venerdì 30 gennaio 2009

PRESIDENTI e POPOLO al FSM

«El pueblo unido jamas serà vencido», cantavano come giovani attivisti Fernando Lugo, presidente del Paraguay, Raffael Correa, presidente dell’Ecuador, Hugo Chavez, presidente del Venezuela ed Evo Morales, presidente della Bolivia. Un prete, un economista, un soldato ed un «indio» come simpaticamente ricordava Chavez nel suo intervento, sono oggi la rappresentazione istituzionale di una sinistra latinoamericana che si riconosce, almeno in parte, nel progetto e nella prospettiva tracciata in questi anni dal Forum Sociale Mondiale. Uno spettacolo unico di allegria e trasporto popolare impensabile dalle nostre parti
Nonostante la passione è stato un confronto vero quello con i quattro presidenti.


I temi affrontati sono stati diversi, dagli accordi commerciali, al debito ecologico, dalla sovranità alimentare alla necessità di spingere ulteriormente sul sentiero di una integrazione latinoamericana marcatamente anticapitalista basata sulle necessità immediate di tutti coloro che sono ancora esclusi e vivono in condizioni di grave emarginazione.
È la prima volta che quattro presidenti decidono di venire nel luogo definito l’Assemblea dell’Umanità e di rendere omaggio ai movimenti sociali.
Correa:«Il consenso di Washington è finito. Nessuno poteva pensare dieci anni fa che ciò sarebbe avvenuto e questo lo si devo sicuramente alla spinta propulsiva ed alle lotte dei movimenti sociali. Il neoliberismo rappresenta la morte, mentre il Fsm la vita. Noi vogliamo costruire un altro mondo insieme a voi, a partire da un’azione collettiva che metta al centro la giustizia sociale ed il buen vivir, i diritti della foresta amazzonica ed un nuovo paradigma di relazione con il nord del mondo, che dovrà riconoscere l’enorme debito ecologico contratto con noi in questi secoli», ha detto il presidente ecuadoriano. Così come Fernando Lugo ricordava i momenti in cui negli anni passati partecipava al forum come semplice iscritto, viaggiando in pulman sino a Porto Alegre o a Caracas. «Siete voi la speranza ed il cambiamento reale. Voi ci avete dato la possibilità di essere qui e senza le vostre lotte noi non saremmo niente. La nostra anima non avrà pace sino a quando non avremo giustizia sociale per tutti». Il presidente paraguyano ha poi fatto un affondo al suo collega brasiliano Lula, chiedendogli apertamente di rivedere gli accordi capestro sullo sfruttamento delle risorse energetiche del suo paese, visto che un’integrazione vera passa solo per il rispetto mutuo.
«Abbiamo delle grandi responsabilità, verso la vita, verso la giustizia e verso la nostra Madre Terra. Il cambio deve partire da noi. Siamo noi che dobbiamo continuare a cambiare ed io vi chiedo di continuare a guidarmi. Come dice il subcomandante Marcos, noi dobbiamo governare obbedendo al popolo». È stata poi la volta di Chavez che ha nel suo intervento ricordato più volte l’importanza della rivoluzione cubana anche nel processo culturale del Fsm. «Noi quattro siamo tutti figli di un tipo che si chiama Fidel Castro a cui va tutto il nostro amore e gratitudine per aver resistito da solo per cinquanta anni contro l’impero più pericoloso della storia. Oggi sono le vostre lotte che ci hanno portato qui e come dice Fidel, il testimone è passato a voi. Lui mi ha detto che siete voi che dovete guidare il mondo e cambiarlo».



LA VERGOGNA DEL PIANETA

Ragazzi soldato, baby prostitute, lavoro privo di dirittti.

