domenica 31 maggio 2009

SOS ESCLAVES

All'ONG mauritana l'Anti-Slavery International Award


esclavage en mauritanie

Quest'anno l'Anti-Slavery International Award (Premio Internazionale Contro la Schiavitù) è stato assegnato a SOS Esclaves, un'organizzazione non governativa che dal 1995 lotta per denunciare e combattere lo schiavismo in Mauritania.
L'associazione, fondata da Boubacar Messaoud, figlio di uno schiavo, e da Abdel Nasser Ould Othman Yessa, ex padrone, opera in un contesto molto ostile, dove la schiavitù è profondamente ancorata nelle pratiche e nelle mentalità.
"Io ed un gruppo di miei amici abbiamo preso consapevolezza che la schiavitù era ingiusta e che non potevamo continuare a seguire le leggi consuetudinarie della società mauritana", confida Messaoud e prosegue: "Mi considero un uomo libero ed indipendente e ho rifiutato di accettare questa legge a cui la società mauritana tradizionale mi ha obbligato fin dalla nascita".
Nonostante debba subire costantemente minacce e intolleranza da parte delle autorità, SOS Esclaves ha continuato a gridare con forza contro la schiavitù e grazie alla sua perseveranza nel 2007 fa è stata emanata una nuova legge che la punisce.
Tuttavia, la schiavitù resta una pratica sempre presente e diffusa, difficile da eliminare: sono almeno 600mila gli schiavi mauri, ovvero di una persona su cinque.
In Mauritania questo fenomeno esiste da centinaia di anni, sotto forma di schiavitù domestica; a questa si sono affiancate nel tempo altre forme di costrizione di tipo mercantile, dipendenti dalle tratte trans-sahariana e atlantica. I commerci di schiavi hanno alimentato a loro volta la schiavitù domestica e l'hanno radicata profondamente nella cultura mauritana.
Alle forme antiche di schiavismo, mai realmente estirpate, si aggiungono oggi nuove sottomissioni dei mauri neri, i quali vengono sistematicamente marginalizzati ed esclusi dai settori vitali dello stato.

Mara Lamberti





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sabato 30 maggio 2009

''... NE AVETE FATTO UNA SPELONCA DI LADRI'' – 2° parte

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di Giorgio Bongiovanni – da AntimafiaDuemila.com

Crimini in Vaticano

Seconda parte


Premessa
Per tutti coloro che non hanno avuto modo di leggere la prima parte di questo dossier, desidero ribadire lo spirito con cui è stato concepito e scritto.
Crimini in Vaticano non è e non vuole essere un attacco alla fede cristiano-cattolica e tanto meno ai suoi fedeli. E’ piuttosto il richiamo di un credente che non può accettare di vedere la figura e gli insegnamenti del Maestro Gesù Cristo disattesi, stravolti e traditi da chi dovrebbe invece rappresentarli, viverli e farli vivere. E’ una chiamata in causa che dovrebbe coinvolgere tutti i cristiani che vogliono tutelare e difendere l’integrità del loro Credo per indurre i vertici della più grande delle confessioni cristiane ad intraprendere un profondo cammino di ravvedimento spirituale e materiale.
E’ quindi con intenzione tutt’altro che anti-clericale e con spirito di servizio che vi invito a leggere quanto segue.
G.B.
Ho scritto il 22 maggio 2009:
Prefazione
“Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Matteo cap 23, vv 23, 24)
Pensare di poter assoggettare i popoli con il Vangelo è pura contraddizione in termini.
Pur ammettendo errori di traduzione e persino malevole manipolazioni il messaggio di colui che i cristiani ritengono essere il Messia è chiaro nella sua essenza a dispetto dei secoli.
A leggerlo e rileggerlo con mente aperta si colgono nell’immediato principi che, se compresi e praticati, scardinerebbero alla base il sistema di iniquità e sopraffazione che persiste oggi come allora ed è mutato solo nei suoi aspetti più esteriori.
Le parole di Gesù Cristo, sferzanti con ricchi e potenti, e colme di misericordia e perdono per i comuni peccatori, stabiliscono i criteri fondamentali per erigere sulla terra “il regno dei Cieli” che fuor di parabola altro non è se non la società cui tutte le persone oneste (i buoni, i miti, i mansueti, i giusti… del discorso della montagna) auspicano: giusta, prospera e solidale.
Sin dagli esordi il cristianesimo non ha saputo tradurre in azione la portata rivoluzionaria della “buona novella” rimanendo imprigionato nel formalismo delle dottrine a difesa delle quali è scivolato progressivamente nella deriva della violenza, del fanatismo e dell’intolleranza.

la-pieta

La babele di interpretazioni che ne è poi scaturita non ha fatto altro che separare e contrapporre i popoli impedendo all’uomo la possibilità di vivere la salvezza del Vangelo.
Le Chiese sempre più avide di potere temporale si sono insinuate in quel gioco di prepotenza, corruzione e inganno da cui l’insegnamento cristico, invece, ci avrebbe potuti “rendere liberi, ma liberi davvero”.
Scribi e farisei di ogni sorta e ogni tempo hanno adattato ai loro ignobili scopi la figura di Gesù Cristo facendone vessillo di arroganza e sottomissione, icona da idolatrare e temere, strumento di ricatto e di superstizione. In suo nome si è ucciso e si uccide, si è mentito e si mente, si è affamato e si affama, si è violentato e si violenta, si è punito e si punisce, si è ingannato e si inganna…
L’immaginetta di un Gesù prima vendicativo e poi buonista ha formato generazioni di credenti convinti che la dimensione del vero cristiano si limiti ad un sufficiente buon comportamento individuale e, nella migliore delle ipotesi, ad una solidarietà del tempo libero o della fugace seppur magari cospicua offerta.
In realtà il messaggio del figlio di Dio risuona come una possente chiamata al concreto cambiamento.
Fornisce la chiave di volta, la soluzione, per rimuovere le cause delle sofferenze e non soltanto i metodi per curare gli effetti. Chiama all’amore per il prossimo, tutto il prossimo, al perdono poiché nessuno è esente dal peccato e ancor prima di tutto alla Giustizia.
Tre pilastri che le Chiese hanno reso concetti astratti concentrando l’attenzione dei fedeli sui riti, sulle formalità, sulle esteriorità ipocrite e indirizzando la buona fede e la buona volontà sull’assistenzialismo che se non è fondato su un progetto di dignità e riscatto non produce altro che ulteriore povertà e degrado.
Eppure vi sono servitori di Cristo che hanno saputo incarnare il Vangelo rendendolo vivo piuttosto che ridurlo ad un libello per il circolo culturale dei benpensanti.
“In quarant’anni – spiega don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera - ho imparato che una società felice è quella dove ci sono meno solidarietà e più diritti. La bontà da sola non basta, a volte anzi è un alibi per lasciare irrisolti i problemi. Questa bontà ci rende complici di un sistema fondato sull’ingiustizia, che poi delega ad un pugno di volontari la cura delle baraccopoli perché non diano troppo fastidio. I volontari del Gruppo Abele, cattolici o no, non hanno certo rimpianti per la vita che si sono scelti. Erano tutto quanto volevamo fare. Ma non quanto potevamo fare. Si ha sempre l’impressione di rincorrere i problemi. La questione è reclamare più giustizia, non offrire come carità ciò che dovrebbe essere un diritto”.
Poche parole, semplici, precise che rammentano senza equivoci o mediazioni al cristiano che può e deve pretendere dalle varie istituzioni che dovrebbero rappresentarne i valori di attivarsi al fine di incidere realmente sugli equilibri e sulle politiche che fanno della terra promessa un inferno.
Pur tenendo conto delle umane debolezze e delle terribili condizioni geopolitiche che hanno segnato la storia delle nazioni è fuor di dubbio che la maggior parte dei capi religiosi e, restando in Italia, dei vicari di Cristo: i papi della Chiesa Cattolica, abbia agito senza scrupoli avvantaggiandosi dei tiranni e ricorrendo a orrende pratiche di tortura pur di mantenere inalterato lo stato di soggiogamento e terrore con cui hanno dominato i popoli.
Le crociate, l’inquisizione, il cristianesimo imposto con la violenza ai nativi delle nuove terre, gli intrighi di palazzo, gli assassini impuniti, le morti misteriose, le alleanze, le dittature, i grandi affari…
In 2000 anni la Chiesa Cattolica è stata capace di ammodernare i suoi crimini più di quanto non abbia fatto con le sue vedute.
Eppure vi sono stati papi dalla guida illuminata che hanno tentato di ricondurre la chiesa nell’alveo dell’insegnamento cristico. Se non vi sono riusciti però è perché hanno dovuto cedere al ricatto della compromissione oppure perché sono stati eliminati con la forza.
Certo non si possono porre sullo stesso piano papa Borgia, ricco, potente e spregiudicato, e papa Benedetto XV, che levò la voce contro la guerra, o Giovanni XXIII e la sua apertura sociale del vangelo e Pio XII che invece tacque e usò i genocidi per “difendere” la fede, ma il risultato finale è quello sotto gli occhi di tutti.
Da una parte una chiesa ricca, opulenta, potente intricata con le manovre politiche economiche che divorano il mondo e dall’altra una chiesa di sacerdoti e suore veri vicino alla gente e agli ultimi del mondo.
Così il Vaticano mantiene la sua influenza tra i grandi e si accaparra il consenso dei piccoli che nei suoi uomini più veri vede una speranza di sopravvivenza. Con una mano affama con l'atra sbriciola avanzi, con una commercia in armi con l’altra lenisce le ferite, con una gioca in borsa e con l’altra destina spiccioli ai più disperati… Con una crea la domanda, con l’altra una misera offerta. Potere e consenso, in una sola mossa.
Le pagine che seguiranno, ben lungi da presentare un esaustivo escursus della storia della Chiesa Cattolica, vogliono offrire un’opportunità, non soltanto di conoscere i crimini e le abnormi contraddizioni di un’istituzione antichissima che è sopravvissuta ad ogni tempo, ma soprattutto di comprendere il grande inganno, l’enorme specchio per le allodole che porta credenti e non credenti a pensare di poter vivere con la coscienza a posto e per molti di sentirsi buoni cristiani quando ogni giorno, ogni minuto, la fame, la violenza, la disperazione e il terrore attanaglia la vita di milioni e milioni di esseri umani: il nostro prossimo.
Oggi non ci si può più nascondere con l’alibi dell’ignoranza medievale, ricchi e poveri, tutti siamo chiamati all’altruismo quotidiano e alla pretesa di giustizia come forme di politica sociale per i popoli. Nessuna civiltà è tale se sviluppo e progresso sono esclusiva prerogativa di pochi. Non esistono cristianesimi della mondanità, gesù dei potenti e dei ricchi.
Esiste un Gesù Cristo con il Vangelo per gli uomini e le donne di ogni tempo e le sue parole sono chiare ed inequivocabili:
“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei Cieli”.
SEGUE...
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LEGGI IL DOSSIER VATICANO - PRIMA PARTE



venerdì 29 maggio 2009

IL MASSACRO DEI TAMIL

History of Tamil script.


