lunedì 30 novembre 2009

ELEZIONI IN SUDAMERICA

In Uruguay, il nuovo presidente della Repubblica è risultato essere Josè Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura. La percentuale di votanti si è attestata tra il 90 e il 92%, come sempre una delle più alte al mondo e tutto si è realizzato con estrema normalità.

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Il neo presidente Mujica, ha ottenuto il 51,9% dei voti, e lo sfidante conservatore, Luis Alberto “Cuqui” Lacalle il 42.9% .Mujica si è appellato da subito all'unità nazionale, dichiarando che "in queste elezioni non ci sono stati né vinti né vincitori". L'ex guerrigliero ha inoltre ribadito di voler proseguire la linea pragmatica e moderata perseguita dall'attuale governo, guidato da Vazquez.

Sotto una pioggia battente, decina di migliaia di sostenitori del Frente Amplio si sono riuniti sulla "rambla", il lungomare che affaccia Montevideo alle acque del Rio della Plata per festeggiare l'annunciata vittoria del 'Pepe', 74 anni.

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“Mujica, nonostante la militanza politica di più di mezzo secolo, è un venditore di fiori recisi nei mercati rionali. E’ uno che quando è diventato deputato per la prima volta e fino a che non ha avuto responsabilità di governo ha accettato dallo Stato solo il salario minimo di un operaio e, siccome questo non è sufficiente per vivere, ha continuato a vendere fiori nei mercati rionali. Per campare. Indecoroso per un parlamentare, ma solo così, solo dal basso, oggi Mujica può permettersi a testa alta di rappresentare il popolo e proporre a questo “un governo onesto”.

Mujica è stato chiarissimo: il primo valore della sua presidenza sarà il mettere l’uguaglianza tra i cittadini al primo posto e il primo ringraziamento è andato oltre che al popolo orientale "ai fratelli latinoamericani, ai dirigenti politici che li stanno rappresentando e che rappresentano le speranze finora frustrate di un continente che tenta di unirsi con tutte le sue forze”.

Non è un medico, come Tabaré Vázquez o Salvador Allende o Ernesto Guevara, né ha un dottorato in Belgio come l’ecuadoriano Rafael Correa. Non ha studiato dai gesuiti come Fidel Castro né proviene dalla classe dirigente illuminata come Michelle Bachelet in Cile o i coniugi Kirchner in Argentina. Non è, soprattutto, un pollo di batteria, allevato per star bene in società come tanti burocratini dei partiti politici della sinistra europea, che infatti passa di sconfitta in sconfitta e di frammentazione in frammentazione mentre invece in America l’unità delle sinistre è un fatto.

Pepe il venditore di fiori recisi nei mercatini rionali è un uomo del popolo come l’operaio Lula in Brasile, come il militare di umili origini Hugo Chávez in Venezuela e come il sindacalista indigeno Evo Morales in Bolivia.”

La situazione a TeguciGolpe in Honduras è completamente diversa.

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Dalla festa della democrazia in Uruguay alla fine della democrazia in Honduras.

Le elezioni farsa

4 milioni di honduregni sono stati ieri chiamati a votare per il rinnovo del parlamento e del presidente, eletto direttamente dal popolo, e finora solamente 5 paesi hanno preannunciato che riconosceranno le elezioni come legittime indipendentemente dal risultato: gli Stati Uniti, Panama, il Perù, la Colombia e il Costa RicaCirca un milione di votanti risiedono negli Stati Uniti e quindi la posizione adottata così come l’informazione diffusa negli USA potrebbe risultare un fattore chiave per orientare l’opinione pubblica di questi emigranti.

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Il Fronte di resistenza contro il colpo di stato in Honduras aveva chiesto alla gente di non andare a votare dato che la speranza del governo de facto è che vi fosse un’affluenza di massa che potesse in qualche modo legittimare le elezioni di fronte alla scettica comunità internazione.