I dati sono impressionanti. Si stima che i minori in schiavitù siano milioni. C'è chi parla di 5, chi dice che il numero è molto maggiore. La piaga riguarda l'intero pianeta. Si presenta sostanzialmente con tre facce. La prima è quella dei bambini soldato. Sono mezzo milione, impiegati soprattutto in Africa ( ma anche alcuni eserciti occidentali arruolano minorenni). Fra loro molti sono giovanissimi, l'età media tende paurosamente ad abbassarsi. I signori della guerra mettono loro un'arma in mano e li costringono a sparare e a uccidere. Le testimonianze che si trovano in rete sono sconvolgenti. C'è poi la dimensione dello sfruttamento sessuale. Qui le stime dicono che il 77 per cento delle persone costrette a prostituirsi ha merno di 18 anni. Sono ragazze provenienti da paesi poveri di Asia, Africa, America Latina, ma anche Europa Orientale. Gli abusi sono selvaggi, le responsabilità degli adulti enormi. La tratta dei bambini è estramente lucrosa. In internet le associazioni umanitarie, che si battono per contrastarla, sottolineano quanto questi traffici siano estremamente redditizi, molto più della stessa droga perché la stessa persona può essere rivenduta centinaia di volte.
L'ultimo aspetto è quello dello sfruttamento dei minori in fabbrica e in agricoltura. In questi anni grandi multinazionali hanno chiuso entrambi gli occhi davanti a questo fenomeno. E' accaduto anche per aziende di nazioni civilissime come la Svezia ( vedi la denuncia contenuta nel libro di Stieg Larsson recentemente pubblicato in Italia). Prodotti venduti a caro prezzo in Occidente sono stati assemblati da bambini pagati pochi centesimi. Dietro tutto questo storie di miseria e di degrado. Eppure sul web si incontrano anche i racconti di chi è riuscito a intervenire. Alle volte bastano pochissimi soldi per impedire che le famiglie vendano le proprie figlie. L'importante è che questo denaro non finisca nelle mani sbagliate. Perché è successo anche questo in un pianeta dove sembra esserci veramente poco spazio per la compassione e l'umanità.




video


Dobbiamo sempre tener presente che esiste una realtà diversa dalla nostra,
contro la quale andiamo a sbattere quotidianamente, fatta di
non persone che, per danaro o potere, sfruttano esseri umani,
non persone che umiliano la dignità morale e fisica della nostra specie.

FAME e COLERA

Ha ormai superato i tremila morti e i 60mila casi di contagio l'epidemia di colera che dallo scorso agosto ha investito lo Zimbabwe. E la situazione è "fuori controllo". A dare l'allarme è l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha diffuso l'ultimo bilancio dell'epidemia: il numero delle vittime accertate è di 3.161, mentre quello degli episodi conclamati della malattia è di 60.401 . Rispetto all'ultimo aggiornamento di ieri, l'incremento è stato rispettivamente di 57 e di 1.579 unità, facendo registrare così la peggiore epidemia avvenuta in Africa negli ultimi quattordici anni.

Secondo l'Oms, quasi la metà dei 12 milioni di abitanti dello Zimbabwe rischia di contrarre la malattia a causa delle precarie condizioni di vita nel paese. L'epidemia ha già colpito anche i paesi vicini, in particolare il Sudafrica, dove sono stati registrati 2.600 casi di contagio e 31 decessi. Tra le cause dell'epidemia c'è il collasso del sistema snaitario nazionale, dovuto alla grave crisi economica che il paese sta attraversando, e il conseguente inquinamento delle acque.
Come se non bastasse, i 12 milioni di abitanti dell'ex granaio dell'Africa adesso si trovano a fare i conti anche con problemi di nutrizione quotidiana a causa di un governo fantasma che non si riesce a formare da sei mesi, oltre ad un'inflazione che ha raggiunto l'iperbolica cifra di 231 milioni per cento.

