martedì 30 giugno 2009

ZELAYA SARÀ ARRESTATO

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Scontri tra militari e manifestanti nelle strade della capitale dell'Honduras Tegucigalpa ieri sera (nella notte ora europea).

Gli scontri sono iniziati quando le forze di polizia hanno lanciato gas lacrimogeni cercando di allontanare con la forza i manifestanti che ormai da molte ore bloccano le vie d'accesso al palazzo presidenziale. Lungo le strade, i manifestanti hanno eretto barricate e protestano per il golpe contro il presidente Manuel Zelaya, illegittimamente prelevato dal palazzo presidenziale nella notte tra sabato e domenica e trasporato in Costa RIca.
Secondo le fonti, durante le cariche dei militari di ieri un dirigente sindacale sarebbe stato travolto da un veicolo militare ed è morto.

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Il presidente dell'Honduras destituito dal golpe ha annunciato che giovedì rientrerà in patria. L'annuncio è arrivato ieri sera, durante una riunione a Managua dei presidenti degli stati latinoamericani riunione del Gruppo di Rio e del blocco centroamericano del Sistema de Integración Centroamericana (Sica), indetta dal presindente venezuelano Chavez all'indomani del golpe per far fronte comune contro l'emergenza. Nel suo intervento, Zelaya ha sottolineato che dopo il colpo di Stato di domenica, in Honduras «la gente si è sollevata e il Paese è paralizzato», spiegando poi che rientrerà a Tegucigalpa da Washington, dove domani parteciperà ad una riunione d'emergenza dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa) indetta per condannare il golpe.

Mentre la macchina della politica internazionale si muove per sostenere il ritorno del legittimo presidente Zelaya a Tegucigalpa, il governo golpista si è insediato ieri a Tegucigalpa, nominando un nuovo gabinetto ministeriale e annunciando una serie di misure per «convincere il mondo» della sua legittimità. Il governo guidato da Robetto Micheletti si trova ora ad essere isolato politicamente ed economicamente, non riconosciuto nemmeno dagli stati Uniti, nonostante il quotidiano vicino al potere, "La Prensa", abbia pubblicato oggi un articolo in cui tenta di spiegare che gli Usa non avrebbero usato il termine "golpe".
Per far fronte all'isolamento, Micheletti ed il suo nuovo cancelliere Antonio Ortez Colindres, starebbero preparando un'«offensiva diplomatica» per trovare alleati che riconoscano come legale l'espulsione illegittima di Zelaya e la messa in clandestinità della sua squadra di governo. Già da domenica, ci ricorda il quotidiano "El Tiempo", Ortez Colindres e la sua squadra starebbero analizzando lettera per lettera i diversi comunicati emessi dalle istituzioni dei Paesi della comunità internazionale sulla questione golpe, per riuscire a trovare una chiave di lettura a cui appigliarsi per poter dichiarare il riconoscimento diplomatico del governo golpista.
Si susseguono intanto le notizie sulla chiusura dei mezzi di informazione nel Paese. "Associated Press" ed il canale panamericano "Telesur" avrebbero visto i propri corrispondenti arrestati e poi liberati per essere allontanati dall'Honduras. L'agenzia "Reuters" scriveva ieri che l'esercito golpista sta chiudendo uno dopo l'altro i media indipendenti, compresa la "Cnn".
Ma le notizie di ribellioni all'interno dello stesso esercito trapelano ugualmente. Radio "Es lo de menos" parla di 4 battaglioni della fanteria che si ribellano al governo golpista. Conferma la notizia anche il network di "Radio Mundial", che parla di ribellione di due battaglioni dell'esercito contro il governo.
Rafael Alegria, leader di una delle organizzazioni sociali più seguite, Via Campesina, parla ad "Alba Tv" di resistenza attivata in tutto il Paese, dove addirittura le autostrade sarebbero state bloccate.
lucrezia cippitelli

Se il presidente Zelaya rientrerà in Honduras sarà arrestato

El fiscal general del Estado, Luís Alberto Rubí confirmó que se tiene orden de captura en contra de Manuel Zelaya Rosales por al menos unos 18 delitos entre los que se incluye, abuso de autoridad violación de los deberes de los funcionarios y traición a la patria.
“Una vez que ingrese al país Zelaya sería capturado por elementos de la Policía Nacional, además se han girado instrucciones a la Policía Internacional (INTERPOL)” detalló.
http://www.latribuna.hn

L'ULTIMO GOLPE NELL'ERA DI INTERNET

Questi video stanno facendo il giro del mondo





''Da nicaraguense - ha detto Miguel D'Escoto Brockmann, ex ministro degli Esteri del Nicaragua sandinista e attuale Presidente dell'Assemblea Generale dell'ONU- pensavo che quel che e' successo in Honduras fosse un incubo ormai lontano''

La democrazia va conquistata ogni giorno

CRONACA DI UNA GUERRIGLIA (O DI UNA GUERRA CIVILE?)

La vita cittadina del lontano Nord nigeriano nulla pare avere a che fare con i sonni agitati della gente che vive nel Delta del Niger. La seconda metà del maggio 2009 si è tinta di nuovo di sangue quasi (o senza quasi?) all’insaputa del mondo e persino del resto della Nigeria. I giornali locali hanno parlato dei ‘disordini’ nel Sud; Vanguard ha titolato: “Soldiers seize militants armoury// Oil, gas, pipelines blown up// JTF rescues 10 hostages// Death toll rises to 65” (!!!).

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Un’incursione segreta della Joint Task Force (JTF) nigeriana nel famoso camp 5 ha portato, secondo le notizie ufficiali, alla liberazione di 10 ostaggi (6 Filippini e 4 Nigeriani) e al sequestro di grossi quantitativi delle armi dei ‘guerriglieri’ ma…, se posso essere sincera, tale notizia non mi rallegra. Provo sollievo, ovviamente, per gli ostaggi (tra i quali, 6 Filippini- sempre secondo le notizie ufficiali) liberati, ma non riesco a non pensare al rovescio della medaglia…

Quelle che i giornali definiscono ‘armi’ (fucili antiaerei, ovvero lanciarazzi/ dinamite e motoscafi superveloci) avrebbero storie interessanti da raccontare (sul perché della loro presenza e sulla loro provenienza), ma non mi risulta che (nella nazione di riferimento o all’estero, per quel che ne so) vi sia interesse a correre il rischio di ascoltare quelle ‘storie’. Le conseguenze dell’operazione in questione sono state, secondo le fonti ufficiali, le seguenti: i Ribelli hanno fatto saltare le condutture Worri-Escravos (del petrolio Chevron) e quelle del gas (Abiteye); ci sono state 65 vittime.

L’autorità militare ha detto che non si è trattato di una rappresaglia, da parte della JTF, ma di una missione di salvataggio/ che i soldati sono stati attaccati dai ribelli e hanno dovuto difendersi; che prendere il sopravvento non è stata una passeggiata, perché molti militari sono rimasti feriti anche in modo grave, pur essendo meglio armati ed equipaggiati/ che i Filippini liberati riportavano segni di torture ed erano terribilmente malconci/ che i ribelli avevano sequestrato lo staff della petroliera MV Spirit e rubato il carburante/ che la JTF ha recuperato due navi sequestrate e verificato l’infondatezza della vanteria dei ribelli di aver catturato una nave da guerra nigeriana.

