mercoledì 30 settembre 2009

VIAGGIO NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Vauro


Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Venite nel Paese dei Balocchi
Qui, potete trovare ogni Bengodi
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Venite dai Continenti lontani e dai Paesi vicini
Venite dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia e dall’Oriente
Venite albanesi, slavi, polacchi e rumeni
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Nascondetevi nella prima nave da carico
Adagiatevi tra i container
Riposatevi nelle stive buie e nei
Sotterranei maleodoranti
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Fatevi una zattera,
Legate insieme delle pedane
Galleggiate e pregate che la strada è tanta
Anche se il mezzo è marcio
Sbarcate con i vostri abiti senza stagione
Non importa se siete privi di documenti e di identità
Non avrete nulla da dichiarare in dogana
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Infilatevi sulla motonave,
Schiacciatevi gli uni agli altri
Più siete, più si abbassa il costo del viaggio
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Vendete le vostre baracche e tutti i vostri beni
Raccogliete prestiti da parenti e amici
Avide e bramose sono le mani dei trafficanti
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Fluttuate sulle onde della speranza
Verso il Paese delle meraviglie


Non c’è trucco, non c’è inganno
L’avventura a voi è guadagno
Se le braccia forti avrete
Annegare non potrete


Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Rotelle di ingranaggi clandestini, bulloni anonimi
Cullate in silenzio il pensiero dei vostri cari
Addolcite l’amarezza di un addio senza consenso
Bagnate di lacrime l’arido ricordo di
Un saluto mancato


Ma non temete!
Il clandestino e il foglio di via
Si fanno spesso compagnia


Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Galleggiate sulle acque del Mediterraneo
Preservate i vostri battelli di merce umana
Evitate le scogliere controllate da guardie costiere
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Lasciate le ricchezze naturali della vostra terra
I Grandi della Terra sono già pronti a razziare tutto,
Hanno la complicità di chi,
Sulla sella del potere, si sente più forte a
Governare case vuote e deserte
Lasciategli i vostri vecchi, le vostre donne ed i vostri bambini
Senza voce non hanno alcun diritto
All’oscuro del Grande Accordo Segreto di
Chi può derubare in cambio di un Potere
Che dura sino al prossimo colpo di Stato
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Scaricatevi nei quartieri in rivolta
Intasati di conflitti ed intolleranza
Bandiere, murales e striscioni
Già cantano per voi inni di rifiuto
Venite venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Caporali impazienti vi attendono nei bar
Padroni improvvisati dell’ultim’ora
La fatica sarà grande,
E il guadagno, timido ed incerto,
Forse non comparirà
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
I vostri coetanei europei hanno lasciato per voi
Stupefacenti lavori, anche se umili e pesanti
Irrinunciabili cottimi,
Seppure pericolosi e malsani
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
I pomodori sono maturi e reclamano la raccolta


L’uva è pronta nella vigna
E tutti andate a vendemmiar
Ma chi di voi in città starà
Al semaforo, di certo, un posto avrà:
Lavavetri, vendifiori e vuccumprà


Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Sorridete, nascondete i vostri sguardi disperati
Mostrate i vostri muscoli
Desiderati dei lavori pesanti
Sono tante le strade da asfaltare
I Palazzi da costruire e le Banche da pulire
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Venite capri espiatori generalizzati
Parafulmini di mali locali
Sarete accusati di crimini mai commessi
Saranno emesse condanne inappellabili
La macchina dell'ingiustizia
È sempre in moto per voi
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Venite popoli devoti al lavoro
Concedete tutta la vostra disponibilità
Dimenticate il posto fisso
Aderite alle cooperative di produzione e lavoro
Come soci avrete lo stipendio dimezzato
Firmate il contratto interinale o in affitto
Farete lavori massacranti con orari a singhiozzo
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Vi attendono cantieri di sfruttamento
Sarete sottopagati e senza libretto di lavoro
Senza assicurazioni e misure di sicurezza
È così che le piccole imprese accumulano ricchezze
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Venite a riempire i casolari abbandonati
Case di periferia senza luce e senza cesso
Una famiglia di topi vi darà il benvenuto
Gli scarafaggi vi balleranno la tarantella
La pattuglia di Polizia vi farà spesso compagnia
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Venite sani e robusti nella terra della speranza
È qui l’America!
Venite nella terra degli emigranti di ieri,
Anch'essi furono vittime di sfruttamento
Ma oggi vestiti da padrone
Han già dimenticato la loro lezione
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Il gatto e la volpe vi faranno la festa
Cavie da laboratorio sociologico
Su di voi verranno effettuate studi, ricerche e tesi di laurea
Grazie alla vostra presenza arriveranno
Finanziamenti che andranno a nutrire
Gli speculatori sociali
Produttori di uomini inutili e falliti
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Colmate le piazze vuote
Riempite le scuole con la vostra prole
Date lavoro ai maestri disoccupati
Portate le vostri mogli a prendersi cura degli anziani
Parcheggiati nelle Case di Riposo
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Merce preziosa nel mercato del sesso
Decorate le strade con il vostro corpo nudo
Prelibatezza di frustrati e maniaci perversi
Senza odio e senza amore
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Il contratto di affitto è ad uso foresteria
Procuratevi un materasso e una coperta
Chiamate altri compagni, ma che siano omertosi
Che più sarete meno vi costerà
Sistemate le vostre cose nello squallido mobilio
Ascoltate pure la vostra musica-etnica
Ma a volume basso
Non aprite i barattoli con le spezie
Sonniferi di nostalgia
Ché non potete turbare i vicini
Con le note e gli aromi dei vostri luoghi lontani
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Sarete trattati come bestie feroci
Ammassati in capannoni barcollanti
Materassi a terra, accatastati come sacchi di patate
Sarete circondati da guardie e poliziotti
Annuserete i manganelli
Tutte le vostre aspettative saranno deluse
Nel Paese della Democrazia e dei Diritti.
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Venite ad imparare cos'è il reddito pro capite
Abbandonate i vostri beni, anche se siete nullatenenti
Qui c’è benessere in abbondanza
La società opulenta ha il colesterolo alto
Divora giorno e notte senza sosta
Non accontentatevi delle briciole dell’aiuto a distanza
La cooperazione allo sviluppo è una miniera d’oro
Una strategia per tenervi lontani, dal tavolo apparecchiato
Ora accaparratevi una sedia e prendete posto
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Affogate negli aperitivi analcolici e negli antipasti
Favorite alla tavola imbandita
Non date retta a chi piange miseria
Qui si va in vacanza al mare e in montagna
A Natale e a Ferragosto
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Le fabbriche di armi cercano mano d'opera
Hanno vinto gare d'appalto a lungo termine
Hanno mine anti-uomo da costruire e spedire
Nella lontana casa vostra
Ma vi inviteranno ai Concerti di beneficenza
A favore dei dannati della terra
Vittime dei conflitti creati in laboratorio
Venite, venite giovani dalle Radici del Mondo
Poiché:


Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria.
E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.”

Fonte

martedì 29 settembre 2009

LA LEGA AVANGUARDIA DEL PASSATO

Se potesse abrogare il Sud come punto cardinale lo farebbe. Odia i poveri. I più deboli sono nemici. Solo il Nord ha senso, quel Nord che considerava gli immigrati italiani animali sporchi da emarginare. Berlusconi lascia mano libera per non perdere la poltrona.

bossi

Quando gli italiani decideranno che il tempo nuovo sarà quello futuro e non quello passato, allora la Lega avrà chiuso la sua storia. Non credo che occorra invocare un dio per salvare la civiltà dal tramonto come scrisse Heidegger, penso che tutto si risolverà con una irruzione improvvisa di coscienza, di consapevolezza, di chiarezza.

calderoli

La Lega nasce con la testa volta all’indietro e continua a camminare di schiena. È come un’avanguardia del passato. Si è inventata una identità che appartiene ad una geografia pre-unitaria, ha costruito una regione dalle conformazioni medievali, ha preso come eroe un personaggio del XII secolo, ha utilizzato simboli antichi, ha celebrato riti pagani, ha cominciato col chiedere la secessione e ha finito col proporre il federalismo fiscale. In un pianeta sempre più interdipendente la Lega alza i muri. Odia gli immigrati, non sopporta le altre culture, le altre religioni, i più poveri e più deboli sono i nemici, se potessero abrogare il sud come punto cardinale lo farebbero subito, l’est non conta, l’ovest ha qualche ragione di esistere. Solo il nord ha senso.

borghezio

Ha trovato terreno fertile in un quadro politico che ha poco da spartire con questa visione pre-unitaria, asfittica e illiberale. Ma il Popolo della Libertà lascia mano libera alla Lega perché sa che è l’unica condizione per tenere in pugno il Paese. La Lega ha il coltello dalla parte del manico. Difende e sostiene Berlusconi in cambio di una delega in bianco sulle spinose questioni con le quali compattare l’elettorato leghista: guerra a tutto campo agli “altri”, rafforzamento dei privilegi padani, soffocamento delle regioni del sud, indebolimento di qualsiasi forza d’opposizione, ordine, purezza, campanilismo, localismo, etnocentrismo, affermazione dei dialetti, tutto un recupero di elementi anche positivi sfruttati spregiudicamente per fini elettoralistici e per costruire fossati sempre più impervi fra il Sé e gli altri, fra il privilegio ristretto di un gruppo e la fatica dei popoli che arrancano sulla strada della vita.

leghisti pagani

Tutto al passato, nulla al futuro.