Sette milioni di abitanti, sostiene un allarmato rapporto del Pam, per sopravvivere dipendono da un aiuto alimentare. Hanno bisogno di assistenza, devono ricorrere agli aiuti degli organismi internazionali e delle ong che a fatica distribuiscono cibi primari e medicine di base. Il Pam, spiega il portavoce del Programma alimentare mondiale nell'Africa australe, Richard Lee, aveva inizialmente previsto che cinque milioni di abitanti dovevano essere sostenuti entro giugno di quest'anno. Ma la gravissima crisi economica e alimentare del paese ha fatto rivedere al rialzo questa stima e ad anticipare i tempi. Già oggi, a fine gennaio, il Pam è costretto a razionare gli aiuti per riuscire a sfamare tutta la popolazione bisognosa. Ogni famiglia riceverà solo 5 chili di cereali al mese, pari a solo 600 calorie al giorno, rispetto ai dieci ottenuti fino a dicembre scorso e ai 12 distribuiti nel 2008. Se a questo drammatico dato si somma anche il tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 94 per cento della popolazione attiva, non è esagerato parlare di disastro umanitario. Soltanto 480 mila persone, su una popolazione di 12 milioni di abitanti, avrebbero un lavoro pagato. Male e poco, ma pagato. Il resto, praticamente la stragrande maggioranza, resta a zonzo tutto il giorno, spesso tappata in casa perché non è in grado di comprare niente. Molti hanno rinunciato al lavoro, come i docenti, gli infermieri e i medici, perché il biglietto del bus con cui si spostano ogni mattina costa più di quanto percepiscono ogni mese. Tra i sei e i sette milioni sono fuggiti nei paesi vicini.




giovedì 29 gennaio 2009

LA PRIMA di OBAMA

E' dedicata alla parità salariale e ispirata a una lavoratrice di nome Lilly la prima legge che porta la firma del presidente Barack Obama: il testo mira a facilitare azioni legali da parte delle persone discriminate sul lavoro. Obama ha sottolineato, durante la cerimonia della firma alla Casa Bianca, che la legge rafforza il rispetto del principio che "tutte le persone sono create uguali" e meritano di "ricevere pari opportunità".
La legge è dedicata a Lilly Ledbetter, una lavoratrice della Goodyear che scoprì dopo anni di servizio di ricevere una paga inferiore solo per il fatto di essere donna. La stessa Ledbetter ha partecipato alla cerimonia di firma della legge nella East Room della Casa Bianca. La legge porta proprio il nome della lavoratrice (Lilly Ledbetter Fair Pay Act), e Obama l'ha firmata dinanzi alle telecamere in diretta, affiancato dal vicepresidente Joseph Biden, dal segretario di Stato, Hillary Clinton, e dalla stessa Ledbetter.
La legge sull'equità salariale era stata una delle questioni più delicate durante la campagna elettorale, particolarmente cara proprio ai sindacati e alle elettrici. In media infatti le donne negli Stati Uniti sono pagate il 23 per cento in meno degli uomini; e quelle appartenenti a minoranze etniche ancora di meno. "Nel firmare questa legge, voglio mandare un segnale chiaro", ha detto il presidente democratico, "che fare in modo che la nostra economia funzioni significa assicurarsi che funzioni per tutti, che non ci siano cittadini di serie B nei nostri luoghi di lavoro".



Chi mi sa dire qual è stata la prima di B. ?





NOTIZIE dal FSM

Il secondo giorno del Forum sociale mondiale è stato dedicato alle lotte dei movimenti sociali indigeni, per la difesa dell'Amazzonia e per un diverso modello sociale ed economico. Al centro dei dibattiti di quest'oggi l'incombente minaccia dell'IIRSA, l'Iniziativa per l'Integrazione Regionale del Sud America: un piano di investimenti infrastrutturali che coinvolge tutta la regione e che prevede la costruzione di reti viarie, porti fluviali e mega infrastrutture idroelettriche, minerarie e di estrazione petrolifera. Un progetto che costituisce per l'Amazzonia la minaccia definitiva. Contro di esso i movimenti indigeni latinoamericani hanno messo in campo una massiccia campagna di informazione e opposizione, chiedendo ai governi dell'area di rinunciare al progetto in nome della tutela del polmone verde del pianeta.Altri temi emersi dalle analisi della giornata sono stati la lotta all'espansione delle monocolture destinate all'agro business, la difesa dei diritti dei popoli amazzonici, la criminalizzazione dei movimenti sociali ed indigeni, l'importanza dei processi di integrazione regionale che hanno portato negli ultimi anni a profondi cambiamenti in diversi paesi del subcontinente.Processi costituenti che hanno portato all'approvazione di carte costituzionali nuove (come in Ecuador e in Bolivia) che riconoscono forme nuove di stato e di economia e emancipano la natura da oggetto a soggetto di diritto attribuendole per la prima volta diritti propri. In difesa dell'Amazzonia anche la prima istallazione indigena nella storia di questo forum, che ha visto durante la giornata di apertura 1000 indigeni formare con i propri corpi la scritta “SOS Amazzonia”.