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Le condutture danneggiate fanno parte della linea che porta il petrolio grezzo (prodotto da Chevorn-Texaco) alla raffineria di Worri, alla compagnia petrolchimica WRPC e anche il greggio alla raffineria di Kaduna (danneggiata anni addietro dai ribelli e riparata con costi ingenti- riferiscono le fonti ufficiali). Una commissione (di vari pezzi grossi del governo federale e del governo locale, commissari vari, il governatore del Delta State, Emmanuel Uduaghan- gli Stakeholders, tra cui i rappresentanti della JTF e dei leader della Ijaw Youth Organization) riunita d’urgenza, in Worri, ha cercato, per ore interminabili, di porre fine al massacro. Gli anziani sono stati investiti di tutto il loro ascendente atavico, per far ‘intendere’ le ragioni della ‘non premeditazione’ dell’incidente (got out of control) non solo ai giovani ribelli, ma anche ai militari della JTF (che –per inciso– ha bombardato gli stanziamenti umani della zona). La commissione ha, infine, ordinato, il ‘cessate il fuoco’ (Il Delta State ritiene la cosa un semplice intoppo sulla via della pace, che vuole ristabilire in modo duraturo e finale, per mezzo delle trattative pacifiche che questo ‘incidente’ ha messo a repentaglio). I contendenti, intanto, riordinano i ranghi, ristabilendo le nuove frontiere-trincee; le condutture vengono riparate e la zona ‘bonificata’. Mi domando di quale ‘bonifica’ si possa parlare, in una zona (conosciuta palmo a palmo dai ribelli e minata perennemente con dinamite; tenuta in scacco da pattuglie-incursioni militari) che, ahimè, appare senza speranza… Ci sono stratificazioni-problemi a vari livelli-varie ramificazioni (prossime e remote), in quella zona; dipanarle (per comprendere) è possibile agli uomini; risolverle mi appare impossibile (o possibile soltanto a Dio, l’unico essere onnipotente -più potente, in questi tempi terribili, delle multinazionali), ma, qui e ora, atteniamoci ai fatti contingenti del caso.
La rilettura (in chiave popolare) degli eventi è che la JTF rispettasse la direttiva delle trattative; che ci fosse una sorta di tregua tra militanti IYO e militari e che questi ultimi potessero passare, senza essere attaccati, usando pochi colpi sparati in aria come ‘codice’ di non aggressione, quando e se si trovassero ad attraversare, per altri motivi, le acque prospicienti il famoso camp 5 (sottratto dai Ribelli ai dipendenti delle ditte straniere, per farne il loro quartier generale). Pare che il colonnello responsabile della JTF della zona sia cambiato e che l’arrivo del nuovo colonnello abbia comportato il cambio delle direttive nei confronti dei problemi della zona del Delta; pare, altresì, che l’attacco in questione sia stato messo a segno in gran segreto, con il preciso intento di cogliere i Ribelli di sorpresa, snidarli tutti e liberarsi del movimento della Gioventù Ijaw che c’è alla base (cosa più facile a dirsi che a farsi, poiché ciò che accade nel delta del Niger non è la ribellione temporanea e superficiale dovuta a un disagio passeggero, ma la cima di un iceberg mastodontico e grave e ha radici profonde, ramificate nella mente e nel cuore delle comunità del Delta). La gente semplice con cui ho parlato mi ha detto: “I militari hanno fatto quel che hanno fatto, perché sono arrivati in silenzio e in gran segreto, perché, se così non fosse stato, non un solo soldato sarebbe tornato vivo a raccontare gli eventi”. Le genti del Sud simpatizzano, ovviamente, con i Ribelli (che non sono entità incorporee e che sono ‘sangue del loro sangue’- parenti delle varie comunità) e raccontano vere e proprie leggende sul coraggio dei Ribelli e su episodi in cui “I soldati non hanno chance di farcela” e “ci lasciano le penne, perché, contro i Ribelli i loro fucili non sparano”.
Credo che sia stato per non alimentare tali ‘leggende’ che il colonnello intervistato dalla stampa locale abbia dichiarato, come ho scritto prima, che ci sono stati tra i soldati soltanto feriti (seppure gravi); la verità (e la sanno tutti, stampa compresa) è che i militanti della IYO, dopo essere stati attaccati, hanno teso un agguato alle truppe della JTF (al Chanomi Creek) e hanno ucciso un tenente e almeno altri sei soldati, quando la loro barca (con mitragliatore), in ritirata, si è capovolta nel canale.
Il camp 5, ora, pare essere nelle mani della JTF (che si dice in control), come la NNPC, nave petroliera nigeriana MV Spirit (dichiarata intatta), che era stata sequestrata e dirottata al porto di Warri, dove era diretta anche un’altra nave cargo sequestrata nel Chanomi Creek. I militari dicono che siano stati i Ribelli (ora in fuga) a cercare lo scontro con loro e che l’operazione chiamata Cordon and search fosse diretta a liberare la gente del Delta da intimidazioni, fastidi ed estorsioni e dai crimini commessi dai militanti del movimento di liberazione. Peccato che l’ipotetico ‘fine’ da raggiungere non giustifichi affatto i ‘mezzi’ impiegati. L’autorità militare aveva preannunciato alla popolazione che “avrebbero potuto esserci sparatorie in seguito alle quali i Ribelli avrebbero potuto rifugiarsi nei loro campi principali”. La conclusione dell’avvertimento era stata: «This may lead to our torching such camps» (“Ciò potrebbe portarci a dare alle fiamme detti campi”). Il tono ‘normale’ con cui si annuncia che si possono ‘arrostire’ strutture e persone, in un unico rogo, è semplicemente agghiacciante e ancora di più lo è quello della conclusione del giornale che ne parla: And this the JTF did. E ‘queste’ cose sono, dunque, accadute: vere e proprie comunità umane sono state arse vive. Non sto dando nessuna notizia straordinaria al mondo (mio Dio!), cioè nessuna notizia-scoop: la stampa locale ne ha parlato, con toni smorzati e matter of fact («And this the JTF did»/ E ciò la JTF ha fatto…)- ma ne ha parlato. Nessuno sa di queste cose, quando accadono. Non ci sono servizi televisivi o giornalisti-inviati speciali. Nessuno parla di niente e tutto rimane sepolto nell’annuncio-avvertimento (riferito da informatori) riportato dalla stampa (e nella sua terribile epigrafe: «and this the JTF did»)… Il mondo (vicino e lontano) scorre come sempre e nulla sa. In loco non c’è nessun ‘rumore’ sulle stragi sbalorditive e terribili (che, tra le righe stampate suonano come ‘ovvie’ e persino scontate…). Una vita, due vite, dieci, sessanta, cento, parecchie centinaia (e, alla lunga quante migliaia?) cancellate… non smuovono nulla, non cambiano nulla, non fanno rumore, non raggiungono le orecchie né il cuore di nessuno… Il silenzio… è la cosa che colpisce a tradimento la logica della sensibilità (e quelli che il mondo chiama valori umani)…


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Le notizie post-tragedia sono che l’autorità militare ha annunciato alla popolazione del Delta operazioni di routine della JTF, nell’area, e ha esortato la gente a non lasciarsi prendere dal panico (e… non riesco, ahimè, a non sentire odore di nuove tragedie ‘occulte’).

La dicotomia delle fonti informative è sempre scontata, purtroppo (qui più che altrove). Ci sono sempre due verità. Ho raccontato quella proveniente dalle fonti ufficiali. Cercherò, ora, di abbozzare l’altra (‘accreditata’ presso il popolo). Si era detto (forse per dare la sconfitta dei militanti del movimento di liberazione per scontata) che il guerrigliero leader del famoso Camp Five (il leggendario Tompolo) fosse morto. Un suo braccio destro ha, invece, detto (anche alla stampa locale) che egli è vivo e vegeto e più determinato che mai; ha poi fatto varie dichiarazioni (che gettano una strana luce su quelle ufficiali); eccole:

1) gli ostaggi non erano 10 ma 15 ed erano tutti Filippini;

2) 2 ostaggi sono morti e 3 sono stati feriti gravemente, in seguito ai bombardamenti ‘sganciati sul camp 5 dalla JTF;

3) i Ribelli non ne sanno più nulla, dal momento in cui sono fuggiti, per salvare le loro vite;

4) soltanto i militari, che ancora occupano il camp 5, conoscono il loro destino. La cosa non è finita lì. Ci sono stati fatti terribili, subito dopo, poiché la JTF è andata a bombardare dei villaggi proprio in un’occasione festiva.

Alcuni capi delle comunità di Gbaramatu, che si erano recati, con molta gente a Oporoza, per il Festival di Amaseikumo, hanno riferito che la JTF ha bombardato le comunità Ijaw lì riunite per quella celebrazione tradizionale/ di essere scampati ai bombardamenti fuggendo/ di aver fatto in tempo a vedere che il contributo alla morte è stato altissimo, anche per via delle suddette celebrazioni, che sono un forte richiamo di folle. Il capo della comunità di Kunukunuma, Akowei Oboko, ha dichiarato al Sunday Vanguard che molta gente è stata uccisa da jet ed elicotteri bombardieri della JTF, che hanno fatto incursione e bombardato dappertutto. Il pover’uomo era in preda allo sconforto: «We don’t know what we have done to warrant this attack by the JTF, is the federal Government at war with us?» La domanda dell’anziano capo è commovente, ma anche illuminante: “Il Governo Federale è in guerra con noi?” Tali parole vanno lontano…/ vengono da lontano… e vanno lette come segue: “Il Governo Federale (quello del Nord, del Sud, del Middle Belt, degli Hausa, degli Yoruba, degli Igbo, degli Ijaw e di tutte le etnie varie) è in guerra con una parte del Sud?!?”// “Il Governo Federale (quello che dovrebbe difendere il Nord come il Sud e amministrare le ricchezze del Nord come del Sud) è in guerra con noi del Delta del Niger?!?”// “Il Governo Federale (quello della nazione di cui ‘noi’ facciamo parte) viene a bombardare ‘noi’?!?”// “Ma non vede il Governo Federale, il ‘nostro’ governo, che ‘noi’ stiamo subendo torti terribili e siamo allo stremo/ non vede che stiamo reagendo a uno stato di fatto insostenibile/ non vede che stiamo chiedendo il suo aiuto/ non sente le nostre voci/ non sa che dovrebbe essere lui a farsi carico del peso che noi ci stiamo assumendo/ non capisce che i nostri giovani valorosi rendono un servigio al governo, ergendosi contro la depauperazione e la distruzione del nostro-suo delta?!?”// “E… il Governo Federale turns a deaf ear? Eppure dovrebbe guarire dalla sordità (e, se non vuole ricordarsi delle vie diritte della gestione del patrimonio nazionale, dovrebbe almeno ricordarsi della tenacia dell’Igbo Biafra e… di quella prima sanguinosa ‘amputazione’ della nazione chiamata Nigeria…)”.

