Origini del Primo maggio
Tra Ottocento e Novecento
Il Ventennio fascista
Dal dopoguerra a oggi
Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese :
"Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi".
Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue.
Man mano che ci si avvicina al 1 maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l'opera di sensibilizzazione sul significato di quell'appuntamento.
"Lavoratori - si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 - ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!".
Monta intanto un clima di tensione, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perché non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere.
Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1 maggio che per la domenica successiva, 4 maggio.
In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva.
Proprio per questo la riuscita del 1 maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori,che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un'iniziativa di carattere internazionale.
In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa.
"La manifestazione del 1 maggio - commenta a caldo Antonio Labriola - ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista".
Anche negli altri paesi il 1 maggio ha un'ottima riuscita:
"Il proletariato d'Europa e d'America - afferma compiaciuto Fiedrich Engels - passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti".
Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo.
Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi". Tra Ottocento e Novecento
Inizia così la tradizione del 1 maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L'obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento.
Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffraggio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.
Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta ?
Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.
Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1 maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa.
Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.
Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio.Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1 maggio assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.
Renato Guttuso, Portella della Ginestra, 1953, olio su carta intelata, cm.105x200
Dal dopoguerra a oggi
All'indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo. Appena due anni dopo il 1 maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio.
Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa.
Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, hanno portato al progressivo abbandono delle tradizionali forme di celebrazione del 1 maggio.
Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti:
"Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l'interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa de'sensi; e un'accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell'avvenire, naturalmente è portata a quell'esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa".
Fonte: Cgil di Roma e del Lazio - Archivio Storico "Manuela Mezzelani"
mercoledì 29 aprile 2009
WE ARE NOT CRIMINALS
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I rifugiati e gli immigrati che arrivano a Malta sono costretti alla reclusione in centri di detenzione all’interno dei quali le condizioni di vita sono sconvolgenti e minano la loro salute mentale e fisica. MSF pubblica il rapporto Not Criminals per denunciare le condizioni di vita inaccettabili e disumane nei centri di detenzione di Malta e rinnova la richiesta di miglioramento immediato delle condizioni di vita nei centri.
MSF pubblica il rapporto Not Criminals per denunciare le condizioni di vita inaccettabili e disumane nei centri di detenzione di Malta e rinnova la richiesta di miglioramento immediato delle condizioni di vita nei centri.
Graffiti in un centro di detenzione
“Ho attraversato il deserto per sfuggire alla violenza della Somalia e ho raggiunto Tripoli quando la mia gravidanza era quasi al termine. Il giorno della mia partenza ho comprato un paio di forbici nuove e le ho custodite con cura. Volevo che restassero pulite. Mia figlia è nata il primo giorno di barca. Un uomo e una donna mi hanno assistita durante il parto: lui mi bloccava le braccia; lei ha tagliato il cordone ombelicale con le mie nuovissime forbici. Eravamo in 77 su quella barca, eravamo talmente schiacciati che non riuscivamo nemmeno a muoverci. I giorni successivi il mare era agitato. L’uomo e la donna si tenevano stretti a me e io stringevo forte a me mia figlia, temevo potesse finire in mare. Nei quattro giorni successivi abbiamo sofferto molto per la mancanza di cibo e acqua, anche mia figlia perché il mio seno era stato asciugato dalla paura e la fame”.
Donna somala
Nel corso degli ultimi anni numerosi migranti e richiedenti asilo hanno lasciato la costa libica per raggiungere Malta alla ricerca di rifugio e condizioni di vita migliori. Il viaggio su barche piccole è molto duro. Per intere giornate gli uomini, le donne e i bambini a bordo sono costretti a restare immobili. Il cibo e l’acqua sono limitati e i migranti sono esposti al sole e alla pioggia. Quelli che sopravvivono al viaggio sono costretti ad affrontare le terribili condizioni di vita nei centri di detenzione di Malta e devono sopportare trattamenti inumani.
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La politica di detenzione sistematica nel paese mira a dissuadere le persone dall’entrare irregolarmente nel territorio. All’arrivo a Malta gli immigrati irregolari e i richiedenti asilo politico sono costretti a restare in centri di detenzione sovraffollati per 18 mesi. Nonostante le nuove strategie messe in atto per ridurre gli arrivi e nonostante i controlli più assidui lungo il confine meridionale europeo, nel 2008 il numero di persone sbarcate è aumentato, con 2.704 nuovi arrivi e dall’inizio del 2009 si sta confermando la se tassa tendenza. La maggioranza delle persone si dirige verso Malta per fuggire da guerre civili, persecuzioni, problemi economici o catastrofi ambientali – motivazioni più incisive dell’effetto deterrente dei centri di detenzione.
I flussi dei nuovi arrivi stanno ulteriormente peggiorando le condizioni di vita già disumane dei detenuti. Sovraffollamento, condizioni igieniche terribili e ricoveri inadeguati nei centri, espongono i detenuti al rischio di infezioni respiratorie e dermatologiche. L’accesso all’assistenza sanitaria è insufficiente e la buona salute dei detenuti ne soffre di conseguenza. I detenuti affetti da malattie infettive sono tenuti insieme a quelli in buona salute il che contribuisce alla diffusione di epidemie. Prima di ricevere le cure prescritte durante le visite i pazienti sono costretti ad aspettare giorni interi, a volte settimane. Le categorie vulnerabili – donne incinte, bambini e malati – sono tenute nei centri di detenzione e vengono rilasciate solo dopo il parere di una commissione locale che analizza i casi individualmente.
Le condizioni di vita nuocciono alla salute dei detenuti
“In ottobre è cominciato ad essere più freddo. Io, mia madre e mia zia dormivamo su due materassi, ma nella nostra stanza le finestre erano rotte ed era molto freddo. Così ho deciso di andare a dormire con altre due persone etiopi: la loro stanza era molto piccola e senza finestre, quindi non faceva freddo. Questa stanza però era nella zona dei bagni e per raggiungerla ho dovuto camminare sul pavimento che era ricoperto d’acqua. E puzzava sempre. Alla fine di ottobre mi sono ammalato molto, avevo una brutta infezione ai polmoni. Mi hanno portato in ospedale dove mi hanno ricoverato per più di dieci giorni. Quando mi sono ripreso, ho pianto perché non volevo ritornare in prigione.”
Ragazzo etiope trattenuto dieci settimane in un centro di detenzione
Tra agosto 2008 e febbraio 2009, MSF ha fornito assistenza sanitaria in tre centri di detenzione: Safi, Lyster Barracks e Ta’kandja. Ma è subito risultato evidente che l’impatto di questa assistenza sanitaria era limitato dalle condizioni di vita dei centri. Il 17 per cento delle diagnosi mediche effettuate dallo staff di MSF durante le visite ai pazienti era composto di problemi respiratori legati all’esposizione al freddo e alla mancanza di cure per le infezioni. Le patologie cutanee, largamente diffuse, sono strettamente connesse al sovraffollamento e alla scarsa igiene dei centri.