Le elezioni di ieri, tra golpisti e per i golpisti, che ricordano quelle in Argentina negli anni ‘60 dove al partito che avrebbe vinto non era permesso partecipare, vanno ripudiate per due motivi.

In primo luogo perché sono la forma trovata da chi manovra il dittatore di Bergamo Alta Roberto Micheletti per essere un colpo di spugna sulle almeno 4.000 documentate violazioni dei diritti umani (dai 30 ai 100 morti) negli ultimi cinque mesi e per rilegittimare il colpo di stato stesso come strumento per la risoluzione di conflitti in America.

In secondo luogo perché sono la forma trovata dalle oligarchie, dai narcotrafficanti, dagli interessi delle grandi compagnie bananiere e dal Dipartimento statunitense di far tramontare anche quella pallidissima speranza di cambiamento rappresentata da Mel Zelaya, impedire il referendum per l’assemblea costituente e assicurare che in Honduras, il secondo paese più disgraziato, dopo Haiti, nel Continente, tutto resti uguale. “

Hillary and Porfirio

A vincere le lezioni in Honduras è stato Porfirio Lobo, che ha dominato nettamente sul candidato del Partido Nacional, Elvin Santos.
Tuttavia Manuel Zelaya, presidente deposto dal colpo di Stato del 28 giugno, ha parlato di "farsa" del risultato perchè le elezioni sarebbero avvenute in un clima di tensione. Erano 30mila, infatti, tra soldati e polizia, i militari che presidiavano Tegucigalpa e le altre città del paese centroamericano.”

Galleria fotografica delle mobiltazioni degli ultimi giorni:
http://media.cantiere.org/index.html?album=194

MESSICO VIOLENTO O MESSICO LINDO Y QUERIDO?

Storie di guerra al narcotraffico.

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Foto: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/SantisimaMuerte

La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderon, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero.

La politica di mano dura annunciata da Calderon <http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002500.html> tre anni fa sembra avere scatenato una guerra incontrollabile e i principali quotidiani messicani come El Universal, La Jornada e Reforma fanno a gara per aggiornare il conteggio degli omicidi legati al narcotraffico che quest’anno superano già abbondantemente i 6000 con una media giornaliera di circa 20 morti. In generale c’è molto pane anche per i giornali più scandalistici come El Grafico dove non mancheranno mai foto di sgozzati e decapitati da esporre in prima pagina per vendere qualche copia in più.

Per quest’anno lo Yucatan, nel sud est del Messico, è l’unico stato su 32 (i cosiddetti estados della federazione messicana) non colpito da questa guerra, il che non significa che non vi sia presenza alcuna dei cartelli della droga, ma solo che questi non hanno provocato morti violente certificate. Comunque manca ancora del tempo per la fine del 2009 e quindi dobbiamo attendere prima di festeggiare quest’eccezione che ha più del paradossale dato che è triste dover segnalare proprio l’unica regione senza vittime. Altre cifre ritenute allarmanti: oltre 15mila e 500 morti dall’inizio del mandato di Calderon sono “vincolati al crimine organizzato” mentre il loro numero totale durante i sei anni precedenti di Vicente Fox, dal 2000 al 2006, era stato di 13mila. Si stima quindi un possibile raddoppio nel sessennio attuale di Calderon in base a queste cifre del Ministero della Difesa messicano e della Procura Generale della Repubblica.

Ma quali sono le dimensioni e i dati reali della violenza in Messico? Quali sono le vere responsabilità del governo, della magistratura, dell’esercito e della polizia in questa “guerra ai narcos”, al di là dei miti creati dalla stampa e dalla risonanza che si dà per esempio agli assassinii di cantanti <http://archive.globalproject.info/art-14324.html> famosi o alla decapitazione dei nemici, magari dopo averli freddati con un cuerno de chivo (fucile AK47 ormai mitico, forse assimilabile alla nostra lupara)?