Vedi anche 1 - 2








ANCORA ORRORE IN SRI LANKA

Oltre duecento civili tamil gravemente feriti, tra cui anche cinquanta bambini, sono stati portati fuori dalla zona dei combattimenti tra esercito e Ltte. Questa mattina, durante una brevissima tregua appositamente concordata tra le parti, il convoglio dell'Onu e della Croce Rossa Internazionale, che martedì aveva dovuto fare marcia indietro a causa dei combattimenti, è riuscito a oltrepassare la linea del fronte di Puthukkudiyiruppu e a raggiungere l'ospedale di Vavuniya, in territorio governativo.
"Almeno 250 civili tamil uccisi in una settimana". Per questi pochi civili tamil portati in salvo, altri 250 mila rimangono però intrappolati nei 300 chilometri quadrati di giungla, paludi e palmeti ancora in mano alle Tigri tamil, sotto le bombe dell'esercito che continuano a cadere anche sulla piccola 'zona di sicurezza'. Ieri, mentre le truppe governative continuavano la loro lenta ma inesorabile avanzata conquistando il villaggio di Visuamadu, altri 23 civili sarebbero morti e 121 sarebbero rimasti feriti nei bombardamenti dell'artiglieria singalese. Il dottor Thurairajah Varatharajah, responsabile sanitario governativo del distretto di Mullaitivu, ha dichiarato che i civili tamil uccisi nell'ultima settimana sono "tra i 250 e i 300" e i feriti 1.140.
Il governo di Colombo critica Onu e Croce Rossa. Gli allarmi umanitari lanciati negli scorsi giorni da Croce Rossa Internazionale e Nazioni Unite - a cui oggi fanno eco Human Rights Watch e Amensty International - hanno suscitato seccate reazioni da parte del governo di Colombo. "Non dico che loro (Onu e Icrc, ndr) dicano bugie, ma esagerano", ha dichiarato il ministro della Difesa Gotabaya Rajapakse (fratello del presidente nazionalista, Mahinda), escludendo ogni possibilità di una tregua umanitaria. Rajiva Wijesinha, ministro per la Gestione dei Disastri e i Diritti Umani, è stato ancora più duro, soprattutto verso la Croce Rossa Internazionale: "Le dichiarazioni di Ginevra (che invitavano entrambe le parti alla tutela dei civili, ndr) suggeriscono ignoranza dei fatti o ingenuità. Il principio di neutralità cui la Croce Rossa si attiene non può vuol dire mancare di obiettività e generalizzare così da mettere il governo in cattiva luce".

Enrico Piovesana

Vedi anche qui



L’ALTRO FORUM a DAVOS

Intanto nell’altro Forum, quello economico, in un silenzio contrito i Vip del capitalismo mondiale hanno ascoltato la dura requisitoria dei leader cinese e russo contro le colpe del capitalismo occidentale e i disastri che la nostra malafinanza infligge al mondo intero. Assenti gli esponenti dell'Amministrazione Obama - trattenuti a Washington per i piani d'emergenza antirecessione - il summit dell'establishment globale è stato aperto d'imperio da Wen Jiabao e Vladimir Putin. Nessuno dei due ha fatto degli sconti all'Occidente. Il premier cinese ha avuto parole severe contro "l'eccessiva espansione delle istituzioni finanziarie, il fallimento di chi doveva regolare i mercati, il prevalere della finanza sull'economia reale". Una frecciata particolare Wen l'ha scagliata contro l'America, le sue "politiche macroeconomiche sbagliate" che hanno provocato "insufficienza di risparmio e gravi squilibri mondiali". Putin ha rincarato la dose, sfoderando il suo sarcasmo feroce: "Un anno fa qui a Davos i leader americani continuavano a rassicurarci sulla stabilità del loro sistema. Oggi la maggior parte delle banche di Wall Street di fatto non esistono più, le loro perdite in dodici mesi hanno cancellato gli utili di 25 anni. Non troveremo la terapia giusta per uscirne, se non abbiamo chiare le cause di questa tempesta perfetta".