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“Lavorare come medico in un ambiente come questo è frustrante e a volte privo di logica. Come è possibile curare un paziente affetto da un’infezione toracica e rimandarlo a dormire su di un materasso umido sul pavimento accanto a una finestra rotta, in pieno inverno? Come possiamo consigliare a un paziente in ipertensione di controllare la dieta e fare esercizio fisico quando è tenuto in una cella sovraffollata con un accesso all’esterno limitato? I pazienti spesso necessitavano di più visite per gli stessi disturbi poiché i sintomi persistevano a causa dell’ambiente in cui vivevano”, ha affermato Philippa Farrugia, dottoressa di MSF a Malta.
In numerose occasioni MSF ha sollevato il problema delle condizioni dei centri di detenzione alle autorità maltesi: nonostante alcuni miglioramenti apportati, i centri sono ancora lontani dagli standard minimi di accoglienza per i richiedenti asilo istituiti dalla Commissione Europea.
Nel mese di marzo, MSF ha sospeso le attività all’interno dei centri di detenzione e ha pubblicamente denunciato le condizioni di vita e i rischi connessi a cui i migranti e i rifugiati politici erano esposti. Nel rapporto “Not Criminals”, MSF evidenzia le inaccettabili condizioni di vita dei centri e l’impatto conseguente sulla salute fisica e mentale dei migranti e dei rifugiati a Malta.
Scarica il rapporto Not criminals >> (PDF)
MSF ha cominciato a operare a Malta nell’agosto del 2008. Tra agosto 2008 e febbraio 2009 MSF ha effettuato 3.192 visite mediche a circa 2.000 pazienti in tre centri di detenzione. Tra dicembre 2008 e febbraio 2009, MSF ha condotto 266 consultazioni psicologici individuali e organizzato 30 sessioni di gruppo di educazione alla salute. Nonostante la sospensione delle attività nei centri di detenzione, MSF continua a fornire assistenza medica ai migranti e ai rifugiati politici che vivono in centri aperti, dove i detenuti sono trasferiti nel momento in cui le rispettive pratiche di asilo sono completate o in seguito al completamento del periodo di 18 mesi di detenzione.
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- Malta: where hysteria is no answer to the plight of refugees (guardian.co.uk)
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martedì 28 aprile 2009
MIX DI GENI IMPAZZITI
Poche settimane fa dalla Cina filtravano notizie frammentarie ma allarmanti di una nuova, grave epidemia virale. Il governo di Pechino ha cercato di mettere il silenziatore a tutta la faccenda, come per la Sars e per l’aviaria. «Nessuno ci deve morire tra le mani» è la parola d’ordine che le autorità hanno fatto circolare negli ospedali. In realtà l’infezione serpeggiava da un anno. Brutta storia. La malattia, indicata con l’oscura sigla Hfmd, irradiatasi dalla provincia di Henan, colpisce mani, piedi e bocca, causando danni neurologici. In fin di vita, i pazienti vengono dimessi con diagnosi generiche di malattie comuni: febbre, diarrea. Morendo a casa, le notizie della loro fine diventano inafferrabili. A causare l’Hfmd è l’enterovirus 71. Colpisce soprattutto i bambini sotto i cinque anni. Non esiste cura né vaccino.
Il settimanale cinese «Caijing» ha rotto l’omertà: «Dal 2008 in Cina ha colpito centomila persone, ma sul numero delle vittime non c’è ancora trasparenza». Cento volte più piccoli dei batteri, i virus sono in continua trasformazione. Il loro piccolo bagaglio genetico si evolve in pochi mesi. Questa natura camaleontica li rende particolarmente adatti a saltare la barriera di specie. Così virus fino a ieri confinati in animali che li tollerano perché hanno imparato a conviverci, possono diventare improvvisamente pericolosi per l’uomo. E’ il caso del virus della febbre suina. Il suo genoma è un nuovo mix tra il virus che colpisce i maiali del Nord-America e quello che colpisce i maiali euroasiatici. Ma è anche il caso tanto temuto della Sars e dell’aviaria, che infatti utilizza i maiali come ponte verso l’uomo. Dai maiali si pensava di ottenere organi per trapianti. I medici vi hanno rinunciato perché sono troppi i virus che potrebbero trasmetterci. A parte il notissimo Hiv dell’Aids, tra i virus recenti più temibili c’è Ebola.
Comparso nel 1976 in Sudan e nella Repubblica democratica del Congo (ex Zaire), sta devastando la già ristretta popolazione dei gorilla ma anche verso l’uomo è molto aggressivo. Tra il 1995 e il 2004 ha causato epidemie ricorrenti in Uganda, Congo e Sudan. Nel 2004 su 1850 casi di infezione i morti erano stati 1200. Altri 149 casi si sono registrati in Congo dal 2007 al 20 febbraio 2008, quando l’epidemia, almeno ufficialmente, si esaurì. L’Ebolavirus (ne esistono diversi ceppi) ha il suo serbatoio nei pipistrelli ma colonizza trentamila specie tra mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e artropodi. Sarebbe facile usarlo per fabbricare armi biologiche. Perciò è classificato come agente bioterroristico di categoria A. Si manifesta con emorragie intestinali, vomito, cefalea, vertigini. La Sars, Sindrome acuta respiratoria severa, apparve nella provincia cinese di Guandong ed estese la sua aggressione ad Hanoi e Hong Kong, tanto che l’Organizzazione mondiale della Sanità lanciò l’allarme globale. L’ultimo caso noto è del giugno 2003 a Taiwan, a luglio l’Oms ha dichiarato conclusa l’epidemia.
La Dengue fa la sua comparsa in Thailandia nel 1983. Nel nuovo millennio si calcola in tutto il mondo abbia colpito 50-100 milioni di persone. Considerata la più grave arbovirosi umana, trasmessa da una zanzara, causa febbre, debolezza, vomito. La rabbia dà epidemie ricorrenti. Esordisce nel 1700 in America, del 1885 è la prima vaccinazione, eppure dal 2000 a oggi ha prodotto ogni anno da 40 a 70 mila morti. Del 1993 è la prima epidemia di Sindrome polmonare da Hantavirus negli Stati Uniti, dove torna a farsi sentire nel 1998-99. Un nuovo focolaio si è avuto in Argentina e Stati Uniti nel 2003 con 350-400 infezioni all’anno. L’epatite C ha ormai infettato più di 200 milioni di persone nel mondo e il tre per cento della popolazione italiana. Nella forma più aggressiva porta al cancro del fegato. Sempre in agguato è il virus della febbre gialla, ma dal 1935 esiste il vaccino. Frequenti le epidemie in Africa e Sud America, con circa 30 mila morti all’anno. Il Marburg virus, isolato nel 1967 nella città tedesca, causa una febbre emorragica che ricorda l’Ebola. Nel 1999 in Malesia per la prima volta si è identificato nell’uomo il Nipah virus, è seguita un’epidemia a Singapore. Storicamente, il caso più interessante è quello del vaiolo. Edward Jenner ne ottenne un vaccino nel 1796, nel 1980 l’Oms lo dichiarò eradicato. Di esso sopravvive solo qualche esemplare, conservato in laboratorio.
