola una repubblica. “Io voglio bene alla Regina, è una bella signora, e a parte l’essere una bella signora è anche una signora saggia e una signora meravigliosa. Ma penso che il tempo sia arrivato”. Quest’ultima frase l’ha detta nel dialetto giamaicano (patwa), tanto per rendere il sottinteso nazionalista più forte.
Il 6 agosto decorrono i cinquant’anni dell’indipendenza della Giamaica, anche se c’è chi sospetta che più dell’anticolonialismo a motivare questa scelta sia una deriva forcaiola (letteralmente). Nell’annuncio di voler “rimuovere tutti i legami con la Corona britannica, diventando dunque una nazione pienamente indipendente”, la neo-premier ha infatti incluso anche la “fine della sorveglianza giudiziaria di Londra”: cioè, la sostituzione della Corte di giustizia dei Caraibi di Trinidad al Comitato giudiziario del consiglio privato di Londra come suprema corte di appello del paese.
Giova ricordare che con 1.428 morti ammazzati, pari a un tasso di 52,1 omicidi ogni 100 mila abitanti, nel 2010 la Giamaica è stato il quarto paese più pericoloso del mondo; nel 2005 era il più pericoloso in assoluto. Ovviamente questa violenza crea una domanda di law and order alla quale nel novembre del 2008 il parlamento di Kingston ha risposto con un voto che ha mantenuto la pena di morte per impiccagione. Il Consiglio privato di Londra invece, in omaggio alle idee abolizioniste in voga in Europa, tende a commutare le condanne capitali in ergastolo.
Il 2012 elettorale dell’America Latina iberofona inizierà a El Salvador, l’11 marzo: si voterà solo per le politiche e le municipali, mentre per le presidenziali bisognerà aspettare il 2014. La maggior parte dei sondaggi dà la destra in ripresa, ma le forbici dimostrano una grande incertezza: l’Alleanza repubblicana nazionalista (Arena) oscilla infatti tra il 24 e il 30%, mentre il Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln) sta tra il 22 e il 30%. Tra il 3,5 e il 7,6% si colloca la Grande alleanza per l’unità nazionale (Gana, che inoltre significa in spagnolo “vince"), gruppo di transfughi di Arena che hanno deciso di appoggiare il presidente Mauricio Funes, indipendente candidato dall’ex guerriglia di sinistra dell’Fmln.
Questo nuovo centro ha praticamente cancellato il centro-destra tradizionale del Partito di conciliazione nazionale (Pcn) e del Partito democratico cristiano (Pdc). Anzi, li ha cancellati il Tribunale supremo elettorale. Loro si sono riscritti rispettivamente come Concertazione nazionale e Partito della speranza; ma stanno l’uno poco sopra il 2%, l’altro sotto l’1.
Il 16 maggio ci saranno le presidenziali nella Repubblica Dominicana. Poiché il presidente Leonel Fernández non si ricandida, il suo Partito della liberazione dominicana (Pld) candiderà l’ex presidente della Camera ed ex ministro alla Presidenza Danilo Medina, mentre per il Partito rivoluzionario dominicano (Prd) correrà l’ex presidente Hipólito Mejía. La definizione ideologica di questa forze è complessa: il Prd, oggi riconosciuto dall’Internazionale socialista, nacque in principio come ala moderata del più radicale Pld, ma in questo momento è forse più collocabile alla sua sinistra. Anche qui i sondaggi non sono chiari, e a entrambi i principali candidati a dicembre è stata attribuita la possibilità di andare oltre il 50%. Dopo di loro il candidato meglio piazzato è l’ex magistrato Guillermo Moreno, che col suo partito di sinistra sta tra l’1,5 e il 2,5%.
A maggio in data da stabilire votano le Bahamas, dove nel 2007 la destra del Free national movement si affermò sul Progressive liberal party: 49,86% e 23 seggi contro 47,02% e 18.
Il primo voto veramente importante sarà quello del primo luglio per il Messico, dove si rinnovano presidente e Congresso. Il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) candiderà Enrique Peña Nieto, ex governatore dello Stato del Messico, un’entità diversa sia dal Distretto federale di Città del Messico sia dagli Stati Uniti Messicani nel loro complesso. Il Partito della rivoluzione democratica (Prd), di sinistra, ripresenta invece l’ex governatore del Tabasco Andrés Manuel López Obrador: questi già sei anni fa fu sconfitto, non lo accettò, denunciò brogli e si autoproclamò presidente. Fu abbandonato dopo pochissimo dai suoi stessi compagni di partito, il che rende ora il suo ritorno in scena piuttosto debole.
Per il divieto assoluto di rielezione è invece il Partito di azione nazionale (Pan) al governo, di centro-destra, che deve ancora decidere tra l’ex ministro delle Finanze Ernesto Cordero, l’ex ministro dell’Interno Santiago Creel e la rappresentante e carismatica imprenditrice Josefina Vázquez Mota, che ripeterebbe in Messico la recente moda latinoamericana delle presidentesse. Effetto Josefina a parte, però, a 12 anni dallo storico ricambio di governo al Pri il Pan appare in fase di stanca, anche per le sanguinose conseguenze della guerra ai cartelli dei narcos lanciata dal presidente Calderón. Il governo, per la verità, assicura che la situazione starebbe migliorando. I 12.903 morti ammazzati tra gennaio e settembre sarebbero infatti l’11% in meno rispetto al 2010, quando erano aumentati del 70% rispetto al 2009.
A Ciudad Juárez, che resta la città più violenta, gli omicidi si sono addirittura dimezzati: da 2.500 a 1.206. Viene confermato che la violenza riguarda 8 dei 32 Stati messicani, e che dall’inizio della “guerra ai narcos” lanciata dal presidente Calderón ci sono stati 47.515 morti. Stime non ufficiali dicono però che sarebbero almeno 60 mila, e i segnali sono che i cartelli messicani hanno risposto spostandosi verso l’America Centrale e addirittura le Ande, al punto che il Perù ora vuole chiedere il visto ai cittadini messicani.
Sondaggi e risultati locali sembrano dunque riportare sulla cresta dell’onda il vecchio Pri, sotto banco accreditato della capacità di raggiungere accordi di non belligeranza con i narcos. Anche se Peña Nieto ha fatto una recentissima figuraccia a una Fiera del libro, per non essere riuscito a dire i titoli di tre libri che hanno influito sulla sua vita.
L’altro voto chiave è quello del 7 ottobre: le presidenziali in Venezuela. Da una parte, si ripresenta Hugo Chávez. Dall’altra, c’è un avversario che sarà definito dalle primarie che l’opposizione terrà il 12 febbraio. Sei i candidati: l’ex rappresentante del Venezuela all’Onu Diego Arria; il governatore dello Stato di Miranda Henrique Capriles; l’ex sindaco di Chacao Leopoldo López; la fondatrice della ong Súmate Corina Machado; il sindacalista e leader di un settore dell’estrema sinistra già alleato di Chávez Pablo Medina; il governatore dello Stato di Zulia Pablo Pérez Álvarez.
C’è un convitato di pietra: il tumore di Chávez. Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe talmente grave da non consentire al presidente di arrivare a ottobre. Nell’immediato ha contribuito per naturale senso di empatia a rialzare una popolarità piuttosto appannata; recenti sondaggi indicherebbero però che proprio per l’insicurezza sul suo futuro questa empatia potrebbe non tradursi automaticamente in voti.
Il voto del 6 novembre negli Stati Uniti non è America Latina. A parte il ruolo che vi avrà l’elettorato ispanico, però, quel giorno si voterà anche a Porto Rico: non solo per rinnovare governatore, Senato, Camera dei rappresentanti e sindaci, ma anche per due referendum. Il primo è sul mantenimento o no dello status quo; il secondo su cosa fare in caso di superamento dello status di Stato liberamente associato: passare all'indipendenza, a una nuova libera associazione “sovrana”, o diventare il 51esimo Stato Usa.
Infine a dicembre, in data da stabilirsi, si vota alle Bermuda: uno degli ultimi Territori britannici d’Oltremare, dove le tre ultime elezioni sono state vinte dalla sinistra del Progressive labour party contro lo United Bermuda party.
Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Longitude, Theorema, Risk, Agi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.