A- La situazione è tragica, perché sono i giovani che si ribellano (alle ingiustizie e all’escalation dello scempio che sta accadendo nel delta del Niger) e che combattono ed è la comunità indifesa che ne paga le conseguenze terribili e viene fatta oggetto di genocidio (nel silenzio generale del mondo intero…). No, la parola ‘genocidio’ non è fuori luogo (e neppure esagerata), purtroppo. Ecco che cosa ha detto al Sunday Vanguard il capo della comunità di Benikurukuru, Godspower Gbenekama (anche lui giunto a Oporoza, per il funestato Festival di Amaseikumo e anche lui tra i fortunati che sono usciti vivi dall’agguato indiscriminato a tutti i presenti di ambo i sessi e di ogni età): “Il Festival di Amaseikumo in Oporoza è stato interrotto e tanta gente è stata uccisa quando la JTF ha attaccato con elicotteri, navi cannoniere, bombardieri e barche da guerra. Erano stati raccolti 25 cadaveri quando sono fuggito da Oporoza, uno dei feriti è il capo tradizionale. Più di 20 persone sono disperse e non conosco il motivo di tale genocidio. Parola mia, la JTF era venuta per spazzare via la comunità. Come possono usare tali armi contro innocenti e indifesi cittadini. Mentre vi parlo, nessuno in quel villaggio può dormire nella sua casa, tutti devono scappare e sono fuggiti nel bush, sono quelli che non potevano correre che la jtf ha bombardato e ucciso. Molti fabbricati sono andati distrutti e i giovani sono adirati, il Governo dovrebbe richiamare la JTF all’ordine”.

Il Capo Godspower Viavrivinde ha detto allo stesso giornale di aver visto dieci morti in Kurutie, mentre fuggiva, via Sapele, e si rifugiava in Warri, e il capo Oyagha Heaven ha detto che il combattimento era tra giovani Okerenkoko e la JTF, quando egli è fuggito (“Le truppe JTF avanzavano verso Okerenkoko, che abbiamo sentito essi vogliono attaccare con la scusa che fa da quartier generale ai guerriglieri nel regno. I giovani li affrontavano a cinque miglia di distanza dalla comunità. Ma al momento, la gente ha abbandonato la comunità, è fuggita nella foresta e non mi aspettavo che facesse altro quando ha visto gli elicotteri e i bombardieri lanciare le bombe sulle vicine Kurutie e Kunukunuma. Abbiamo sentito dire che Okerenkoko sarebbe la prossima nel programma di attacco e che pensano persino di rintracciare i capi che si sono rifugiati in Warri e di arrestarli, ciò sarebbe una mossa sbagliata”). Le parole dei capi contengono a fatica lo sdegno e sono un capolavoro di dignitosa pazienza adagiata sulla rabbia repressa, come esca su brace (che il Governo Federale dovrebbe cogliere, infine, per rinsavire e… per porre fine alle connivenze letali che decimano il suo popolo e colpiscono al cuore la nazione).

B- La situazione è tragica perché la leadership nigeriana ne è consapevole (al contrario del resto del mondo che, quando sente parlare di ‘esplosioni’ nel Delta del Niger e di morti, non capisce bene di che si tratti e accantona la ‘notizia’ tra quelle poco chiare e… da dimenticare). Il leader federale dell’etnia Ijaw (il capo Edwin Clark) è, come suol dirsi, fuori dalla grazia. Ha fatto un appello al ministro della difesa e alle alte cariche dello Stato, per bloccare le invasioni della JTF (per il genocidio perpetrato ai danni degli Ijaw). Le sue parole (indirizzate al ministro segretario del Governo Federale e comandante in capo della JTF) non lasciano nulla all’immaginazione/ sono un “j’accuse” chiaro-forte-toccante e disperato: “Buon giorno, le vostre direttive alla JTF di bombardare, uccidere e distruggere gli Ijaw negli ultimi tre giorni consecutivi a dispetto del mio appello è senza dubbio una premiditata e deliberata decisione del Governo Federale di eliminare gli Ijaw per avere accesso indisturbato al nostro petrolio e al nostro gas. Procedete pure ma non ce la farete mai. Noi vinceremo perché Dio onnipotente è dalla nostra parte”. E… questa è l’amara-terribile verità: Dio soltanto può aiutare gli Ijaw e le varie comunità del delta a liberarsi della peste più ‘bubbonica’ che esista sulla faccia della terra: la mafia del profit, che prolifera nel mondo come la peggiore specie di virus che colonizzi e distrugga ogni forma di vita. Il mondo dovrebbe pensarci e prendere ‘qualche’ provvedimento (ma prenderlo bene!), prima di fallire miseramente e di accorgersi troppo tardi di aver lasciato in ostaggio (nelle mani di entità-guadagno senza scrupoli) la vita dei popoli nigeriani del delta e di molti altri popoli mondiali.

C- La situazione è tragica, perché i leader del Sud (i legislatori locali- coloro che hanno ascendente sulla gente di ogni età, dove l’anzianità conta e l’esperienza e la posizione insigniscono gli uomini di potere) esortano alla calma e contano su una soluzione dei problemi (in un arco di tempo ragionevole…). Che cosa faranno, quando le condizioni peggioreranno e il disprezzo per la vita oserà nuove e più efferate frontiere-genocidi generalizzati (perché, se un miracolo gigantesco, che parli lingue straniere e suoni corni capaci di interrompere la caccia alla ‘volpe’ dell’ingordigia dei petrolieri e di richiamare i levrieri multinazionali, non si verificherà, questo è ciò che accadrà)? Il legislatore del regno Gbaramatu, Godwin Beninibo, si è adoperato al meglio delle sue capacità, per favorire il ritorno alla normalità, non esimendosi dal chiedere al presidente Yar’Adua di richiamare all’ordine la JTF e di ricordargli che il Gbaramatu è “part and parcel” della Nigeria e che ciò che sta accadendo può definirsi “una nazione che combatte il popolo che dovrebbe proteggere dalle aggressioni esterne”.

D- La situazione è tragica, perché la violenza reiterata (innescata da interventi ‘forestieri’) sta dissacrando le tradizioni e mira a snaturare le molte e ricche culture del delta. L’aggressione mortale a folle riunite per le celebrazioni più solenni dell’anno (come il festival di Amaisekumo) è un atto esecrando che parla di caduta di argini pericolosamente vicini al non ritorno. L’interruzione di un rituale tribale sarebbe stata già grave; la volontaria aggressione armata, a scopo mattanza indiscriminata, di varie comunità riunite in manifestazioni di pace, tese alla venerazione delle divinità locali-all’invocazione degli antenati e alla benedizione dei campi e dei beni di sopravvivenza, è un atto talmente grave che non trova ‘traduzione’ nel comportamento di individui nigeriani verso altri Nigeriani…
Le personalità importanti legate alla regione del delta sono tutte arrabbiate (ma sono anche potenti/ il Governo Federale non lo dovrebbe dimenticare) e scalpitano, perché lo stato di fatto contro ogni logica razionale e umana progredisca verso argini più ragionevoli e verso la difesa della vita delle Comunità del delta. Pere di Akugbene Mein ha detto: “I Padri Regali sono profondamente preoccupati sulla situazione prevalente nel regno di Gbaramatu del Delta State, l’Associazione dei Legislatori tradizionali della Comunità Petrol-minerale di Nigeria (ATROMPCON) ha richiamato all’immediato ‘cessate il fuoco’. Ordiniamo a tutte le parti coinvolte nella schermaglia di rinfoderare le spade e di dare alla pace una chance”.


3597015609_3479a8bb0d 3597823000_089a0cc83c Foto scattate da Kadir van Lohuizen.
Inquinamento petrolifero a Ikarama. Per ripulire i terreni dopo le perdite spesso sono necessari mesi, talvolta anni.


Facciamo il punto della situazione

La comunità del Gbaramatu (nel delta del Niger) ha vissuto un venerdì che vorrebbe cancellare dal calendario (il 15 maggio 2009); è stata martoriata dagli scontri tra militari (della JTF federale) e guerriglieri (del Movimento di Emancipazione del Delta: MEND), con perdite di vite giovani (che la nazione farebbe bene a piangere come ‘forze’ perdute sul solo fronte che le occorrerebbe: quello della rinascita). È parere comune che ciò non avrebbe dovuto accadere (e… che sarebbe stato ‘evitabile’). La JTF ritiene, comunque, che la route della peace map non si sia mai interrotta (!!!) e ciò fa ai miei occhi l’effetto della cipolla cruda e al mio petto quello di un pugno insostenibile. C’è di più, però, e ciò è anche peggio: dello stesso avviso è la DWSC (Delta Waterways Security Committee), che essendo stata istituita dal governatore (Emmanuel Uduaghan), per mantenere la pace nelle vie navigabili del suo Stato, non dovrebbe e non potrebbe (in alcun modo) ritenere ‘normali’ incidenti i genocidi, anche quando e se siano commessi in altri Stati (!). Tutta la strategia di ‘persuasione’ delle forze governative consiste

1) nell’aver chiesto (intimando) alle agenzie della sicurezza e a tutti gli Stakeholders di ‘astenersi’ dal prendere posizioni,