Oggi il Times ha pubblicato le foto e un video che dimostrano il massacro di civili Tamil

DIASPORA ERITREA: DESTINAZIONE ISRAELE

Zamalek



Asmara, Cairo, Tripoli, Asmara. Padre Austin sfoglia tra le mani una ventina di buste bianche. Controlla le intestazioni scritte a penna. Non ci sono francobolli. Sono le lettere dei prigionieri eritrei di Burg el Arab. Siamo in Egitto. La parrocchia di Saint Yousuf, nella benestante isola sul Nilo di Zamalek, in pieno centro al Cairo, è un punto di riferimento per i circa 200 eritrei che vivono nella zona. Il giorno prima una delegazione della parrocchia ha visitato il carcere di Burg el Arab, nel nord, vicino Alessandria. Hanno potuto parlare con 15 detenuti, che gli hanno consegnato alcune lettere per i familiari. Dietro le sbarre ci sono 170 eritrei. E non soltanto a Burg el Arab. Le carceri di mezzo Egitto si sono riempite negli ultimi due anni di profughi eritrei e sudanesi. Arrestati nella penisola del Sinai, vengono portati a Qanater, al Cairo, a el-Arish e Rafah, vicino alla striscia di Gaza, e al sud a Hurghada, Shallal, Aswan.





È la nuova rotta della diaspora eritrea e sudanese. La meta finale è Israele. In Egitto si entra dal Sudan, via terra, oppure in aereo, atterrando al Cairo con un visto turistico. Dalla capitale, gli intermediari organizzano viaggi nascosti nei camion verso Isma’iliyah, nel nord, da dove gli esuli vengono smistati verso el-Arish e Rafah. Grazie alla vicinanza con la striscia di Gaza, queste città vivono di contrabbando da anni. E sono molte le guide che offrono un passaggio sui fuoristrada verso la frontiera israeliana nel deserto del Sinai. I passeggeri spesso sono abbandonati a se stessi lungo la barriera di filo spinato al confine. Il pericolo maggiore è rappresentato dalla polizia di frontiera, che in questi casi ha l’ordine di sparare a vista. Nel 2008 Amnesty International ha denunciato l’uccisione di 25 profughi. Molte delle vittime erano cittadini eritrei. Come i due giovani feriti a morte il 17 settembre del 2007: Isequ Meles, di 24 anni e Yemane Eyasu, di 30. Entrambi avevano la carta blu dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Acnur), che aveva riconosciuto loro l’asilo politico.

A un anno e mezzo di distanza dall’omicidio, incontro due dei loro amici. Si chiamano M. e I. e mi chiedono di parlare sotto anonimato. Ceniamo insieme in un ristorante libanese di Mohandesin, al Cairo. I. è stato arrestato nel maggio del 2008. Si trovava a Isma’iliyah, era diretto in Israele. Lo presero nel più stupido dei modi. Mentre stava passeggiando, da solo, per strada. Li tenevano in celle di otto metri per cinque, in 60 persone. Per terra. Pigiati uno sull’altro. Per tutti e 60 c’era a disposizione un solo bagno. Stavano rinchiusi tutto il giorno, senza poter vedere nemmeno la luce del sole. C’erano eritrei, sudanesi, ma anche ivoriani, nigeriani e camerunesi, perché la rotta ormai è praticata anche dai costieri. La maggior parte dei detenuti erano stati arrestati mentre attraversavano il Sinai. C’erano anche alcuni eritrei che venivano direttamente dalla Libia. Alla morte in mare e alle retate della polizia di Gheddafi avevano preferito lo Stato ebraico. Da mangiare gli davano pane, formaggio e tahina, una salsa di sesamo. I. ricorda l’odore pungente di quei giorni. Molti soffrivano di dissenteria. Altri avevano brutte dermatiti e scabbia. E poi ricorda le umiliazioni, gli insulti e le violenze gratuite della polizia, come quella volta quando furono picchiati dopo l’inutile sciopero della fame di due giorni. I. venne rilasciato dopo 24 giorni di carcere. Lo salvò la sua carta blu dell’Acnur. Gli altri invece furono tutti rimpatriati.





Dall’11 al 20 giugno 2008 furono rimpatriati almeno 810 cittadini eritrei. Mentre dal Cairo Amnesty International lanciava grida d’allarme sulla loro sorte, a Asmara la televisione di stato Eri Tv mostrava le immagini dei rimpatriati salutandone calorosamente il ritorno. Il portavoce del governo annunciò che tutti sarebbero ritornati presto dalle loro famiglie, e che addirittura avrebbero ricevuto una compensazione di 500 nafa, circa 50 dollari. Ma non è andata così. Lo sanno bene i familiari dei rimpatriati che vivono qui al Cairo. Sono in contatto permanente con i parenti in patria. Soltanto le donne con bambini sono state rilasciate. Gli altri sono finiti dritti nei campi di addestramento militare, oppure in prigione, come nel caso di C..




C. era compagno di cella di I. nel carcere di Isma’iliyah. E faceva parte del gruppo di 800 eritrei rimpatriati nel giugno del 2008 dall’Egitto. È tornato a farsi sentire nel gennaio del 2009, sei mesi dopo. Aveva con sé il numero di cellulare di M., l’amico di I., al Cairo, e lo contattò. Chiamava da Khartoum, in Sudan, dove vive tuttora, e raccontava di essere riuscito ad evadere dal carcere di Weea, vicino Gelaelo, insieme a altri tre prigionieri politici. Il carcere di Weea ha una triste fame in Eritrea. Si trova in una depressione, una delle zone più calde del paese. Tra le varie torture, i prigionieri sono spesso esposti al sole durante le ore più calde del giorno, con temperature che raggiungono i 50 gradi centigradi. M. conosce bene il carcere di Weea. C’era anche lui tra le centinaia di studenti universitari arrestati nell’agosto del 2001 dopo le manifestazioni di protesta contro la svolta autoritaria del presidente Issaias, culminate con l’annullamento delle elezioni, l’arresto di 11 delle 15 personalità principali del governo e dei partiti, la cacciata dell’ambasciatore italiano e la messa al bando della stampa indipendente. Due degli studenti morirono sotto il sole. Non tutti i rimpatriati però sono stati portati a Weea. I disertori sono stati riportati nelle unità dell’esercito, e stanno probabilmente scontando una pena nelle carceri militari. Chi invece non ha mai iniziato il servizio di leva, è stato portato a Klima, vicino Aseb, in un campo di addestramento militare. Altri semplicemente sono scomparsi: le famiglie non hanno più nessuna notizia del loro destino.


Nonostante i rimpatri però, le partenze verso Israele continuano. Al punto che il parlamento israeliano ha votato in prima lettura un disegno di legge che prevede fino a sette anni di carcere per l’ingresso illegale nel suo territorio. Ma quando si è aperta questa rotta? E come mai Israele anziché l’Europa? Per capirlo bisogna fare un salto indietro nel tempo di 26 anni. Al 1983, data di inizio della terza guerra del Sud Sudan, che mieterà due milioni di vittime in 20 anni di combattimenti. All’inizio degli anni Ottanta furono scoperti bacini petroliferi nel sud. Il conflitto armato tra l’esercito e i ribelli del Spla (Sudan People’s Liberation Army) causò centinaia di migliaia di sfollati dentro e fuori il paese. L’Egitto, a nord, fu una naturale via di fuga. I primi profughi al Cairo arrivarono nel 1985. Ad accoglierli furono i padri comboniani della Chiesa del Sacro cuore di Abbasiyah.






“All’inizio li ospitavamo in chiesa – ricorda oggi padre Simon -. C’erano 100 persone e una ventina di bambini per cui avevamo organizzato una piccola scuola”. Oggi i bambini sono 1.200 distribuiti in quattro scuole a Santa Bakita, Kilo Arba-u-nus, Maadi e Zeytun. E altrettanti frequentano i corsi di altre 12 scuole messe in piedi dalle altre chiese del Cairo. Sì perché dal 1985 i flussi non si sono mai fermati. La guerra nel sud Sudan è finita con il trattato del gennaio 2005. Dal 1994 al 2005 la missione dell’Acnur al Cairo ha ricevuto 58.535 richieste d’asilo politico di profughi sudanesi. 31.990 hanno ottenuto lo status, 16.675 dei quali sono stati reinsediati all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, in Canada, Svezia e Australia. Nel 2005, dopo la fine della guerra nel sud Sudan, l’Acnur sospese i progetti di resettlement e cessò di riconoscere l’asilo politico ai profughi del sud Sudan. Nel frattempo però, nel 2003 scoppiò un secondo conflitto, nel Darfur, che opponeva le milizie arabe dei Janjaweed, supportati dal governo di Khartoum, ai gruppi ribelli locali, il Sla (Sudan Liberation Army) e il Jem (Justice and Equality Movement). Parte di quei profughi, a partire dal 2004 arrivò al Cairo per chiedere inutilmente asilo politico e un resettlement. Ma l’Acnur non rilasciava sempre più difficilmente la carta blu.