(seguito) 29/1/2009 h.15.35

“Alla popolazione di Gaza serve aiuto e serve subito”: a margine del Forum economico internazionale di Davos, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha rinnovato gli appelli alla comunità internazionale e ai governi dei paesi ricchi per aiutare la popolazione della Striscia pesantemente segnata dai 22 giorni di bombardamenti dell’operazione israeliana ‘Piombo fuso’. “La gente di Gaza – ha detto Ban Ki-moon – ha grandemente sofferto durante le tre settimane di operazioni militari; più di un terzo delle 6600 persone uccise o ferite sono bambini e donne e come padre sono stato particolarmente colpito dalla sofferenza e dai traumi subiti da così tante famiglie”. Chiedendo lo stanziamento urgente di una cifra pari a 500 milioni di euro, il massimo esponente dell’Onu ha fatto un rapido quadro della situazione: “La gente – ha sottolineato – ha perso familiari, case, beni e non dispone di mezzi di sussistenza; scuole, ospedali, fabbriche e negozi sono andati distrutti”. Ieri, in una relazione consegnata al Consiglio di sicurezza, era stato John Holmes, vice-segretario generale e coordinatore dell’Onu per gli aiuti umanitari, a mettere l’accento sulla gravità dei danni causati dai bombardamenti israeliani: “Mi aspettavo di trovare una situazione al limite – ha detto Holmes - ma sono rimasto scioccato alla vista della sofferenza umana e della distruzione che ho potuto constatare di persona”. Citando dati del ministero della Sanità palestinese, definiti attendibili, Holmes ha sottolineato che 1300 persone sono rimaste uccise, 5300 ferite, 21.000 abitazioni distrutte o rese inagibili. “Perfino prendendo in considerazione le preoccupazioni di Israele sulla sicurezza dei suoi cittadini – aveva concluso Holmes - è evidente la mancata protezione della popolazione palestinese e degli operatori umanitari da parte dell’esercito israeliano”.[GB]

MISTERO BUFFO 2, LA VENDETTA


Quarant'anni dopo quel fatidico giorno alla Statale di Milano , “Mistero Buffo” di Dario Fo, applaudito migliaia di volte in tutto il mondo, rinasce a seconda vita, irriverente e scanzonato più che mai.
Fo, giullare e Nobel, aprirà le celebrazioni carnascialesche sabato 14 febbraio, in piazza San Marco a Venezia con una furibonda quanto spassosa invettiva sull'Italia di oggi e i suoi sconsiderati protagonisti
«Il Carnevale è il tempo della follia, il momento giusto per parlare di un Paese di pazzi — avverte —. Un Paese di Pantaloni e di Arlecchini. Ma soprattutto di Zanni, maschere disperate, poveri cristi senza lavoro e senza pane. Come i tanti migranti che sbarcano da noi, i nuovi schiavi di oggi. Come gli italiani stessi, ormai senza più prospettive di futuro, pronti a essere inghiottiti da una crisi devastante tra sghignazzi e battutacce di governanti truffaldini.
Ti senti circondato. Dove sono finiti quelli che la pensano in modo diverso? La sinistra ormai è in coma irreversibile. Staccare la spina sarebbe un atto umanitario. L'unica attività di cui sembra ancora capace è quella di dividersi. All'infinito, come atomi squinternati che sbattono l'uno contro l'altro, che cercano di fagocitarsi a vicenda
. Il Pd e la parte molle della sinistra non fanno che ripetere in modo sciocco le stesse cose della destra. Come loro non pensano ai problemi della gente ma a tener in piedi il loro apparato. Non hanno il coraggio di tirar fuori idee proprie, proposte chiare».
Eppure, sostiene Fo, per trovare la rotta stavolta non occorrerebbe neanche andare a sinistra. Il modello ora è lì, nella culla del capitalismo. «Se gli Usa hanno eletto uno come Obama è perché si sono resi conto che per far fronte allo sfacelo dell'economia e dell'ecologia serviva qualcuno capace di sterzare senza paura. E difatti a poche ore dall'investitura, Obama ha già messo a segno precise direttive: promozione di energie alternative, apertura al mondo musulmano, salvaguardia dei diritti umani. Pagherei per vedere arrivare uno come lui. Ma meglio di no. Litigiosi e autodistruttivi come siamo saremmo in grado di affondare anche loro. Da noi si continua a sostenere petrolio e petrolieri, a proteggere la finanza allegra, a fare squallido cabaret sulla violenza alle donne. Persino il Papa ci si è messo. Pronto a scomunicare tutti. Tranne i vescovi che parlano in latinorum e negano l'Olocausto».
Bonifacio VIII versione 2009 somiglierà a Benedetto XVI?
«Beh, qualche tratto affiorerà. Leggero e allusivo come quel venticello spiritoso che una volta gli ha portato via lo zucchetto. Basta un gesto, un accenno a una veste frou frou... Le vanità vaticane, si sa, seguono sempre le mode».