2) nell’aver attestato uomini armati fino ai denti lungo i crinali del delta (“per calmare i bollenti spiriti dei giovani Ribelli”). Tra il Delta State e i Freedom Fighters c’era un dialogo (e le consultazioni continue davano, sì, un’impressione di pace). Tale ‘impressione’ è durata per ben due anni (anche perché un leader dei Combattenti per la libertà, il famoso Tompolo, ha dato una mano alla DWSC, in quello che credeva un sentiero verso una pace veritiera). Tutto ciò era servito (solamente, ahimè) a permettere alle varie eminenze grige dello Stato Federale (e alla loro JTF) di potersi vantare dello stato di pace apparente del Delta State e di poterlo additare come modello da seguire ai vari governatori del delta del Niger. Il Delta State può essere definito uno Stato pilota, a mio avviso, e il suo governatore merita rispetto, ma… la mia umile opinione è che, forse, l’ammirevole uomo di stato non si renda conto del fatto che i suoi sforzi verso la pace procedano con passi da gigante nano (con le gambe corte come quelle di un neonato…- con tutto il rispetto per il governatore Uduaghan, riveribile persona). È un uomo dalla mente aperta, che ha ‘importato’ il suo ‘progetto’ di pace dall’Irlanda e che si è dato da fare non poco. È lui, infatti, il governatore che ha parlato di pace nel primo summit dei South-South governors, a Calabar (evento che invita alla speranza, con la sua sola nascita ed esistenza…). Questo governatore ha regalato al suo Stato un periodo abbastanza pacifico, anche quando negli Stati confinanti succedeva il finimondo; ha ottenuto che il ‘servizio’ dell’esercito arginasse la criminalità, senza interferire con la ‘tranquillità’ del luogo; ha reso possibile una base di comunicazione tra militari e guerriglieri e una politica di non belligeranza tra i due schieramenti ineliminabilmente sospettosi l’uno dell’altro/tra i due nemici capitali sempre pronti a massacrarsi a vicenda (i militari rispettavano i territori di Tompolo, avvertivano i Guerriglieri del loro passaggio con spari amichevoli e, qualche volta, si fermavano addirittura a scambiare brevi conversazioni con loro); ha dato un po’ di respiro ai guerriglieri, sfibrati dalle schermaglie e dalle battaglie continue e bisognosi di speranze in qualche spiraglio di possibili soluzioni; ha dato alle compagnie petrolifere la possibilità di lavorare e di aumentare la produzione. Tutto ciò ‘suona’ ammirevole, ma…, nella mia mente rimbalza il refrain (oramai ‘antonomasizzato’) di una vecchia-cara pubblicità: “Sì, va be’, ma l’Ancillotto…?” Cioè: va bene tutto, vanno bene i tentativi di pacificazione del luogo, ma… chi legge non sente un campanello d’allarme, forte e chiaro, suonare a intermittenza, prima, e a distesa, poi? Dove portava ‘ (e dove porta, se viene ‘mummificata’) questa’ via di ‘pace’-non pace? I Guerriglieri aspettano…/ i militari temporeggiano (salvo stragi intermedie)/ gli Stakeholders continuano a riunirsi/ le compagnie petrolifere lavorano (e… guadagnano)/ lo Stato (locale e federale) spartisce la loro elemosina ‘sostanziosa’, e… il popolo (?), che cosa fa il popolo, nel frattempo…/ che cosa mangia il popolo/ come e dove vive il popolo (in una terra che più non è come prima e che, alla lunga, lo ucciderà con aria-terra-acqua infette)/ come si cura il popolo (in una terra che non investe nulla nella ‘bonifica’ dell’ambiente e nelle strutture di ‘cura’, né nella programmazione di nessuna delle due cose vitali)? Potrebbe vivere come centinaia-migliaia-milioni di anni fa (come no?) e attingere dalla ‘natura’ cibo e mezzi per curarsi (se non gli portassero via pure ‘quella’)…

Lo specifico caso di queste stragi finali (definite genocidi da chi ne sa di più –e chi ha contato i morti ‘silenziati’/ chi conosce il numero ‘totale’ e finale delle stragi, se le sole notizie che si hanno provengono dallo ‘scenario’ raccolto dai sopravvissuti in fuga, nei primissimi momenti della ‘corsa’ contro il tempo che ha salvato le loro vite?) ha un iter del tutto scontato. C’è stato uno ‘scoppio’ di ‘violenza’ (e scopro che questo termine terribile, in certi casi può suonare troppo ‘mite’ e riduttivo), direbbero i più, dopo un periodo relativamente lungo di pace, sono cambiati i vertici militari locali; è giunto un maggiore-generale nuovo a comandare la JTF, ad Effurun, ha dichiarato che non accettava compromessi con i Ribelli e ha innescato la miccia di ‘azioni’ che somigliano molto a ‘missioni’ sanguinarie (aggiungendo al danno la beffa e facendone ricadere la colpa sui Guerriglieri). I combattenti per la libertà del Delta raccontano che l’attacco militare è stato lanciato al campo di Iroko contemporaneamente a quello lanciato al camp 5 e che, presi completamente alla sprovvista, essi sono stati costretti a rispondere agli spari e a difendersi. Il succo della loro posizione è: “Avevamo concordato un processo di pace, tramite il governatore Uduaghan, con il Governo locale e federale, ma…, dopo i tragici eventi, come facciamo a gettare le armi, se prima non sappiamo che intenzioni abbiano i Governi? Si è parlato di amnistia, ma… è tutto troppo aleatorio e… non possiamo fidarci”. L’altra faccia della medaglia è la versione dei vertici militari, che addossano la colpa a “qualche soldato zelante” (che avrebbe allertato i Ribelli contro gl’ignari soldati in ‘pacifica ricognizione’).

È una brutta storia di accuse vicendevoli tra ribelli e militari (gli uni accusano gli altri di rendere la zona inabitabile ai villaggi rivieraschi, da cui la gente scapperebbe in massa, per paura delle incursioni armate e delle uccisioni; gli altri accusano i loro ‘nemici’ di rendere poco sicura l’importante zona commerciale e di essere una vera e propria ‘piaga’.

Gli Occidentali sentono parlare del Movimento di Emancipazione del Delta del Niger, generalmente, in concomitanza di rapimenti e di esplosioni. Pochi sono coloro che sanno qualcosa di più e che sono preoccupati per le genti (e le terre) di quell’area del mondo. La trasmissione “Report” di Domenica 7 Giugno 2009 ha dato modo a molti di farsi un’idea chiara di ciò che accade nelle acque e sulle rive del delta del fiume Niger e, di conseguenza, in Nigeria. Sono in molti, ora, a sapere che esistono i gas flaring (e ad immaginare che, dietro quelle che appaiono come schermaglie dovute a piccoli gruppi fuori controllo, ci sia qualcosa di più…).

Chi non ha voce in capitolo non ha chance di essere ascoltato e, se trova giustizia agli occhi di qualche giusto, viene sfacciatamente ignorato insieme ai rappresentanti della legge (là dove le vie del dio denaro sono infinite proprio come le vie impensabili e non rintracciabili delle acque sotterranee). Eccone la prova: una delle comunità residenti nella regione del Delta del Niger (quella Iwerekan), sostenuta dalla Environmental Rights Action (e dall’allora suo direttore, Nnimmo Bassey), ha presentato ricorso contro la joint venture (Nigerian National Petroleum Corporation/ Agip, Shell, ChevronTexaco, Exxonmobil e TotalFinaElf). Un giudice nigeriano dell’Alta Corte federale lo ha accolto (Dio sia lodato, “in cielo, in terra e in ogni luogo”!) e ha stabilito (15 novembre 2005) che la pratica del gas flaring è illegale (peccato che -a distanza di circa quattro anni- nulla sia cambiato e che la Joint Venture continui a bruciare i gas -sic etiam… sicuter- alla faccia di quel giudice e della vita umana e ambientale, quotidianamente…).

La sentenza di quel giudice giusto e onesto (e benedetto da Dio) fu accolta con grande gioia da tutti ( e dalle organizzazioni, in special modo –vedi CRBM- che erano e che sarebbero rimaste, disperatamente, voci nel deserto), nell’illusione speranzosa che il gas flaring cessasse (al più presto) di essere utilizzato.

Sapendo quanto sopra…, come stupirsi dell’esistenza di una dissidenza armata e quali chance si può immaginare che possano mai avere gl’intrepidi Don Chisciotte del Delta del Niger contro le forze preponderanti che hanno volti-radici-stature al di là di ogni immaginazione (se i voli delle senrine ventose del buonsenso e della speranza non giungeranno numerose e… per imprevedibili vie)?


Moonisa

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SCIOPERO GENERALE, FALO' E BARRICATE IN HONDURAS

La rete stradale nazionale è interrotta da blocchi che si stanno moltiplicando. Nei punti nevralgici, presso le località di provincia pù importanti, la gente si riunisce attorno ai sindaci, sindacalisti e dirigeni sociali. Venezuela, Cuba, Nicaragua ed Ecuador chiudono le loro ambasciate. A mezzogiorno, sul cielo della capitale dell'Honduras si alzava il fumo nero di molti falo' accesi dai manifestanti che bloccavano le strade con barricate improvvisate. Soprattutto attorno al palazzo presidenziale dove (nonostante il coprifuoco scattato ieri sera alle 9) i movimenti sociali che esigono il ritorno del Presidente Zelaya mantenevano il loro presidio.Tegicigalpa é paralizzata dallo sciopero dei maestri, le scuole ed universitá sono rimaste chiuse.