Per protesta, da ottobre a dicembre del 2005, un gruppo di 2.000 profughi darfuriani presidiò il parco della moschea Mustafa Mahmud, a Mohandesin, non lontano dalla sede dell’Acnur, chiedendo il rispetto dei propri diritti. A metà novembre l’Acnur decise di chiudere temporaneamente i propri uffici, senza dare maggiori spiegazioni. Nelle prime ore di venerdì 30 dicembre 2005, la polizia egiziana intervenne caricando pesantemente il sit in. Almeno 28 rifugiati vennero uccisi durante i pestaggi. E altri 2.174 furono arrestati. Una parte venne rilasciata due giorni dopo. Li vennero a depositare alla chiesa di Abbasiyah, dai comboniani. C’erano persone con ferite aperte, e arti fratturati, che non avevano ricevuto nessuna assistenza medica. C’erano uomini, donne e bambini.
È allora, sostiene padre Simon, che i profughi iniziarono a pensare a Israele. Le date coincidono. Gli emigrati africani intercettati dalle forze di sicurezza israeliane al confine con l’Egitto passarono da 200 nel 2005 a 1.200 nel 2006. I primi arrivati crearono il sogno. Nel giro di pochi mesi, il passaparola arrivò ai 30.000 rifugiati sudanesi residenti al Cairo e alle famiglie in Sudan. E da Khartoum la voce si sparse anche tra la diaspora eritrea. Nel 2007 gli ingressi in Israele dal Sinai sono stati 5.500 ed erano 2.000 soltanto nel primo trimestre del 2008. Non tutti però sognano Tel Aviv. Baptiste è uno di loro. Vive al Cairo dal 2003, e insegna musica in una scuola dei comboniani. Di andare in Israele non se ne parla. Troppo costoso e troppo pericoloso. “Quelli che vogliono partire hanno perso la speranza”.

Per approfondimenti
ERITREA
Rapporto Amnesty International 2008
Rapporto Unhcr 2008
Risoluzione del parlamento europeo, 2002
SUDAN
Rapporto Amnesty International 2008
EGITTO
Forced Migration and Refugee Studies program (FMRS) of the American University in Cairo, A TRAGEDY OF FAILURES AND FALSE EXPECTATIONS: Report on the Events Surrounding the Three-month Sit-in and Forced Removal of Sudanese Refugees in Cairo, September–December 2005, June 2006




giovedì 28 maggio 2009

OFFENSIVA CINESE IN AMERICA LATINA

La penetrazione economico-commerciale della Cina nell'America centro-meridionale minaccia la già declinante influenza statunitense nel continente. Con buona pace della dottrina Monroe.

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In tempi di crisi, si sa, chi ha un po’ di soldi può fare ottimi affari, magari a spese altrui. E così la Cina, forte di enormi riserve valutarie accumulate in anni di attivi commerciali con gli Stati Uniti, da qualche tempo a questa parte si è lanciata alla conquista dell’America latina. Cioè di ciò che Washington, sin dall’Ottocento, considera il proprio cortile di casa, in ossequio a quella dottrina Monroe con cui, nel 1823, un’America in piena ascesa bandì ogni influenza esterna (europea, figuriamoci cinese) dal “suo” emisfero occidentale.
Possiamo ipotizzare che il presidente Monroe si stia rivoltando nella tomba. Di fatto, ne avrebbe tutte le ragioni. In un momento in cui i paesi latinoamericani sono, chi più chi meno, alle prese con una brusca frenata economica, il crollo dei prezzi delle materie prime (voce importante del loro export) e un ristretto accesso al credito, Pechino appare sempre più determinata ad impersonare il ruolo di grande salvatore. Ovviamente, in cambio di congrui benefici.
Recentemente, il governo cinese ha siglato una serie di accordi significativi. Il primo prevede un raddoppio, da 6 a 12 miliardi di dollari, dell’aiuto al Venezuela, in cambio di un sostanzioso aumento (da 380 mila a un milione di barili) dell’export venezuelano di greggio verso la Cina. Vi è poi il prestito di 1 milione di dollari all’Ecuador, per la costruzione di una centrale elettrica (che sarà realizzata da imprese cinesi).
Ma gli accordi più importanti sono, probabilmente, quelli conclusi con Argentina e Brasile. Alla prima Pechino ha promesso 10 miliardi di dollari in aiuti, con cui Buenos Aires si impegna a pagare l’importazione di merci cinesi. Il fatto, poi, che questo prestito (come molti altri) sia stato concesso in yuan, potrebbe aprire la strada ad un eventuale uso della la valuta cinese come moneta di riserva, affianco o finanche in sostituzione del dollaro.

Storia simile per il Brasile, alla cui compagnia petrolifera di Stato, Petrobras, l’Impero di Mezzo ha staccato un assegno di 10 miliardi di dollari (poco meno degli 11,2 miliardi elargiti in totale dalla Banca interamericana nel 2008, fanno notare a Brasilia). Questi andranno a finanziare la ricerca offshore, in cambio dell’impegno brasiliano ad esportare in Cina almeno 100 mila barili di petrolio al giorno.
Insomma, in un momento in cui l’amministrazione Obama affronta lo spinoso problema dell’erosione dell’influenza statunitense in America latina, dall’altra parte del Pacifico una Cina con molti soldi e pochi scrupoli appare intenzionata a sfruttare appieno la debolezza americana. Perché, in tempi di magra come di abbondanza, chi si ferma è perduto.

Fabrizio Maronta



mercoledì 27 maggio 2009

LA LOTTA DEL POPOLO NASO

Nel 1826 Simon Bolivar affermava solennemente che "se il mondo dovesse scegliere una capitale, l'istmo di Panama sarebbe il luogo più adatto a ricoprire questo alto ruolo". A quei il territorio di Panama apparteneva alla Gran Colombia, il grande progetto di integrazione latinoamericana voluto da Bolivar che per soli dieci anni riuscì a riunire sotto un’unica bandiera gli attuali stati di Ecuador, Venezuela e Colombia.
Se potesse vederla adesso però, difficilmente il libertador ne sarebbe così orgoglioso. Capitale di grandi capitali in cerca di porti sicuri e di merci che da tutto il mondo confluiscono nella zona franca del canale facendo perdere le tracce dello sfruttamento umano da cui derivano, Ciudad de Panama è oggi l'emblema di un paese dove ad un tasso tasso di crescita economica fra i più alti dell'America latina corrisponde un drammatico aumento delle diseguaglianze sociali e della criminità.
I grattacieli continuano a spuntare come funghi mentre decine di piani più in basso, fra lo smog e il rombo dei diablos, gli ex scuola bus statunitensi riverniciati con colori sgargianti ed adibiti a mezzi di trasporto, le bande giovanili spopolano, seminando il terrore in buona parte dei quarteri della città.
Ai visitatori stranieri non è concesso molto, se non le visite al canale ed una serie di ristoranti e locali notturni tutti concentrati nella zona alberghiera.
Da qualche anno però le autorità stanno cercando di rivalutare il casco viejo, la parte antica della città, con il restauro di alcuni palazzi dell'età coloniale e l'aiuto di telecamere e poliziotti presenti quasi ad ogni angolo. Una volta raggiunta la cattedrale però, l'attenzione del visitatore, più che dai pannelli informativi per i turista, è rapita da altri pannelli, legati l'uno all'altro attorno al gazebo che campeggia al centro della piazza. Raccontano con foto e testi la storia del popolo Naso.


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I Naso sono un gruppo indigeno originario del nord di Panama, vicino alla località di San San, poco distante dalla frontiera con il Costa Rica. Meno conosciuti, numerosi, e strutturati politicamente rispetto ad altri importanti gruppi indigeni panamensi, come i Kuna e gli Embera, non si sono mai visti riconoscere dallo stato nè una propria Comarca (un territorio indigeno dotato di autonomia) nè alcun tipo di aiuto economico.

Pur tormentati dalle inondazioni stagionali e dallo sfruttamento economico delle zone circostanti, che ne ha minato gran parte delle risorse naturali, non hanno rinunciato ad abitare il loro territorio ancestrale, costruendosi da sè le case ed una scuola per i bambini. Questo fino al all'alba del 30 marzo di quest'anno, quando sono stati svegliati dalle ruspe della Ganadera Boca, un grossa impresa di allevamento bestiame, che spalleggiata dai lacrimogeni della polizia li ha costretti ad abbandonare in pochi minuti il loro villaggio. Dopo aver raso al suolo tutte le loro case, la scuola e le piantagioni di frutta, le ruspe hanno seppellito tutto sotto terra, come a negare loro ogni speranza di ricostruzione. Nove bambini sono finiti all'ospedale intossicati dai gas lacrimogeni mentre gli altri, compresi gli adulti, hanno vissuto un trauma che difficilmente potranno dimenticare.

Di colpo, nel giro di pochi minuti, hanno visto distruggere e scomparire sotto terra tutto ciò che avevano con una violenza devastante. Una tragedia che ricorda per molti versi quella vissuta nel nostro Abruzzo, con la differenza che qui la mano è umana, e le ragioni sono quelle del profitto invece che quelle inesplicabili di madre natura.

Oltre duecento persone, tra cui moltissimi bambini, discendenti dei primi abitanti di questo continente, non hanno più una terra nè una casa dove vivere. E' per questo che da oltre un mese 35 di loro hanno raggiunto la capitale e si sono accampati qui, davanti alla piazza del governo. Chiedono di riavere indietro il loro territorio, che per quanto povero e martoriato è il luogo dove hanno sempre vissuto e dove vogliono continuare a vivere. Gli altri Naso hanno eretto un accampamento di fortuna vicino al loro vecchio villaggio, dove rimangono abbandonati a se stessi in una condizione di vera e propria crisi umanitaria.

Le guardie private della Ganadera Boca si sono impadronite dell'unica via di accesso al territorio, da cui non lasciano passare nemmeno i medici o i famigliari che vogliono portare soccorso e viveri a questi nuovi profughi del capitalismo. Più volte, nel mese di aprile, le guardie hanno effettuato incursioni intimidatorie nel nuovo accampamento sparando colpi in aria, fino a quando, con le stesse ruspe, hanno iniziato a distruggere una ad una tutte le nuove capanne. A quel punto i Naso hanno circondato l'ultima capanna, difendendola con una catena umana alla quale hanno partecipato anche bambini e donne in cinta. Nel frattempo gli altri Naso accampati nella capitale occupavano il Ministero della Giustizia, ottenendo la garanzia della fine delle persecuzioni.