lunedì 23 gennaio 2012

GULE WAMKULU

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Il Gule Wamkulu è una danza rituale che accompagna generalmente il passaggio verso l'età adulta e che è praticata dall'etniaChewa, in Malawi, Zambia e Mozambico. Il rito viene poi usato in molte delle occasioni importanti come la celebrazione del raccolto, un matrimonio, un funerale o l'incoronazione del nuovo capo. Dal 2005 la danza (e in generale il culto segreto che l'accompagna) è diventato Patrimonio Immateriale dell'UNESCO.
Il rito (gule wamkulu significa semplicemente grande danza) può essere datato al XVII secolo, ovvero ai tempi dell'Impero Chewa e viene "custodito" e praticato dai membri di una società segreta chiamata Nyau. Infatti il rito, osteggiato dall'arrivo dei cristiani e dei coloni britannici dopo, ha dovuto sopravvivere in modo per così dire "clandestino" per alcuni secoli.
Molti dei membri della società di iniziati Nyau appartengono anche alla chiesa cristiana (nel rito sono stati anche inseriti elementi provenienti dalla religione cristiana). Oggi il rito ha perso gran parte delle sue radici, divenendo più una sorta di spettacolo, spesso ad uso del turismo.

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La danza è ballata da uomini mascherati (le maschere sono tramandate da generazioni) vestiti di pelli di animali e vuole simboleggiare il contatto tra il mondo ancestrale spirituale e il presente, attraverso l'intero spettro delle emozioni e delle azioni dell'esistenza umana. Si tratta secondo alcuni da un lato di un rito di passaggio e dall'altro di un tentativo di mantenere la propria identità rispetto all'esterno (ovvero ai non Chewa).
Per chi desidera approfondire, vi posto il link di un interessante articolo del 2007, scritto da Anusa Daimon del Dipartimento di Storia dell'Univesrità dello Zimbabwe, sul ruolo del Gule Wamkulu nella costruzione dell'identità Chewa.
Il video di seguito è tratto invece dai documenti dell'UNESCO.


L'impegno dell'UNESCO per salvaguardare il Gule Wamkulu è un progetto multinazionale atto a non disperdere un patrimonio secolare, favorendo l'apprendimento delle tecniche alle nuove generazioni di iniziati e diffondendone la conoscenza. Vi è poi il tentativo di favorire da un lato la divulgazione con l'organizzazioni di festival  e di incontri tra le comunità e dall'altro di salvagurdare il patrimonio degli oggetti (maschere, suoni, materiali e tutto quanto ruota intorno ai preparativi e alla danza) e delle documentazioni afferenti al Gule, tutelandone anche gli aspetti della protezione legale.
Ecco un sito (www.gulewamkulu.net) con molte documentazioni su questa danza.
Fonte

venerdì 20 gennaio 2012

MAUTHAUSEN LA "MUSICA" DI NOI MAIALI

Dal libro-testimonianza di Gianfranco Maris: una scodella di zuppa ogni due deportati, ricordo come fosse ora il rumore di quelle sorsate.