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SONO LONTANO, MA VICINO A VOI
Nonostante ciò, ieri ho ricevuto da Sill, autrice di 2 blog molto interessanti ( Te-Pito-O-Te-Henua e Umbilicum Mundi) un premio, di cui sono molto orgoglioso, questo:
Ringrazio affettuosamente Sill, a cui mi lega in modo particolare l’ amore per il Brasile e, prossimamente, deciderò a chi girare questo premio, come vuole la consuetudine. Vi ringrazio tutti per la continua attenzione di cui mi degnate e scusate, ancora una volta, la programmazione dei miei post. Un saluto

KASHGAR: VIVERE NELLO XINJIANG ALL’OMBRA DI MAO
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Sono più di due secoli che gli antichi bazar della domenica animano la vita di Kashgar, la città oasi che sorge ai limiti del deserto del Taldamakan, a quattromila chilometri da Pechino, ultima tappa cinese dell’antica via della seta che dal 1° ottobre 1949 vive all’ombra della statua di Mao Zedong. Uzbeki, kazaki, tagiki, kirghizi, pakistani e afgani; centinaia di carovane che ogni settimana arrivano nel più importante centro commerciale dell’odierna provincia autonoma dello Xinjiang, nel vecchio Turkestan orientale: dal Kirghizistan, superando la catena del Tien Shan e il passo Torugart; dal Tagikistan, attraverso il Pamir e il passo Kulma; dal Pakistan, scavalcando il Karakorum lungo il passo Khunjerab. Popoli che s’incontrano in una terra antica, nella terra degli uiguri, la minoranza turcomanna che lotta contro le conseguenze dell’onda distruttiva di quella che un giorno fu la Rivoluzione popolare e che oggi è la nuova politica di “ripopolamento” targata Pechino.
Come già avviene in Tibet, in Mongolia e in molte altre province cinesi, anche nelle “nuova frontiera” dello Xinjiang le popolazioni autoctone pagano le fredde pianificazioni del governo centrale, che negli ultimi anni ha lanciato una vera e propria campagna di immigrazione di massa, un’invasione che ha portato nella regione milioni di cinesi di etnia han. Le ragioni di questa invasione? Greggio e gas naturale, giacimenti da 20 miliardi di tonnellate di petrolio e 11 trilioni di metri cubi di gas naturale che fino a ieri la China Petrochemical Corporation (Sinopec) e la China National Petroleum Corporation (Cnpc) consideravano una riserva strategica e che oggi diventano una delle principali fonti energetiche del nuovo capitalismo cinese.
Miliardi di yen stanziati per la ricerca di nuovi giacimenti e la realizzazione di nuovi oleodotti, per la costruzione delle strutture necessarie ad accogliere i nuovi pionieri dell'industria petrolifera e per la militarizzazione della regione: un progetto di assimilazione culturale e di segregazione socio-economica che il popolo turcomanno paga ogni giorno e al quale si oppone con ogni mezzo.
Più che di occupazione il Partito Comunista Cinese ha sempre parlato di “liberazione” del Turkestan orientale (Turkestan cinese per i maoisti), una liberazione voluta non solo da Pechino ma anche dagli stessi capi musulmani che avrebbero contribuito alla nascita della nuova Cina combattendo contro i nazionalisti di Chiang Kai-Shek a fianco dell’Esercito popolare. Una collaborazione spontanea quindi, fatta non solo di azioni di guerriglia e di lotta ai soprusi di Nanchino, ma anche di promesse per la creazione di un governo autonomo e di garanzie di libertà religiose e culturali. In realtà quelle promesse non sono mai state mantenute e dopo il primo impatto, dopo la prima ondata di rinnovamento portata dalla Rivoluzione culturale, i cinesi si sono trasformati in una forza di occupazione, in un’orda distruttiva che in nome della nuova visione politica messa in atto dal Partito ha stravolto completamente le radici culturali del popolo uiguri.
La provincia dello Xinjiang, diventata regione autonoma il 1º ottobre 1955, ha lo stesso regime amministrativo concesso al Tibet, alla Mongolia Interna, al Ningxia e al Guangxi: una sorta di autonomia fittizia, uno status che non accontenta nessuno e che al contrario genera il risentimento uiguri nei confronti di quella che viene percepita come una repressione religiosa e culturale e il risentimento dei cinesi han che vedono nelle aspirazioni di autonomia del popolo turcomanno una sorta di minaccia e di discriminazione verso gli stranieri. Una situazione difficile, soprattutto se si pensa agli effetti della rinascita islamica avvenuta nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e alle conseguenze della difficile situazione del Pakistana settentrionale e dellAfghanistan.
Proteste diffuse, attentati, sospetti collegamenti con le cellule di al Qaeda, fanno si che lo Xinjiang, e Kashgar in particolare, siano considerati dalle autorità cinesi la roccaforte islamica dell’indipendentismo uiguri, il centro politico dal quale si diffonde il credo estremista dei gruppi più radicali e dove nasce e cresce la forza organizzativa del terrorismo waabita. Un estremismo islamico che molto spesso i cinesi usano per giustificare gli arresti indiscriminati e le condanne sommarie con le quali si vuole risolvere il problema dell’integrazione delle minoranze etniche e soffocare le aspirazioni di autodeterminazione di un popolo.
Nell’ultimo decennio Pechino ha investito molto nello Xinjiang. Si è assistito ad un notevole sviluppo del sistema industriale e ad un forte potenziamento infrastrutturale, azioni finalizzate all’estrazione di risorse energetiche e allo sfruttamento dell’agricoltura. Fattori che non hanno assolutamente giovato al benessere degli uiguri ed hanno generato fortissime tensioni inter-etniche. Nell’agricoltura sono stati creati 14 distretti produttivi che occupano una superficie di oltre 70 mila chilometri quadrati ed impiegano una manodopera formata principalmente da cinesi arrivati dall’est: quasi 3 milioni di han che si aggiungono ai 4 milioni già presenti, ai quali sono tra l’altro riservati i posti di lavoro più qualificati; un numero di immigrati che in totale rappresentano quasi la metà dei residenti. Un nuovo Tibet quindi, con 8 milioni di uiguri controllati a vista dai reparti anti-sommossa, costretti a vivere ai margini di una società in continua trasformazione e obbligati a subire proibizioni di carattere religioso, linguistico e culturale; ospiti della loro stessa terra, destinati a combattere o scomparire.
lunedì 27 aprile 2009
RISCHIO PANDEMIA
A Città del Messico l’esercito distribuisce mascherine a tutti, per scongiurare il contagio dell’influenza suina, e con esso, altri morti. Il rischio è quello di una pandemia influenzale umana, dicono le autorità sanitarie internazionali. Per la capitale messicana, una megalopoli di 20 milioni di persone, c‘è l’ipotesi blocco. Nel Paese sono già una ventina i casi di decessi confermati per il virus H1N1 e almeno altri 40 quelli assai sospetti. Oltre mille pazienti potrebbero aver contratto il virus.
Il Presidente messicano Felipe Calderon ha detto che il governo sta prendendo tutte le misure necessarie per affrontare il problema, scoperto dopo che le autorità sanitarie internazionali e i laboratori più prestigiosi hanno esaminato il virus e ne hanno determinato la natura. “Siamo a conoscenza della gravità del problema” – ha aggiunto.
Oltre al Messico, è allerta sanitaria in Costa Rica, Nicaragua, Brasile, Peru, Cile e Colombia. Una decina i casi sospetti segnalati negli Stati Uniti. Secondo l’agenzia governativa americana per la salute il nuovo virus sarebbe capace di trasmettersi da uomo a uomo, aumentando i rischi di innescare una pandemia.