Da allora sulla loro situazione si sono pronunciate, con toni estremamente critici nei confronti del governo, sia la defensoria del pueblo, organo istituzionale di garanzia dei diriitti dei cittadini, che diverse organizzazioni internazionali.

Messo alle strette dalle pressioni, e dal timore di uno scandalo appena prima delle elezioni, il Ministro della Giustizia ha presentato ai Naso una proposta di risistemazione in dei prefabbricati distanti dal territorio e dai costumi della loro comunità. Gli indigeni hanno opposto un netto rifiuto, ribadendo che è la Ganadera boca a doversene andare, e presentando un proprio documento, in cui chiedono di accogliere le osservazioni degli organismi di difesa dei diritti umani e di restituire loro quanto gli è stato sottratto violando ogni tipo di procedura legale.

Il Ministero ha preso tempo, e nel frattempo il paese è andato alle urne, consegnando una netta maggioranza al candidato di destra, l'imprenditore di origini italiane Ricardo Martinelli. Oggi sono in pochi, tra gli osservatori di questo conflitto taciuto dai media ed ignorato da una sinistra troppo preoccupata a cercare di mascherare cinque anni di fallimentare gestione del paese, a sperare che questo nuovo governo possa dare una soluzione al dramma dei Naso. Loro però non si arrendono, e portano avanti il presidio davanti a quello che vorrebbe essere il fiore all'occhiello di un paese che sa offrire benessere e libertà solo per pochi.

Nè si perde d'animo il loro anziano leader spirituale, il Rey. "Continueremo a resistere - mi dice- perchè siamo come certe piante della giungla, puoi tagliarle e tagliarle ma non riuscirai mai ad estirparne la radice".
Antonio Laforgia

UNA LEZIONE DA IMPARARE




martedì 26 maggio 2009

"... NE AVETE FATTO UNA SPELONCA DI LADRI" - 1° parte

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di Giorgio Bongiovanni - http://www.antimafiduemila.com/


Crimini in Vaticano


Misteri, crimini e omissioni all'ombra della cupola Vaticana. Nella prima parte del nostro dossier i legami dell'alta prelatura vaticana con la finanza criminale, le mafie e i corrotti del nostro tempo ...
Ho scritto il 21 dicembre 2008:
Prima parte
Premessa:
Mi sento un uomo di fede e come tutti sanno da vent’anni vivo la mia esperienza spirituale personale, ma sono anche un giornalista impegnato, quale direttore di ANTIMAFIA Duemila, nel cercare di dare il mio contributo all’affermazione della democrazia, della libertà, della giustizia e della fratellanza nella mia terra natia, la Sicilia, il mio Paese, l’Italia, in Europa e nel mondo intero.
Mi riconosco negli insegnamenti Cristiani della Chiesa Cattolica, anche se ho sviluppato idee per certi versi eretiche rispetto a quelle ufficialmente proclamate dalla Chiesa, concetti di filosofia universale e cosmica contemplati da molte scuole spirituali d’oriente e dello stesso occidente, che tuttavia non mi impediscono di individuare all’interno dell’istituzione cattolica l’operato di autentici Ministri di Cristo. Uomini e donne che vivono il sacerdozio a “imitazione di Cristo”, rendendo vivo e concreto il Vangelo come don Luigi Ciotti, che mi ha concesso l’onore di battezzare i miei figli, come Padre Alex Zanotelli, come Madre Teresa di Calcutta così come credo nella santità delle stimmate di Padre Pio.
Questa premessa è per specificare che quanto leggerete in questo dossier non è l’attacco di un ateo anticlericale né tanto meno la provocazione di un polemico, è invece un grido, un richiamo accorato affinché venga fatta pulizia all’interno della Chiesa di Pietro che Cristo chiamò la casa della preghiera. Perché quando tornerà non abbia a dover ripetere quanto già disse una volta: “Voi fate della mia casa di preghiera un covo di ladri” (Giovanni 2, 16 : Marco 11, 15-17: Luca 19, 45-46: Matteo 21, 12-13)
Quindi nel rispetto del credo di tutti i fedeli questo è il mio intento.

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Crimini e silenzio
L’intera storia della Chiesa Cattolica, soprattutto nell’esercizio del suo potere temporale, è costellata di crimini, scandali, violenze, soprusi, menzogne e mistificazioni. Da secoli e per secoli l’Istituzione cattolica romana ha costruito il suo impero sull’inganno diventando uno degli attori principali di quel sistema mondiale che ha diviso il pianeta in ricchi predatori e in poverissimi depredati. Quello che solo oggi è visibile agli occhi di tutti è la risultante di centinaia di anni di prevaricazione e prepotenza che hanno determinato l’incolmabile divario tra i popoli, tra le razze e la devastazione del sistema ambientale ad esclusivo beneficio di pochi potenti, intoccabili e impuniti che ingrassano le loro smisurate ricchezze affamando interi popoli. Anche il Vaticano è responsabile del miliardo di persone che ogni giorno muore nel genocidio più drammatico di tutti i tempi, quello provocato dalla fame e dalla estrema povertà, perché ha stretto accordi e affari con i dominatori disonesti di ogni dove, prestando le sue segrete stanze ai criminali di ogni tempo, dittatori, mafiosi, assassini, speculatori, finanzieri senza scrupoli, politici corrotti, tutti illustri colletti bianchi e porpora. Solo di alcuni di questi, dei più piccoli e più sacrificabili tra i pesci, si sono potute ricostruire le storie criminali e senza mai alcuna conseguenza per gli alti prelati vaticani, protetti dalle solide e sontuose mura di alabastro e dal silenzio compiacente dei maggiori mass-media che sono controllati dai medesimi gruppi di potere in cui siedono cardinali e vescovi.
Non deve meravigliare perciò che di tutto il rumoreggiar che si è fatto dello scandalo dei cosiddetti “furbetti del quartierino”, dagli sms privati al vergognoso attacco che ha destituito il pg Clementina Forleo dalle proprie funzioni, poco, pochissimo risalto ha avuto invece un risvolto di questa inchiesta, a mio avviso, per niente secondario. Solo l’attenta penna di Curzio Maltese su Repubblica e un paio di ottimi libri (Capitalismo di rapina, Biondani, Malagutti, Gerevini Ed. Chiarelettere e Onorevoli wanted, Travaglio e Gomez Ed. Riuniti) hanno riportato quanto uno dei principali protagonisti di quest’ennesima truffa ai danni degli italiani, Gian Piero Fiorani, ha raccontato in un brevissimo verbale ai magistrati che lo interrogavano.
Prima però facciamo un piccolo passo indietro.

Nuove facce, un unico infallibile metodo
Gian Piero Fiorani è un uomo brillante e carismatico. Ha solo 19 anni quando entra alla Banca popolare di Lodi. Le sue doti emergono immediatamente e nel giro di pochi anni sale i gradini della gerarchia interna alla Bpl conquistandosi la fiducia personale del grande patron Angelo Mazza che gli affida incarichi sempre più delicati in diverse parti d’Italia, a Firenze e in Sicilia, per farne poi uno dei suoi prediletti. Il giovane pupillo viene infatti a conoscenza dei conti segreti esteri di cui dispone la banca e apprende con grande celerità il sistema per guadagnare, far guadagnare e intraprendere una sfolgorante carriera. Il destino gli serve presto l’occasione per mettere in pratica tutto quanto assimilato con tanta perspicacia. Mazza muore improvvisamente a soli 58 anni nel 1997 e viene sostituito da Ambrogio Sfondrini ma solo per due anni; nel 1999, infatti, l’amministratore delegato della Banca di Lodi è Gian Piero Fiorani.
Fino al 2005, quando la sua stella precipiterà dal firmamento della finanza Fiorani farà compiere un enorme salto di “qualità” alla Bpl inserendola nella rosa dei primi dieci istituti finanziari italiani. Il metodo è vincente. Si circonda di un gruppo di fedelissimi che inserisce ai vertici dei vari posti di comando, gratifica i suoi dipendenti più audaci e molto poco schizzinosi con bonus da favola e traghetta una banca di provincia tra i colossi italiani fino a sfidare un Golia europeo come l’olandese Abn Amro.
Il tutto, come dimostrerà la magistratura, truccando le carte e violando ogni regola e, naturalmente non da solo.
Oltre ai suoi fidati Gianfranco Boni, “mago della finanza”, Attilio Savaré suo alter ego in amministrazione, Giovanni Vismara, suo consigliere in strategie e Donato Patrini, sua longa manus nei delicatissimi rapporti con i politici, Fiorani stringe alleanze fondamentali con i nomi di primo piano della scena nazionale italiana, imprenditoria e finanza comprese.
Grazie ad un sofisticato sistema di truffe e speculazioni ai danni dei correntisti e dei risparmiatori, grazie soprattutto ad accurate e continue operazioni di insider trading (ossia sapere in anticipo notizie riservate sugli investimenti ndr.) Fiorani e i suoi creano e rimpinguano a dismisura un infinito numero di conti correnti esteri sparsi in tutto il mondo, dalle Cayman a Singapore passando per la Svizzera e il Liechtenstein, ai quali attingere per foraggiare questo o quel personaggio a seconda delle necessità e delle ambizioni.
Forte di questa rete l’Ad della Bpl, che poi nel 2005 cambierà il suo nome in Banca Popolare Italiana, prepara il big business, il colpo più importante della sua vita: la scalata all’Antonveneta.
Il tipico scandalo italiano che rivela, ancora una volta, l’intreccio affaristico-criminale tra interi pezzi della classe dirigente del nostro Paese che specula e ingrassa sulle spalle di ignari e inermi cittadini.
E’ l’estate del 2004 quando Fiorani rivela a un selezionatissimo gruppo di uomini collocati nei punti strategici la sua intenzione, almeno la prima: assumere il controllo di Antonveneta assieme al gruppo di azionisti di Hopa, la creatura finanziaria di Emilio Gnutti (Hopa sta per Holding di partecipazioni ndr).
Fiorani informa per primo Gnutti, ovviamente, e poi Luigi Grillo, esponente di Forza Italia affinché metta al corrente Berlusconi delle sue mire, Ennio Doris, presidente berlusconiano di Mediolanum, Bruno Bianchi, uno degli ispettori di Bankitalia, Fabio Pelenzona vice presidente di Unicredit, consigliere di Mediobanca, esponente della Margherita e molto utile per i suoi contatti con la famiglia Benetton che detiene quote di Antonveneta, Don Gianni Bignami, prete esperto di finanza molto ben introdotto in Vaticano e soprattutto il suo interlocutore più importante Antonio Fazio, il presidente della Banca d’Italia, dalla cui firma dipende il successo del suo piano.
Fiorani inizia a muoversi per dotarsi degli elementi fondamentali di cui necessita: il consenso di coloro che contano, la situazione politica favorevole e fidati amici cui far rastrellare illegalmente le azioni Antonveneta con il denaro fornito con infiniti giri dall’estero proprio dalle casse occulte della Bpl. Gli ostacoli? Molti, ma non sono un problema: si superano comprando o ricattando, sono tali e tanti i favori che ha elargito in ogni direzione da poter passare a batter cassa in ogni sponda.
Quando infatti la Lega Nord dichiara di voler votare le nuove norme sul risparmio andando di fatto a limitare il potere di Fazio basterà una sola telefonata di Fiorani a ricordare ai vertici del partito di quel favorino che fece loro salvando dal crack certo la Credieuronord, la banca dei “purissimi” contro “Roma ladrona” fatta fallire a tempo di record con un debito enorme che si sarebbe scaricato sulle spalle degli esigenti imprenditori padani.