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GIANFRANCO MARIS
Gianfranco Maris, noto avvocato penalista, senatore del Pci dal 1963 al 1972, membro del Csm dal ’72 al ’76, attuale presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati politici) ha oggi 91 anni. Militante nelle file del partito comunista clandestino e poi della Resistenza milanese, ne aveva 23 quando da Fossoli, dove la Repubblica Sociale Italiana aveva allestito un campo di prigionia, venne trasferito in Austria, a Mauthausen. Ora ha affidato i suoi ricordi di quel periodo a un libro scritto con l’inviato-editorialista della Stampa Michele Brambilla, Per ogni pidocchio cinque bastonate (lo stesso titolo dell’intervista pubblicata un anno fa su queste colonne, per il Giorno della Memoria), edito da Mondadori (pp. 151, 17,50). Ne anticipiamo uno stralcio.
E’ la notte del 7 agosto 1944. Il treno si ferma davanti a una baracca illuminata con una luce gialla. È la stazione di Mauthausen. […] Facciamo così la nostra conoscenza con una nuova figura: i kapò. Sono loro, schiavi delle SS e feroci custodi del campo, che ci circondano brutalmente e ci ordinano di ammucchiare a terra i nostri abiti. Ci dicono che dobbiamo lavarci e che ci debbono tagliare i capelli: poi ritorneremo in possesso dei nostri indumenti, che ora dobbiamo raccogliere in ordine e posare ai nostri piedi, restando tutti completamente nudi. […] Torniamo in cortile e non troviamo più nulla dei nostri abiti, che ci avevano ordinato di piegare e di lasciare per terra. I kapò ci inquadrano con violenza, il cammino ora è celere, non c’è più nessuno che possa ritardare la marcia. Velocemente, con furore, ci portano dall’altra parte del campo, oltre un muro. Ci viene detto che stiamo per raggiungere la baracca di quarantena, dove impareremo a essere prigionieri.
Capiamo ben presto che i nostri amici non hanno passato la selezione degli idonei al lavoro e sono stati avviati all’eliminazione. Tutti noi altri veniamo portati nel reparto quarantena di Mauthausen. Siamo nudi, in una baracca completamente vuota, senza letti a castello. Di notte dormiamo sdraiandoci sul pavimento uno accanto all’altro, come sardine in scatola.
Non abbiamo più nulla, non ci è rimasto neppure lo spazzolino per i denti e sicuramente non abbiamo neppure un cucchiaio. Perché mi viene in mente il cucchiaio? Nella tarda mattinata ci viene distribuita una zuppa in una gamella per ogni due deportati: per cui la zuppa, un brodo di barbabietola da foraggio, deve essere bevuto a sorsi alternati. Ricordo come fosse adesso che in quel momento una cosa soltanto dominava su tutto: il rumore. Il rumore di queste sorsate, che sembravano la musica di tanti maiali gettati contemporaneamente nel truogolo.
Perché ci trattano cosi? Non ci sono nel campo gamelle sufficienti per somministrare a ciascuno la parte che gli compete di quella brodaglia? E non ci sono cucchiai di cui i prigionieri possano usufruire nonostante la loro spregevole condizione di nemici del Terzo Reich?
Finito il «pranzo», a ciascuno di noi viene distribuito un berretto. Cosi non siamo più tutti nudi: insomma siamo sì nudi, ma con un berretto. Ci chiamano subito fuori dalla baracca, ci inquadrano. Arriva un kapò e comincia a impartirci il suo nuovo ordine: «Mützen ab! Mützen auf!» (Berretto giù! Berretto su!). Va avanti così per ore. «Mützen ab! Mützen auf!» E noi per ore, nudi in un cortile, a tirarci su e giù il berretto. Poi entriamo nella baracca e passiamo la notte sdraiati uno accanto all’altro sul pavimento, nudi, senza nessuna coperta o riparo. La mattina dopo, di nuovo nudi in cortile e altre ore di "Mützen ab! Mützen auf!". Poi la broda in una sola gamella per due persone e la "musica" del truogolo. Il giorno dopo ancora, l’assurdo rituale si ripete.
E così lo stesso per giorni e giorni. Di nuovo mi trovo a domandarmi: perché? Nessuno di noi conosceva a quel tempo le teorie di Pavlov e dei riflessi condizionati indotti nell’animale per ridurlo all’obbedienza assoluta. Obbedire, soltanto obbedire, immediatamente obbedire al suono di un comando. Come cani ammaestrati. E’ per questo che per settimane veniamo istruiti così, fino a quando non decideranno di trasferirci in un altro blocco di quarantena, quello di Gusen: primo campo contiguo a Mauthausen.
Il blocco di quarantena del campo di Mauthausen era chiuso tra alte mura. Ma al di là delle mura c’era un’altra baracca nella quale erano chiusi in isolamento gli ufficiali sovietici prigionieri di guerra che si erano rifiutati, in base alle convenzioni di Ginevra, di lavorare nell’industria bellica del Reich e che per questo rifiuto erano già stati condannati dalla Gestapo al «trattamento kappa». Ossia Kugel, proiettile.
Questi uomini potevano quindi essere uccisi, in qualsiasi momento, con un colpo alla nuca. Ma li si lasciava lì, nella baracca, con l’intento di farli morire in un altro modo, più lento e più atroce: di fame. Non venivano lasciati completamente senza cibo: li si alimentava a gocce, per rendere più straziante l’agonia. Era la "sapienza" nazista nel trattare i nemici. Ogni giorno ne morivano venti o trenta.
All’alba, alla sveglia, dovevano uscire dalla baracca e a gruppi di cento, scalzi, coperti di piaghe, si dovevano sdraiare per terra all’ordine «Nieder» (giù, abbasso). Così veniva fatto l’appello.
Poi, in fila indiana, dovevano strisciare carponi. Quindi dovevano alzarsi e restare fermi in piedi nel cortile davanti alla baracca, al caldo dell’estate o al gelo dell’inverno. Quando faceva freddo questi poveri uomini si appallottolavano tra di loro, formando, come le vespe, una palla, un fornello. Chi era all’interno della «palla» si riscaldava mentre il resto della «palla», con un movimento continuo, spostava quelli che stavano al centro verso l’esterno e viceversa.
Nel gennaio 1945 arrivò un nuovo gruppo di ufficiali sovietici. Avevano tentato la fuga ed erano stati condannati al trattamento Kugel.
I componenti di questo gruppo capirono perfettamente a che cosa andavano incontro e decisero di fare una cosa coraggiosissima per chi è chiuso in un inferno simile: scegliere essi stessi come morire. Non lasciare i nazisti padroni del loro destino. Decisero quindi di tentare la fuga, ben sapendo che anche solo il tentativo di scappare li avrebbe portati a una morte immediata.
Scavarono con le mani il terreno attorno alla baracca, si procurarono delle pietre, presero due estintori e una notte, in cinquecento, provarono a fuggire. Fecero saltare la corrente ad alta tensione che percorreva il filo spinato sulla sommità del muro di cinta gettandovi sopra coperte bagnate. Aggredirono i militari di guardia sulla prima torretta con delle tavole. E si misero a correre. Lasciarono sul terreno innevato una scia ininterrotta di morti e di sangue.
In pochi riuscirono ad allontanarsi dal campo. E per quei pochi si scatenò subito una caccia all’uomo alla quale parteciparono tutti i soldati delle SS e tutti i civili della zona: alcuni erano volontari, altri costretti a collaborare. La caccia all’uomo finì dopo molti giorni con l’annientamento di quasi tutti i cinquecento ufficiali sovietici che avevano tentato questa loro ultima spaventosa avventura. Spaventosa, ma forse non folle come potrebbe apparire. Undici di questi ufficiali riuscirono a sopravvivere. Liberi. Famiglie di contadini austriaci, come si seppe poi, li avevano ospitati e tenuti nascosti. E tanto basta per continuare a credere nell’uomo.
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giovedì 19 gennaio 2012