Gli uffici governativi sono parzialmente chiusi, cosí pure i negozi ed altre attivitá. C'e' un assedio mediatico e la popolazione non riceve informazioni, sta funzionando il passaparola, perché tutte le radio comunitarie sono state chiuse dai golpisti. Quelle commerciali che informavano sugli avvenimenti in corso sono state minacciate o chiuse. Gli unici canali informativi aperti, sono le reti radio-TV che fanno capo alle 5 famiglie dell'oligarchia, e queste hanno organizzato il golpe e dato la copertura mediatica ai gorilla. Sta circolando piú informazione fuori dall'Honduras che all'interno; non si conosce che cosa sta accadendo nelle altre citta' o nelle province.Sono state bloccate tutte le carovane di attivisti che stavano viaggiando alla capitale per impedire ai golpisti di prendere possesso delle istituzioni. A 230 comunitá indigene sono stati connfiscati gli autobus, camion ed altri mezzi di trasporto. Il ruolo dei mezzi di comunicazione -che qui definiscono "dittatura mediatica"- é cruciale, ma non é riuscito ad impedire le proteste e l'inizio a machia d'olio dello sciopero generale a tempo indefinito.

lunedì 29 giugno 2009

HONDURAS: APPELLO DELLE ORGANIZZAZIONI SOCIALI

Pronunciamento delle reti sociali di fronte al Colpo di Stato in Honduras.



Di fronte al golpe orchestrato dalle destre e dai poteri forti dell'Honduras:
DICHIARIAMO QUANTO SEGUE:
1.Manifestiamo la nostra energica condanna alla gravissima violazione dell'ordine costituzionale che ha avuto luogo nella Repubblica dell' Honduras da parte delle Forze armate e delle destre organizzate; atto che costituisce una palese ed illegittima violenza commessa contro un regime democratica e in barba al rispetto dei Diritti umani, civili e politici del popolo dell'Honduras.
2.Il colpo di Stato ha ostacolato la consultazione cittadina che doveva realizzarsi domenica 28 di giugno e che finalmente avvrebbe chiamato a consulta il paese sulla possibilità di convocare a novembre un'Assemblea Costituente per varare una nuova Costituzione democrática.
3.Esprimiamo la nostra più profonda solidarietà al popolo dell'Honduras in difesa della sovranità nazionale e popolare del paese, rappresentata dal governo legittimamente democratico del Presidente Manuel Zelaya, e violata da settori sociali antidemocratici che cercano di imporre attraverso la forza le proprie posizioni politiche e i propri interessi.
4. Ci appelliamo all'apparato istituzionale e giuridico del paese affinchè sia ristabilita in breve tempo la legittimità dell'ordinamento costituzionale e affinchè sia dato il via alle indagini che permettano di fare giustizia contro questa grave violazione dello Stato di Diritto. Ci appelliamo alle Forze armate e alla polizia dell'Honduras affinchè rispettino i diritti umani e disobbediscano agli ordini di repressione delle proteste popolari.
5. Chiamiamo i governi latinoamericani a manifestare con chiarezza il loro impegno e il loro appoggio nei confronti del processo democratico dell'Honduras, garantendo l'integrità fisica della cittadinanza ed esigendo dalle forze golpiste che consegnino il potere alle legittime autorità.
6.Tale richiesta è da considerarsi estesa al governo degli Stati Uniti. Il Presidente Obama è chiamato a respingere con fermezza e rapidità questo Colpo di Stato che attenta contro la democracia e a sospendere le relazioni diplomatiche con l'Honduras fino a che il Presidente Zelaya non verrà reintegrato nella carica dalla quale è stato illegittimamente destituito, o fino a che non sia il popolo stesso che ne ha legittimato la salita al potere a decidere di revocare il suo mandato.
7. Ci appelliamo alle organizzazioni della società civile dell' America Latina e del mondo affinchè continuino a manifestare il loro appoggio al processo democratico del Honduras e la loro condanna alla grave violazione della democrazia che ha sofferto il paese, mediante pronunciamenti pubblici, mobilitazioni e chiedendo ai rispettivi governi di assumenre una posizione ferma e chiara contro questo ennesimo attentato consumato ai danni della democrazia latinoamericana.

Firmato:
Asociaciones Nacionales de ONG
Associaizone A Sud - Italia
ABONG, Asociación Brasileña de ONG, Brasil
ACCION, Asociación Chilena de ONG, Chile
ANC, Asociación Nacional de Centros, Perú
ANONG, Asociación Uruguaya de ONG, Uruguay
CCONG, Confederación Colombiana de ONG, Colombia
CONGCOOP, Coordinadora de ONG y Cooperativas, Guatemala
Convergencia, México
Grupo Propuesta Ciudadana, Perú
POJOAJU, Asociación Paraguaya de ONG, Paraguay
Red ENCUENTRO de Entidades No Gubernamentales, Argentina
SINERGIA, Venezuela
UNITAS, Bolivia "
Redes Regionales de ONG
ALOP, Asociación Latinoamericana de Organizaciones de Promoción al Desarrollo
Articulación Feminista MARCOSUR
CEAAL, Consejo de Educación de Adultos de América Latina
CRIES, Coordinadora Regional de Investigaciones Económicas y Sociales
PIDHDD, Plataforma Interamericana de Derechos Humanos, Democracia y Desarrollo

Invitiamo la società civile italiana a mobilitarsi contro il golpe in Honduras mandando via mail il seguente testo (firmato con nome, cognome e - se del caso - organizzazione di appartenenza):

"Como sociedad civil italiana rechazamos y condemnamos el golpe de estado en Honduras, que consideramos una gravisima violacion de la soberanìa nacional y de los derechos del pueblo del Honduras y pedimos que vengan puestas en acto las necesarias medidad, a nivel nacional y internacional, para acabar con el regimen golpista y volver a restaurar la democracia y el estado de derecho en Honduras".

La dichiarazione di solidarietà va mandata ai seguenti indirizzi:

robertomicheletti@congreso.gob.hn Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
embhon@fastwebnet.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


COPRIFUOCO IN HONDURAS

La prima decisione del golpista Roberto Micheletti è stata l'istaurazione del coprifuoco, dalle 21 alle 6 del mattino. Non si conosce il destino della ministro degli Esteri Patricia Rodas, in mano ai golpisti dal primo pomeriggio di ieri. Stanno arrivando a Managua tutti i capi di Stato dei Paesi dell'ALBA e del SICA.
I movimenti sociali ribadiscono che vanno verso la insurrezione civile e non riconoscono l'usurpatore Micheletti.Gli Stati Uniti hanno finalmente detto che l'unico Presidente legittimo è Manuel Zelaya

Ci sono state grandi manifestazioni in tutte le capitali latinoamericane davanti alle ambasciate dell'Honduras.

Ahora viene transmitiendo por Internet, denunciando el golpe militar, esta radio www.radioeslodemenos.org/
Mañana arranca la huelga general obrera



IL VIRUS DELLA LIBERTÀ

La libertà, questa malattia sconosciuta in moltissimi paesi, è un virus al quale non c'è rimedio, non esiste un antidoto, non c'è un vaccino. Essa ti prende lentamente o all'improvviso, ma quando ti ha infettato non si può guarire.


Iran Mahmoud Ahmadinejad


Si manifesta in tanti modi e con tanti sintomi. Alcuni parlano di “sete di libertà”, altri raccontano di una inarrestabile “fame di libertà”, altri ancora la descrivono come una pulsione che ti porta a scendere per la strada, a urlare il tuo disgusto per l'oppressione, un urlo che può durare anche per molti giorni, fino a toglierti completamente la voce. In molti hanno cercato di combattere questo virus usando ogni tipo di arma, usando la forza, le bastonate, i manganelli, incarcerando i diffusori della malattia e isolandoli dal mondo. Ma il virus della libertà è così caparbio che non può essere sconfitto, può essere fermato per un po', ma improvvisamente riemerge prepotente da qualche altra parte. E non serve isolare o eliminare i portatori della malattia, questo virus è talmente contagioso che basta una minima esposizione per esserne infettati irrimediabilmente. In tanti sono morti a causa di questa malattia e in tanti ne moriranno, perché il virus della libertà è qualcosa che ti prende dentro, come una droga che da assuefazione, una volta provato non ne puoi più fare a meno. E non vuoi essere guarito da questa malattia, non vuoi nemmeno quando ti rompono le ossa, quando ti rinchiudono in una cella buia oppure quando ti minacciano di morte. Se non puoi avere la libertà, meglio morire.

In questi giorni viene segnalata una forte epidemia del virus della libertà in Iran dove si segnalano milioni di contagiati. Il regime è corso ai ripari mettendo in campo tutta la sua forza “curativa”. Anticorpi chiamati Baji oppure Guardiani della Rivoluzione stanno cercando in tutti i modi di fermare questa epidemia usando ogni tipo di mezzo: bastonate, fucilate, impiccagioni, arresti di massa e tutto quello che il regime permette. Ma si segnala che l'epidemia è ormai arrivata ad un punto di non ritorno e sta contagiando sempre più persone. Quando capiranno i regimi totalitari che non c'è modo di combattere questa malattia? Quando capiranno che più cercano di curarla, più lei si rafforza? L'unico modo è assecondarla, lasciarla esplodere in tutta la sua dirompente allegria. Non si ferma il virus della libertà.

Noemi Cabitza

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FOTO DALL'HONDURAS

LE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA CONTINUANO, MENTRE L'ESERCITO PRESIDIA I PUNTI NEVRALGICI DELLA CAPITALE E IL NUOVO PRESIDENTE ROBERTO MICHELETTI SI INSEDIA AL POSTO DI MANUEL ZELAYA.