ratzinger

Il banchiere di provincia non perde un colpo, si trasferisce letteralmente al Senato e cura di persona, uno per uno, i rapporti con i vari politici per proteggere la posizione di Fazio che, naturalmente, contraccambia tanta sollecitudine.
Quando la Abn Amro nel marzo del 2005 annuncia l’Offerta pubblica di Acquisto (Opa) su Antonveneta, Fazio limita e dilata la scalata olandese favorendo quella ancora non dichiarata da Fiorani che nel contempo è riuscito a mettere insieme altri 18 investitori prestanome e denaro sufficienti per realizzare il suo sogno.
A comprare in sordina le quote della banca padovana sono tra gli altri un gruppo di rapaci imprenditori bresciani legati a Gnutti, Stefano Ricucci, Francesco Bellavista Caltagirone e altri tutti in percentuali sotto i limiti per cui andrebbero dichiarate sul mercato (2% per la Consob e 5 % per Bankitalia ndr).
Tuttavia il capo della banca olandese Rijkman Groenik ha già cominciato a sentire puzza di bruciato. E’ il momento di ingaggiare le contromosse premendo anche sugli organismi di vigilanza europea che avviano le prime richieste di verifica. Fiorani però non si perde d’animo e con la complicità di Fazio riesce a far credere che le azioni comprate dai 18 investitori non rientrano nella cosiddetta “azione di concerto”, cioè non agiscono sotto la sua regia. Nessuno, nemmeno la Consob, andrà a verificare che i soldi per l’acquisto delle azioni vengono dalla Bpl.
Nel frattempo il Banco di Bilbao lancia l’Opa sulla Bnl in cordata con le Generali e Della Valle. Ad opporsi un altro eterogeneo gruppo di “furbetti” tra cui gli immobiliaristi Danilo Coppola, Statuto e altri investitori tra cui sempre Ricucci, Gnutti e soprattutto Caltagirone.
Quando Giovanni Consorte, il numero uno di Unipol, super appoggiato da D’Alema e Fassino come rivelano le intercettazioni che non sentiremo mai e per le quali il gip Forleo ha perso il suo posto, lancia la sua Opa su Bnl, tutti i “furbetti del quartierino” gli venderanno le loro quote realizzando guadagni da capogiro e favorendo la scalata italiana sponsorizzata a gran voce dai politici nostrani che per difendere i propri interessi tuonano contro l’assalto delle banche estere a quelle italiane.
Le pressioni europee però mettono in difficoltà Bankitalia all’interno della quale si crea una vera e propria spaccatura tra gli uomini del presidente Fazio che difendono a spada tratta Fiorani e altri che invece redigono un rapporto nel quale considerano la Bpl non in grado di far fronte alla gestione di Antonveneta. Un braccio di ferro intestino che si arresta solo con l’intervento della magistratura che già da diverso tempo, grazie ad un testimone, Egidio Menclossi, scaricato da Fiorani perché faceva troppe domande, sta indagando su Fiorani e compagni. Il mago di Lodi verrà arrestato trascinando in rovina per primo Fazio e poi tutta la brigata di avventurieri che avevano trafficato e lucrato con lui. Antonveneta come noto sarà poi acquisita da Abn Amro e Bnl da Bnp Paris Bas.
Sarà quindi la magistratura ancora una volta a riportare ordine dopo l’assalto di pirateria con cui questa nuova razza predona ha fatto e continua a fare scempio dei profitti del lavoro onesto dei cittadini, assumendosi, da sola, la responsabilità del controllo e della sanzione che invece dovrebbe venire anche dagli altri organi preposti oltre che, manco a dirlo, da una politica e da un’imprenditoria onesta e trasparente. Ma non è così che funziona il sistema, anzi è anche peggio.

30 miliardi e Amen
Si è discusso a lungo di tutta questa faccenda sui giornali italiani, in particolare per alimentare la solita bagarre politica necessaria a nascondere sotto il gigantesco tappeto le molte responsabilità e le molte cointeressenze nelle scalate bancarie.


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Non si è parlato quasi per niente invece di alcuni cruciali passaggi della carriera di Gian Piero Fiorani alle cui origini c’è la sua naturale predisposizione agli ambienti cattolici e della Dc. Ancora prima di entrare in banca il giovane lodigiano scriveva su Il cittadino di Lodi e su L’Avvenire ed è proprio grazie alla frequentazione di Antonio Fazio che viene introdotto nelle alte sfere dell’episcopato. Nel 2000, poco dopo essere diventato amministratore delegato della Bpl, entra in contatto con il cardinale Ruini, presidente della Cei, (la conferenza episcopale italiana, cioe’ il parlamento del vaticano) con il quale mette a punto una serie di progetti per la ristrutturazione e la costruzione di parrocchie. Per analogia si potrebbe paragonare il ruolo di Fiorani e della Banca di Lodi a quello che ebbero Roberto Calvi e l’Ambrosiano anche se in proporzioni minori e fortunatamente con un epilogo meno drammatico. Entrambi però sono stati banchieri spericolati che si sono fatti strada nel mondo della finanza anche per il giusto altolocato contatto con la finanza vaticana. Della reale entità del rapporto di Fiorani con il Vaticano si conosce appena un accenno, quello che il banchiere stesso rivela ai magistrati di Milano che lo interrogano il 10 luglio 2007.
E’ Fiorani a introdurre l’argomento e lo fa con una lamentela: “Io ho perso ogni tipo di credibilità, di referenza con la Chiesa – spiega al pm Fusco – Mi dispiace dirglielo, l’ho persa completamene… (…) L’ho contestato al Cardinale Re, che ho rivisto, l’ho contestato ad altri personaggi perché ho detto: ‘Voi siete un’associazione che è la peggiore che c’è al mondo, no un conto è la fede, un conto è la Chiesa’ (…) ‘Voi vedete uno che vi dà i soldi, come io vi ho sempre dato i soldi in contanti, contabile che ho, ma andava tutto bene. Dall’altra parte quando una persona poi è in disgrazia, non fate neanche una chiamata a sua moglie per sapere se sta bene o male’. Io l’ho apertamente detto. Sa cosa mi hanno risposto? Che la chiesa è fatta di uomini e gli uomini sbagliano”.



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Lo sfogo prosegue con una confessione e una pseudo minaccia di vendetta: “… io contesterò nelle sedi opportune… perché io i primi soldi neri li ho dati al Cardinale Castillo Lara, quando ho comprato la Cassa Lombarda. Che mi ha chiesto di dargli 30 miliardi delle vecchie lire possibilmente su conto estero, non sul conto del Vaticano. Io allora beh, tranquillo, con Mazza dico: ‘Allora, mi dia il conto del Vaticano che bonifichiamo la somma’, ‘No, bonifichiamo Bsi (Banca Svizzera Italiana) Lugano, mi dice’.
Alle domande del pm Fiorani chiarisce tutto l’antefatto. Una quota della Cassa Lombarda, il 30%, è di proprietà dell’Aspa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) di cui dal 1989 è presidente il cardinale venezuelano Rosario Josè Castillo Lara. Il quale, secondo la ricostruzione del banchiere, avrebbe chiesto di far transitare il denaro tramite conti esteri per farlo poi depositare in un conto presso la Bsi di Lugano. La quota del Vaticano fu infatti prima intestata ad una società della Banca Svizzera poi girata alla famiglia Trabaldo Togna proprietaria della Cassa Lombarda che poi avrebbe venduto alla Lodi.
La ragione di questo giro è presto detta: “Noi abbiamo dichiarato un valore troppo basso – gli dice il cardinale – paghiamo troppe plusvalenze, allora facciamo un’operazione estero su estero”. E Mazza, al tempo patron di Bdl, siamo nel 1995, ordina al suo giovane pupillo di eseguire: “Va beh, vai là, fallo”.
Così Fiorani trasferisce con un bonifico bancario i 30 miliardi delle vecchie lire su questo conto svizzero e aggiunge al magistrato: “Ci sono tre conti del Vaticano (alla Bsi di Lugano ndr.) che erano su penso, non esagero, dai due ai tre miliardi di Euro.!”.
Inutile dire che non è stato possibile effettuare alcun accertamento sulle dichiarazioni di Fiorani che riguardano la finanza Vaticana come in nessuno dei casi che in passato hanno coinvolto i vertici porporati. Intoccabili, ingiudicabili, improcessabili, qualsiasi sia il crimine o l’ingiustizia da loro commessa.
Eccone un dettagliato elenco, a valutare siano almeno i cristiani.
A futura memoria
Nel dossier sulla storia blasfema del Vaticano che nelle prossime settimane pubblicheremo ricostruiremo alcuni dei fatti più eclatanti che hanno visto il coinvolgimento dei vertici dell’istituzione della Chiesa cattolica in crimini più o meno gravi. Partecipazioni dirette e indirette, compiacenze e terribili omissioni.
La benedizione di dittature e violenze di massa, i genocidi di indigeni e le prevaricazioni razziali, la collusione con potenti e corrotti, le cointeressenze con speculatori e mafiosi, le cospirazioni internazionali contro i governi avversi, il riciclaggio, il silenzio e i misteri consumati all’interno delle mura vaticane, il messaggio di Fatima, la morte di Papa Luciani, i privilegi fiscali e il più orribile dei crimini: la pedofilia.
Un viaggio dentro Babilonia la grande spaccata al suo interno dall’operato misericordioso e santo di tanti missionari osteggiati e sacrificati per restituire almeno un po’ di dignità al Credo cristiano sepolto sotto cumuli di ricchezza e nefandezze che nulla hanno a che vedere con gli insegnamenti di Gesù Cristo il quale implacabilmente ricorda ai traditori della Sua Chiesa i Comandamenti e le leggi della vita Universale:
“Ama il prossimo tuo come te stesso”. (Matteo, 19,16-10). Le dittature e le guerre sante della chiesa cattolica hanno tradito Cristo.