Dario Fo - Gesú litiga con Bonifacio VIII (Mistero Buffo ,1977)




mercoledì 28 gennaio 2009

LUBAMBA ACCUSATO DA UN EX-BAMBINO SOLDATO

Sono trascorsi dieci anni, ma ricorda tutto come fosse stato ieri. Nel 1999 era uno studente. Quinta elementare, pochi libri sotto il braccio, il sorriso stampato sulla bocca, lo sguardo spensierato, la voglia di divertirsi. Nonostante la guerra, gli scontri per il controllo dello Iuri, piccola regione nel nord est del Congo.
Adesso è qui, davanti alla Corte penale internazionale, il Tribunale per i crimini dell'Aja. Lo hanno contattato, protetto, convinto a testimoniare nel primo, grande processo per uno dei crimini più orrendi e diffusi in molti paesi centroafricani: il reclutamento dei soldati bambino.
"Alcuni studenti", rievoca in swaili, l'unica lingua che sa parlare, "erano direttamente arruolati per strada. Io sono stato uno di questi. Ci hanno portato nei campi militari mentre tornavamo a casa, all'uscita di scuola".
Protetto da una tendina, la voce alterata dal computer, l'ex soldato bambino evita di guardare il grande imputato del processo che lo scruta serio, a pochi metri di distanza: Thomas Lubanga, oggi 48 anni, dal 1999 al 2003 leader dell'Union des patriotes congolaise, colpito da mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e arruolamento di minori durante il conflitto per il controllo dello Iuri, arrestato nel febbraio del 2005 poco dopo l'uccisione di nove caschi blu della Monuc, la missione Onu in Congo.
Ci vorranno mesi prima di arrivare ad una sentenza. Ma quella di stamani è stata un'udienza che a ragione, senza voler essere retorici, la Corte di giustizia internazionale ha definito storica. La piaga dei bambini soldato è una realtà sempre denunciata in Africa ma mai approdata ad un giudizio di tipo penale. Per la difficoltà a trovare i testimoni, a raccogliere prove concrete, visive. A definire una pratica odiosa in un contesto processuale, con le sue regole, i suoi tempi, le sue garanzie……
Mentre il giovane "kadogo", il soldato-bambino, tornava a quegli anni, Lubanga ha seguito in silenzio….
l'omertà che ha sempre circondato l'arruolamento dei bambini soldato, quasi seimila nel solo Iuri, è stata finalmente infranta.