Due interessanti studi di Fernando Escalante Gonzalbo ed Eduardo Guerrero Gutierrez, pubblicati dalla rivista messicana Nexos di settembre, aiutano a fare chiarezza sulla questione della violenza e del narcotraffico in Messico e aprono alcuni spiragli per la comprensione di un fenomeno così complesso e articolato. I dati statistici disponibili per il Messico, nonostante non siano sempre attendibili al 100% e costituiscano quindi un’approssimazione al fenomeno della violenza, smentiscono le affermazioni dei giornalisti e di parti dell’accademia, da destra a sinistra, che in qualche modo forzano i termini del paragone con la Colombia della fine degli anni ottanta e inizio anni novanta.

La Colombia è arrivata infatti ad avere una reputazione internazionale stereotipata come un paese completamente in mano alla guerriglia, ai paramilitari e ai narcotrafficanti ed è quindi un paradigma immaginario della violenza politica, sociale e militare che da una parte e senza dubbio hanno prodotto migliaia di morti, milioni di rifugiati e miseria, ma dall’altra non hanno definitivamente “vinto” instaurando un’alternativa allo Stato o creando uno stato fallito. In pratica e semplificando un po’ il discorso, i vantaggi comparati internazionali della Colombia, parafrasando l’economista David Ricardo e un mio precedente articolo sul tema, sarebbero le ragazze, la cocaina e la salsa oltre ai più classici prodotti della terra come le banane e il caffè e magari qualche città turistica come Cartagena o Popayan: verità evidentemente parziali e scandalistiche.

In questa nube di realismo magico e influenza mediatica è gioco forza paragonare costantemente un paese come il Messico di oggi alla Colombia di ieri, anche grazie ad alcune indiscutibili somiglianze tra i due paesi: la forza dei cartelli di narcotrafficanti e la scarsa presenza dello Stato in alcune regioni, le grandi coltivazioni di marijuana e cocaina, i presidenti provenienti da partiti conservatori alla destra dello spettro politico, la corruzione politica e i suoi nessi con i paramilitari o i narco-capi, la crescente militarizzazione del territorio o anche la relazione speciale con gli Stati Uniti che li considerano paesi amici, ma anche da tenere sotto controllo per motivi di “sicurezza nazionale”.

Non importa se poi queste somiglianze potrebbero essere trovate anche con molti altri paesi o realtà regionali quali quelle che viviamo nella nostra Gomorra, in America centrale o in certe periferie cittadine statunitensi o parigine. Inoltre nel Messico attuale non esistono minacce sistemiche importanti come lo erano le guerriglie storiche colombiane (FARC, ELN, M-19) negli anni 80 e 90 o i potenti gruppi paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia).

Quello che sembra contare è la suggestione solo parzialmente giustificata dai fatti. Tra il 1990 e il 1993 il tasso di omicidi in Colombia era tra le 75 e le 79 unità per 100mila abitanti con totali che si aggiravano intorno ai 25-28mila morti all’anno. Nel Messico del 2008 questi tassi equivarrebbero a circa 84mila omicidi, infinitamente meno di quelli effettivamente registrati l’anno scorso.

Il tasso di omicidi ogni 100mila abitanti e il loro numero totale in Messico sono scesi costantemente dagli anni novanta in poi, passando da una media di 15-16mila all’anno nel periodo 1990-1995 a una media di circa 10 mila nel 2005 e 2006 con un punto minimo di 8507 morti nel 2007 che significano una media di 8 omicidi per 100mila abitanti.