Il governo messicano ha ordinato la chiusura di scuole, musei, teatri. Restano aperti, per ora, gli aeroporti. L’aspetto allarmante è che il virus ha colpito in prevalenta persone di età compresa tra i 25 e i 45 anni e non bambini e anziani. Sul mercato esiste un vaccino adatto ai suini, ma non all’uomo. Per crearlo potrebbero volerci mesi.
Quali sono i segnali e i sintomi della malattia sulle persone? I sintomi della “febbre suina” sugli esseri umani sono simili ai sintomi di una normale influenza e includono febbre, tosse, spossamento, mal di testa, nausea e affaticamento. Molte delle persone colpite dal virus suino sono state colpite da diarrea e vomito persistenti.
Come si può essere infettati? Il contagio può avvenire in due modi: o attraverso il contatto con suini infetti o attraverso il contatto con persone malate. Le persone affette dalla malattia sono considerate contagiose per tutto il tempo dell’influenza e fino a sette giorni dopo la completa sparizione dei sintomi. I bambini, soprattutto, sono potenzialmente contagiosi anche per lunghi periodi.
Si può essere contagiati mangiando carne suina? E’ impossibile contrarre il virus attraverso il contatto con la carne di maiale. Mangiare carne suina debitamente trattata e cotta non crea nessunissimo problema.
PERCHÉ IL MASSACRO DEI TAMIL NON INDIGNA IL MONDO?
Una catastrofe di ‘serie B’. La situazione è definita “non meno che catastrofica” dal Comitato internazionale della Croce Rossa in Sri Lanka, che ha denunciato “centinaia di vittime” tra i civili tamil solo negli ultimi tre giorni in cui l’esercito sta tentando di dare
Civili uccisi da bombe a grappolo (Immagini Tamilnet, visione consigliata a pubblico adulto)
Sarebbero alcune migliaia, forse addirittura 4500, i civili uccisi negli ultimi tre mesi e ancor di più quelli feriti, secondo stime accolte dal Consiglio dell’Onu per i Diritti umani.
Il segretario generale dell’Onu ieri ha deciso di inviare un team di esperti nella cosiddetta “zona di sicurezza” dove decine di migliaia di civili tamil sono intrappolati tra i combattimenti; resta da vedere se Ban riuscirà dove ha fallito il primo ministro inglese Gordon Brown che sempre ieri si è visto respingere dal presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapakse l’autorizzazione per all’arrivo sull’isola di un gruppo di parlamentari inglesi in missione umanitaria e diplomatica; Rajapakse ha inoltre respinto l’ennesima sollecitazione di Brown per una tregua umanitaria sostenendo che questa “non è necessaria” dopo la fuga di decine di migliaia di civili dalla zona dei combattimenti (sarebbero 100.000, secondo l’esercito, i profughi scappati da lunedì, ma l’Onu stima che ce ne siano altri 50.000 intrappolati nel fuoco incrociato).
“C’è stata una certa pressione dei governi stranieri su Colombo. Rajapakse è un decisionista, che intende il governo come frutto delle sue scelte poco propenso a seguire le normali procedure della politica e che non ama intromissioni” dice Jehan Perera direttore dell’istituto di ricerca per la pace National peace council a Colombo.
Che fine ha fatto il Consiglio di Sicurezza? Ma ciò che lascia interdetti è l’atteggiamento del Consiglio di sicurezza che in un crescendo di violenza nell’ultimo anno e mezzo non ha mai messo la crisi umanitaria nel nord dello Sri Lanka in agenda nelle sue riunioni ufficiali, come fatto per Gaza, per il Darfur e per il nord Kivu, emettendo anche specifiche risoluzioni .

Fonti ben informate dell’Onu hanno spiegato che l’inusuale formula di “riunione informale” non prevista dal regolamento, sembra un linguaggio diplomatico con cui i membri accettano di riunirsi a parlare di un argomento per il quale sarebbe impossibile convocare una vera riunione, a causa soprattutto dell’opposizione di alcuni e per problemi politici più generali.
La reticenza nel dibattere la questione nel Consiglio di sicurezza potrebbe essere nel fatto che le Ltte sono sulla lista dei gruppi terroristi, dice Perera, che poi ammette come anche Hamas condivida la stessa definizione; oppure per la tendenza a non interferire negli affari interni di un paese, benché ciò non sia successo con il Darfur, ad esempio, né di recente con il Nord Kivu nella Repubblica democratica del Congo.
Da parte sua Rajapakse sostiene che l’Onu non interviene perché il conflitto nel nord del paese non è una minaccia per il mondo.
Le ribellioni secessioniste non piacciono alle potenze mondiali. “Piuttosto – dice Perera – un’ipotesi sensata è che nel Consiglio di Sicurezza ci siano paesi che non vogliono siano creati precedenti per crisi umanitarie determinate dalla repressione di ribellioni secessioniste e penso alla Russia e alla Cina, che hanno il diritto di veto, e che hanno aperte le questioni della Cecenia e del Tibet, anch’esse mai oggetto di una risoluzione”.

“L’India – aggiunge Perera – condivide l’obiettivo di Colombo di eliminare le Ltte che rappresentano un rischio anche per il subcontinente, ma hanno più volte chiesto una tregua umanitaria e sollecitato il governo di Colombo e ribelli a passare al dialogo politico, sotto la pressione della sua ‘minoranza’ Tamil (circa 40 milioni di persone, ndr) e dei suoi partiti politici”.
La storia del conflitto. Il conflitto etnico separatista in Sri Lanka è cominciato nel 1986 ma è covato per decenni dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna (con non poche responsabilità dei colonizzatori), anche con episodi di violenza; la minoranza di lingua tamil e religione prevalentemente induista che abita i territori del nord e dell’est denunciava discriminazioni sociali e politiche nel paese a grande maggioranza cingalese di religione buddista; la rivolta tamil è stata monopolizzata dal
La zona dei combattimenti in una cartina realizzata dall'Esercito
Obiettivo era la secessione o al limite una sostanziale autonomia dei territori abitati dai tamil.
La stima dei morti nel conflitto, secondo i calcoli degli esperti, sfiora i 100.000.
Quale futuro per i Tamil? Qualcuno spera che l’eliminazione militare delle Ltte e che la promessa mantenuta del governo di puntare tutto sullo sviluppo possa vincere i cuori della minoranza tamil e favorire la riconciliazione. “Tutto dipende da quanto Rajapakse riuscirà a sganciarsi dai gruppi e i politici che hanno fatto pressione per la guerra ad oltranza” dice Perera riferendosi a forze nazionaliste, ostili a ogni ipotesi federale, ma anche al ministro della Difesa, fratello del presidente. “Queste forze chiederanno che siano messe le condizioni perché una ribellione tamil non sorga di nuovo; anche l’esercito vorrà che il sangue versato non sia stato invano. Il che significa - conclude - una forte presenza militare nel nord e uno stretto controllo di sicurezza”. In altre parole un’occupazione che vedrà i civili tamil i primi a soffrirne.
di Fabia OrtensiRelated articles
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domenica 26 aprile 2009
CERNOBYL 23 ANNI DOPO
23 rintocchi di campana per ricordare, 23 anni dopo, il piú grave incidente nucleare della stoira. Il 26 aprile 1986 all’una e 23, scoppiava il reattore 4 della centrale nucleare di Cernobyl.