È l’idea vetusta di una politica che ha bisogno del nemico su cui riversare le proprie nevrosi e alimentare il populismo celodurista. Già visto e sperimentato. Gli attacchi ai clandestini, le parole di Bossi sugli “immigrati assassini” rientrano in una prospettiva politica che il filosofo Renè Girard ha meravigliosamente smascherato con il suo pensiero della violenza mimetica, ossia la canalizzazione di ogni pulsione aggressiva contro un nemico individuato come capro espiatorio e di lì tessere i legami di gruppo per ottenere il consenso. Negli Stati Uniti la guerra scatenata dalla Lega agli immigrati e ai rom era già stata inscenata all’inizio del Novecento contro di noi, italiani emigranti nel Nuovo Mondo. Con le stesse parole, con la stessa violenza, con la stessa ideologia ripiena di razzismo.

leghisti

Da una relazione dell’ispettorato all’immigrazione del Congresso americano sugli italiani del 1912 leggiamo: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

diritto-residenza

Fortunatamente i processi storici in atto nel mondo hanno altri percorsi. Guardano al futuro, aprono gli occhi dei popoli verso l’orizzonte dell’avvenire di un mondo che non può più vivere secondo logiche da apartheid, non può più sperimentare forme di isolamento e di menefreghismo nei confronti degli altri e della Madre Terra pena l’estinzione totale del genere umano. È il grande messaggio che ci viene da Hiroshima e Nagasaki, nei giorni del ricordo. Il cinismo della politica Usa mascherato di opportunismo strategico (oramai il Giappone era in ginocchio ed era chiaro che lo sgancio di quelle bombe serviva solo a sperimentarne la potenza) volle che quelle due città annientate, distrutte, incenerite, diventassero il simbolo di tutte le città della terra. Di più: fossero il simbolo della nuova politica cresciuta sul crinale atomico. Einstein e Freud avvertirono subito la metamorfosi dell’uomo e della polis nell’era atomica, ossia il passaggio dalle forze di Thantos a quelle di Eros, l’uscita dall’individualismo dei popoli e la ricerca di una unità possibile. E il grande paleontologo francese Teilhard de Chardin scrisse nel 1947 queste pagine stupende: “Facendo esplodere gi atomi, abbiamo addentato il frutto della grande scoperta e ciò è sufficiente perché, contemporaneamente, lo spettro delle battaglie sanguinose si dilegui sotto i raggi di una qualche ascendente unanimità (…) Perché un vero obiettivo ci è or ora apparso, un obiettivo che noi possiamo raggiungere solo inarcandoci tutti contemporaneamente in uno sforzo comune; le nostre attività non possono più, d’ora innanzi, fare altro che ravvicinarsi e convergere in un’atmosfera di simpatia: di simpatia ripeto perché guardare tutti insieme appassionatamente una stessa cosa significa inevitabilmente cominciare ad amarsi”.

La Lega è rimasta indietro anche su questa metànoia della storia, ha voltato gli occhi verso un mondo antico che non esiste più. Ricordo che qualche anno fa Bossi tirò in ballo perfino Gandhi, paragonando la Lega alle lotta per l’indipendenza dell’India. Il mondo pacifista e nonviolento s’alzò in piedi scandalizzato. Il Mahatma avrebbe aborrito una prospettiva egoistica, individualista, mercantile e violenta di pensarsi al mondo come gruppo umano, lo avrebbe liquidato come una ideologia della prepotenza, del disprezzo, della forza, nulla di cui spartire con l’ahimsa, la nonviolenza che si realizza con il satyagraha, la forza della verità..

La storia, fortunatamente, batte in una direzione futura e non ci saranno leggi alla sicurezza che sapranno fermarne il corso. Una lezione grandiosa ci viene da oltre oceano dove Obama ha già fatto, con la sua elezione, il rovesciamento ideologico di ogni sguardo leghista. Un nero presidente della nazione più potente del mondo, una identità globale frutto di contaminazioni africane, asiatiche, americane che invoca la responsabilità planetaria e allunga le mani all’islam. Un presidente che cerca di scardinare i privilegi su cui si è stratificata la società americana, chiedendo una sanità più equa e condivisa, invocando un mondo senza atomiche e una terra sostenibile. Un mondo non ego-centrico ma allocentrico in cui tutti gli uomini possano partecipare al banchetto delle risorse planetarie, dove nessuno sia mai clandestino, esubero, illegale.

Perché o questa sarà la condizione dell’uomo nel tempo futuro o non ci sarà mai un futuro. Ecco perché la Lega ha il fiato corto. Volge le spalle all’orizzonte e si compiace di essere il mondo mentre non è che un frammento, eppure infinitesimale, di un pluriverso di culture, religioni, idiomi, rappresentazioni del reale… Come scrisse Monod: “Siamo zingari sperduti nell’infinito spazio “.

di Francesco Comina

lunedì 28 settembre 2009

DONNE CORAGGIO

Minute e anziane, e preparate. Giovani e indomite, e determinate. Per loro la vita è lotta. Contro governi che brandiscono la religione come arma di guerra per azzittirle e farne docili serve, e contro quelle società - dal Messico al Congo - che semplicemente ne umiliano il corpo e l’anima.

clip_image001

Contro l’inetta giunta militare birmana (è il caso famoso di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, appena condannata ad altri 18 mesi di arresti domiciliari) e contro la più potente dittatura del mondo, la Cina. Non hanno paura.

Combattono contro una diga in India perché «i dollari non sono commestibili»

medha_patkar2

(l’attivista Medha Patkar), e in nome degli alberi portatori di pace in Kenya (il premio Nobel Wangaari Mathai).

Wangari%20Maathai

Osano indossare i pantaloni in Sudan. Rivendicare a costo della vita il diritto alla maternità in Zambia e in Cina. Cercano di guidare l’automobile o varcare il confine dell’Arabia Saudita non accompagnate da un uomo. I nemici sono sempre l’ingiustizia e la sopraffazione. Ma le forme di lotta sono infinite. Con ognuna mettono in gioco la vita perché un giorno altre donne possano averla, una vita. Sono le eroine del nuovo millennio: le donne che non si arrendono a società fatte contro di loro. A differenza degli eroi uomini, quando combattono nel nome dei diritti umani, della democrazia, della libertà, lottano prima di tutto per la sopravvivenza loro e dei loro figli.
Secondo Amnesty International, una donna su tre subisce una qualche forma di violenza e, in determinati Paesi, due su tre. «Eccezione fatta per i paesi Scandinavi, nel resto del mondo le donne sono vittime di una qualche forma di discriminazione», spiega Mary Hawkesworth, direttore di “Signs: Journal of Women in Culture and Society”, la rivista guru del femminismo mondiale. Ciò che è peggio è che queste donne coraggio sono spesso, troppo spesso, lasciate a combattere da sole. «Ci sono 12 agenzie dell’Onu e 17 mila peacekeeper in Congo, ma il responsabile umanitario dell’Onu è andato a visitare il Paese soltanto quando Eve Ensler, autrice dei “Monologhi della Vagina”, ha raccontato ai giornalisti americani di essere “ritornata dall’inferno”» (un luogo in cui ribelli rwandesi e soldati congolesi con uguale violenza da 15 anni considerano gli uteri delle donne personale terreno di gioco, e vi trascinano bastoni, sedie e machete), racconta Stephen Lewis, co-direttore di Aids-Free World.
Ma da quest’autunno qualcosa potrebbe cambiare. L’assemblea generale delle Nazioni Unite, un’organizzazione ancora figlia degli anni 50, patriarcale e gerarchica, dovrebbe finalmente dare il via libera a una superagenzia dedicata ai diritti delle donne. Quelle che esistono oggi - Unifem, Daw, Osagi e Instraw - hanno budget ridicoli, nessun coordinamento e sono completamente escluse dal processo decisionale dei vertici.
Non potrebbe esserci momento migliore per cambiare rotta.

Natalia Estemirova

Perché questa non è stata un’estate facile per le donne-eroine. Il 15 luglio è stata uccisa a Grozny, in Cecenia, Natalia Estemirova, una giornalista impegnata a rivendicare i soprusi commessi con il sigillo del Cremlino dal brutale regime di Ramzan Kadirov.

Anna Politkovskaja

Era amica ed erede della russa Anna Politkovskaja, l’attivista per i diritti umani, acerrima nemica del premier Vladimir Putin, silenziata dal regime nel 2006. Faceva parte di Memorial, una ong che si batte per il rispetto dei diritti civili in molti stati dell’ex Unione Sovietica, fondata da un’altra donna, l’avvocatessa Lidia Yusupova, oggi sotto minaccia di morte. «Durante gli anni del conflitto, quando gli uomini sparivano a migliaia, le donne hanno iniziato ad avere un ruolo sempre più importante nella società cecena, per questo adesso ci sono tante attiviste donne, e per questo Kadirov vuole rimetterle “al loro posto” appoggiando, ad esempio, la poligamia e vietando i vestiti scollati all’europea», spiega Tanya Lokshina, vice direttore di Human Rights Watch in Russia.