MESSICO: FAME E SICCITÀ TRA INDIOS TARAHUMARA, TRA MORTI CERTE E VOCI DI SUICIDI DI MASSA

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Si stanno moltiplicando in tutte le principali città del Messico le raccolte di cibo e aiuti da inviare nella zona montuosa della Sierra Madre nello Stato di Chihuahua (nord del Messico) dove una grave crisi alimentare sta interessando i raramuris, ovvero i rappresentanti della comunità indigena dei tarahumara.

La mobilitazione è iniziata a fine Dicembre sui social network in internet, dopo la pubblicazione di alcuni video che riferivano di decine di indios taramhumaras morti in suicidi collettivi per sfuggire alla fame, e la vicenda dai raramuris da alcuni giorni ormai campeggia su tutti i principali quotidiani messicani, è diventato tema di campagna elettorale in vista delle presidenziali ma soprattutto sembra aver colpito i messicani che, attraverso organizzazioni non governative e campagne statali, stanno raccogliendo e inviando aiuti alle remote comunità rurali della Sierra Madre.

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Secondo le dichiarazioni di esponenti locali, confermate dalle autorità statli e federali messicane, alcune zone di Chihuaha, inclusa una parte dell’area tarahumara, stanno sperimentando una delle più gravi siccità della storia del paese.
Ci sono aree, come quelle maggiormente colpita dalla fame, dove non piove da 10 mesi, lasciando praticamente in ginocchio un’economia che vive completamente di agricoltura, quasi sempre di sussistenza.
Ignacio Leonel Varela Ortegam presidente del municipio di Carichí (Chihuahua),  dove inizia la Sierra Tarahumara,  ha fatto sapere che nell’ultimo anno i contadini hanno raccolto a malapena l’1% di quello che avevano seminato, “e l’uno per cento non serve a niente”.
In un’intervista al quotidiano Milenio, Varela Ortegam aggiunge: “C’è fame e la fame colpisce il 65% della popolazione, dal momento che a causa della siccità praticamente non abbiamo potuto raccogliere niente. Siamo appena tornati da un giro delle 200 località che compongono la municipalità per consegnare alcune scorte alle famiglie. Al momento hanno cibo per un mese, un mese e mezzo se le amministrano bene”.
Se il governo federale messicano è stato il primo a inviare gli aiuti e la macchina della solidarietà sembra essersi messa in moto in tutto il paese, resta ancora da chiarire quanti morti abbia provocato la grave denutrizione in questa zona remota e depressa del Messico.
Fonti governative, sia nazionali che locali, si sono affrettate a smentire le notizie relative al suicidio di massa di una cinquantina di persone che si sarebbero buttate da un burrone per sfuggire alla fame.
Tuttavia circolano dichiarazioni filmate o per iscritto di esponenti locali – dal segretario del municipio di Carichi, Jesús Quiñónez Rodríguez, a Ramón Gardea, rappresentante del Frente Organizado de Campesinos indígenas – che continuano a parlare di suicidi da parte di indigeni raramuris, disperati per non avere più di che sfamare la propria famiglia.
In questi ultimi giorni sui giornali messicani circolano dichiarazioni di rappresentanti delle municipalità raramuris che negano vi siano stati finora suicidi, ma che tuttavia riportano casi di morte (da cinque a otto vittime a seconda delle fonti) di persone che hanno visto le proprie malattie aggravarsi a causa di un grave stato di denutrizione.
Tra loro anche un neonato di sei mesi.
Recentemente il Messico, dopo aver apportato una specifica riforma costituzionale, ha inserito nella sua carta fondamentale il diritto all’alimentazione.
I rarámuris o tarahumaras uccupano un quarto del territorio nella zona sud-occidentale dello Stato di Chihuahua, in una delle parti più alte della Sierra Madre Occidentale, conosciuta anche come Sierra Tarahumara, che si trova tra i 1500 e i2400 metri sul livello del mare.
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lunedì 16 gennaio 2012