La scorsa notte alla stessa ora, a Kiev, il presidente Yushchenko e centinaia di ucraini hanno ricordato le vittime di una tragedia costata la vita ad almeno 100 mila persone. 200 mila secondo le associazioni ecologiste, di cui 25 mila liquidatori: i volontari russi, ucraini e bielorussi che si sacrificarono per contenere gli effetti del disastro appena dopo l’esplosione.
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Una tragedia che da allora ha lasciato strascichi indelebili nella vita di due milioni e trecento mila ucraini.
Ció che restava della centrale ha continuato a funzionare per produrre energia fino al 2000. Oggi Cernobyl è ancora una bomba a orologeria: il sarcofago che racchiude il reattore numero 4 è danneggiato. Uno nuovo in acciaio verrà realizzato entro il 2012 da due aziende francesi.

sabato 25 aprile 2009
O BELLA CIAO
Ah non per questo dal fatal di Quarto... Ritorna il lamento dell'Italia garibaldina, di azione e di qualità, per l'Italia degli affari sporchi e delle mafie, inevitabilmente clerico fascista. E non è uno dei soliti cambi generazionali, ma la fine di un'epoca e soprattutto di una grande speranza.
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E adesso, nel volgere di pochi anni, la fine delle speranze e il ritorno al passato, a qualcosa di molto simile, ma in peggio, all'Italia monarchica e fascista, questo regime dove non c'è un monarca per grazia di Dio, ma un padrone che non sopporta limiti e controlli, che allo Stato di diritto è andato sostituendo quello d'eccezione, delle leggi ad personam, della corte familiare e clientelare.
Dove sono i modelli, le speranze, le nobili ambizioni che diedero gioia e interesse alla nostra vita? Dove la speranza o l'illusione di Pier Paolo Pasolini di vedere nei comunisti gli uomini nuovi? O quella di Enrico Mattei su un'economia operosa e indipendente?
'Ah non per questo dal fatal di Quarto', non per questo generazioni d'italiani hanno lavorato, patito, combattuto; non per ritrovarsi fra questi neo liberali che non sanno cosa sia la libertà, fra questi uomini di Stato che ogni giorno combattono e disgregano lo Stato. In questa Italia che è riuscita a liberarsi dal fascismo ma non dai fascisti.
Giorgio Bocca
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venerdì 24 aprile 2009
IL LEGNO CONTRO I TERREMOTI
Una prima considerazione su come lo Stato sta affrontando l’emergenza terremoto in Abruzzo.
Stiamo andando sempre più a fondo, come in un baratro. Impreparazione totale. Inoltre dico questo: se a Roma ci fosse un sisma di quel grado, quinto-sesto grado della Scala Richter, e l’epicentro fosse vicino a Corviale,
Corviale crollerebbe. E così tutta la periferia degli anni sessanta, settanta e ottanta, fatta in calcestruzzo a vista. Calcestruzzo ormai fessurato, fragile.
Ma in parte è venuto giù anche un pezzo dell’Ospedale de L’Aquila, di recente costruzione. Forse è una questione di regole non rispettate in corso d’opera?
Ci può essere una responsabilità di questo tipo, non spetta a me appurarlo, ma il punto è un altro. Il punto è che si costruisce con il cemento armato.
Perché, cosa c’è che non va nell’uso del cemento armato?
Il cemento armato irrigidisce troppo la struttura. Non servono strutture rigide contro i terremoti. Servono strutture flessibili. Questa consapevolezza me la porto dietro dal 1980, quando, subito dopo il terremoto dell’Irpinia, mi recai all’Istituto Case Popolari di Avellino come tecnico volontario.
Dirigevo una squadra di colleghi tecnici dello IACP di Roma. Il nostro compito era controllare tutte le case dello IACP di Avellino e dei Comuni della provincia. Essendo io Architetto e non Ingegnere, prima di partire da Roma per l’Irpinia mi misi ad approfondire lo studio della “Scienze delle Costruzioni” applicata all’antisismica. Arrivai alla constatazione, confortata anche dagli studi degli ingegneri dell’epoca, che in Irpinia, se pure si fossero seguite le norme antisismiche allora vigenti , i fabbricati sarebbero venuti giù lo stesso. E come se io le dessi una spinta mentre lei rimane rigido, piantonato su se stesso. E’ debole. Fragile. L’urto glielo trasferisco tutto. Se invece lei si flette, “balla” come fanno i boxer sul ring, è più facile assorbire la spinta.
Allora quali materiali si dovrebbero usare?
Il legno, la terra cruda, il carbonio.
Il legno?
Sì, il legno. Il legno, come materiale antico, è già oggi il materiale del futuro. Noi oggi abbiamo il legno lamellare, fatto di fibre sovrapposte. Si fanno strutture, soprattutto negli edifici sportivi, di decine e decine di metri di campate senza pilastri. Inattaccabile alle muffe ed ai parassiti. Allo stesso modo il titanio è l’evoluzione dell’acciaio. Il calcestruzzo è una cosa vecchia, basta! Se lei dà un’occhiata alla nostra edilizia storica del Sud, di Messina, vedrà che le case popolari erette dopo il devastante terremoto di inizio novecento erano strutture in muratura con intelaiatura di legno in diagonale. Se lei studia l’architettura dell’Oriente si renderà presto conto di come esso abbia da sempre usato il legno (e con successo) nell’edilizia biosostenibile. In Giappone, terra sismica per eccellenza, l’80-90% delle strutture dell’edilizia residenziale sono fatte di questo materiale, proprio perché è un materiale estremamente elastico.
Se lei scava una buca e ci mette dentro la struttura di una capanna in legno, vedrà che sottoponendola ad un’azione sismica, questa si muoverà un po’ ma non crollerà. Inoltre la capanna ha una struttura compatta, non asimmetrica. Balla ridistribuendo i carichi. Ma finisce lì.
E’ anche una questione di forme, quindi?
Senz’altro. Se lei si sbizzarrisce e si costruisce un edificio “ad elle”, con una parte più corta dell’altra, la prima reagirà in maniera diversa dalla seconda. Così finisce che tutta la costruzione si spacca. Il concetto è che non bisogna fare edifici pesanti ed asimmetrici ma strutture leggere e simmetriche, perché assorbono di più e meglio le azioni sismiche. Da noi è esattamente l’opposto. Qui tutti dicono, almeno sulla carta: “butta più ferro!” , “butta più cemento!”.
Mentre invece la terra cruda ed il carbonio come si comportano?
Come il legno. Sono entrambi materiali flessibili. Inoltre con la terra cruda in Yemen si sono costruiti grattacieli di otto piani che stanno in pieni da mille anni. Il nostro paese è uno dei pochi dove la terra cruda non è riconosciuta come materiale da costruzione perché, così dicono, non avrebbe la sufficiente resistenza. Eppure ci sono migliaia di esempi al mondo, vecchi e nuovi, che mostrano il contrario: si usa in Germania, in Finlandia, in Canada, negli Stati Uniti, in America Latina, per non parlare dell’Africa e dell’Oriente. La flessibilità della terra cruda sta nell’armatura di rami, paglia o legno.