Rabiya Kadeer

Il 4 agosto Rabiya Kadeer, 62 anni, la “Dalai Lama degli uiguri” (i cinesi di etnia turcomanna perseguitati dalla dittatura cinese), in esilio dal 2005 dopo anni di prigionia, ha visto i suoi figli apparire sulle televisioni di Stato per condannarla come malefica regista occulta delle sanguinose rivolte di luglio. Negli stessi giorni i registi cinesi boicottavano il Film Festival di Melbourne e gli hacker con gli occhi a mandorla ne bloccavano il sito: era la vendetta di Pechino dopo che l’organizzazione aveva rifiutato la sua richiesta di non proiettare il film sulla Kadeer, “Le 10 condizione dell’amore”, diretto da Jeff Daniels.
L’11 agosto la 63enne leader democraticamente eletta della Birmania, Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari dal 1988, è stata condannata pretestuosamente dalla giunta militare a un altro anno e mezzo di detenzione per evitare che si presenti alle elezioni del prossimo dicembre, che, fossero libere, vincerebbe senza un giorno di campagna elettorale. Lei, donna coraggio in un Paese in cui le donne sono sistematicamente soggette a violenza da parte delle uniformi militari, è diventata non solo il simbolo della Birmania oppressa ma di quell’intera parte di mondo.
I blogger asiatici non hanno perso tempo a tracciare paragoni tra Aung San Suu Kyi e Mu Sochua, una parlamentare dell’opposizione in Cambogia, candidata al premio Nobel per la pace, in lotta aperta con il primo ministro Hun Sen dal 2004. «Hun Sen sa bene che quest’anno ha rubato le elezioni e che il suo partito non avrebbe mai vinto se le elezioni si fossero svolte liberamente», ripete Sochua, che accusa: «La Cambogia ormai è una democrazia soltanto sulla carta».

Mu Sochua

Nata in una ricca famiglia di Phnom Penh che l’ha spedita a Parigi quando la Cambogia è diventata terreno di guerra, Sochua ha vissuto in esilio per 18 anni e non ha mai piu rivisto i suoi genitori, spariti nell’abisso creato dai Khmer Rouge. Al rientro in patria nel 1989, ha fondato Khemara, la prima ong al femminile del Paese, e ha iniziato a battersi per i diritti delle donne. Ottenuto un seggio in parlamento nel 1998, è stata nominata ministro delle Donne in un paese con un livello di alfabetizzazione drammaticamente inferiore a quello maschile. Si è dimessa da ministro nel 2004, accusando il governo di corruzione, e si è unita al partito d’opposizione. «Credo che la Birmania e la Cambogia abbiano problemi simili anche se differiscono in intensità», spiega Sam Rainsy, il leader del partito di opposizione: «In ogni dittatura i diritti delle minoranze e quelli delle donne sono oppressi. Così le donne diventano la testa d’ariete di qualsiasi lotta in nome della democrazia e della dignità umana».

donna iraniana

Ed è esattamente in nome di una discriminazione feroce da parte di una dittatura religiosa bugiarda che centinaia di migliaia di donne, decorate di verde, si sono riversate nelle strade iraniane lo scorso luglio, quando Mahmoud Ahmadinejad ha vinto coi brogli le elezioni presidenziali. «Nei paesi islamici - e sono oltre 60 - le attiviste si dedicano soprattutto alla difesa dei diritti delle donne», spiega Hawkesworth: «Nel farlo è inevitabile che finiscano in diretto contrasto con la leadership del Paese».
Tra loro c’era Neda, la giovane colpita a morte dai basij e santificata da una comunità on line che ne ha diffuso il messaggio ben oltre i confini nazionali. E poi Shadi Sadr, un’avvocatessa dei diritti umani, arrestata, picchiata, minacciata e più tardi rilasciata. E ancora la giornalista Narges Mohammadi, portavoce del “Centro in difesa dei diritti umani,” fondato dal premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi e chiuso quest’inverno dal regime. Avrebbe dovuto venire in Italia a luglio a ritirare il premio Alexander Langer, ma le è stato confiscato il passaporto.

Shirin Ebadi

Al suo posto è venuta Ebadi, che se oggi è il più celebre avvocato iraniano per i diritti umani, nel 1969 - dieci anni prima della rivoluzione islamica - era il primo giudice donna nella storia dell’Iran. Già perché oltre al coraggio queste donne hanno in comune una preparazione culturale al di sopra della media del loro Paese, di cui, nella veste di avvocatesse, dottoresse o giornaliste, ne finiscono per diventare potente coscienza civile.

Hina Jilani

La Ebadi del Pakistan è Hina Jilani, l’avvocato che ha creato nel 1980, con la sorella Asma, il Women’s Action Forum per aiutare le donne ad ottenere il divorzio da mariti violenti. Nel 1981 ha fondato il primo studio legale femminile del Pakistan, diventando più volte obiettivo di attacchi violenti e minacce all’interno e all’esterno del suo ufficio. Cinque anni dopo ha dato vita alla Commissione pachistana per i diritti umani ed è diventata primo rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per la difesa dei diritti umani.
In Afghanistan, il regno degli uomini misogeni per ideologia - i talebani - ha scelto di intraprendere la via del governo, e quindi diventare un facile bersaglio degli studenti coranici, la dottoressa ematologa Habiba Sarabi: è il primo governatore donna del Paese, nella provincia di Bamyan.

Habiba Sarabi

Era stata ministro degli Affari delle donne e, prima, ministro della Cultura e dell’educazione. I galloni li aveva guadagnati sul campo: fuggita in Pakistan con l’arrivo al potere dei talebani, aveva lavorato come insegnante per ragazze nei campi per rifugiati. Al rientro in Afghanistan, dove oltre l’80 per cento delle donne è analfabeta e ha un’aspettativa di vita di 45 anni a causa delle morti per parto, aveva fondato l’Associazione per l’assistenza umanitaria alle donne e ai bambini.
Non avrebbe invece mai immaginato di diventare una leader dell’opposizione Ding Dizilin, un’ex professoressa di filosofia all’Università del Popolo di Pechino, oggi settantenne.

Ding Dizilin

Fino a quando in quel lontano 4 giugno del 1989 le uccisero il figlio 17enne in piazza Tian An Men. Prima tentò la via del suicidio, poi quella dell’impegno civile, e fondò “Le madri di Tian An Men”. Nata per portare conforto alle centinaia, forse migliaia, di madri che Deng Xiaoping aveva privato dei figli pur di non mettere a rischio la sopravvivenza del regime comunista, l’organizzazione è diventata, vent’anni dopo, un potente simbolo politico: in una società priva di valori etici ed affettivi non sopravvive la verità; senza verità, non può esistere giustizia; e senza giustizia donne - e uomini - non potranno mai essere liberi.

Fonte

domenica 27 settembre 2009

RETORICA DI STATO

Mi è stato chiesto da un amico blogger di fare un post a sostegno di Don Giorgio De Capitani . Ho sempre ritenuto Don Giorgio una delle poche voci fuori dal coro. Certo è una persona che non ha peli sulla lingua, ma, di questi tempi, a chi ti prende per il culo, non si può certo rispondere con galanteria. E non mi si venga a parlare di violenza, quando in ogni istante tutti noi beati, intelligenti, altruisti occidentali commettiamo violenze in ogni parte del pianeta, a danno del pianeta stesso che ci ospita e degli altri esseri umani che lo abitano. E questo solo per permettere ai MAGNA MAGNA economici-politici di poter continuare a fare i loro affari, non avendo sotto di loro cittadini, ma sudditi, soddisfatti delle proprie cianfrusaglie e appagati dai media che li imbottiscono di quotidiane cavolate.

A chi ha minacciato di denunciare Don Giorgio perchè ha detto che gli Italiani sono dei COGLIONI e si è sentito offeso, voglio qui rispondere con quanto ha detto un altro prete, Don Franco, in merito alla vicenda dei 6 parà della folgore morti in Afganistan.

“Qualunque cittadino ha sentito un profondo dolore e un immenso rispetto della sofferenza che la morte in guerra dei soldati italiani ha causato. Partecipare a questo dolore esige rispetto. Così pure siamo colpiti da tutte le morti violente che succedono nel mondo: donne, bambini, cittadini innocenti, morti sul lavoro.....Una cosa è il rispetto, altra cosa è la retorica.

-La celebrazione dei funerali di stato, con tutti gli annessi e connessi, è risultata una parata fatta apposta per confermarci nella cultura della guerra: trombe, processioni, cerimonie, incensi, parate che danno spettacolo e confondono le idee. Così i cittadini non pensano e i signori dei palazzi, politici e religiosi, continuano a narrarci le consuete banalità e menzogne.