F. LORDON ECONOMISTA FRANCESE : E' IL CROLLO E VEDREMO COSE INAUDITE

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Così parla Frédéric Lordon, famoso economista francese, direttore delle ricerche del CNRS, in una lunga intervista alla Revue des Livres. A proposito delle forze che stanno per scatenarsi, ecco cosa prevede:
«Se, come si poteva prevedere dal 2010 col lancio dei piani di austerità coordinati, lo scacco annunciato conduce ad un’ondata di default sovrani, seguirà immediatemente il collasso del sistema bancario (o li precederà, per semplice effetto d’anticipazione degli investitori); e questo, contrariamente a quello del 2008, sarà irrecuperabile, perchè gli Stati (che hanno salvato le banche nel 2008, ndr) sono finanziariamente a terra. Allora non resterà altra alternativa che l’emissione monetaria massiccia, oppure l’esplosione della zona euro se la Banca Centrale Europea (e la Germania) rifiutano questa prima soluzione.
«In un week-end cambierà letteralmente il mondo e vedremo cose inaudite: re-instaurazione del controllo sui capitali, nazionalizzazioni-lampo o addirittura requisizioni di banche, riarmo delle Banche Centrali nazionali – misura che segnerà da sè la fine della moneta unica – la dipartita della Germania seguita da qualche satellite, la costituzione di un blocco euro-sud oppure il ritorno alle monete nazionali. Quando avverrà? Nessuno può dirlo con certezza (...) ma tra sei o dodici mesi, quando s’imporrà la constatazione della recessione generale, risultante dalla austerità generalizzata, e gli investitori vedranno salire irresistibilmente le ondate dei debiti pubblici che si supponeva di arrestare con le politiche restrittive, la consapevolezza dell’impasse totale che albeggerà in quel momento porterà gli operatori stessi a dichiarare una ‘capitolazione’, ossia  alla loro fuga massiccia dai mercati-titoli, e per il gioco dei meccanismi di propagazione creati dalla finanza liberalizzata, una dislocazione totale dei mercati dei capitali, in tutti i settori.
«E nel frattempo si accumulano le tensioni politiche – fino al punto di rottura? Come ogni soglia critica a livello storico-sociale, non si sa in anticipo dove essa si trova nè cosa ne determina il superamento. La sola cosa certa è che la spossessione generalizzata della sovranità (per opera della finanza come dell’Europa neo-liberale) taglia in profondità i corpi sociali... i corpi sociali aggrediti dal liberalismo finiscono sempre per reagire, e a voltre brutalmente, in proporzione a quello che in precedenza hanno sopportato e accumulato (...). Non si possono lasciare i popoli durevolmente senza soluzione di sovranità – sia nazionale o d’altro tipo – senza che la recuperino a tutta forza e in forme che non saranno belle da vedere.
«... Quella che vien chiamata ‘crisi dell’euro’ non è in prima istanza una crisi monetaria. Una delle stranezze degli eventi attuali è che la moneta europea non viene rifiutata affatto, nè dai residenti della zona nè dagli investitori internazionali, e lo dimostra la paritò euro-dollaro, che a parte qualche fluttuazione, si mantiene. È un fatto: non c’è (per ora) fuga dall’euro. Se ci sarà, sarà come sviluppo terminale di una crisi la cui natura è altra. Quale? La risposta è che si tratta di una crisi istituzionale.
«È il quadro istituzionale della moneta unica, come comunità di politiche economiche, che minaccia di volare a pezzi in seguito a crisi finanziarie aventi come epicentro i debiti pubblici e le banche. Se l’euro esplode, sarà per default sovrani che trascineranno crolli bancari – a meno che questi non vengano prima, per anticipazione dei default sovrani. In ogni caso il cuore della cosa sarà ancora una volta il sistema bancario, e l’impossibilità di lasciarlo andare in rovina, perchè la rovina totale del sistema bancario ci porterebbe in cinque giorni all’equivalente ineconomia dello stato di natura.  Ma ciò non deve significare ‘rimetterlo sui binari per un altro giro’, senza cambiarne le regole.
«Anzi, approfitto per dire che, dopo avermi fatto per lungo tempo paura, la prospettiva di questo collasso quasi quasi mi piace, perchè creerà infine l’occasione di nazionalizzare integralmente il sistema bancario per pura e semplice requisizione (senza indennizzo) (...). Nell’ipotesi del collasso bancario, si tratta di sapere quale sarà – in assenza degli Stati, essi stessi rovinati – l’istituzione capace di organizzare la riattivazione delle banche per far loro riprendere l’attività di fornitura del credito. In questa ipotesi, non ne resta che una: la Banca Centrale Europea. Non dovrà solo assicurare alle banche un sostegno di liquidità (lo sta già facendo) ma liberarle degli attivi svalorizzati e ricapitalizzarle. Inutile dire che, data la scala del settore bancario intero, si tratta di un’operazione di creazione monetaria massiccia a cui bisognerà consentire.
La BCE è pronta a questo? Sotto l’egemonia tedesca, direi di no. Ma l’urgenza estrema di restaurare nella loro integrità gli incassi monetari e di ristabilire il funzionamento del sistema di pagamenti richiederà un’azione ‘in giornata’! Significa che le lunghe tergiversazioni per ‘parlare ai nostri amici tedeschi’ o rinegoziare un trattato, saranno sparite dalla lista delle soluzioni pertinenti. Di fronte a quelli che si devono identificare come interessi vitali del corpo sociale, uno Stato, di fronte al non-volere della BCE, prenderebbe immediatamente la decisione di riarmare la propria Banca Centrale per farle emettere moneta in quantità sufficiente e ricostituire al più presto un troncone di sistema bancario capace di operare. La Germania, osservando nella zona una o due fonti di creazione monetaria fuori controllo, ossia di euro impuri suscittibili di corrompere gli euro puri di cui la BCE ha sola il privilegio di emissione, decreterebbe immediatamente l’impossibilità di restare in una tale ‘unione’ monetaria divenuta anarchica e l’abbandonerebbe subito, per rifare un blocco con qualche seguace selezionato sul momento (Austria, Olanda, Finlandia, Lussemburgo). Quanto alle altre nazioni, dovranno allora scegliere fra ricostituire un blocco alternativo oppure tornare ciascuna al proprio destino monetario; la Francia cercherà in tutti i modi di imbarcarsi con la Germania, senza la minima sicurezza di essere accettata a bordo (...)».
tratto da: http://effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=72262:le-il-crollo-di-un-mondo-forze-immense-stanno-per-scatenarsir&catid=83:free&Itemid=100021.
Traduzione di Maurizio Blondet  Fonte