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“ E’ più facile che un cammello passi nella cruna dell’ago che un ricco entri nel regno dei Cieli”. (Matteo, 19,24) La corruzione e il potere della Chiesa Cattolica hanno tradito Cristo.
3. “Chiunque scandalizza uno di questo bimbi farebbe meglio a gettarsi in mare con una macina al collo”. (Matteo,18,11-10) La pedofilia all’interno della Chiesa cattolica ha tradito Cristo.
Diceva Giordano Bruno, il grande filosofo italiano del XVI sec, bruciato sul rogo di Campo de Fiori a Roma proprio dalla Chiesa Cattolica il 16 febbraio del 1600: “La religione è indispensabile all’uomo cosi come la filosofia. Non è possibile una società senza religione tra i popoli. Ma la religione ed in particolare quella cattolica romana deve cambiare, ritornare alle origini, deve essere strumento di fratellanza e convivenza civile tra gli uomini e non centro di potere”. Il Messaggio di questo Eterno Spirito che muta nel tempo lo faccio mio oggi. Noi non siamo contro le religioni e gli insegnamenti Universali. Noi siamo contro quei Criminali vestiti da Uomini che esercitano il potere tiranno nel nome di Cristo personificando quel blasfemo valore che inesorabilmente sta conducendo la società umana al fallimento e all’autodistruzione: l’inganno, che è peggiore del tradimento.
Buon Natale agli assetati di Giustizia, ai sofferenti e agli amanti dell’Amore.
In Fede
Giorgio Bongiovanni
S. Elpidio a Mare - Italia - 21 dicembre 2008 ore 11,30

lunedì 25 maggio 2009

IV VERTICE DEI POPOLI E DELLE NAZIONALITA' INDIGENE DI ABYA YALA

PUNO - PERU'



Dal 27 al 31 maggio la città di Puno, in Perù, ospiterà il IV vertice delle Nazioni e dei Popoli Indigeni dell'Abya Yala.
Dopo gli incontri di Messico, Ecuador e Guatemala, i popoli e le nazioni indigene del continente americano si incontreranno quest'anno a Puno per approfondire i temi e i contenuti delle strategie elaborate nei precedenti vertici come risposta all'attuale crisi del sistema mondiale. Il fallimento del modello occidentale di civiltà e il tracollo dell'economia di mercato sfociato nella crisi finanziaria globale hanno dimostrato l'inapplicabilità di un sistema che punta all'accumulazione indiscriminata e alla preminenza della sfera economica su tutti gli altri aspetti del vivere collettivo.


L'agenda politica
I popoli indigeni americani riuniti a Puno ribadiranno il loro rifiuto a un sistema mondiale di fatto escludente e iniquo, proponendo come alternativa un modello di civiltà basato su altri valori e paradigmi quali la solidarietà fra i popoli, il buen vivir, il rispetto per la Madre Terra e la gestione comunitaria e partecipata delle risorse pubbliche e dei territori. Si parlerà di diritti collettivi, di diritto alla terra e all'acqua, di sovranità alimentare e di tutela delle conoscenze tradizionali e delle culture originarie. Si cercherà di approfondire un nuovo modello di stato, basato sulla plurinazionalità e sul riconoscimento delle autonomie indigene, per garantire una reale partecipazione alla cosa pubblica attraverso forme di democrazia partecipata e autogoverno.
In particolare le nuove costituzioni di Ecuador e Bolivia, recentemente approvate, saranno al centro del dibattito sul carattere multinazionale e multietnico di molti stati del continente e sull'importanza del rispetto della diversità come asse portante di un nuovo modello di stato, multiculturale e pluralista.


Dopo Belem
Dopo il Forum Mondiale di Belem do Parà dello scorso gennaio, il Vertice di Puno vuole essere una conferma della necessità di elaborare un modello alternativo per rispondere alle sfide poste dalla crisi attuale, puntando sul protagonismo dei nuovi attori sociali e sulla necessità di elaborare strategie dal basso, promuovendo forme democratiche di partecipazione e spazi per il dibattito pubblico.
Il Forum di Belem ha visto i popoli indigeni del continente americano uniti nel chiedere il riconoscimento del loro modello di civiltà “altra” rispetto a quella occidentale, dimostrando in questo modo come sia impossibile ricondurre il sistema mondiale a un unico paradigma dominante senza generare esclusione e sfruttamento degli uni sugli altri. Uguaglianza nella diversità quindi, convivenza di più modelli di società, rispetto della diversità culturale e promozione del dialogo fra i diversi attori globali in una condizione di pari dignità.
Cittadinanza attiva e buen vivir, saranno queste le parole d'ordine dell'incontro di Puno, con un'attenzione particolare anche ai temi del rispetto della Madre Terra (non come fattore esterno ma come sistema complesso del quale l'uomo è parte).


Organizzazione
Principale organizzatore dell'evento sarà il Coordinamento Andino delle Organizzazioni Indigene (CAOI), una confederazione che riunisce le organizzazioni regionali indigene di Cile, Colombia, Bolivia, Ecuador e Perù. Gli altri soggetti organizzatori sono il Coordinamento delle Organizzazioni Indigene della Conca Amazzonica (COICA) e il Coordinamento Indigeno del Centroamerica (CICA).


Programma
L'agenda del vertice prevede diversi tavoli di lavoro e spazi di discussione sui diversi temi in programma. Nelle giornate del 27 e 28 maggio si terrà il I Vertice Continentale delle Donne Indigene, mentre il II Vertice su Infanzia e Gioventù Indigene si svolgerà il 29 e 30 maggio.

Per leggere il programma completo vi invitiamo a visitare il sito:

IV CUMBRE CONTINENTAL DE PUEBLOS Y NACIONALIDADES INDÍGENAS DEL ABYA YALA




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sabato 23 maggio 2009

FMI: DISCUTIBILE AGENTE ANTICRISI



In epoca preistorica, quando la siccità o una piaga naturale colpivano un villaggio, lo stregone cercava di calmare e allontanare gli spiriti maligni che portavano le calamità lanciando maledizioni e scongiuri, anche se con scarsi risultati.Nell'epoca attuale, quando la recessione economica ha iniziato a farsi sentire in tutto il mondo e in tutti i settori, i capi di stato dei sette paesi dove la crisi è scoppiata e dove le è stato concesso di ampliarsi e prendere forza, si sono riuniti a Londra agli inizi di aprile con i rappresentanti degli altri 13 paesi che formano il G20, allo scopo di esorcizzare e placare gli spiriti del male con dichiarazioni, comunicati e promesse di cambiamento ma, soprattutto, con milioni di dollari.

Gli stregoni erano più umili e meno prepotenti degli attuali governanti delle sette nazioni più ricche del pianeta. I primi non pretendevano di sapere tutto mentre adesso risulta invece che i secondi sappiano – secondo quando riportato in un comunicato del 2 aprile – che la mancanza di regole sul credito bancario e le molte falle nella supervisione delle operazioni di compravendita di titoli azionari hanno provocato grossi terremoti in borsa; in ogni caso già sono state prese tutte le misure del caso per superare la crisi ed evitare che una simile piaga si ripeta nel futuro.

Il testo del comunicato di Londra sembra di una seietà implacabile ma è una menzogna. Le autorità governative dei paesi ricchi non sapevano né volevano sapere l'ampiezza e la gravità dell'indebitamento delle principali imprese immobiliari a causa della collocazione sul mercato di titoli ad alto rischio per le ipoteche “subprime”. Inoltre, il FMI, al quale viene riconosciuto il ruolo di supervisore dell'etica e della trasparenza legale delle trattative finanziarie durante tutta la gestazione della crisi globale attuale, non ha avvertito sui pericoli che potevano derivare, e sono infatti derivati, dai grossi investimenti e prestiti, estremamente rischiosi nei mercati dei beni raices e che hanno portato alla rovina di imprese come la Merrill Lynch, la Fannie Mae e la Freddie Mac, queste ultime due erano le due aziende statunitensi più importanti nel settore immobiliare, la Aig Assicurazioni e la società finanziaria Lehman Brothers.

Molte altre imprese sono state riscattate dal governo ma un gran numero si sono viste costrette a chiudere o si trovano ancora sull'orlo del collasso, sature di debiti inestinguibili o “tossici”, come adesso vengono chiamati. Oltre a questo, né il FMI né i governi dei paesi ricchi hanno voluto pronunciarsi sul tremendo impatto che potevano causare le compagnie petrolifere con le loro speculazioni sul rialzo dei prezzi che hanno portato a oltre 147 dollari il barile di greggio; tutto ciò ha giocato un ruolo importante nel generare una situazione insostenibile per milioni di debitori portando a una sospensione massiva dei pagamenti.