- La chiesa necrofila (amante della morte) si dà appuntamento dove c'è qualche spettacolo liturgico da gestire. Se notate, le chiese si riempiono quasi solo nei funerali nei quali la casta sacerdotale, tutta impettita e vestita a festa, si trova davanti popolo e governanti. I funerali, specialmente quelli di stato, servono alla chiesa gerarchica a riaffermare la propria centralità, ad occupare tutti i video del mondo, a consolidare l'alleanza con i potenti e a riproporsi come detentrice del messaggio morale. Se prestiamo attenzione, dove ci sono morti, stragi e vittime sempre compaiono vescovi e cardinali che così si ripropongono con la loro immagine alla nazione.

- Mi sono chiesto: se la gerarchia cattolica e le televisioni italiane prendessero altrettanto sul serio i morti nel Mediterraneo, anche a causa di una legge criminale del governo Berlusconi, quale lutto dovrebbero indire e quale informazione fornire? Ma evidentemente non tutti i morti sono uguali. Alcuni vengono proclamati eroi, altri "vuoti a perdere", altri semplicemente senza nome.

Questa retorica mi fa ribrezzo, questa chiesa gerarchica non è il popolo del Dio della giustizia e della pace.

Pubblicato da don Franco Barbero a 17:33

Ergo, o ci svegliamo da questo letargo mediatico e cominciamo a utilizzare la materia grigia di cui spero siamo ancora dotati , o continuiamo a restare coglioni seguendo come topi il pifferaio magico che ci conduce ad una fine tragica .

sabato 26 settembre 2009

DÉCHETS A KINSHASA

La spazzatura non è un problema solo del mondo Occidentale. È anche un problema dei Paesi in via di sviluppo che consumano sempre di più e producono sempre più rifiuti. È il caso della Repubblica democratica del Congo e della sua capitale, Kinshasa, terza grande area metropolitana dell’Africa dopo Il Cairo e Lagos. "Un chilo di buste di plastica per un dollaro" è la campagna lanciata dal partito ecologista congolese (Peco), che in un mese ha portato alla racolta di 15 tonnellate di sacchetti non biodegradabili.

Per le vie di Kishasa una capra bruca l'erba in mezzo alla spazzatura. Imoita Mbala, il suo padrone, non pensa che questa sia una cosa negativa, perché lì in mezzo - dice - si trova il cibo migliore. Ma a Kinshasa la spazzatura innonda tutte le vie e i corsi d'acqua. Si affastella sotto ponti, nelle condutture e nelle fogne a cielo aperto, che corrono lungo le strade. Ogni acquazzone trasforma la città in un immenso pantano di rifiuti ed escrementi tracimanti. Le case si riempiono di sporcizia e topi.


clip_image002


Quando non piove un odore acre copre la città. E' il fumo nero e grasso della plastica bruciata che si attacca ovunque. E' la diossina che sia alza dai mille comuli di immondizia, incenerita ai lati della strada.
A Kinshasa l'aspettativa di vita, in discesa costante da mezzo secolo, è di soli 44 anni. E il rischio di morire per carenze sanitarie è cinquecento volte più alto che in Europa.

Kin-la-belle, Kinshasa la bella come era soprannominata un tempo, o Kin-la-poubelle, la pattumiera, come viene chiamata oggi, è una città da 10 milioni di abitanti, in crescita vorticosa. Insieme con Brazaville, la capitale politica della Repubblica che sorge dall'altra parte del fiume, potrebbe arrivare ad ospitare 25 milioni di persone entro il 2020. Intorno al centro politico e commerciale, la città è cresciuta come un'ininterrotta serie di villaggi, privi di infrastrutture e servizi, dove si ammassano ogni giorno 250 tonnellate di rifiuti solidi urbani: un quantitativo ridicolo se confrontato con quelli occidentali, ma un problema enorme in mancanza di strutture di smaltimento e riciclaggio. Nel 2004, all'epoca di una delle prime campagne per la pulizia delle strade, la città disponeva solo di tre camion per l'immondizia: il resto della raccolta veniva fatto con le carriole rosse del comune.

clip_image003


In un Paese potenzialmente ricchissimo, dove 58 milioni di abitanti vivono sotto la soglia della povertà e i pochi fortunati che hanno un lavoro stabile guadagnano meno di due euro al giorno, la gente ha dovuto imparare l'arte di cavarsela in qualche modo, di vivere di espedienti e piccoli lavoretti. Come raccogliere sacchetti di plastica.
In realtà, a dispetto dello slogan, la società privata che si occupa del progetto paga solo un quarto di dollaro per ogni chilo di borse di plastica, ma questo non ha fatto desistere le oltre 200 mila persone che hanno aderito all'iniziativa e che in un mese hanno raccolto quasi 15 tonnellate di sacchetti non biodegradabili. Con orgoglio, il 15 luglio scorso, Leonard Mwamba Kanda, leader del Peco, ne ha annunciato il successo all'agenzia di stampa congolese Acp. Forte di questo risultato e degli oltre 50 mila aderenti in città, che diventano 150 mila nella provincia di Bandundu, il Peco ha solleciato l'impegno del governo per porre fine al problema dei sacchetti di plastica definitivamente.
Nel 2008 il governo era già intervenuto, stanziando 6 miliardi di franchi congolesi per dare in gestione ad una società mista, congolese-tedesca, lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti. Un'operazione "pulizia" che avrebbe dovuto allargarsi alla sostituzione dei veccchi mezzi di trasporto pubblico inquinanti e alla riqualificazione della rete idrica ed elettrica, ma che, stando alla denuncia della vice presidene del Peco, Lina Pembe Bokanga, avrebbe portato solo all'abbattimento degli alberi del Boulevard 30 giugno. Con un ricavo di oltre due milioni di dollari per i commercianti di legname.


Il partito che ha lanciato questa campagna ha sollecitato più volte l’intervento del governo per risolvere il problema sacchetti di plastica. “L’indifferenza del governo verso chi vive in periferia, la difficile situazione socioeconomica del paese e l’assenza di una coscienza individuale collettiva” sono per Leonard Mwamba Kanda, segretario del Peco e ideatore del progetto, le cause del degrado ambientale della capitale. Il governo in realtà aveva provato a risolvere il problema, nel 2008, stanziando ben 6 miliardi di franchi congolesi e affidando a una società mista (congolese-tedesca) lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti. Ma la società ha preferito abbattere gli alberi che erano sulla strada piuttosto che pulirla dai rifiuti, per poi rivenderli sul fiorente mercato del legname. Secondo gli ambientalisti il tutto frutterebbe ai commercianti di legname 2 milioni di dollari. Per fortuna il popolo, sopraffatto dalla fame, sta riuscendo lì dove il governo resta impotente. Ma poiché senza il loro aiuto il Congo sarebbe molto più inquinato, si potrebbe almeno sperare che il governo riesca a dare in cambio della pulizia quel sospirato dollaro che potrebbe cambiare la vita alle fasce più povere della popolazione.La problématique de la gestion des déchets dans la ville de Kinshasa da Acpcongo

venerdì 25 settembre 2009

IL SETTIMO CONTINENTE

Se la crisi economica ti angoscia, puoi volare lontano. Seconda stella a destra: questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino. Non ti puoi sbagliare perché se segui la corrente, poi la strada la trovi da te. Porta a Garbage Patch, l’isola della monnezza. L’isola che c’è

clip_image001

Garbage Patch è un posto lontano. Se la crisi ti preoccupa, se ti angosciano le notizie delle borse che crollano, del drammatico calo nell’acquisto di telefonini, automobili, sedie, gadgets elettronici, televisori, non preoccuparti. Ci penseranno Obama, Sarkozy, Berlusconi. Lascia stare, trova un pensiero felice: i giorni di natale, le vacanze, i regali. Trovalo, e vola verso un posto lontano dove le cose ti sembreranno diverse. Vola a Garbage Patch.


trash-vortex

Garbage Patch è un isola. Ma non si trova nelle carte geografiche. Eppure, se prendi la seconda stella a destra e poi vai dritto fino al mattino, la troverai. Sta in mezzo al Pacifico, proprio fra Guadalupe e il Giappone, a due passi dalle isole Hawaii. Non ti puoi sbagliare, perché - a parte la grande muraglia cinese - è l’unica cosa presente sulla terra che può essere vista distintamente ad occhio nudo da un viaggiatore nello spazio.

Garbage Patch è un’isola, ma non è l’isola che non c’è. Garbage Patch c’è, e non è neppure un piccolo atollo in mezzo all’Oceano. E’un’immensa isola piena di colori e di odori, grande due volte il Texas, con un diametro di circa 2500 chilometri profondo 30 metri. E’ il settimo continente della Terra, che alcuni fingono di non conoscere e molti non sanno neppure della sua esistenza.

Garbage Patch è un’isola multicolore, ma non ci trovi nessuno. Le navi la evitano, i governi della terra fanno finta di non sapere che ci sia, nessuno ne parla. Nell’isola non ci sono né Peter Pan né Trilli. Eppure c’è: è un’isola galleggiante, una enorme massa di rifiuti che pesa più di 4 milioni di tonnellate, composto per l’80% da plastica.