Le foto sono tratte dal quotidiano EL HERALDO di Tegucigalpa

Mensaje del periodista director de la radio Globo de Honduras David Romero:
“Solidaridad con el pueblo de Honduras, apoyo moral y vigilancia, para que no corra sangre, que el mundo ponga los ojos sobre Honduras es la manera de que el país se pueda salvar”

domenica 28 giugno 2009

GOLPE DE ESTADO EN HONDURAS



Dopo ore di tentativi finalmente Giornalismo partecipativo riesce a comunicare con P. T. cooperante di un paese europeo residente da anni in Honduras. “E’ che il primo segnale che stava succedendo qualcosa è che i militari hanno staccato la luce in tutta la città. Solo da poco ci siamo procurati un generatore, ma abbiamo pochissima benzina perché è razionata, non si vende, e quindi posso restare collegata pochissimo tempo”.
Quando avete saputo del golpe?in mattinata prestissimo si è saputa la notizia che hanno preso il presidente con la forza. La capitale ha iniziato a reagire, mentre dalle altri parti del paese si è animata la gente a continuare a votare per il referendum. Anzi le ultime notizie sono che anche nella capitale dove può sta votando in massa”.
Si sta votando che tu sappia?Qui dove mi trovo sono arrivati i militari e hanno sequestrato le urne per impedire il voto. Nella capitale è successo in molti posti ma ho molte testimonianze che in tutto il resto del paese e anche in alcune zone della capitale la gente sta correndo a votare come forma di dire NO al golpe”.
I media funzionano?Hanno spento tutto. Appena hanno sequestrato il presidente Zelaya hanno chiuso il Canal 8, l’unico favorevole al governo e poi anche tutti gli altri. Adesso credo funzioni solo una radio della destra golpista HRN”.
Che tipo di reazione c’è da parte dei movimenti?ti dico solo che i popoli indigeni hanno iniziato una marcia a piedi verso la capitale. Inoltre molte persone sono andate al palazzo presidenziale. Ma non ho informazioni verificate”. Riuscite a comunicare?la mancanza di corrente fa che i cellulari sono quasi tutti scarichi. Qui dove sono li possiamo ricaricare ma le centinaia di persone nascoste non hanno maniera di farlo”.
Ci sono le notizie di violenza?Gira voce di almeno un morto, ma non posso confermartela. Le uniche violenze sicure che ho io sono quelle contro i medici cubani. Alcuni sono stati aggrediti, gli altri li stiamo nascondendo. Inoltre qui da noi quando hanno sequestrato le urne del referendum hanno detenuto tre persone ma sono stati costretti a rilasciarli quasi subito. Inoltre ho notizie di liste nere di dirigenti popolari che vengono ricercati, soprattutto quelli che hanno lavorato al referendum. Non ho notizie di persone precise arrestate. Ma centinaia se non migliaia di persone si sono dovute nascondere”.
Sei uscita? Com’è la città? Che idea ti sei fatta sui rapporti di forza?Ho girato per il quartiere ma come straniera non mi sono avvicinata al punto dove si votava. I militari sono estremamente aggressivi, puntano le armi in faccia alla gente. La gente sta chiamando alla calma e cerca di parlare loro e si stanno facendo azioni pacifiche in tutto il paese. Il messaggio è calma, pace e non opporre altre forme di resistenza”.
Che messaggio puoi lasciarmi in conclusione?Faccio un appello internazionale a non lasciare solo l’Honduras e a fare informazione su quello che sta succedendo in Honduras. Non credete ai media ufficiali”.
di Gennaro Carotenuto


NEWS DRAMMATICHE IN HONDURAS

Circa due ore fa un commando di militari incappucciati ha sequestrato il presidente della Repubblica dell’Honduras Manuel Zelaya.
Nel paese è in corso il referendum per decidere se in novembre si eleggerà una nuova costituente.
Anche la televisione Canal 8 è stata presa d’assalto dai militari e in questo momento non trasmette e il ministro degli esteri Patricia Rodas denuncia che sarebbero in azione francotiratori nelle strade della capitale Tegucigalpa.
Il perché il referendum di oggi abbia provocato addirittura un golpe è presto detto: sarà una pietra miliare nella storia del paese. In Honduras infatti ben il 30% del territorio nazionale è stato alienato a imprese straniere, soprattutto dei settori minerari e idrici. Le multinazionali quasi non pagano tasse in un paese dove tre quarti della popolazione vive in povertà. Così l’opposizione, al solo odore di una nuova Costituzione che affermi che per esempio l’acqua è un bene comune e che imponga per lo meno un sistema fiscale che permetta processi redistributivi, è disposta a spezzare il simulacro di democrazia rappresentativa che evidentemente considera utile solo quando sono i poteri di sempre a comandare.
SONO ORE DECISIVE PER SALVARE LA VITA DI MEL ZELAYA E LA DEMOCRAZIA IN HONDURAS
di Gennaro Carotenuto
Leggi anche: http://selvasorg.blogspot.com/2009/06/golpe-troglodita-sequestrato-il.html



PULIZIA ETNICA

Shaykh Ra‘ed Salah, leader del Movimento islamico in territorio israeliano, ha reso noto che le autorità di occupazione israeliane progettano di demolire il 70% delle case palestinesi nella Gerusalemme occupata.

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In un report pubblicato dal giornale Khalij, Salah ha infatti dichiarato che Israele avrebbe già fissato al 2020 la data finale per lo sgombero di tutti i palestinesi dalla Città Vecchia di Gerusalemme, e al 2050 l’evacuazione di tutti gli arabi dall’intera città.
Lo shaykh ha affermato che l’occupazione israeliana starebbe persino accelerando il progetto di ebraicizzazione, sperando di completarlo in dieci mesi piuttosto che in dieci anni.
Ha poi ricordato che più di 100 sinagoghe sono già state costruite intorno alla moschea di al-Aqsa, e ha sottolineato l’esistenza di una società sionista pronta a pagare 2,2 milioni di dollari per ogni metro quadro in alcune aree importanti della Città Santa.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu potrebbe voler demolire la moschea pur di costruire il mitico Tempio ebraico.
Nel frattempo, ieri, i parlamentari di Hamas a Nablus hanno pubblicato una dichiarazione evidenziando come l’unico modo di liberare Gerusalemme dall’occupazione sia la Resistenza.
Nel comunicato, emesso in occasione del 42˚ anniversario dell’occupazione della città, i deputati hanno ribadito la pericolosità delle crescenti pratiche di giudaizzazione israeliane, chiedendo ai paesi arabi e musulmani di assumersi le proprie responsabilità verso la Palestina in generale, e Gerusalemme in particolare.


VEDANTA RESOURCES UMILIATA

Pesante umiliazione pubblica per la Vedanta Resources e il suo proprietario, il miliardario Anil Argawal. Durante il weekend, proprio all’ultimo minuto, la compagnia mineraria britannica si è vista cancellare il “Golden Peacock”, un riconoscimento che premia la buona condotta ambientale.


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Il premio è stato annullato il giorno prima della consegna grazie alla performance pubblica di alcuni attivisti che, saliti sul palco allestito per l’evento, a Palampur, in India, hanno rivelato inquietanti particolari sulle attività inquinanti della raffineria di alluminio operante nel territorio dei Kondh, nello stato di Orissa.
Una sussidiaria della Vedanta, che è una delle 100 società più capitalizzate quotate allo Stock Exchange di Londra (FTSE-100), aveva già pubblicizzato in modo altisonante la consegna del premio. Ciò nonostante, dopo aver ascoltato il discorso dei manifestanti, gli organizzatori della manifestazione, sponsorizzata dal World Environment Foundation e dal britannico Institute of Directors, hanno deciso di annullare il premio.
Gli ispettori ambientali del Governo indiano hanno più volte criticato le allarmanti e continue infiltrazioni di rifiuti tossici provenienti dalla raffineria. Le tribù dei Kondh che vivono vicino allo stabilimento hanno raccontato a Survival International di aver cominciato a soffrire di problemi cutanei dopo essersi immersi nelle acque inquinate; che i loro raccolti sono stati soffocati dalle polveri prodotte dalla raffineria e che diversi capi di bestiame sono morti dopo essersi abbeverati a ruscelli avvelenati.
A contestare l’assegnazione del premio a Vedanta è stata una lettera sottoscritta da più di 200 organizzazioni di tutto il mondo.
La raffineria della Vedanta fa parte di un progetto più ampio che prevede l’apertura di una miniera di bauxite sulla montagna sacra dei Dongria Kondh, alle cui pendici sorge la raffineria. Il progetto è attualmente sotto indagine presso l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che ha accolto la richiesta di investigazione presentata da Survival.
“In pochissimo tempo, la nostra lettera ha raccolto 200 adesioni” ha dichiarato Mamata Dash, uno degli attivisti che hanno manifestato durante l’evento. “Questo dimostra che molte persone hanno deciso di reagire agli effetti devastanti che le operazioni della Vedanta hanno sul mondo. Queste persone non le permetteranno di continuare a dire bugie; sono determinate a far sapere a tutti quello che sta facendo questa compagnia senza scrupoli. Siamo molto uniti.”