E' dovuta intervenire la OPEC, accusata ripetutamente dai grandi mezzi di informazione nordamericani di destabilizzare il mercato, per mettere in chiaro che l'aumento dei prezzi dell'oro nero era colpa di altri agenti economici e decretare il congelamento della produzione dei suoi 13 paesi mebri. Con grande sorpresa degli angustiati consumatori, le quotazioni del greggio cominciarono a cadere su tutti i mercati e i prezzi diminuirono di 30-40 dollari al barile, sebbene verso la fine di aprile hanno mostrato un repunte vicino ai 50 dollari.

Il dato peggiore che è emerso dal summit del G20 di Londra è stato l'entusiasmo e l'enfasi con cui il FMI è stato insignito del ruolo di regolatore e supervisore dell'economia mondiale, in particolare dei paesi a basso reddito di Asia, Africa e America Latina, il che equivale, per queste nazioni, a porre “la chiesa nelle mani di Lutero”, come suole dire il Vaticano quando si trova completamente disorientato. La decisione del G20 di destinare al FMI poco più di un miliardo di dollari per incrementare le sue capacità di concedere prestiti e somministrare denaro alle banche per aumentare i crediti e gli investimenti alle imprese, comporterà come conseguenza il ripetersi della crisi fra qualche anno.

La questione è che con queste nuove risorse finanziarie vengono mantenute le vecchie condizioni di prestito, contaminate dal virus neoliberale, da fenomeni di speculazione, dalla deregolamentazione e tutto quello che ha generato la disastrosa situazione economica che stiamo vivendo. Come se non bastasse, il FMI, sebbene sia formato da 185 membri e formalmente risulti essere un organismo del sistema delle Nazioni Unite, in realtà è un'organizzazione al servizio degli USA e di qualche altro paese ricco. Più precisamente, il FMI è alle dipendenze dei più forti interessi imprenditoriali e politici di queste nazioni. Non è un organismo che concede prestiti per lo sviluppo, giacchè questo spetta alla BM, ma il suo compito non è meno importante: mantenere la stabilità delle quotazioni monetarie e vigilare sui tassi di cambio dei paesi membri per scongiurare il rischio di inflazione e garantire riserve sufficienti per sanare il debito interno e, soprattutto, quello estero senza ritardi e proroghe di pagamento.

Essere membro del FMI significa riconoscere agli USA il diritto di decidere le linee di condotta economica di ogni stato membro, in considerazione del fatto che i paesi necessitano spesso di prestiti che permettano loro di mantenere su certi binari la convertibilità della moneta e pagare il debito estero. Qui è dove il Fondo esige – come condizione per la concessione di prestiti – che i governi richiedenti dichiarino le linee di politica economica che intendono seguire con una Dichiarazione di Intenzioni, redatta dai paesi stessi ma approvata da Washington, dove si trova la sede centrale del Fondo. Naturalmente, quanto dichirato dovrà essere compatibile con gli interessi statunitensi, europei e giapponesi: in caso contrario, semplicemente il prestito non verrà concesso.

Affinché non ci siano malintesi, il FMI invierà poi squadre di tecnici per vigilare sull'applicazione dei punti considerati indispensabili per Washington e che, in genere, sono i seguenti: nessun ostacolo agli investimenti, nessun limite al commercio estero in tutti i settori, nessun sussidio alla produzione agricola, libertà d'azione per le imprese private, sia nazionali che straniere, privatizzazione delle imprese statali di interesse per il capitale privato, libero movimento dei capitali per gli investimenti, così come di remissione degli utili. Ci sono alcune misure che sono in contraddizione con la condotta dello stesso governo statunitense, come i sussidi all'agricoltura, applicati in casa ma proibiti altrove, esattamente come fa l'Unione Europea, destinando ogni anno ai propri produttori centinaia di milioni di dollari o euro.

Anche a paesi come il Messico, con il quale mantiene, insieme al Canada, un trattato di libero commercio, viene proibito di entrare in territorio statunitense con camion cariche di prodotti messicani importati da imprenditori nordamericani: è stata bloccata la vendita di tonno e aguate con pretesti ambientalisti. Anche se sono state fatte alcune concessioni agli USA, le relazioni con il vicino Messico rimangono difficili e non solo per i Messicani. Con tutti gli aiuti in dollari che gli verranno concessi, il FMI non farà che continuare a imporre ai paesi creditori una politica neoliberale, dove solo viene tollerata la “magia del mercato” come unico elemento regolatore e di equilibrio dell'attività economica e di mercato.

L'apparato statale, meno interviene in economia e meglio è: libertà d'azione per le imprese. Meno regole e controlli possibili all'attività economica. Questo significa che verranno reintrodotti o si manterranno tutti gli elementi che hanno fatto fiorire, col vigore della foresta vergine, le operazioni speculative più sfacciate, la crisi del settore immobiliario, l'indebidamento accellerato e la conseguente rottura dei giganti finanziari, la disoccupazione, la diminuzione della produzione e la recessione su scala planetaria.

Tornando al FMI, come parte del sistema delle Nazioni Unite, le decisioni al suo interno vengono prese in modo assolutamente non democratico. La sua Assemblea Generale non è composta da mebri con uguale peso decisionale quanto piuttosto una riunione asimmetrica di azionisti. Non esiste il principio di un voto per paese ma il voto proporzionato alla quantità di capitale investito. Gli USA detengono quasi il 15% dei voti e hanno bisogno solo dei voti congiunti di altri due o tre governi amici per esercitare una sorta di veto virtuale sui prestiti e le politiche del Fondo che richiedono una votazione del 85% sul totale.

Amministratore di risorse per la riattivazione

Il FMI è molto criticato dai paesi del sud del mondo per il suo modo parziale e ambiguo di agire: tollerante con i paesi ricchi e duro con quelli poveri. Questo organismo venne creato nel 1944 per stabilire un sistema monetario fortemente voluto dagli USA e dai suoi alleati politici e economici. Tuttavia non è stato pensato per impedire le crisi periodiche del sistema capitalistico o per certificare l'etica o la legittimità dei buoni, azioni che si comprano sulle borse valori e neanche per garantire che i paesi membri adottino politiche rispettose dell'ambiente.

Nel summit di Londra il G20 ha stabilito al paragrafo 5: “Gli accordi che abbiamo raggiunto oggi costituiscono un programma addizionale di 1,1 bilioni di dollari di aiuti per sanare il credito, la crescita e l'occupazione nell'economia mondiale. Le misure decise sono le seguenti: triplicare le risorse a disposizione del FMI fino a 750mila milioni di dollari; appoggiare una nuova partita di DEG di 250mila milioni di dollari e almeno 100 milioni di dollari di prestito aggiunto da parte delle BMS; garantire 250mila milioni di dollari di appoggio al commercio e utilizzare le risorse addizionali della vendita di oro accordate dal FMI per finanziare la ripresa dei paesi più poveri”.

E nel paragrafo 6 precisava poi: “Metteremo in atto un ampliamento fiscale senza precedenti che salverà o creerà milioni di posti di lavoro e che, entro la fine dell'anno, rappresenterà 5 bilioni di dollari, aumenterà del 4% la produzione e accellererà la transizione verso un'economia ecologica”. A causa delle sue mancanze nel ruolo di supervisore finanziario e economico mondiale, molti esperti hanno richiesto una riforma del Fondo per renderlo più utile ai paesi poveri, bisognosi di risorse finanziarie senza dover pagare un prezzo tanto alto in termini di sovranità economica.

Da qui parte la richiesta di riformare il FMI e di farlo prima possibile, prima dell'iniezione di dollari. Sul New York Times dello scorso 24 aprile è apparsa un'analisi dal titolo “In primo luogo riformare il FMI”, nel quale si denuncia che l'organismo è stato oggetto di numerose critiche per non essere stato in grado di affrontare le crisi in Tailandia, Filippine, Malesia, Corea del Sud, Indonesia, così come Russia, Brasile, Argentina e altri paesi. Come risultato di questo deficit operativo reiterato, che ha causato la perdita di produzione e posti di lavoro, molti paesi a medio reddito accumulano sistematicamente montagne di divise estere per non dover più dipendere dal Fondo. Nessuno è stato punito per questi errori che potevano essere evitati.

Nessuno chiede mai spegazioni al FMI o vigila sul suo operato: “Il dipartiemtno del tesoro nordamericano è il principale supervisore del Fondo il quale, insieme all'Europa e al Giappone, possiede una comoda maggioranza al suo interno”. La BM è governata allo stesso modo. Il FMI dichiara di essere cambiato, si legge nell'articolo del New York Times, però a giudicare dai nuovi prestiti Stand by dello scorso settembre, sembrerebbe continuare a ripetere gli stessi errori di sempre. Tutti prevedono un taglio alle spese nonostante il Fondo si fosse impeganto a garantire uno stimolo fiscale a livello mondiale.

Il disonore di trattare col FMI

La situazione continua ad essere molto difficile, il FMI prevede una diminuzione del PIL mondiale per un valore pari al 13 % entro la fine dell'anno e una ripresa parziale di 1.9 in percentuale nel 2010. A conferma di cosa significhi per un paese del terzo mondo avere a che fare con il FMI, il direttore generale del Fondo Dominique Strauss Khan, ha dichiarato lo scorso 24 aprile che l'organismo destinerà parte dei fondi alla nuova linea del Credito Flessibile, un programma di prestiti destinati ai paesi con una politica economica in linea con quanto richiesto dal Fondo. Il direttore ha detto che questo programma di prestiti “ha eliminato parte del disonore di dover trattare col FMI” come riportano i mezzi di informazione.

di Carlos A. Sanchez

Traduzione di Francesca Casafina


venerdì 22 maggio 2009

MI SCUSO

MI SCUSO CON I MIEI AMICI LETTORI, MA NON RIESCO AD ANDARE A VISITARE I SITI AMICI, IN QUANTO, OLTRE AD ESSERE LONTANO DA CASA ED AVERE PROBLEMI DI CONNESSIONE, SONO SOPRAGGIUNTI ANCHE PROBLEMI CON BLOGGER.
SE QUALCUNO PUO' SUGGERIRMI UN RIMEDIO, PREGO DI MANDARMI UNA MAIL.
POSSO POSTARE, MA NON ANDARE SUI MIEI SITI. MI SI APRE UNA FINESTRA CHE MI BLOCCA . QUANDO RITORNERO' PROVVEDERO' A FAR RIMETTERE TUTTO A POSTO.
I POST DOVREBBERO CONTINUARE AD USCIRE IN QUANTO PROGRAMMATI.