venerdì 13 gennaio 2012

BRASILE, MICROCREDITO AGEVOLATO RILANCIA L'ECONOMIA NELLE FAVELAS DI RIO DE JANEIRO

Brasile, i prestiti sono a 24 mesi e vanno dagli 800 ai 2mila euro con tassi dello 0,64% al mese - Da settembre scorso le banche statali hanno concesso oltre 400 prestiti e nel 2012 si prevede un incremento di richieste del 300%.

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Antonio José de Souza, 52 anni, proprietario di un piccola rivendita di cellulari all´interno del Complexo do Alemão, una delle favelas fino a poco tempo fa più violente di tutto il Brasile, aveva bisogno di denaro per aumentare la propria offerta di prodotti. Quando alla fine del 2011, l´agente della Caixa Econômica Federal ha bussato alla porta del suo negozio, il commerciante, senza pensarci due volte, ha richiesto un prestito da 2.300 euro: tre giorni dopo i soldi erano già sul suo conto.
Antonio è solo una delle 97 persone della favela che negli ultimi quattro mesi del 2011 hanno beneficiato del programma di microcredito agevolato della Caixa, una banca statale vincolata al ministero dell´Economia. La strategia dell´istituto finanziario è quella di inviare giovani, tra i 18 e i 22 anni, di basso reddito, ma in possesso almeno del diploma superiore, sul territorio per incontrare direttamente i commercianti e proporre loro la migliore soluzione: “Sono tutti abitanti della comunità. Conoscono gli imprenditori e riconoscono le loro necessità” spiega Bruno Fraga, supervisore della Caixa, al quotidiano Folha de S. Paulo. Il denaro, di solito, viene poi impiegato per piccole ristrutturazioni o per aumentare la gamma di prodotti in vendita.
Il Banco do Brasil, altro istituto con partecipazione a maggioranza statale, invece adotta una strategia meno aggressiva: gli agenti non bussano alla porta dei negozianti, ma incontrano il pubblico nelle filiali che nel 2011sono state aperte in tre favelas di Rio, il Complexo do Alemão, la Rocinha e la Cidade de Deus. Tre nomi che per decenni hanno incusso timore nella popolazione carioca e che invece, ultimamente, con la cacciata e l´arresto dei narcos e con l´ingresso delle UPP, le Unità di Polícia Pacificadora sono state appunto pacificate e messe in sicurezza. Il risultato è che, in appena tre mesi, sono stati erogati 330 piccoli prestiti per un totale di circa 400mila euro.
D´altronde nelle favelas di Rio risiede il 22% della popolazione di tutto lo Stato, circa 3 milioni di persone, un bacino di clienti potenzialmente enorme. Al contrario di quanto si possa pensare infatti, l´economia all´interno delle favelas di tutto il Brasile è straordinariamente attiva e nonostante la povertà, queste comunità rappresentano un mercato di consumatori, piccoli imprenditori e commercianti vastissimo.
I due istituti finanziari che per primi si sono lanciati nel business offrono condizioni di accesso al credito molto simili: i prestiti non vanno oltre i 6.400 euro per imprese che fatturano fino a 51mila euro all´anno. Al tasso agevolato dello 0,64% mensile, il debito può essere saldato in 24 mesi.
E per il 2012 gli istituti bancari si aspettano un vero e proprio boom di richieste e di erogazioni, la previsione è di assistere ad un incremento del 300%. Attualmente il microcredito per attività commerciali e imprese rappresenta il 20% della torta, mentre il restante 80% è credito per il consumo. Secondo gli analisti questa tendenza si invertirà già nel 2013: “Abbiamo molte operazioni in analisi che stanno per essere approvate” conferma Tarcisio Hubner, sovrindente del Banco do Brasil.
Il prossimo passo inoltre sarà quello di aprire nuove agenzie in tutte le 18 favelas di Rio in cui è già installata la Policia Pacificadora e dove, oltre alla pace, adesso c´è tanta voglia di sviluppo e benessere.
Fonte

giovedì 12 gennaio 2012

A DUE ANNI DI DISTANZA DAL SISMA IL DOLORE NON SI PLACA AD HAITI

Oltre 1 milione di bambini e adulti raggiunti finora dalla ong: centinaia di migliaia nell'ambito di attività di prevenzione del colera, allestite 10 unità per il trattamento dell’epidemia, 229 classi scolastiche ricostruite con criteri antisismici,identificati e supportati circa 3700 minori separati dalle famiglie a causa del sisma