Ma se è come dice lei, perché in Italia ancora nessuno ha pensato di sostituire il cemento con il legno o con uno degli altri materiali che ha nominato?
In questo paese le leggi si sono sempre fatte a favore di qualcuno o di qualche lobby. La lobby del cemento e del tondino d’acciaio sono molto forti.
Le racconto un aneddoto. Negli anni ‘70 ci fu la prima crisi energetica, e così in Italia fu varata la prima legge (la l.373) sull’isolamento termico nei fabbricati. Mi risulta che questa legge fu fortemente voluta dai grossi produttori di polistirolo. Pochi giorni fa m’è capitato di andare a prendere una cuffia di vent’anni fa. Le coppelle, fatte di polistirolo espanso, con il tempo si sono sgretolate. Ho cominciato a controllare tra le intercapedini dei muri dei fabbricati degli anni 70. Il risultato è stato per tutti lo stesso: il polistirolo si è sfatto! Eppure continuiamo ad usare polistirolo. Stesso discorso per il calcestruzzo armato . Non è durevole: dopo cinquant’anni si “carbonatizza” (a contatto con l’anidride carbonica si frantuma, si deteriora e si fessura, provocando l’ossidazione del ferro a contatto con l’ossigeno dell’aria). Non è riciclabile (se non per i fondi stradali). Non ha la resistenza dell’edificio in muratura.
Ma nei terremoti cadono anche case di pietra
Questo è vero ma per un altro ordine di problemi. Viene a mancare la malta tra una pietra e l’altra. Siamo di fronte ad un problema di manutenzione e non di resistenza dei materiali. Se fosse tutto in ordine, invece, le case in muratura stanno messe meglio di quelle in cemento armato per via del fatto che i maggiori spessori (dovuti ad una questione di isolamento termico) aumentano la capacità di resistere ai carichi permanenti (la copertura, le pareti, per esempio) e ai carichi accidentali (tipo le onde sismiche verticali, assorbite dalla pietra, ed orizzontali, assorbite dalla massa maggiore). Pensi che in passato, quando tutto ciò non era ritenuto sufficiente, si sfruttava la presenza di una strada tra un edificio e l’altro per gettare i rostri o archi rampanti, permettendo così al primo edificio di usufruire della resistenza di quello accanto. A resistere ai terremoti era un intero isolato! Noi abbiamo interi centri medievali che stanno in piedi mentre le costruzioni in calcestruzzo cadono giù.
Eppure siamo qui a parlare di calcestruzzo
E’ vero. Il perché penso si sia abbondantemente capito. I costruttori sono ignoranti, nemmeno se li fanno tutti questi problemi. Tirano dritto. Il calcestruzzo va più che bene per i loro affari. Perché cambiare?
Senza escludere che passando dal calcestruzzo al legno o ad un altro materiale vi sono tutti una serie di problemi legati alla riconversione dell’indotto.
Certo. Sa cosa significa dire: “siccome il calcestruzzo non funziona e gli edifici dopo cinquant’anni non sono sicuri perché, come il polistirolo, si sfaldano, da oggi in poi il calcestruzzo è fuorilegge”? Significa riconvertire un centinaio di migliaia di tecnici, architetti ed ingegneri che lavorano soprattutto con il calcestruzzo armato; significa rifare tutti i software di calcolo, dire addio al mondo dell’estrazione del calcestruzzo e della sua miscelazione, e così di questo passo. In Italia è troppo complicato cambiare, e l’informazione tace. Qualche giorno fa l’Architetto Paolo Portoghesi ha concesso un’intervista alla televisione. Di tutto questo non ha parlato. Forse anche chi rappresenta la cultura (o chi la stampa chiama a rappresentarla) certe informazioni non le conosce proprio. Però se c’è da fare la new town che ha in mente Berlusconi si strizza subito l’occhio. Magari portandoci i prefabbricati che costano 50 mila euro.
All’inizio ha detto che Corviale potrebbe cadere giù se Roma fosse colpita da un sisma pari a quello de L’Aquila. Premettendo che quelle case sono in calcestruzzo, e tali rimangono, come si potrebbe evitare questa potenziale tragedia di vite umane?
Attraverso il “metodo della capanna che scorre”, quella che abbiamo visto prima. Bisogna sostituire al concetto di antisismicità quello di isolamento sismico. In breve è necessario far galleggiare una struttura che può essere in legno, in acciaio, ma, se proprio lo si vuole, anche in calcestruzzo (tutti la vogliono fatta con questo materiale perché tornare a quella in legno o a mattoni sembra un’involuzione!) su degli ammortizzatori in gomma armata, in schiume di silicone, ecc. Il trucco è dissipare energia invece di trasmetterla. E’ semplice. Basta non far poggiare Corviale direttamente a terra! Si tagliano le fondazioni e si inserisce uno strato di scorrimento. Così “freghi il terremoto e non ti costa niente”. A questo proposito un’altra castroneria l’ho sentita dal geologo Mario Tozzi:” il 20% del piano casa di Berlusconi va a gravare sulla resistenza ai terremoti”.
Ma io mi chiedo: “e a lui chi glielo dice? Perché si permette di parlare di cose di cui non sa?”. Al contrario il 20%, se opportunamente studiato, può costituire proprio il telaio del bacino di isolamento sismico dell’edificio dal terreno, con le sue strutture che vanno sottoterra costituendo il perimetro della buca, la zattera che permette all’edificio di oscillare. E’ quindi solo ed esclusivamente una questione di progettazione. E’ l’ordine di progettazione che risolve il problema. Questo è il bello dell’Architettura. Una serie di problemi che devi risolvere punto per punto. Altro che chiacchiere!
fonte: La voce di Cassiopea

giovedì 23 aprile 2009
DIARIO DI UN NAUFRAGO NIGERIANO
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LAMPEDUSA - "Erano sette o otto, tutti armati di fucili e di machete. Hanno fatto irruzione nella nostra baracca, c'eravamo io, mio padre e mia madre. Hanno trascinato fuori mio padre, l'hanno accusato di essere un collaborazionista del governo solo perché lavorava a pochi dollari al mese per lo Stato. Quelli del Mend (il movimento rivoluzionario del Delta del Niger, ndr) lo hanno quasi decapitato con un colpo di machete. Ho tentato di salvarlo, è stato inutile: mi hanno ferito in faccia, ma mi hanno lasciato vivo. Mia madre non l'hanno toccata, però mio padre non c'era più. In quel momento ho preso la decisione a cui pensavo già da molti anni: andarmene via, tentare di raggiungere mio cugino. Lui è stato più fortunato di me, tre anni fa è riuscito a raggiungere la Svezia, lavora lì come aiutante pizzaiolo".