FOTO della MARCIA di BELEM






























Belém (FSM)

Sotto una pioggia torrenziale, migliaia di persone hanno riempito le strade di Belém, capitale dello stato amazzonico di Pará, dando vita a una marcia multicolore tra musica, danze, canti e una folta presenza di indigeni di diverse etnie latino-americane, africani e quilombolas, i discendenti degli schiavi neri. Con un’invocazione alle divinità ancestrali anche per la pioggia, “che porta fertilità, amore e allegria” e che a Belém è prevista ogni giorno in questo periodo dell’anno.
Per la prima volta dalla sua creazione nel 2001, il Forum social Mundial (FSM) ha iniziato la sua IX edizione senza attacchi agli Stati Uniti, una costante durante gli otto anni del governo Bush. Per la prima volta, in otto anni di vita del Forum, non sono stati sollevati striscioni né si sono alzate grida di protesta contro l’ormai ex-inquilino della Casa Bianca, ma ha predominato un clima di simpatia e speranza verso il nuovo presidente americano, Barack Obama. Secondo la stampa locale, uno dei partecipanti era in marcia coperto dalla bandiera americana, senza che sia stato fatto oggetto di ostilità da parte di alcuno degli altri manifestanti.
La prime dichiarazioni di Obama iniziano ad avere i loro primi effetti?
Messaggi di solidarietà con il popolo palestinese, proteste per la recente guerra contro Gaza e appelli per una “Palestina libera e sovrana” sono risuonati tra i partecipanti, accompagnati da condanne per la crisi del capitalismo e del neo-liberismo, ‘sepolti’ in modo simbolico, e da un ‘S.O.S. per la salvezza dell’Amazzonia’ con 1500 indigeni uniti in una catena umana nel campus dell’Università federale rurale dell’Amazzonia (Ufra) per comporre le parole ‘Salve a Amazonia’. “Siamo qui per far sentire la voce dei nostri popoli che non vogliono vedere le loro terre e le loro acque trasformate in mercanzia. La terra e l’acqua sono la vita e la vita non si vende” ha detto l’india aymara boliviana Viviana Lima riassumendo le istanze delle comunità native. Si sono levati appelli anche per l’immediata revoca dell’embargo americano contro Cuba, nell’anno in cui si celebra il 50° anniversario della Rivoluzione. “Il mondo a cui aspira Belém ha una razionalità di cui quest’altro mondo, quello globalizzato, è privo.


Indígenas brasileños marchan en la inauguración del Foro Social en Belem, Brasil. AP


La marcia di apertura (caminada) che dal porto di Belem è giunta fino alla Praca di Sao Bras ha avuto innanzitutto tutti i caratteri della festa. Una caminada a passo di Samba. E non poteva essere diversamente in questo Paese grande quanto un continente che la Samba della vita se la porta nel sangue. D'altra parte i partecipanti sono tantissimi al punto che non ci si azzarda a fare un calcolo, ma è pur vero che la stragrande maggioranza sono brasiliane e brasiliani arrivati da ogni Stato della federazione. Ci sono espressioni le più diverse e ciascuna con la propria rivendicazione e la propria piattaforma politica ambientalista, sindacale, dei diritti umani, della fine dei conflitti... Si distinguono due presenze. I palestinesi che sempre hanno garantito la propria presenza ma che quest'anno sono circondati dalla solidarietà di tutti e i popoli indigeni. Colorati e visibili i popoli di questa foresta amazzonica ma anche peruviani, guatemaltechi, argentini... "Peblo Quechua" - grida una voce. La risposta: "Presente". "Pueblo Mapuche", "Presente"....





PAROLE ANCORA ATTUALI

UNA NUOVA CULTURA

Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultu­ra che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini .

"Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che. di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau.

Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato ch’era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava la inviolabilità loro.

Non è anzi­tutto di questa «cosa» che c’insegnava l’inviolabilità loro? Questa «cosa », voglio subito dirlo, non è altro che la cultura; lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo la­tino, cristianesimo medioevale,. umanesimo, riforma, illuminismo, libe­ralismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce, Benda, Huitzinga, Dewey, Maritain, Bernanos e Unamuno, Un Yutang e Santayana, Valéry, Gide e Berdiaev.Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo.