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Nonostante il grande slancio di aiuti seguito al devastante terremoto che colpiva Haiti il 12 gennaio 2010 e che ha visto l’immediata attivazione di molte organizzazioni non governative tra cui Save the Children, a 2 anni di distanza i problemi per i sopravvissuti sono ancora grandi: solo 1 milione di persone sono rientrate in abitazioni o rifugi temporanei e neanche la metà delle macerie è stato rimosso.
“A tuttoggi 500.000 persone - la metà circa delle quali bambini (1) - vivono ancora sotto le tende in campi provvisori. Si continua a morire a causa del colera, di cui si sono ammalate - dall’esplosione dell’epidemia- 515.000 persone (2), con 6.000 morti circa. Centinaia di migliaia di minori sono ancora in situazione di grande vulnerabilità e vittime di abusi e violenze nelle tendopoli e negli slum,così come centinaia di migliaia di persone ancora sono senza lavoro”, dichiara Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia, alla vigilia dei 2 anni dal terremoto in Haiti e in occasione della diffusione del rapporto “Ricostruire la speranza ad Haiti” che sintetizza l’intenso lavoro che Save the Children sta portando avanti nelle aree più colpite di Port-au-Prince, Leogane, Jacmel, Petit e Grande Goâve, Maissade e Dessaline nell'Artibonite, sin dalle ore successive al sisma quando tutto il mondo assistette in diretta al salvataggio della piccola Winnie, tratta dalle macerie dopo 3 giorni grazie all'intervento di una troupe australiana e affidata a Save the Children per le prime cure.
“Le cause del permanere di tanti e gravi problemi a due anni dal terremoto, sono varie”, prosegue Valerio Neri. “La ricostruzione procede a rilento, inoltre la risposta al terremoto ha dovuto fare i conti non solo con la vastità del disastro ma anche con un contesto difficile e dai costi elevati per le ong - i costi del carburante e della sicurezza per esempio sono enormi - tanto che a due anni dal sisma molte ong hanno chiuso o ridotto le proprie attività. D’altra parte, benché l’attuale governo Martelly si stia impegnando a favore dei bambini e dello sviluppo, mancano le competenze necessarie e impiegati qualificati. Di conseguenza, di fatto, molti servizi alla popolazione sono garantiti dalle ong e il trasferimento dei progetti allo Stato è difficile e lungo. Una delle sfide per quest’ anno ed i prossimi è aiutare il governo di Haiti a farsi carico della gestione dei servizi di base, a partire da quelli scolastici e sanitari”.
“Save the Children sta facendo il massimo per i bambini e le famiglie di Haiti la cui energia e volontà di reagire sono veramente ammirevoli. Abbiamo per esempio aperto 10 unità per il trattamento del colera per un totale di 11.000 tra bambini e adulti curati e trattati. Abbiamo costruito con criteri antisismici e antiuragano 229 classi in 38 scuole colpite dal sisma per un totale di 13.575 bambini beneficiari. Stiamo impegnandoci più che possiamo per proteggere i minori da violenze e abusi attraverso la creazione di 39 comitati locali per la protezione dei bambini composti da 468 membri. Lo scopo di questi comitati è identificare, monitorare e prevenire violenze sui bambini e costituire club di minori a cui attualmente prendono parte 3.600 bambini. Save the Children sta poi aiutando le famiglie ad avere una fonte di reddito supportando 45 piccoli e medi esercizi commerciali ed imprese a Port-au-Prince e Jacmel, e dando sostegno finanziario e formativo a 350 attività di mercato condotte da donne a Port-au-Prince. Dunque dei progressi e miglioramenti nelle l vite di tanti bambini e famiglie li abbiamo portati e continueremo a portarli attraverso il piano quinquennale 2010-2015 di aiuti. Non intendiamo abbandonare Haiti, dove lavoriamo dal 1978”, conclude Valerio Neri.
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mercoledì 11 gennaio 2012

TAGLIO ILLEGALE IN AMAZZONIA. BRUCIATO VIVO UN BAMBINO INDIO

Un gruppo di taglialegna illegali ha invaso la terra ancestrale di una tribù di Indios Awá, una tribù ancora non contattata dall'uomo bianco, e secondo le dichiarazioni diffuse dal Consiglio Indigenista Brasiliano (organo della Conferenza Episcopale Brasiliana), dopo l'aggressione dei taglialegna, membri della tribù vicina dei Guajajara, che vivono nella stessa area, avrebbero rinvenuto i resti carbonizzati di un bambino Awá. Clovis Guajajara si imbatteva di tanto in tanto negli Awá a caccia nella foresta. Dal giorno dell’attacco non li ha più incontrati e per questo ritiene che la tribù sia fuggita. Il Funai (il dipartimento agli affari indiani del governo brasiliano) ha dichiarato a Survival di aver aperto un’indagine ma di non poter ancora confermare la morte del bambino.
Si stima che nella regione nord-orientale dell’Amazzonia brasiliana vivano almeno 60 Awá incontattati. Per sopravvivere, gli Awá – una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi del Brasile – dipendono esclusivamente dalla foresta, ma la loro terra viene costantemente invasa dai taglialegna illegali e soffre uno dei più alti tassi di deforestazione di tutta l’Amazzonia.

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Oltre il 30 % del territorio della tribù Awá è già andato distrutto. "In quest’area ci sono degli Awá ancora non incontattati - ha dichiarato a Survival Luis Carlos Guajajara, - e i deforestatori stanno facendo molta pressione su di loro. La presenza dei taglialegna è molto pericolosa. Gli Indios sono terrorizzati." Gli Awá hanno subito diversi di attacchi brutali. I taglialegna minacciano di ucciderli quando li incontreranno nella foresta.
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lunedì 9 gennaio 2012

"CONFLITTI AMBIENTALI. BIODIVERSITÀ E DEMOCRAZIA DELLA TERRA"