Comincia così il "diario di un naufrago" dell'allucinante viaggio dalla Nigeria fino a Lampedusa. Austine Osajande, uno dei miracolati presi a bordo dal mercantile turco "Pinar", è nato nel villaggio di Orhob 19 anni fa. Poche capanne a qualche chilometro dal delta del fiume Niger che si apre a ventaglio sull'oceano Atlantico. Il paese è ricco, il principale esportatore di greggio del continente nero: ma la gente muore di fame, come moriva di fame Austine, che da due giorni è ospite della base Loran di Lampedusa insieme a Selima, 17 anni: nigeriana anche lei, conosciuta durante una tappa intermedia di un viaggio durato sei mesi, che il giovane oggi racconta in un drammatico "diario". Sono innamorati pazzi.
10-15 NOVEMBRE 2008 - "Non ricordo il giorno preciso, è il mese di novembre. Non abbiamo di che mangiare. Mio padre è stato ammazzato da poco, e quello che guadagno io come ambulante di frutta e oggetti in legno non basta a sostenere la famiglia. Decido di partire. Mia madre con le lacrime agli occhi mi dice: "Vai figlio mio, Dio ti proteggerà. Ho solo cento dollari da parte, prendili e fuggi da questo inferno"". Per alcune settimane Austine attende che arrivi il "mediatore", l'uomo che gira per i villaggi del Delta del Niger a raccogliere "clienti" da trasferire in Tunisia, in Libia e, se la fortuna li aiuta, far salire a bordo di un barcone per raggiungere l'Italia. "Altri lo avevano già fatto, come mio cugino. Anch'io vorrei essere felice come lui, ma arrivare a Lampedusa è stato durissimo. Pensavo che sarei morto quando in mare il nostro gommone saltava come una palla tra le onde del mare in tempesta. Poi Dio ci ha mandato la "Pinar"".
DICEMBRE 2008 - "Sono in viaggio da alcune settimane, i cento dollari sono finiti in poco tempo: tutti vogliono essere pagati, poliziotti, doganieri, autisti di camion e furgoni; mi hanno lasciato solo le cose che per loro non hanno valore ma che per me contano quanto tutto il petrolio della Nigeria. Il rosario con il crocifisso di legno, la piccola Bibbia che conservo in un sacchetto di plastica chiuso con il nastro adesivo; e la speranza, il sogno di raggiungere l'Italia e mandare dei soldi a mia madre".
NATALE 2008 - "Ogni settimana o due mi fermo in qualche villaggio. Chiedo ospitalità, o un lavoro per proseguire il mio viaggio. Faccio di tutto, il pastore, il contadino, il trasportatore di legno. Non basta, ma non mollo. Ho deciso: vivere o morire. Io voglio vivere, avere un lavoro vero, una donna, una famiglia, dei figli. Questi desideri e questi sogni, la fede in Dio mi danno la forza di continuare. L'autista di un furgone un giorno ci lascia in mezzo al deserto. Siamo in sei, tutti uomini, tutti nigeriani. Non abbiamo nulla da mangiare, ma uno è riuscito a portarsi appresso del pane, anche se ormai è duro come le pietre. Lo divide con tutti noi. É Natale. Riusciamo ad accendere un fuoco e tutti assieme preghiamo e cantiamo. Chiediamo a Dio di non dimenticarci".
GENNAIO - FEBBRAIO 2009 - "Ci fermiamo in tanti villaggi: sono tutti uguali, tutti poveri come Orhob. Molti sono cristiani e, sia pure con difficoltà, lì ci danno una mano. In uno restiamo per oltre tre settimane. Non c'è possibilità di trovare un lavoro, un passaggio che ci faccia andare avanti. Poi un giorno un camion carico di frutta, diretto a un paesino a 200 chilometri di distanza, ci prende a bordo con la promessa che lo aiuteremo, una volta a destinazione, a scaricare la merce. Promettiamo".
MARZO 2009 - "Per alcuni giorni camminiamo a piedi sotto il sole. Il pomeriggio ci fermiamo da qualche parte e per molte notti dormiamo all'aperto bruciando la sterpaglia raccolta durante il viaggio. In un villaggio ci regalano delle bottiglie di plastica che riempiamo di acqua. Beviamo solo quando non ce la facciamo più. Le scarpe che ci hanno regalato in un altro villaggio sono sfondate. Indossiamo sempre gli stessi abiti, un giubbotto, una maglietta, dei pantaloni. Ci laviamo di rado, l'acqua è preziosa e non va sciupata. Al confine tra la Tunisia e La Libia incontro Selima. É con altre due donne. Mi chiede di proteggerla, ha paura degli uomini che più volte l'hanno insidiata. Così ci siamo innamorati".
16 APRILE 2009 - "Eravamo in mare, noi che avevamo pagato di meno su un gommone, gli altri che avevano pagato di più sulla barca. Stavamo affondando, eravamo stremati quando è arrivata la nave e quel "Dio" del comandante Asik. Grazie Asik. Grazie Pinar, grazie Dio".
Fonte: La Repubblica (22 aprile 2009)
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mercoledì 22 aprile 2009
CERCHIOBOTTISMO ALLA LULA
Trecentocinquantamila indigeni appartenenti alle più diverse popolazioni, la cui origine si perde nella notte dei tempi del continente americano. Anche questo è Brasile e la questione indios è una delle più impellenti e fra le più delicate da affrontare. Da sempre.
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Lula, prima parte. Al momento della sua prima campagna elettorale, nel 2002, Luis Inacio Lula da Silva inserì la politica indigenista fra i punti cardinali del suo programma. E così è stato, almeno in apparenza. Perché al di là della facciata, Lula ha inaugurato un cerchiobottismo smisurato per tenersi buoni destra ruralista, nazionalisti e militari che guardano alle terre indigene come a fonti inesauribili di ricchezza. Altro che diritti ancestrali.
Durante il suo primo mandato, gennaio 2003 - gennaio 2007, Lula decretò il riconoscimento di alcune delle terre indigene più note alla comunità internazionale, una fra tutte Raposa - Serra do sol (Terra della Volpe - Montagna del Sole) nello stato amazzonico di Roraima. Ma non andò oltre le poche demarcazioni: nel 2005, il 50 percento dei territori appartenenti agli indigeni per diritto ancestrale era ancora in attesta di essere ratificato, il 20 aspettava l'identificazione, il budget della Funai (la fondazione ministeriale che si occupa degli indigeni) era stato abbassato e l'impunità nei casi di violenza razziale regnava sovrana.
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Stella Spinelli
* Parte di questo articolo è contenuto nell'intervento fatto da Stella Spinelli nel programma “Fantasmi/Figli di un dio minore”, in onda a partire da lunedì 20 aprile, su RaiRadioTre, dalle 23.30. La puntata sugli indigeni brasiliani sarà il 24 aprile.