Garbage Patch è un’immensa zuppa di schifezze. Navigandola non s’incontrano bimbi sperduti, ma di tanto in tanto oggetti costruiti dall’uomo: buste di plastica, contenitori di shampoo, palloni da pallavolo, impermeabili plastificati, tubi catodici di vecchi televisori, reti da pesca, bottiglie. I materiali di cui è composta non scompariranno mai, ma si frantumano nel tempo in pezzi sempre più piccoli, una poltiglia di veleno che viene ingerite dalla fauna marina, dai pesci e dagli uccelli, che poi muoiono costellando qua e là l’isola galleggiante delle loro carcasse imputridite.

Garabage Patch è una melma creata spontaneamente dai venti leggeri e dalle lente correnti oceaniche circolari che accompagnano i naviganti del Pacifico, che formano una spirale che gli scienziati (LINK:) chiamano North Pacific subtropical High. Questo enorme vortice ha iniziato dal 1950 a raccogliere e concentrare la spazzatura non biodegradabile di tutto il mondo proprio qui, all’Isola che c’è ma che tutti fanno finta di non conoscere. Qui, a Garbage Patch.

Garabage Patch è come un bimbo sperduto. Non è di nessuno, e nessuno vuole assumersi la responsabilità di fare qualcosa. E l’isola di spazzatura galleggiante cresce, giorno dopo giorno, anno dopo anno, uccidendo l’Oceano e modificando lentamente anche il corso delle correnti oceaniche, e probabilmente con il tempo anche il clima della Terra. Ogni tanto qualcosa riesce a scappare dal vortice della corrente, e si va a depositare su alcune spiagge delle Isole Hawaii o della California e bisogna intervenire per ripulirle, perche a volte si formano strati di spazzatura anche di 3 metri.

Garbage Patch è un posto dove non arrivano i giornali, dove le tv non trasmettono notizie che parlano di interventi per il rilancio dei consumi, di incentivi all’acquisto di elettrodomestici, di automobili, di tutti quei sogni di plastica e metallo che affollano la nostra vita e che finiscono tutti, lentamente, qui a Garbage Patch, trascinati dalla corrente ignara dell’Oceano. E’ un’ isola immensa dove il vortice della corrente dell’aumento all’infinito del Pil, dei consumi, delle merci e dei rifiuti va a finire nella risacca delle carogne dei pesci e degli uccelli avvelenati dalla melma. Garbage Patch è laggiù, ma forse è anche qui, a portata di mano. Quasi come l’isola che non c’è.

Dicono che dalle parti di Garbage Patch una volta è passato anche un ragazzino di nome Peter. Volava, con la sua Trilli accanto, e si è spaventato nel vedere quest’immenso cimitero che soffoca dolcemente l’Oceano, che si espande come un male incurabile, che medici distratti fingono di non vedere, anzi che aiutano a crescere, preoccupati solo di guarire il mondo da un’influenza, dalla crisi economica. Un male che si espande con dolcezza, lambisce le coste, invade piano i continenti, le case e le città. E’ stato allora che quel ragazzo di nome Peter ha deciso di tornarsene per sempre all’Isola che non c’è. Lì, almeno, c’è un Capitan Uncino da combattere. Buon tutto!

Carlo Cipiciani (Comicomix>)

giovedì 24 settembre 2009

YEMEN: IL CONFLITTO SCONOSCIUTO

Dello Yemen si tratta talvolta e in positivo per le bellezze straordinarie delle sua preziosa architettura, per il fascino degli scenari naturali, per le peculiarità della cultura.
Se ne è anche parlato in occasione dei numerosi rapimenti di turisti avvenuti negli ultimi anni, segno ed esito dei frequenti e costosi dissidi tribali che vi albergano: e qui si è aperto uno spiraglio sulla frammentarietà sostanziale del paese.
Poco si sa invece di un vero e proprio conflitto che oppone l’esercito governativo ai ribelli del nord.

Ma chi sono questi ribelli? Gli zaidi, o huthis, sono i miliziani sciiti seguaci di Hussein al-Houti, predicatore ucciso nel 2005 e sostituito dal padre Badr al Din al-Houthi, al quale è succeduto come leader l'altro figlio Abdel Malek al-Houti. Gli zaidi rappresentano una setta dell'islam sciita che vive prevalentemente nel nord dello Yemen, paese a maggioranza sunnita. Gli zaidi si battono contro il governo centrale di Sa'ana, del quale non riconoscono l'autorità nella persona del presidente-padrone Saleh, asceso al potere con un colpo di stato nel settembre del 1962, spodestando proprio un leader della setta. Il conflitto ha raggiunto la massima intensità tra il 2004 e il 2005: più di 700 persone persero la vita negli scontri tra ribelli ed esercito. Nell'aprile del 2005 il governo cantava vittoria, ma una forma di resistenza è sempre rimasta viva.

clip_image002

Per il governo di Saleh, però, i ribelli tengono duro grazie al sostegno di potenze straniere. L'indiziato numero uno è l'Iran di Ahmadinejad. ''Non possiamo affermare con certezza che le autorità iraniane finanzino i ribelli sciiti'', ha dichiarato il presidente in un'intervista concessa ad al-Jazeera ieri, ''ma siamo sicuri che hanno contatti con loro perché gli iraniani ci hanno chiesto di fare da mediatori e un'analoga richiesta è giunta da Najaf, in Iraq, dal gruppo dell'ayatollah sciita Moqtada al-Sadr (notoriamente vicino agli ayatollah di Teheran ndr)''. Una vecchia teoria di Saleh che, però, rispetto alle prove che esistano questi contatti risponde un po' elusivo: ''La polizia ha sgominato due cellule di ribelli e dalle indagini è emerso che una di queste ha ricevuto 1200 dollari dall'Iran''. Un po' poco, circa 830 euro, per confermare un coinvolgimento del governo iraniano. Non è solo il presidente dello Yemen, però, che accusa l'Iran. Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba, il 1 settembre scorso, intervistato dal quotidiano del Kuwait al-Jarida, ha chiesto a Teheran di ''smetterla di interferire nelle questioni interne dei paesi arabi come lo Yemen, il Libano, i Territori palestinesi e l'Iraq''. Un attacco diretto, rivolto all'Iran che arabo non è, ma che è il simbolo dello sciismo.

La lotta in Yemen, infatti, si carica di significati che vanno ben oltre la questione locale.
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq, nel 2003, si è innescato un fenomeno nuovo all'interno del mondo arabo e islamico. Un grande Paese come l'Iraq, a maggioranza sciita, ma per decenni gestito dalla minoranza sunnita, ha dato inizio a una sorta di risveglio dello sciismo in tutto l'universo musulmano. Ne è nata una contrapposizione pesante, una fitna (termine con cui si designa il caos e il disordine interno alla umma, la comunità islamica) tra il potere sunnita di paesi come l'Arabia Saudita e quello sciita, amplificato dalla vittoria di Mahmoud Ahmadinejad nelle elezioni in Iran (il simbolo dello sciismo) nel 2004. Poi c'è Hezbollah in Libano, partito sciita filo iraniano, e gli sciiti in Iraq. Un blocco di potere mai visto, che ha messo in ansia in particolare paesi come il Bahrein, dove da sempre una minoranza sunnita domina una maggioranza sciita. Ansia che non risparmia neanche l'Arabia Saudita, però, simbolo dell'Islam sunnita. Un report dell'ong Human Rights Watch, diffuso il 4 settembre scorso, sottolinea come in Arabia Saudita vengano calpestati ogni giorno i diritti della minoranza sciita. Alcuni giorni fa, a Riad, capitale saudita, si è assistito a un fenomeno strano. Gli imam della città, che operano sotto la ferrea guida del potere politico, hanno impedito in prima persona ad alcuni cittadini dello Yemen residenti a Riad di raccogliere fondi per le popolazioni civili della regione di Saada, la zona dello Yemen dove si combatte da mesi. Secondo gli imam, e quindi secondo la famiglia reale saudita, anche la beneficenza rischia di essere una forma di finanziamento della sommossa sciita in Yemen.

Politica a parte, di quei soldi la popolazione civile ne avrebbe proprio bisogno. Secondo il World Food Programme delle Nazioni Unite, sono almeno 15mila gli sfollati interni dalla zona di Baqim, nel governatorato di Saada, dove le persone fuggono dagli scontri tra soldati e ribelli.
Secondo Aboudou Karimou Adjibade, rappresentante in Yemen dell'Unicef, il fondo Onu per i bambini, sono almeno 75mila i minorenni che hanno riportato gravi conseguenze psicologiche a causa delle violenze alle quali assistono e che subiscono da anni. Sarebbe necessario, secondo il funzionario delle Nazioni Unite, stanziare subito un fondo di almeno 6 milioni di dollari per intervenire con strutture che garantiscano protezione per i minori. Altrimenti i danni potrebbero essere irreversibili. ''In una situazione di conflitto le famiglie povere sono costrette ad abbandonare le loro case, perdendo quel poco che hanno'', racconta Nasim ur-Rehman, dell'Unicef. ''Siamo impegnati a distribuire acqua potabile e assistenza sanitaria di base nei campi profughi, per evitare la diffusione di epidemie, ma almeno il 60 percento dei bambini nei campi è denutrito. Bisogna aprire subito un corridoio umanitario''.
Sunniti e sciiti, però, non riescono a mettersi d'accordo neanche su questo.