HONDURAS: IL PERICOLO DEL GOLPE STA SCEMANDO, IL REFERENDUM SI FARÀ

La reazione dei movimenti sociali che appoggia il presidente Manuel “Mel” Zelaya ha fatto retrocedere i militari e la parola torna alla politica anche se il fuoco continua a covare sotto la cenere in Honduras.

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Il passaggio decisivo che ha fatto almeno finora evolvere in positivo la crisi è stato quando i movimenti sociali del paese hanno occupato la sede della Forza Aerea, hanno preso sotto il loro controllo le schede elettorali (nella foto) che l’esercito rifiutava di distribuire per far saltare il referendum di oggi che deciderà se eleggere o meno il prossimo novembre un’Assemblea Costituente. Quindi, con l’aiuto della Polizia, hanno iniziato la distribuzione delle schede nei seggi che continua ad avvenire in queste ore regolarmente.

Intanto oltre all’ONU anche l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA, OEA in spagnolo) ha espresso il proprio fermo appoggio al governo legittimo honduregno del presidente Zelaya. A questo punto, nella nuova America latina, ai militari che avevano tentato il golpe non resta che tornare nelle caserme. L’opposizione politica intanto in queste ore, lungi dall’accettare l’ipotesi della Costituente, sta cercando la via cavillosa dell’interdizione per motivi di salute: vorrebbero infatti dichiarare Zelaya decaduto perché pazzo.

E forse Zelaya un po’ pazzo lo è davvero. In un paese dove non è mai cambiato nulla bisogna essere un po’ pazzi per farsi motori di una rivoluzione che per la prima volta porti otto milioni di honduregni ad essere finalmente cittadini.

di Gennaro Carotenuto

sabato 27 giugno 2009

CABINDA: VERGOGNA ANGOLANA

Torture, violazione dei diritti umani, detenzioni arbitrarie: le forze armate angolane a Cabinda fanno quello che vogliono. La ricchezza dell'enclave di Luanda in terra congolese giustifica ogni cosa.

La denuncia di un rapporto di Hrw.

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"Mi hanno messo nel buco. Detenzione militare, tortura, e processi ingiusti a Cabinda" : è il titolo del rapporto pubblicato lunedì 22 giugno dall'organizzazione internazionale per i diritti umani Human rights watch, nel quale si denunciano le detenzioni illegali e le torture che i militari angolani impongono nell'enclave di Cabinda, in territorio congolese.

Secondo Hrw l'esercito angolano viola regolarmente i diritti dell'uomo: il rapporto raccoglie le denunce di 38 persone arrestate dai militari, torturate e imprigionate senza possibilità di contatto con l'esterno, senza essere mai sottoposte a processo. Luanda giustifica le misure repressive con la tutela della sicurezza nazionale: i separatisti di Cabinda sono stati accusati di attentare allo stato. Oltre ai metodi brutali e a confessioni attenute con la tortura, Hrw contesta gli stessi arresti: molti dei detenuti sono oriundi che abitano le zone rurali, catturati in operazioni militari casuali.

L'organizzazione chiede la liberazione immediata dei detenuti e processi rapidi e giusti. Chiede inoltre l'apertura di inchieste nei confronti della polizia e dell'esercito angolano per le violazioni dei diritti umani subite dai detenuti. Negli ultimi mesi ci sono stati segnali di miglioramento nel trattamento dei detenuti: per esempio nel marzo 2009 4 detenuti sono stati prosciolti da ogni accusa.

La piccola regione, che si affaccia sull'oceano Atlantico tra la Repubblica democratica del Congo e il Congo-Brazzaville, è dal 1975 sotto il controllo dell'Angola. Occupata e controllata militarmente, Luanda sfrutta i giacimenti petroliferi dell'enclave e le sue riserve minerarie. Il Fronte di Liberazione dell'Enclave di Cabinda (FLEC), chiede l'indipendenza della regione, anche con le armi. Il conflitto tra le due parti si era attenuato nel 2006, con la firma di un accordo di pace. Ma l'intesa non è stata riconosciuta dalla società civile e dalle chiese, riunite nel Forum cabindese per il dialogo (FCD), e il conflitto, anche se con un impatto basso, è continuato. Così come è continuata la repressione da parte dei militari angolani, con la complicità delle società straniere che a Cabinda fanno affari d'oro a spese della popolazione, che vive in condizioni di povertà. L'acceso all'enclave è controllato militarmente: difficile avere notizie precise sulla situazione umanitaria.



venerdì 26 giugno 2009

COLPO DI STATO IN HONDURAS: IL PRESIDENTE MANUEL ZELAYA CON AL FIANCO I MOVIMENTI SOCIALI, RESISTE

Manuel Zelaya

Image via Wikipedia

(26 giugno 2009)

Le parole drammatiche nella notte del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya: “È in corso un colpo di stato nel paese” sono state confermate e supportate dall’ONU. Il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Manuel D’Escoto, nella notte ha condannato con parole fermissime il tentativo di colpo di stato in corso in Centroamerica: “condanniamo fermamente il colpo di stato in Honduras contro il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya” dove i poteri di fatto di sempre, le élite, l’esercito, le alte gerarchie cattoliche, le casta politica, sono disposti a tutto perché nel paese neanche si parli di Assemblea Costituente. È infatti questo l’oggetto del contendere che ha scatenato la sedizione: un referendum che domenica prossima dovrà decidere se convocare o no l’elezione di un’assemblea Costituente voluta secondo i sondaggi dall’85% della popolazione.
È bastato solo l’odore di una Carta costituzionale che per la prima volta mettesse nero su bianco diritti civili e strumenti per ottenerli in un paese per molti versi ancora premoderno come l’Honduras, perché si mettesse in moto la macchina golpista che durante tutta la storia ha impedito giustizia sociale e democrazia in tutto il Centroamerica. Il presidente Manuel Zelaya, “Mel”, con una storia di centro-destra nel partito liberale che durante il suo mandato ha virato con molta dignità verso il verso il centro-sinistra, aveva indetto per dopodomani domenica 28 giugno una consultazione con la quale si chiedeva ai cittadini se nel prossimo novembre si dovesse convocare o meno un’Assemblea Costituente nel paese contemporaneamente alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative già previste a fine anno.
Quella per l’Assemblea costituente sarebbe stata, sarà, la “quarta urna”, una svolta che secondo i sondaggi è voluta da almeno l’85% del paese ma indesiderata dalle élite tradizionali, dal sistema dei partiti incluso quello del presidente che oramai si oppone apertamente, dai media di comunicazione, che in Honduras come nel resto del continente sono dominio esclusivo del potere economico, dalla Corte Suprema e dall’esercito. Queste non solo non vogliono contribuire al processo eleggendo propri rappresentanti all’Assemblea Costituente nel prossimo novembre, ma né vogliono una nuova Costituzione né accettano di verificare se la maggioranza della popolazione la desidera. La scrittura di Costituzioni partecipative, condivise con gli strati popolari della popolazione, dal Venezuela, alla Bolivia all’Ecuador è stata vista nell’ultimo decennio con crescente rifiuto da parte delle oligarchie tradizionali che, soprattutto nel caso boliviano, si è trasformato apertamente in eversione.
Di conseguenza settori numericamente preponderanti dell’esercito di Tegucigalpa, che rispondevano al Capo di Stato Maggiore Romeo Vázquez, si sono rifiutati di operare per permettere la consultazione di domenica, distribuendo le urne e permettendo il regolare svolgimento della stessa adducendo che il referendum sarebbe illegale e che sarebbe propedeutico all’installazione di una dittatura di Mel Zelaya nel paese.
A quel punto al presidente non è restata che la destituzione del generale Vázquez che nella giornata di ieri non è stata però confermata dalla Corte Suprema che ha così appoggiato la sedizione. A questo punto le informazioni nella notte honduregna si fanno confuse. Di fronte al rifiuto di Zelaya di reintegrare Vázquez come Capo di Stato Maggiore parti importanti dell’esercito avrebbero occupato punti nevralgici del paese. I movimenti popolari, indigeni e sociali che appoggiano un presidente, divenuti unici riferimenti per Zelaya osteggiato da tempo dal proprio partito, sarebbero scesi al contrattacco, avrebbero occupato sotto la pioggia battente la base militare della Forza Aerea nell’aeroporto internazionale di Tocontín, sottratto a questa le urne e le schede referendarie con l’intenzione di distribuirle comunque nel paese.
Nel corso delle ultime ore sono successi due fatti nuovi che fanno inclinare all’ottimismo. Il presidente Zelaya ha parlato alla nazione, circondato da rappresentanti dei movimenti sociali del paese, confermando il recupero del materiale elettorale e riaffermando che domenica si terrà comunque il referendum. Intanto almeno il comandante dell’Aviazione, Generale Javier Price, si è schierato con il presidente democraticamente eletto. Intanto i movimenti sociali honduregni, di fronte al silenzio dei media rispetto al colpo di stato in corso nel paese, invitano a far circolare al massimo l’informazione e la solidarietà internazionale sul golpe in Honduras. Le prossime ore saranno decisive per capire se il golpe prospererà o se siamo di fronte ad un nuovo 13 aprile 2002 quando a Caracas in Venezuela i movimenti sociali e popolari sconfissero pacificamente il golpe dell’11 aprile contro il governo democraticamente eletto di Hugo Chávez.

fonte http://www.gennarocarotenuto.it/

Su precisa richiesta dai movimenti che in Honduras stanno resistendo al golpe si invita alla particolare diffusione di questo articolo


MORIRE DI FAME NEL GRANAIO DEL MONDO

In Argentina ogni giorno 25 bambini muoiono per cause evitabili, come la fame. In Argentina, il paese dove si produce il cibo che serve a sfamare centinaia di migliaia di persone, 25 bambini, sotto il primo anno di età, muoiono ogni giorno per denutrizione. I dati ufficiali, che parlano di una percentuale di mortalità infantile di 12,9 ogni 1000 bambini nati, contrastano con la recente relazione pubblicata dall'UNICEF: 14 su 1000. (...)