GRAZIE ED A PRESTO

PLEASURE HOSPITAL: UNA CLINICA CONTRO L'INFIBULAZIONE

Ridare dignità alla donne vittime di infibulazione: è l'obiettivo di una clinica in Burkina Faso, che da ottobre ricostruirà chirurgicamente quanto asportato dalle mutilazioni genitali. Ma la battaglia contro questa violenza è ancora lunga, e richiede un profondo rinnovamento culturale.


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Una clinica per la ricostruzione del clitoride, che permetterà a tutte le donne e le bambine vittime delle mutilazioni genitali femminili di tornare a vivere serenamente i rapporti sessuali: sono già cominciati i lavori per la costruzione del Pleasure Hospital a Bobo Dialousso, in Burkina Faso. In base alle previsioni nell'ottobre 2009 ci saranno già i primi interventi. Centinaia le donne burkinabè, dai 18 ai 70 anni, che hanno già manifestato l'intenzione di sottoporsi all'intervento.

La clinica opererà gratuitamente tutte le donne dell'Africa occidentale (dove le mutilazioni sono una pratica tristemente diffusa) che vorranno sottoporsi all'intervento. La ricostruzione del clitoride è un'operazione chirurgica ormai praticata in molti ospedali anche nelle grandi città africane, ma i costi dell'operazione hanno finora impedito a molte vittime delle Mgf (mutilazioni genitali femminili) di sottoporsi all'intervento.

A sostenere l'operazione e i relativi costi, due ong: Voix de Femmes, burkinabè, e una statunitense, Clitoraid , che ha lanciato anche una campagna per l'adozione di un intervento chirurgico. Si tratta di un'operazione sicura, di totale successo nel 90% dei casi. Non permette certo di cancellare il trauma psicologico subito, né cancellare il dolore fisico di chi ha subito la mutilazione totale o parziale dei genitali femminili, ma permette alle donne di provare piacere sessuale durante i rapporti, e le aiuta a ritrovare fiducia in se stesse.

Non è un caso che il centro venga inaugurato in Burkina Faso: in questo paese, nonostante la pratica sia illegale dal 1996, circa il 70% delle donne (7 milioni) sono state sottoposte a questo rito. Legate a tradizioni che non hanno in realtà un riscontro nei precetti religiosi, le mgf causano emorragie, cisti, pericolose infezioni anche croniche, fanno aumentare le possibilità di aborti spontanei e di morti alla nascita e rendono il parto molto doloroso. La vera ragione sociale sulla quale si basano è il controllo della donna: incapace di provare piacere durante i rapporti sessuali, non sarà tentata da altri uomini. Dalla simbolica puntura con uno spillone, per far fuoriscire 7 gocce di sangue, all'asportazione totale del clitoride e alla cucitura delle grandi labbra, le mgf sono diffuse in molti paesi dell'Africa occidentale, ma non solo: la pratica è consuetudine in 28 paesi africani, tra cui anche Egitto, Sudan , Etiopia, Eritrea. È diffusa inoltre in diversi paesi del Medio oriente e dell'Asia. Tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito le mutilazioni, oltre 3 milioni ogni anno le giovani a rischio, in base ai dati diffusi dell'Unicef.

Nonostante sia considerata dall'Onu una violazione dei diritti umani, in molti paesi non ci sono ancora le condizioni culturali e sociali per dichiararla illegale. Un ritardo che dipende anche dalle giovani realtà delle società civili locali, ancora troppo poco incisive sulla vita sociale e politica della gente.

L'azione degli attivisti per i diritti umani qualche risultato lo sta, lentamente, portando a casa, tanto che per eludere il controllo sociale in aumento e per evitare le polemiche, le maman che si occupano di questi riti si rivolgono ormai a bambine, il cui pianto non desta sospetti. Con gravi danni a livello sociale, oltre che a quello psicologico: una volta infibulate si viene considerate adulta e pronte al matrimonio. Questo implica che molte bambine sono costrette a sposarsi e a lasciare la scuola. Nei paesi dove la pratica è consentita dalla legge, si cerca quindi di stringere i paletti intorno alle mutilazioni, per esempio imponendo l'età minima di 18 anni per essere sottoposte alla pratica. É successo così in Sierra Leone, dove il 94% delle donne è vittima delle mgf: nel distretto settentrionale di Kambia, capi villaggio, leader locali e donne che praticano le mutilazioni hanno firmato un accordo nel quale si impegnano a non sottomettere al rito ragazze minori di 18 anni. Questo permette alle giovani di portare avanti gli studi più facilmente, e di poter affrontare il rituale con maggior consapevolezza e maturità.

Ma il maggiore ostacolo nella lotta a questa violenza è il pesante attaccamento all'usanza, che richiede un profondo cambiamento culturale per essere sradicata: in alcuni paesi il rituale risale ad oltre 2mila anni fa. Ancora oggi chi cerca di combattere i pregiudizi viene spesso punito dalla società: proprio in Sierra Leone, nel gennaio 2009 alcune giornaliste sono state aggredite, costrette e camminare nude sulla strada per diversi chilometri. La loro colpa? Aver scritto articoli sulla pratica dell'infibulazione, riportando dati e situazioni sanitarie.

giovedì 21 maggio 2009

ENERGIE PARALLELE

Ecco un giro del mondo in mille tecnologie semplici, economiche ed ecologiche, risparmia-risorse e risparmia-fatica, applicabili anche nel Nord del mondo ma finora studiate per quelle zone dove lo scarso accesso ai combustibili fossili o la carenza di infrastrutture rende difficile «conservare alimenti, costruire, cucinare, illuminare, pompare acqua, potabilizzare acqua, produrre energia elettrica, produrre gas, produrre macchinari semplici, purificare l'aria, trattare rifiuti»: sono questi settori per i quali la campagna «Spegni lo spreco... accendi lo sviluppo» (promossa dalle associazioni italiane Cope, Energetica, Oltreilconfine, Tamburi di pace) sta creando una banca dati di esperienze sostenibili in giro per il mondo, con nomi, indirizzi, dati essenziali, così da promuovere lo scambio di buone pratiche fra organizzazioni italiane, europee e del Sud del mondo. Chiunque può segnalare esempi al sito SPEGNI LO SPRECO


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Solar Chill è un frigorifero fotovoltaico che permette la conservazione di vaccini o di cibo, senza fili della luce e centrali elettriche. Nato da un'idea di Greenpeace, è stato realizzato dall'Istituto danese di Tecnologia e alcuni prototipi sono stati testati con successo in Senegal, Indonesia e Cuba. Con una temperatura ambiente superiore ai 32 gradi Celsius, Solar Chill ha sempre mantenuto la temperatura interna tra i 2 e gli 8 gradi.


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Il Tile Tasuma in Mali è un «fuoco solare» che permette, come dichiarano i promotori, di «salvaguardare l'ambiente ed economizzare denaro», riducendo l'uso di legna da ardere, come molti altri modelli di cucine solari ormai diffuse in Africa come in Asia e America Latina. In Benin funziona, senza uso di energia elettrica, un distributore d'acqua a gettone tarato a 35 litri... no, non è una multinazionale a gestirlo, ma un comitato di villaggio che si occupa delle fontanelle rifornite da un nuovo acquedotto; il prezzo del gettone è minimo ma serve a coprire le spese di manutenzione e permette il prelievo 24 ore su 24. La pompa manuale a tazze «noria», che funziona anche per pozzi di 50 metri, riprende sotto sembianze moderne un antichissimo metodo di estrazione d'acqua da pozzi e acquitrini ed è stata elaborata e prodotta in Ciad nel 1980, per poi essere applicata in Camerun, Benin e Burkina Faso.

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Aquaclor solar è un apparecchio per potabilizzare l'acqua: un pannello fotovoltaico fornisce l'energia necessaria all'elettrolisi di una soluzione diluita di sale per produrre ipoclorito di sodio: in una giornata di sole si fornisce acqua potabilizzata a 400-800 persone. In Kenya le lanterne solari sono un'ottima alternativa ai fili della luce (che non ci sono) e alle puzzolenti lampade a kerosene: il pannello fotovoltaico di giorno carica la batteria della lampada, che può anche dare energia a una piccola radio.



Cucina solare fai da te. Jon Bohmer ha inventato questo gioiello DIY ossia Do It by Yourself usando semplicemente una scatola di cartone, giornali, stagnola (o vernice riflettente) e niente più. La scatola di cartone è rivestita all’interno dalla vernice riflettente o dalla stagnola per catturare i raggi solari convogliandoli verso la pentola-padella-contenitore. Da qui il calore non scapperà perché la scatola avrà un doppio strato isolante con l’esterno formato da una serie di pagine di giornali. Una soluzione così semplice può far risparmiare non solo una sensibile quantità di denaro, ma anche due milioni di tonnellate di Co2 l’anno per famiglia.

Cammelli a energia solare. Il cammello prende energia dal Sole per trasferirla ai propri muscoli e renderli più forti e resistenti, grazie a un esoscheletro robotico e al potenziamento della spinta che lo trasformerà in una macchina perfetta: ore e ore di corsa nel deserto senza chiedere nè acqua nè riposo.No seriamente, il cammello non è in contatto diretto con il pannello, che serve invece a alimentare le batterie del refrigeratore che il grande animale porta sulle gobbe. Dentro la cella frigorifera, farmaci e vaccini vengono protette dall’intensa calura africana durante il trasporto verso aree bisognose. In più, una volta arrivati alle cliniche i pannelli possono essere staccati e fungere da alimentatori per i macchinari.Fa parte del Princeton Mpala Project, ideato per aiutare le comunità nomadi del Kenya.

«Spegni lo spreco... accendi lo sviluppo» è nata per favorire relazioni Nord-Sud più giuste partendo dall'energia, uno dei nodi dell'ingiustizia e dell'insostenibilità internazionali.


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