E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli? Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da quella che pos­siamo darci noi stessi: e non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini. Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo.

Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell'intel­letto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro: alle possibilità di fare, anche l'uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano che, in ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro.


E' qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli' uomini? Io nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nel­l'U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società.

Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori?
Dallo spettacolo di ciò che l'uomo soffre nella società. L'uomo ha sofferto nella società, l'uomo soffre.

E che cosa fa la cultura per l'uomo che soffre? Cerca di consolarlo.Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era «sua» in Italia o in Germania per impe­dire l'avvento al potere del fascismo, né erano «suoi» i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l'avventura d'Etiopia, l'intervento fascista in Spagna, 1'« Anschluss» o il patto di Monaco.

Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano «suoi»? La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è soçietà perché ha in sé l'eterna rinuncia del «dare a Cesare» e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, vi­venti con la società stessa come la società stessa vive.

Potremo mai avere una cultura che "'Sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scon­giuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell'impotenza o un astratto furore.


Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada che ancora oggi ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali ita­liani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici.

Vi sono ragioni dell'idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze? Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell'« anima ».Mentre non volere occuparsi che dell'« anima» lasciando a «Cesare» di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a «Cesare» (o a Done­gani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio «sull'ani­ma» dell'uomo.


Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell'uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?




ELIO VITTORINI
(n.1 del "Politecnico ", 29 settembre 1945)



Ringrazio Loris per avermi fatto conoscere un pezzo di Vittorini

da me sconosciuto.

MINATORI ABUSIVI UCCIDONO INDIOS YEKUANA

Mercoledì scorso, nello Stato brasiliano di Roraima, alcuni cercatori d’oro illegali hanno ucciso a colpi di arma da fuoco un leader yekuana e ferito suo figlio.
Vicente Carton e suo figlio Ronildo, entrambi appartenenti alla tribù degli Yekuana, si erano rifiutati di accompagnare i minatori nella riserva degli Yanomami attraverso le rapide del fiume Uraricoera. I minatori hanno aperto il fuoco contro di loro e Vicente è morto all’istante, mentre Ronildo è riuscito a scappare tuffandosi nel fiume. Nascostosi nella foresta, alla fine è riuscito a ritornare al villaggio.
Gli Yekuana vivono a Uaicás, una grande comunità a nord del territorio yanomami, e in diverse altre comunità appena al di fuori della riserva. Sono esperti navigatori fluviali, famosi per le loro grandi canoe di legno.
Da un anno almeno, gli Yanomami stanno denunciando pubblicamente la presenza di minatori abusivi nella loro terra, ma le autorità non hanno fatto niente per rimuoverli. Il fratello di Ronildo avverte che “i minatori sono armati e pericolosi”.
Gli Yanomami e gli Yekuana si stanno solo adesso riprendendo dell’imponente corsa all’oro che negli anni Ottanta decimò la loro popolazione mediante violenze e malattie. Nel 1992, dopo anni di pressioni da parte degli Indiani stessi e dei loro sostenitori, il governo brasiliano e quello venezuelano riconobbero finalmente il territorio yanomami ponendo fine alle invasioni, almeno sulla carta.
Quest’ultimo tragico incidente è un chiaro segnale del fatto che le invasioni sono in aumento e che le attività minerarie illegali stanno riguadagnando terreno.
Le violenze contro i popoli indiani non si limitano unicamente al nord del Brasile. Valmireide Zoromará, leader dei Paresi, è stata assassinata all’inizio del mese nello Stato del Mato Grosso per mano degli imprenditori agricoli. Quando le hanno sparato, stava pescando con la sua famiglia. All’origine dell’assassinio ci sono probabilmente i conflitti legati alla terra.
Secondo le stime del CIMI, un’organizzazione brasiliana per i diritti degli indiani, nel 2008 sono stati assassinati almeno 53 Indiani in nove diversi stati brasiliani.
Quarda l'intervista filmata rilasciata dal leader degli Yanomami Davi Kopenawa sull'impatto delle attività minerarie nel loro territorio (in portoghese e inglese).


A Corrida do Ouro







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