La media messicana è quindi più comparabile con quella di paesi come gli Stati Uniti e quelli della UE che con quella di altri paesi latino americani come Colombia, Venezuela e Brasile o il Centro America che viaggiano dai 20 ai 40 omicidi per 100mila abitanti. Per altri crimini come la rapina, il furto, i delitti sessuali e le aggressioni i dati non sono chiari come nel caso degli omicidi però si può segnalare che oscillano su medie di poco superiori rispetto a quelle dei principali paesi industrializzati. Un caso un po’ a parte che però potrebbe rivelarsi tragicamente paradigmatico è quello del sequestro di persona che sebbene nelle cifre ufficiali sia diminuito drasticamente in dieci anni passando da oltre mille casi nel 1997 a 595 nel 2007 e 438 nel 2008, potrebbe essere un problema molto più grave e situare il Messico al secondo posto mondiale dopo la Colombia per i sequestri se si considera la cosiddetta “cifra nera”, cioè i casi non denunciati o che non danno origine a un’indagine. In questi casi, dato che le stime di questa “cifra nera” si aggirano negli ultimi anni intorno all’80-90%, ecco che i sequestri potrebbero essere addirittura cinquemila e non così pochi come vengono censiti ufficialmente. Inoltre i casi di sequestro express, una modalità di privazione delle libertà particolarmente diffusa a Città del Messico che prevede un furto alla vittima ripetuto durante alcune ore di notte per obbligarla a prelevare più volte e il più possibile negli sportelli ATM, non vengono contabilizzati in questa fattispecie riducendo di fatto l’impatto delle cifre.

Più che il numero assoluto, quello che fa notizia è la connivenza delle autorità poliziesche e giudiziarie con i delinquenti, rese evidenti da alcuni casi recenti ed eclatanti di sequestri che hanno coinvolto famiglie potenti come i Martì e i Vargas, vessate da bande di sequestratori di cui facevano parte anche poliziotti ed elementi deviati del potere giudiziario. La percezione generale della gente è perciò sensibilmente adulterata ed instabile a causa dell’influenza dei mezzi di comunicazione che drammatizzano i casi specifici e per le spiccate differenze tra regioni e città messicane che mostrano livelli di pericolosità spesso molto estremi e divergenti tra di loro.

Ad ogni modo i tassi di omicidio colombiani attualmente sono addirittura il quadruplo dei messicani, anche se oggi siamo nel mezzo della “guerra contro il narcotraffico” decantata da Calderon come soluzione dei mali di questo Messico lindo y querido minacciato “da forze antipatriottiche”. Chi ha ragione quindi?

Da quanto discusso finora emerge che in Messico gli omicidi totali e la violenza estrema sono diminuiti tendenzialmente nel paese considerato come un tutt’uno, ma i morti legati al narcotraffico e alla guerra tra i cartelli rivali e poi tra ciascuno di questi e lo Stato sono invece aumentati drammaticamente nel primo triennio di governo di Calderon.

Un altro discorso è poi distinguere tra varie zone del Messico colpite dal crimine organizzato e dagli omicidi in modi e livelli radicalmente diversi: da una parte ci sono le grandi città e, in particolare, quelle della frontiera con gli Stati Uniti e la grosse metropoli come Città del Messico, Guadalajara e Monterrey in cui la tensione è generata storicamente dalla crescita smisurata della popolazione e, lungo la frontiera, soprattutto dal commercio di stupefacenti e il suo indotto; dall’altra ci sono le zone rurali soprattutto nel centro-sud con gli stati di Guerrero, Oaxaca, Michoacan, Estado de Mexico e Morelos che hanno una dinamica diversa da altre regioni rurali e dalle città grandi in quanto qui la violenza è stata determinata principalmente dalla mancanza delle istituzioni, delle infrastrutture dei trasporti, scolastiche e sanitarie oltre che da motivi storici come la crisi della riforma agraria e dei regimi di proprietà della terra. Come aspetti sicuramente comuni e più generali cito tra gli altri la povertà sofferta da oltre il 50% della popolazione nazionale, l’altissimo tasso d’impunità per i crimini denunciati che s’aggira intorno al 97% (stima ottimista), lo scontento verso la politica e il sistema giudiziario e gli insultanti indici di disuguaglianza economica e sociale che caratterizzano tutti gli stati del Messico.