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L'attuale panorama mondiale è caratterizzato da una sempre maggiore diffusione dei conflitti ambientali. Tanto che negli ultimi decenni sono divenuti fenomeni di grande interesse per le loro implicazioni politiche, economiche e sociali. Vuoi perché rappresentano una realtà non solo locale, ma anche e ancor prima globale - dunque toccano i rapporti fra i paesi "poveri" e quelli "ricchi" -, vuoi perché stimolano spesso nelle comunità coinvolte e in generale nella società civile forme nuove e dirette di partecipazione (spesso l'opposizione sociale è in grado di elaborare e sperimentare strumenti di democrazia che partano dal basso). Oltre a contribuire, però, all'aumento del fenomeno delle migrazioni ambientali. E anche perché i conflitti ambientali alla fine non sono altro che «la manifestazione degli effetti che il modello di sviluppo centrato esclusivamente nella crescita economica espressa con l'indicatore Pil produce in termini  ambientali e sociali».
"Conflitti ambientali. Biodiversità e democrazia della terra" - il lavoro redatto dal Cdca (Centro di documentazione dei conflitti ambientali) - partendo da questo assunto riporta, descrive e analizza le situazioni mondiali più calde, le risorse più minacciate e le conseguenze che il loro sfruttamento hanno sulla popolazione locale, passando anche in rassegna alcuni casi emblematici di conflitti ambientali in America Latina, Asia e Africa. Casi che dimostrano il legame che esiste fra «sfruttamento selvaggio delle risorse, perdita di biodiversità, degrado ambientale, violazione dei diritti delle comunità residenti e insorgenza di movimenti organizzati portatori di tradizioni e pratiche proprie della gestione dei beni e del territorio».
Il testo non manca di mostrare e trattare le proposte per la prevenzione e la risoluzione non violenta dei conflitti ambientali, così come non manca di esaminare il fenomeno dei profughi ambientali a livello globale.
Nella pratica, un conflitto ambientale si manifesta quando progetti di opere pubbliche o private, oppure politiche locali, nazionali o sopranazionali con rilevanti impatti ambientali incontrano e si scontrano con l'opposizione sociale civile. Proprio perché tali opere o politiche possono produrre perdita delle biodiversità e anche degrado dei servizi ambientali gratuiti sulla quale si basa la sussistenza e la sopravvivenza di determinate realtà come quelle degli abitanti delle zone rurali del sud del mondo.
Politiche estrattive o produttive non sostenibili promosse da imprese, governi e istituzioni finanziarie internazionali, in paesi meno ricchi dove le regole ambientali scarseggiano, presentati come progetti di "sviluppo" finiscono con intaccare le condizioni di riproduzione della vita delle comunità indigene. E sono spesso le principali cause della spinta a migrare. Si assiste dunque anche a processi di rapida urbanizzazione che interessano con particolare veemenza le megalopoli del Sud del mondo (ogni settimana un milione di persone lascia le aree rurali). Processi che hanno senza dubbio implicazione di carattere ambientale, ma anche economico e sopratutto sociale. Ne è un esempio la proliferazione di slum e favelas ossia delle aree degradate periferiche dei grandi centri urbani, prive di servizi, di strutture di base, caratterizzate da un'altissima densità di popolazione. Ne è un altro esempio le migrazioni verso l'Europa, l'Usa e la mancanza di una normativa adeguata per affrontare la questione.
Insomma i conflitti ambientali causano nel sud del mondo l'esclusione di sempre più persone dal godimento del diritto all'alimentazione, all'acqua, alla sussistenza e all'autodeterminazione configurando una minaccia per la vita di migliaia di comunità locali. Sono molti i casi in cui è possibile osservare che dove vengono portate avanti attività estrattive su larga scala, istallati grandi progetti per la trasformazione o la produzione di beni senza attenzione alla sostenibilità sociale e ambientale si creano sacche di povertà e spesso di violenza. Esempi eclatanti lo sono l'estrazione di idrocarburi nelle zone amazzoniche o delle miniere della dorsale andina.
Un sistema economico globale che insieme alle sue strategie di espansione, la corsa verso le risorse naturali sempre più scarse ha messo in crisi le moderne democrazie rappresentative incapaci di dare risposte concrete alle devastazioni dei territori e della scarsità di meccanismi di partecipazione reale nelle decisioni politiche.
Ecco che molti movimenti di opposizione territoriale nel Sud del mondo stanno lavorando alla costruzione di alternative di gestione del territorio e dell'articolazione di strumenti che sono fondati sulla giustizia sociale e ambientale, la partecipazione, l'orizzontalità e l'inclusione.
Molto importante è stato il contributo delle popolazioni indigene la cui cosmovisione è incompatibile con il progressivo incontrollato sfruttamento di risorse e territorio. Per le popolazioni indigene la relazione con l'ambiente è basata non sulla esclusiva necessità di utilizzare risorse al fine di trarne giovamento o profitto, ma soprattutto sulla dimensione spirituale del rapporto di equilibrio fra l'uomo e l'ambiente. Così le lotte indigene sono riuscite a consacrare in nuove costituzioni come quella dell'Ecuador e la Bolivia il riconoscimento di diritti e tutele proprie in capo alla natura.
In occidente e in particolare in Italia le cose però sembrano un po' diverse. In Italia vengono contestate anche opere, impianti e infrastrutture ambientalmente sostenibili come impianti eolici e centrali a biogas o finalizzati a migliorare lo stato di salute dell'acqua e terreni come gli interventi di bonifica. Nel nostro paese sembra che il fenomeno dell'opposizione non faccia differenza fra un impianto di compostaggio o uno di biomasse, tra la Tav o il ponte sullo stretto di Messina. Tanto che la contestazione sembra travalicare le ragioni dello sviluppo sostenibile e della giusta ricerca di una valutazione partecipata dell'impatto delle grandi opere, fino ad arrivare allo scontro tout court.
Forse a causa di una scarsa informazione sulle caratteristiche degli impianti e scarsa conoscenza anche delle normative ambientali. Nel panorama giuridico - a differenza di quelli di paesi del Sud - esistono una serie di disposizioni che consentono al pubblico di partecipare alle decisioni politiche.
Basti pensare alla valutazione strategica ambientale sui programmi o alla valutazione di impatto ambientale sui progetti che prevedono la possibilità da parte del cittadino di esporre le proprie opinioni sulla questione. Oppure il diritto all'informazione ambientale che prevede la possibilità di poter accedere a dati ambientali da parte del singolo senza la necessità di essere portatore di un interesse legittimo.
A cura del CDCA Edizione ambiente 2011

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