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Nel paese più di sei milioni di bambini vivono in condizioni di povertà e la metà di essi soffre per mancanza di cibo. Solo nella città di Buenos Aires, otto bambini muoiono ogni giorno per fame prima di aver compiuto un anno di età. A Cuba il tasso di mortalità infantile è di 5 su 1000, secondo le stime dell'UNICEF, e di 5,3 su mille stando ai dati ufficiali.

Una organizzazione sociale che lavora nella capitale argentina ha denunciato che, nel Mercato Centrale della città, più di 200 bambini tra gli otto e i tredici anni si prostituiscono per poter mangiare.

La denutrizione sofferta dalle madri durante i mesi della gravidanza produce seri danni, spesso irreparabili, al nascituro: ritardo mentale e fisico, problemi di peso, difficoltà nell'apprendimento e molti altri. La relazione dell'UNICEF rivela che il 66% dei bambini e bambine muoiono nel primo mese di vita: “più della metà di queste morti sono evitabili” si legge nel documento.
Cartografia della denutrizione
L'UNICEF dichiara che, in Argentina, il luogo di nascita condiziona le possibilità di sopravvivenza. “Le probabilità di morire prima del compimento del primo anno di età sono tre volte maggiori a Formosa che a Buenos Aires. Nelle province di Jujuy o del Chaco, è possibile riscontrare una situazione ancora più marcata”. Arresto cardiaco è l'eufemismo con il quale si cerca di coprire l'infamia della denutrizione negli ospedali pubblici ormai al collasso a causa della mancanza di personale medico e infermieristico. Nella città di Buenos Aires, il tasso di mortalità è di 8,3 bambini morti ogni 1000 nati vivi; persino nella ricca e orgogliosa Capitale Federale, l'indice di mortalità infantile è più alto che a Cuba.
Denutrizione cronica e mortalità materna
Secondo i dati dell'UNICEF, la denutrizione cronica colpisce l'8% dei bambini e bambine sotto i cinque anni. La percentuale raggiunge il 10,5% nelle province del nord e il 33% dei minori di due anni non è in grado di soddisfare le necessità alimentari di base. (...) Quanto alla mortalità materna, l'UNICEF parla di 333 donne morte per problemi legati alla gravidanza e al parto nel solo 2006. Il Ministero della Salute ha reso noto che, nella città di Buenos Aires, il tasso di mortalità materna si aggira intorno a 18 su 1000. Nella sola provincia di Jujuy, la percentuale sale a 165 su 1000. La mancanza di alimentazione va, però, sommata ad altre cause come il mancato accesso all'acqua potabile e la vita in ambienti insalubri dove prolificano malattie spesso mortali, come la diarrea e la parassitosi.
Ricchezze naturali nella conca del Plata
Il territorio della Repubblica Argentina è il secondo più grande dell'America Latina e l'ottavo in quanto a estensione territoriale nel mondo. (...) L'Argentina è anche la terza potenza economica del sub-continente latinoamericano, preceduta dal Messico e dal Brasile. (...) L'asse portante dell'economia argentina è la produzione di beni agricoli, oltre all'allevamento. In totale, il settore della produzione rurale ha rappresentato, nel 2007, il 5,61% del PIL. Inoltre, il paese possiede numerose riserve di petrolio, gas naturale e ricchezze del sottosuolo. I principali giacimenti di petrolio si trovano nella provincia di Nequen. (...) Attraverso riforme costituzionali, decreti e leggi, i governi dal paese, a partire dal 1880 ad oggi, hanno sempre permesso il saccheggio più sfrenato delle ricchezze naturali del territorio argentino. Attualmente, i guadagni delle multinazionali che sfruttano le riserve argentine si aggirano intorno ai 20000 milioni di dollari annui, cifra che basterebbe abbondantemente a risolvere il problema della denutrizione in quello che spesso viene chiamato “il granaio del mondo”. Nella provincia di Salta – sempre secondo i dati ufficiali – la mortalità infantile è stata di 14,9 su 1000 bambini nati vivi durante il 2006 e di 15,4 su 1000 nell'anno successivo. (...)
La democrazia dell'esclusione
In un paese dove tanti bambini muoiono per mancanza di un'alimentazione adeguata, sono davvero pochi gli adolescenti ancora capaci di credere nella democrazia. Uno studio realizzato dal Ministero dell'Educazione alla fine del 2008, mostra che solamente il 35% degli adolescenti intervistati ha fiducia nelle istituzioni democratiche. (...) Lo studio è stato realizzato nell'ambito del Programma Escuela y Medios e ha visto coinvolti ragazzi, tra gli 11 e i 15 anni, delle scuole pubbliche di Buenos Aires, Cordoba, Mendoza, Santa Fe e Chubut.

L'Argentina produce cibo sufficiente a sfamare centinaia di migliaia di persone, possiede un PIL pro-capite abbastanza elevato e un buon livello di sviluppo scientifico-tecnologico. Nel suo entroterra è possibile trovare riserve di petrolio, gas, oro e argento. Il rio Guaranì, che bagna anche Brasile, Paraguay e Uruguay, è una delle riserve di acqua potabile più grande del mondo. A Cuba, una piccola isola situata nel cuore dei Caraibi, sempre alle prese con tifoni e uragani e dove la sola cosa prodotta su scala industriale è la canna da zucchero, la mortalità infantile è di 5 bambini ogni 1000 nati vivi. La stessa percentuale del Canada e inferiore a quella degli Stati Uniti (7 su 1000). Tutto questo considerando l'asfissiante embargo che pesa sull'economia cubana da quasi mezzo secolo.

963 milioni di esseri umani patiscono la fame nel mondo. Uno degli obiettivi del millennio è quello di ridurre la fame entro il 2015 ma è impossibile che questo avvenga, almeno fino a quando il sistema capitalista continuerà a essere quello dominante. Tutto è in eccesso nel mondo industrializzato, perfino gli esseri umani.

Il presente materiale è stato pubblicato in Rebanadas de Realidad, Buenos Aires – Argentina, per gentile concessione di Ines Hayes, della redazione di AMERICA XXI

Traduzione di Francesca Casafina

www.asud.net

giovedì 25 giugno 2009

GELMINI, LA SCUOLA E IL SIGNORINO

Parla e sparla, avvocato Gelmini, ma lo sa bene e glielo dico chiaro: non va al cuore dei problemi e meglio sarebbe misurare interventi e parole.
L’istruzione del merito, come ha voluto definire questo giugno da Erode di cui, stia certa, renderà conto alla storia, ha un merito solo e in questo lei non c’entra davvero nulla: ha mostrato a chi vuole capire quanto vale un’orchestra se il maestro è scadente. Vale poco, avvocato, e mi fa male dirlo. Se agli strumenti ci fossero stati solo professionisti preparati e seri, questo concerto lei non l’avrebbe messo in scena: non si sarebbero prestati a far da mano per lo schiaffo che lei ha inteso dare alla didattica e alla psicopedagogia.
Colpa nostra, avvocato. Colpa di quella nebulosa che continuiamo a chiamare “docente” e che, in tanta parte del suo pulviscolo, non vedeva l’ora di sentirsi le spalle coperte da un’ondata di revanscismo becero e sguaiato per “tornare all’antico“.
L’istruzione del merito, avvocato Gelmini, nasce da una scuola messa n grado di formare. E’ fatta di qualità universitaria, di un’accurata selezione del personale, di docenti aggiornati, di ragionevoli svecchiamenti e di una retribuzione adeguata alla funzione sociale. L’istruzione del merito è figlia di un intimo rapporto tra una politica che conosce e ascolta la gente e una società che si fonda su principi di eguaglianza, solidarietà e giustizia sociale.
L’istruzione del merito, meriterebbe finanziamenti che lei taglia, laboratori che lei nega, il riconoscimento sociale che Brunetta fucila in piazza con la sua tragicomica dottrina del fannullonismo e un istituto familiare che non fosse soffocato dai bisogni e dalla precarietà.
La sua scuola del merito, avvocato, avrebbe bisogno di riaprire il circuito virtuoso che legava studenti e docenti in quella scuola statale che non a caso lei tende a smantellare: la consapevolezza rivoluzionaria che da secoli “la famiglia secolarmente analfabeta di Adolfo mantiene agli studi la famiglia secolarmente universitaria del signorino“.
Le piaccia o meno, avvocato, il punto rimane questo e la sua istruzione del merito ha il solo scopo di ricondurre Adolfo al “suo posto” e imporgli di accettare la suo condizione di inferiorità. Lei, avvocato Gelmini, non s’interessa di scuola. Tutto quello che vuole è che Adolfo torni a pagare per il “signorino”.

By giuseppearagno



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