- Land boost for Brazilian Indians (news.bbc.co.uk)
- Resetting US-Latin America Relations (mydd.com)
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martedì 21 aprile 2009
DIVISI SUL RAZZISMO

Il nodo gordiano che spacca la diplomazia internazionale è il testo sul quale gli stati sono chiamati a confrontarsi per adottare una definizione unica di razzismo e xenofobia. L'elemento è determinante, in quanto permetterebbe, di fronte a una definizione chiara a univoca in materia, di agevolare la giurisprudenza internazionale. Ma l'accordo non c'è e oggi mancheranno paesi importanti che hanno ritirato i loro delegati quali gli Stati Uniti, il Canada, la Germania e l'Olanda. Anche l'Italia ha disertato la conferenza. Il motivo delle assenze è che, secondo il governo d'Israele, la conferenza viene utilizzata dai paesi arabi e non solo per mettere Israele sul banco degli imputati rispetto al trattamento riservato ai palestinesi che vivono sotto occupazione. Nel 2001, infatti, alcuni stati chiesero che l'occupazione israeliana dei Territori palestinesi venisse equiparata all'apartheid che vigeva nel Sudafrica del secolo scorso. Non a caso la prima conferenza Onu sul razzismo venne organizzata a Durban. Inoltre, anche per il vertice che comincia oggi e continuerà per cinque giorni, alcuni stati chiedono che l'Olocausto venga equiparato ad altri crimini contro l'umanità come lo schiavismo.

Dopo mesi di trattative, pur edulcorando il documento finale, si è scelto un testo che limato degli espliciti riferimenti a Israele si richiama comunque ai lavori della prima conferenza e tanto è bastato a Israele per boicottare i lavori e per richiamare in patria l'ambasciatore di Tel Aviv in Svizzera, in quanto il presidente della Confederazione elvetica Hans Rudolf Merz ha incontrato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Secondo Israele il presidente dell'Iran ha come obiettivo finale la distruzione dello Stato d'Israele e la Svizzera lo legittima. La Francia ha annunciato che se Ahmadinejad, durante il suo intervento, farà degli espliciti riferimenti a Israele, la delegazione transalpina abbandonerà l'aula. La Gran Bretagna, con un raro esempio di equilibrismo d'altri tempi, ha scelto di partecipare alla conferenza, ma solo con il suo ambasciatore in Svizzera e non con figure di primo piano della diplomazia di Londra.
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HANNO PRESO DON MARIO
Il valzer della smobilitazione. Fino a meno di tre anni fa, infatti, comandava assieme a suo fratello Freddy Rendón, detto El Alemán, tra i blocchi più agguerriti dell'Autodifesa unita della Colombia (Auc), sanguinaria formazione che ha insidiato il paese per decenni. Gli uomini dei fratelli Rendón, però, si erano specializzati nell'atterrire comunità di pace, come quella di San José di Apartadó, o civili inermi in ogni dove tra il Chocó e l'Antioquia, dov'è stato appunto catturato don Mario.
Nonostante dal 2003, molti dei suoi uomini più fedeli, tra cui suo fratello, si fossero lasciati coinvolgere fino in fondo dall'invitante legge uribista Giustizia e Pace, lasciando ufficialmente le armi in cambio di una pena ridotta, Don Mario, dopo un primo avvicinamento al processo di pace, aveva preferito darsi alla clandestinità, continuando a giostrare narcotraffico e rinascente squadrismo reazionario (se mai è morto). Un'onta, questa, per il presidente Uribe che, pur in pieno scandalo della parapolitica (essendo accusato da più parti di avere rapporti privilegiati con il paramilitarismo che dice di voler combattere), aveva fatto di tutto per ripulire la fedina penale dei paracos facendoli rientrare dalla porta principale duri e puri.
Nel mirino. E così, Don Mario è diventato il principale obiettivo del Das, servizi segreti colombiani, e della Dea Usa, nelle braccia della quale sarà presto estradato, una maniera come un'altra per tappargli la bocca in vista di possibile rielezione.
La fase finale della sua cattura va avanti da due settimane, da quando la polizia lo ha individuato nell'accampamento dove pernottava custodito dal suo anello di sicurezza, cinque uomini armati e addestrati. Camuffati da medici, venditori ambulanti e volontari della chiesa, i poliziotti si sono infiltrati in tutta l'area. Dopo aver catturato Jaime Culma, detto El Puma, uno dei suoi luogotenenti, e Junith Márquez, impiegata nel municipio di San Pedro de Urabá dove si occupava di far avere contratti per favorire la rete di appoggio del narcotrafficante, il più era fatto.
Circondato da duecento uomini, è stato trovato "accucciato come un cane", per usare le parole del vicepresidente Santos, mentre mangiava del riso con le mani.
La storia. Nato ad Amalfi (Antioquia) nel 1964, trascorse la sua infanzia in una piccola area rurale, con altri 15 fratelli. Qui, conobbe un'altra famiglia che cambiò il suo destino e per molti versi il destino della Colombia intera: i fratelli Fidel, Vicente e Carlos Castaño Gil, nativi di Amalfi e ben presto coinvolti nella spirale degli squadroni paramilitari delle Autodifesa, che prese forma nel nordest antioqueño e nella zona dell'Urabá con il fine di combattare l'avanzare della guerriglia. Alla fine degli anni Ottanta, suo fratello entrò nel gruppo de Los Guelengues a Necoclí, mentre Don Mario fu reclutato per la guerra a San Pedro de Urabá. Quando Fidel Castaño morì, i fratelli si divisero. El Alemán restò in Urabá con i Castaño e si converti nel puntale di penetrazione dell'inespugnabile dipartimento del Chocó, fondando il fronte Élmer Cárdenas, mentre Don Mario, convinto da Vicente Castaño e dai soldi del narcotraffico si trasferì nello Llanos Orientales, per appoggiare l'espansione del blocco Centauros, al comando di Miguel Arroyave, alisa El Arcangel.
La coppia. Insieme, e con la benedizione dei Castaño, fecero crescere in maniera esponenziale il blocco paramilitare, che arrivò a espandersi fino ai dipartimenti del Meta, Casanare, Guaviare e Arauca. Una nefasta alleanza che estese i suoi tentacoli fino a Bogotá, diventando la base per la creazione del cosiddetto bloque Capital. Poi successo l'irriparabile. Il duo Don Mario-Arroyave entrò in guerra con le Autodefensas Campesinas del Casanare, dirette da Héctor Buitrago, alias Martín Llanos. Fu una guerra alla morte che lasciò un numero altissimo di vittime e che incoronò Don Mario il re de Los Llanos.
Poi arrivò il 2003, e le Auc cominciarono a trattare con il governo. Don Mario fece un doppio gioco: organizzò i quadri per la smobilitazione, senza però disattivare il narcotraffico, e giostrò la lotta di potere che scoppiò nel blocco Centauros dopo che Arroyave venne assassinato dai suoi, nel settembre 2004.
Nell'agosto 2006, assieme al fratello, anche Don Mario decise di smobilitarsi. In pochi, però, lo seguirono e in Urabá le rotte mafiose restarono intatte. Per questo, quando entrò in crisi il processo di pace tra le Auc e il governo, Don Mario tornò alla clandestinità, coperto dalla rete di sempre. Scelse però di tornare alle origini, nascondendosi in Urabá, riorganizzando nuove squadre di paracos che si estesero dal Chocó a La Guajira, passando per Córdoba.
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I tentacoli di Don Mario sono arrivati molto lontano, fino ad abbracciare il fratello del ministro degli Interni, Fabio Valencia, e oltre. Anche per questo sarà estradato quanto prima, nonostante sulla sua testa non penda nessuna causa per narcotraffico, solo cavillo che giustifichi l'estradizione negli Usa. Sarà che Don Mario è scrigno di così tanti segreti eccellenti, che sarà bene per la Presidenza tutta che venga allontanato prima che parli.
Stella Spinelli
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