Christian Elia

mercoledì 23 settembre 2009

EJERCITO REPRIME A PUEBLO HONDUREÑO FRENTE EMBAJADA BRASIL




CAMBIAMENTO CLIMATICO E POVERTÀ

I cambiamenti delle stagioni hanno impatti gravissimi sui raccolti e sono causa di un aumento della fame nel mondo. Questi sono, però, solo alcuni dei cosi del cambiamento climatico pagati dai paesi più poveri. Un dato conosciuto, che viene confermato ancora una volta dal rapporto di Oxfam Internacional (IO) “Un'evidenza che fa male: il cambiamento climatico, la popolazione e la povertà”.

Il mondo si surriscalda e le popolazioni più vulnerabili ne soffrono le conseguenze. Il cambiamento climatico accresce la povertà e ostacola lo sviluppo: fame, agricoltura, salute, lavoro, acqua, catastrofi e sfollamenti. Le persone in condizione di povertà che vivono in zone costiere e nei grandi delta, ma anche i contadini, sono coloro che corrono il rischio maggiore di inondazioni e siccità.

Ogni anno nel mondo muoiono circa 300.000 persone per effetti legati al cambiamento climatico. Si calcola che 26 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le loro case.

Se non si modificherà questa tendenza, nel 2050, gli impatti sociali e ambientali del cambiamento climatico globale colpiranno 660 milioni di persone. Alcuni degli effetti possono essere l'aumento del livello del mare, lo stress termico, un aumento della siccità e delle inondazioni. Oltre ad un aumento del rischio di epidemie, dell'inquinamento delle acque e della perdita di terre coltivabili.

Una buona parte della comunità scientifica non ha fiducia nel fatto che i politici definiranno gli accordi necessari per ridurre le emissioni inquinanti e per questo non crede che il mondo possa in qualche modo limitare il riscaldamento globale.

Dodici anni fa gli Stati Uniti non hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto, cosicché Bush non ha portato avanti politiche relative al cambiamento climatico. In conseguenza di ciò, le emissioni sono cresciute, tanto che oggi ne producono il 14% in più rispetto al 1990. L'Europa ne emette l'8% in meno rispetto al 1990 e le ridurrà fino al 20%.

Nonostante la priorità dell'India e della Cina sia lottare contro la povertà e crescere economicamente, sono attive sul piano della ricerca di una maggiore efficienza energetica. Sono gli stili di vita, il cibo, l'acqua e la salute di milioni di persone che corrono seri rischi se non ci si impegnerà seriamente.

Il G8 si è impegnato a ridurre della metà le emissioni di gas ad effetto serra da qui al 2050 e in particolare di ridurre quelle dei paesi industrializzati di un 80% rispetto a quelle del 1990. Nella scorsa riunione dell'Aquila, però, non è stato definito nessun impegno intermedio, così come chiedevano i paesi emergenti, nè nè prescrizioni specifiche. E nonostante il presidente degli Stati Uniti lo abbia considerato un “consenso storico”, per il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, i risultati sono insufficienti.

É necessario un accordo globale e che i paesi industrializzati riducano, entro il 2020, le loro emissioni almeno del 40% rispetto ai livelli del 1990. Nel prossimo Incontro di Copenhagen, i paesi partecipanti dovranno giungere ad un accordo per definire un protocollo che sostituisca quello di Kyoto.

Yvo de Boer, segretario della Convenzione ONU contro il riscaldamento, avanza diverse proposte rispetto a questo complesso patto internazionale. Il prossimo protocollo dovrebbe indicare per ogni paese sviluppato il livello di riduzione delle emissioni; oltre a precisare come la Cina e l'India e i grandi paesi emergenti limiteranno l'aumento delle loro emissioni e quali saranno i finanziamenti e come verranno gestiti. “L'80% delle emissioni di CO2 ha a che vedere con la produzione di energia; se cambiamo il sistema energetico possiamo ridurre le emissioni fino a questa percentuale. Il trasporto è causa del 24% delle emissioni; passando, con un costo ragionevole, a motori elettrici e a cellule di combustibile, potremmo ridurre le emissioni. Si stanno sperimentando biocombustibili per gli aerei. È inoltre necessario dare un prezzo alle emissioni di CO2”.

Sono misure difficili da attuare, in quanto colpiscono i settori economici e le grandi imprese dei paesi. Ma le questioni globali richiedono risposte globali e impegni concreti. E, come dice Daniel Pauly, biologo dell'Università di Kiel (Gemania), “il riscaldamento globale rappresenta un'opportunità per rivitalizzare il pianeta e fermarne la distruzione”.
Di María José Atiénzar – Giornalista
Centro de Colaboraciones Solidarias
http://www.solidarios.org.es/

Traduzione di Maddalena Natalicchio

martedì 22 settembre 2009

MANUEL ZELAYA È TORNATO

A quasi tre mesi dal colpo di stato del 28 giugno, il presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya è ritornato a Tegucigalpa e sta incontrando la Resistenza al golpe nell’Ambasciata brasiliana che lo ospita in quella che si configura come una dimostrazione di forza oltre che del movimento democratico honduregno del Brasile e dei governi integrazionisti latinoamericani. Migliaia e migliaia di honduregni stanno infatti manifestando l’appoggio a Zelaya, circondando l’Ambasciata e la sede ONU che ha parlato loro al grido di “Patria, restitución (ritorno di Zelaya) o muerte”.

Mel_thumb

Intanto la dittatura di Roberto Micheletti ripristina per l’ennesima volta il coprifuoco, blocca i cellulari, reprime ed intima (sic) al governo brasiliano di consegnare il presidente.
Mel Zelaya è tornato in patria, da dove era stato espulso in pigiama all’alba del 28 giugno scorso. Lo ha fatto sotto protezione brasiliana, mantenendo gli Stati Uniti praticamente all’oscuro. Lo ha fatto viaggiando fino a San Salvador in un aereo venezuelano. Quindi con l’appoggio silenzioso salvadoregno e di dirigenti dell’FMLN ha riattraversato la frontiera. Lì è stato preso in carico dall’eroismo di decine di resistenti honduregni. Questi con diversi mezzi di fortuna per oltre 12 ore hanno aiutato il presidente ad attraversare montagne e boschi e superare innumerevoli posti di blocco di un paese militarizzato fino a giungere in piena capitale e rifugiarsi nell’Ambasciata brasiliana. Lì, nella sede diplomatica, con l’appoggio di Lula e del suo ministro degli Esteri Celso Amorim, da oggi è stabilito il cuore della Resistenza al golpe che mai in questi tre mesi e nonostante la durezza della repressione era scemata.

zelaya_460x276

È una giocata, quella di Zelaya, supportata dai governi integrazionisti latinoamericani, a partire da quello brasiliano, che potrebbe accelerare la soluzione della crisi e sconfiggere il golpe. Nelle prossime ore è atteso infatti a Tegucigalpa il segretario generale dell’OSA José Miguel Insulza e perfino Hillary Clinton, dopo molte ore, ha dovuto ammettere a denti stretti che il ritorno di Zelaya può favorire una soluzione rapida della crisi. Durante tre mesi il governo statunitense, che ufficialmente appoggia Zelaya, aveva sempre sconsigliato il ritorno del presidente legittimo e appena dieci giorni fa il Comando Sud delle Forze Armate statunitensi aveva invitato l’esercito golpista del paese centroamericano a svolgere manovre militari congiunte.

fonte http://www.gennarocarotenuto.it/

SEI CONTINTENTI PER LA PACE

Una marcia mondiale per la pace.

clip_image001

L'iniziativa non ha precedenti e i numeri suonano altisonanti: 90 paesi, 100 città, sei continenti. La data non è certo casuale: il 2 ottobre, data di nascita di Gandhi e giorno internazionale della non violenza. Gente di culture e religioni differenti si uniranno in un lungo cammino per dire no alla violenza e alla guerra: 160mila chilometri passando per climi ed ecosistemi differenti. Tre mesi di viaggio, da Wellington, in Nuova Zelanda, a Punta de Vacas, ai piedi del Monte Aconcagua, in Argentina. Arrivo previsto il 2 gennaio 2010.

clip_image002

Pace e non violenza. Ad aver promosso l'evento in America Latina è stato Tomas Hirsch, presidente del partito umanista cileno ed ex candidato alla presidenza del Cile, che ha coinvolto nomi del calibro di Josè Saramago, il Dalai Lama, Noma Chomski e Desmond Tutu.
L'idea però è nata da una Ong spagnola Mundo Sin Guerras cominciando a concretizzarsi nel 2007. Consapevoli che un'iniziativa del genere certo non porrà fine alle guerre, né alle occupazioni, né porterà la sparizione di arsenali nucleari, l'intento è pungolare la coscienza umana e metterla di fronte a queste emergenze. Proprio com'è stato per il tema del surriscaldamento globale. Grazie all'insistenza sul tema, oggi diventato un argomento prioritario nell'agenda mondiale. "Cerchiamo di far succedere la stessa cosa con la pace e la non violenza", ha spiegato Tomas Hirsch.

clip_image003

I punti caldi. Le zone che la marcia andrà a toccare sono le più calde e simboliche della pace: Hiroshima, la frontiera delle due Coree, Gerusalemme, la frontiera tra Algeria e Marocco, la Colombia, tutte aree marcate da differenti tipi di conflitto, ma tutte soggiogate dalla violenza. Ogni tappa toccata sarà teatro di cerimonie simboliche, come il concerto sinfonico in simultanea da Gerusalemme e Ramalla.
Per partecipare, dall'inizio alla fine, occorreranno circa diecimila euro per coprire spostamenti e alloggi e gli organizzatori prevedono che saranno un centinaia le persone che potranno dedicare tre mesi della loro vita a questa iniziativa. "Cento, ma che diventeranno migliaia in molte zone della marcia", spiega l'umanista cileno. E per far sì che non resti un'iniziativa marginale, alla luce di quanto succede da troppi anni ai Social Forum dove alle parole non sono pressocché mai seguiti fatti, gli ideatori della marcia hanno in mente ben altro. Innanzitutto muoversi coinvolgendo i governi, le istituzioni, i mass media e poi realizzare una serie di tappe concrete a corollario della marcia. Per iniziare, già il governo argentino ha dichiarato l'iniziativa di interesse nazionale, definendo il 2009 l'anno della non violenza. Oppure il seminario di Santiago del Cile, a cui parteciperanno tutte le forze armate della regione per dialogare sulla pace e il disarmo. E parteciperanno perfino gli Stati Uniti.

clip_image004

Meno soldi in armi. E a coloro che contestano agli organizzatori di aver scelto il momento sbagliato per rilanciare il tema della pace globale, in un momento in cui ogni singolo abitante del pianeta è preoccupato per le proprie finanze, sempre più minacciate, Hirsch risponde: "Sempre ci saranno urgenze che impediranno di vedere l'importante, ma un dieci percento in meno delle spese militari nell'intera regione sudamericana permetterà di aiutare anche i lavoratori a rischio. La riduzione degli investimenti militari ha un'incidenza diretta sulle nostre possibilità di sviluppo".
Parole che cozzano con la realtà, vista la corsa agli armamenti in voga nell'intero continente latinoamericano. Gli interessi economici che stanno dietro alla fabbricazione e alla vendita di armi sono enormi, tanto che ogni volta che ci si avvicina a risolvere conflitti o tensioni, qualche cosa va storto e tutto frana. "Per questo occorre lavorare sodo dar forza al tema della pace - aggiunge il presidente degli umanisti cileni ed ex candidato per Juntos Podemos - La gente deve sapere che con il dieci per cento della spesa militare si potrebbe risolvere la fame nel mondo. Cosa succederebbe se destinassimo addirittura il 30 o il 50 percento di quello che ora i governi buttano in armi a migliorare la qualità della vita della gente? Certo - conclude - non pretendiamo di convertire ogni cittadino in un Gandhi redivivo, ma vogliamo aiutare la gente a scoprire che è possibile un altro modello di relazione, basato sulla valorizzazione della diversità, nella consapevolezza che nessuno è migliore di un altro, che, sebbene differenti, siamo tutti uguali. Il primo passo, questo, verso un nuovo tipo di società".

Stella Spinelli

lunedì 21 settembre 2009

IL DEMONE DELLA FAME

Cento milioni di persone rischiano di morire di stenti nei paesi dove sono violati i diritti. L'analisi di un celebre studioso del rapporto tra cibo e libertà

clip_image002
Un bambino nel Malawi

Secondo le Nazioni Unite, 100 milioni di persone rischiano di morire di fame a causa dell'aumento del prezzo dei beni alimentari. A marzo scorso, il prezzo del riso in Asia è salito del 30 per cento in un solo giorno. La causa di questo aumento risiede in una perfetta esplosione di concause: raccolti scarsi, riserve insufficienti, agricoltori che hanno deciso di passare a produrre biocarburante, crescita nella domanda di carne, aumento del prezzo del petrolio e infine la speculazione finanziaria. Le Nazioni Unite hanno ragione a dirsi preoccupate. L'aumento vertiginoso del prezzo di farine e prodotti derivati (come carne e pesce di allevamento ma anche pasta e dolci) ha favorito anche il ritorno di una delle più antiche forme di azione collettiva: la sommossa popolare legata a ragioni alimentari.
Ricordiamo le parole pronunciate durante una manifestazione: "Tiravamo avanti con 14 dollari a settimana. Con questi prezzi non è più possibile". La donna che pronunciò questa frase potrebbe essere originaria di uno qualunque dei Paesi in via di sviluppo che, negli ultimi mesi, hanno visto scoppiare tumulti. Potrebbe essere indonesiana, messicana, filippina o africana. Ma questa donna è un'americana e la frase la disse nel 1917, a New York. Ma resta attuale. Oggi, in altre parti del globo.

Napoli 1943. Cittadini in fila per il pane.

La somiglianza fra le proteste del passato e le manifestazioni del XXI secolo non è solo apparente. Negli ultimi mesi, le proteste sono scoppiate in luoghi normalmente ritenuti bastioni di stabilità. Città della Mauritania, del Senegal e del Burkina Faso, ad esempio, hanno conosciuto violenze per motivi di fame. Ma i disordini non si sono verificati in modo eguale. Nei quartieri bassi di Haiti, uno dei luoghi più poveri dell'emisfero occidentale, la fame non ha generato rivolte, ma disperate strategie di sopravvivenza.

Cité Soleil, 2002

Nelle baracche di Cité Soleil c'è un commercio di torte al fango, biscotti fatti di margarina, sale e argilla che la gente mangia perché non può permettersi altro. Sebbene Haiti sia un caso estremo, la sua traiettoria sembra una versione accelerata del percorso intrapreso da decine di paesi in via di sviluppo. Considerando che una grande fetta del reddito medio familiare di questi paesi viene spesa in cibo, è evidente che queste comunità sono quelle maggiormente colpite. Ma i disordini non si sono verificati necessariamente nei luoghi maggiormente impoveriti. Non c'è un legame naturale fra stomaci brontolanti e pugni serrati. L'Egitto e l'India, per fare due esempi recenti di paesi che hanno conosciuto disordini, sono paesi a reddito medio.

I moti del pane. La rivolta a Milano in Piazza del Duomo occupata militarmente. 1898 Foto di Luca Comerio

Se l'eccesso di sofferenza non può far prevedere le sommosse, qual è l'indicatore attendibile? Lo storico britannico E. P. Thompson ha una sua idea. Nel suo studio sui disordini legati alla crisi alimentare nel XVIII secolo in Inghilterra sottolinea due fattori. Il primo è che il capitalismo aveva introdotto una discrepanza fra ciò che i poveri ritenevano fosse un loro diritto e ciò che di fatto ricevevano. Il secondo è che le proteste di strada erano il solo mezzo per far sentire le loro voci.
Questi due criteri aiutano a spiegare le insurrezioni legate alla mancanza di cibo avvenute in altri luoghi e in altre epoche storiche. In Europa, ad esempio, proteste simili erano piuttosto comuni fino alla metà dell'800.

A quel tempo, l'Europa importava grano dalle colonie per dar da mangiare ai suoi operai e le sommosse furono rimpiazzate da più sofisticate azioni quali ad esempio gli scioperi dei lavoratori.
Le insurrezioni riemersero all'indomani della Prima guerra mondiale. In prima linea c'erano le donne, spesso organizzate in gruppi socialisti locali, in città quali Philadelphia, Chicago, Toronto e New York. La guerra aveva provocato un'inflazione sul prezzo dei beni alimentari e procurarsi cibo era diventata un'impresa ardua. Le donne erano poi state di fatto escluse dalla politica di palazzo, quindi avevano ben poche armi per farsi sentire. Quando le donne ebbero il diritto di voto e ci fu una ridistribuzione del reddito, le sommosse si placarono.
La storia suggerisce insomma che per comprendere le insurrezioni e i tumulti legati al cibo e ai viveri, dovremmo prestare attenzione allo scarto fra aspettative e realtà e alla portata della democrazia. I paesi in cui si sono verificate proteste simili sono quelli in cui i rapidi aumenti di prezzi hanno reso inaccessibile il diritto al cibo primario. Ma sono anche paesi nei quali lo sviluppo ha portato una forte diseguaglianza di reddito e di ricchezza, paesi nei quali si sono alimentate speranze senza incrementare le opportunità per realizzarle. Il divario fra l'avere diritto e l'aspettativa si fa sempre più grande. Al contempo, le democrazie rappresentative funzionano appena offrono altri percorsi ai poveri per esprimere il proprio malcontento.
Le rivolte a causa di cibo sono, in altre parole, un sintomo acuto del cronico declino della democrazia di base e dei diritti. Da Haiti all'India, il declino dei diritti e della democrazia ha una fonte comune. Entrambe sono sottoprodotti di politiche di sviluppo neoliberali. Le istituzioni finanziarie internazionali fanno prestiti solo se i governi mettono in atto politiche di austerità, a dispetto di qualunque protesta popolare. C'è un incentivo per i governi che riescono a smorzare il malcontento popolare. La conseguenza è il trasformarsi del dibattito democratico nel teatrino politico della 'partecipazione', nella messa in scena di un politica di sviluppo cui si oppone la maggior parte dell'opinione pubblica.
Con un enorme divario fra realtà e aspettative, e con ben pochi altri mezzi per poter esprimere i propri bisogni, questo è il contesto in cui lo shoc dell'aumento dei prezzi può trasformarsi in rivolta e scompiglio sociale. Il ritorno della sommossa popolare legata a ragioni alimentari mostra, da un lato, quanto sia ormai diventato marcio il nocciolo e la democrazia di molti paesi in via di sviluppo, dall'altro, quanto sia grande il fallimento delle moderne istituzioni internazionali nel portare sviluppo democratico sia ai paesi che insorgono in sommosse popolari sia a quelli che non lo fanno.
Raj Patel

Traduzione di Rosalba Fruscalzo.

Rapporto Banca mondiale

Povertà estrema: 89 milioni di persone in più da qui al 2010
In un rapporto della Banca mondiale, che verrà presentato al G-20 di Pittsburgh, si sostiene che sono i paesi più poveri quelli che stanno subendo i danni peggiori della crisi economica. E in un altro rapporto di Oxfam e Eurodad si afferma che il G-20 ha versato soltanto la metà di quanto promesso in aiuti
La crisi economica mondiale produce ora i suoi frutti più amari nelle periferie del globo, nei paesi più poveri. In un rapporto che la Banca mondiale (Bm) presenterà alla riunione del G-20 di Pittsburgh (Usa) il 24 e 25 settembre prossimi, si afferma che 43 paesi in via di sviluppo subiranno da qui alla fine del 2010 le conseguenze peggiori della crisi che ha colpito le economie mondiali. I tecnici della Bm hanno calcolato che in seguito a questa crisi, ci saranno 89 milioni di persone in più che saranno costrette a vivere in condizioni di estrema povertà, con meno di 1,25 dollari al giorno. E nelle casse dei paesi più poveri verranno a mancare circa 11 miliardi e mezzo di dollari da poter investire in settori come la sanità, l'educazione, le infrastrutture e la protezione sociale.
È lo stesso presidente della Bm, Robert Zoellick a ricordare che sono proprio «le popolazioni più povere ad essere esposte maggiormente agli shock economici». E critica il fatto che agli incontri del G-20 manchino proprio i rappresentanti dei paesi più esposti a queste crisi.
Un G-20 che promette. Ma che raramente mantiene fino in fondo gli impegni assunti. È di ieri la pubblicazione del rapporto di Eurodad (cartello di 60 ong dedite alla finanza per lo sviluppo) e Oxfam International in cui si afferma che il G-20 ha versato soltanto la metà di quanto promesso in aiuti ai paesi poveri, nell'incontro di aprile a Londra.
Il rapporto si intitola "Da Londra a Pittsburgh: valutazione dell'azione del G20 per i paesi in via di sviluppo". Vi si sostiene che dei 50 miliardi di dollari promessi a Londra, solo metà sono stati realmente impegnati. Inoltre, i 50 miliardi promessi rappresentano soltanto il 5% dell'impegno totale di 1.100 miliardi da versare nell'arco di diversi anni. A questo, il rapporto aggiunge che la maggior parte dei 50 miliardi promessi è costituito da prestiti, col rischio di un'altra crisi del debito. Infine, si sottolinea che il G-20 ha fatto molto poco per regolamentare i paradisi fiscali, che deprivano ogni anno i paesi in via di sviluppo (Pvs) di centinaia di milioni di euro di entrate fiscali: una cifra che secondo gli autori del rapporto supererebbe gli aiuti ricevuti dal G-20. Secondo le stime della Banca mondiale, i Pvs necessiteranno di oltre 635 miliardi di dollari per proteggere i loro cittadini dalle conseguenze della crisi economica.

domenica 20 settembre 2009

CAMPI DI PRIGIONIA IN SRI LANKA

Ad oltre tre mesi dalla fine del conflitto che ha sfiancato lo Sri Lanka per 26 anni, resta aperta la grave questione della sorte di circa 330mila innocenti civili tamil detenuti nei campi di prigionia che il governo singalese chiama "campi profughi".

image

Sfollati tamil prigionieri del governo. La scorsa settimana William Hague, Ministro degli Esteri del governo ombra del Partito Conservatore inglese, ha manifestato seria preoccupazione, a tale proposito, rilasciando una dichiarazione alla stampa per chiedere che venga concesso alle Nazioni Unite e a tutte le organizzazioni di soccorso umanitario il pieno e libero accesso ai campi perché possano essere forniti ai profughi prigionieri, cibo, acqua ed assistenza medica e per supervisionare le procedure di controllo sui detenuti. L'esponente del partito conservatore ha sottolineato che l'urgenza è tanto più impellente in quanto la stagione dei monsoni è alle porte e ha ricordato la violenta alluvione che ha sommerso gran parte dei campi recintati con filo spinato, provocando l'allagamento delle tende con acqua e liquami.
Hague ha poi richiamato il governo dello Sri Lanka all'impegno assunto a sgombrare i campi entro la fine dell'anno, permettendo agli sfollati di rientrare nelle loro abitazioni. La continua prigionia in questi campi - ha aggiunto Hague - può solo diffondere il seme del malcontento e della disperazione e creare le basi per il rinnovarsi dei conflitti negli anni a venire.
I civili tamil sono stati costretti a riparare in campi profughi, abbandonando la costa nordorientale dell'isola, cacciati dell'avanzata delle forze governative in guerra contro i ribelli delle Tigri Tamil (Ltte). Un'inchiesta del Times ha denunciato che circa mille quattrocento persone di etnia tamil muoiono ogni settimana in questi campi.

Denuncie e manifestazioni nel mondo. Dallo scorso maggio, con la vittoria delle truppe governative sulle Tigri Tamil, il governo di Colombo ha in più occasioni imposto restrizioni all'operato di organi indipendenti come Croce Rossa e Oxfam, impedendo di chiarire la situazione sulle migliaia di civili sfollati a causa della guerra. Oltre ai problemi di ordine sanitario, preoccupa infatti la costante presenza di militari all'interno dei campi, le morti sospette e le scomparse, in particolare tra i minori. Per le autorità governative i campi ospiterebbero centinaia di ex bambini-soldato costretti a combattere per le Tigri Tamil e associazioni come "Stop the Use of Child Soldiers" denunciano da mesi i rapimenti di bambini dai campi profughi per cercare di carpire informazioni. La scorsa settimana la principale comunità tamil nel mondo in Inghilterra ha organizzato manifestazioni di sensibilizzazione con appelli ad "Aprire i Campi di Concentramento in Sri Lanka" ed il "Forum Tamil" inglese, che racchiude vari gruppi di protesta, ha annunciato che i movimenti si fermeranno solo con la liberazione di tutti i detenuti.

La repressione della stampa. Le denunce dei bombardamenti condotti nelle ultime fasi della guerra dall'esercito di Colombo sulle città controllate dall'Ltte e quelle degli abusi sulla popolazione civile tamil costano cari. Reporters Sans Frontieres ha denunciato ieri la condanna di un importante giornalista di etnia tamil, J.S. Tissainayagam, a 20 anni di reclusione per "terrorismo". Il giornalista è stato ritenuto colpevole di aver provocato "odio razziale" e aver "sostenuto il terrorismo" con i suoi articoli critici nei confronti del governo, ma i suoi legali contestano che la condanna si basa su confessioni estorte con la violenza e Reporters Sans Frontieres ha dichiarato che è stata usata una legge emanata in funzione anti-terrorismo per liberarsi di un attivista politico. Per i suoi meriti professionali J.S. Tissainayagam è stato insignito dell'International Press Freedom Award 2009, come riporta il sito della Cpj - Commitee to Protect Jounalist. Solo lo scorso gennaio veniva assassinato Lasantha Wickrematunga,direttore di uno dei più importanti giornali di opposizione di denuncia della corruzione del governo di Colombo e della guerra contro la minoranza tamil. Per Reporters Sans Frontieres il presidente Rajapaksa deve essere ritenuto direttamente responsabile dell'omicidio. Dall'ascesa del governo nazionalista di Rajapaksa tre anni fa ad oggi, sono undici i giornalisti assassinati e, secondo fonti della Cpj, sono oltre 400 i giornalisti costretti all'esilio dal 2001.

Chiara Avesani

LinkWithin

Blog Widget by LinkWithin