Un altro dato certo è che la guerra al narcotraffico lanciata dal presidente messicano, forte del piano di aiuti militari americani chiamato Plan Merida, non sta dando i risultati attesi in termini di sicurezza e riduzione dei fenomeni criminali ma sta anzi esacerbando le lotte intestine tra i grandi cartelli di trafficanti, le loro bande di sicari e i gruppi usciti dalle numerose scissioni e tradimenti che lo Stato stesso favorisce con infiltrazioni e catture.

La corruzione e la scarsa professionalità delle forze dell’ordine, del personale penitenziario e giudiziario nascondono e a loro volta amplificano il problema di fondo che nessuna autorità sembra voler vedere e risolvere, tanto qui in Messico come nei vicini Stati Uniti: la mancanza assoluta di opportunità economiche e di sviluppo, la carenza quasi totale di istituzioni affidabili, di reti sociali e di un sistema educativo elementare e superiore realmente efficace e accessibile. Non parliamo poi delle politiche volte a controllare e reprimere l’offerta e la produzione di stupefacenti illegali mentre da decenni ormai si segnala che le misure più efficaci e comunque meno nocive per la società in termini di violenza e dispendio di risorse nel lungo periodo sono quelle di sensibilizzazione della domanda e controllo della vendita, eventualmente anche grazie ad una progressiva liberalizzazione. Ma sappiamo che questo è un altro discorso e rappresenta spesso un tabù doloroso per ampie parti di società civili e classi politiche ipocrite e immature, tanto in Messico come in Italia, le quali sono incapaci di trattare il tema per quello che è e di tracciare un bilancio non ideologico tra i costi e i benefici di queste alternative.

Si stima che le cifre contabilizzate con scrupolo dai giornali sui morti legati al narcotraffico e alle bande criminali in Messico siano addirittura inferiori di un 20-30% rispetto alla realtà dato che non si tengono da conto i cadaveri spariti e alcune aree del paese non sono “coperte” né dalla stampa né da un sistema ufficiale di controllo che sia efficace al riguardo. Anche così bisogna separare i dati: l’aumento netto e inesorabile dei morti per la guerra al narcotraffico diverge dalla diminuzione tendenziale della violenza totale e degli omicidi in generale.

Alla luce di ciò e del quadro istituzionale precario è chiaro che la repressione militare e l’indurimento della lotta contro i cartelli criminali hanno avuto l’effetto di aumentare la “narcoviolenza” nel paese ed anzi, per essere precisi, solo in alcune zone di esso. Questa è praticamente assente in Baja California Sur, Queretaro, Tlaxcala, Campeche, Colima e Yucatan mentre invece è aumentata terribilmente in altre regioni soprattutto al nord, sulla frontiera con gli USA, nel Michoacan e nel Guerrero, lo stato di Acapulco. Nello stato di Chihuahua, tristemente noto per gli assassinii incessanti di centinaia di donne in pochi anni, i cosiddetti feminicidios di Ciudad Juarez, si registra addirittura il 25% delle esecuzioni totali. Le città più mortifere in termini assoluti sono proprio Ciudad Juarez, Culiacan, Tijuana, Chihuahua e Monterrey, tutte al nord.

Un altro aspetto importante che sfata alcuni luoghi comuni su come si sta combattendo questa guerra è che il 90% delle esecuzioni totali riguarda i membri di bande e cartelli, circa il 9% le forze di polizia, in particolare i corpi municipali e regionali a volte collusi coi cartelli, e solo l’1% i militari. L’uso dell’esercito era stato giustificato nel 2006 per evitare i problemi di corruzione della polizia, ma le violazioni dei diritti umani e l’effettivo aumento della tensione, delle rappresaglie e delle lotte interne ai cartelli non propongono assolutamente un panorama positivo. Nelle file delle bande criminali la maggior parte degli omicidi riguarda i livelli bassi siccome sono colpiti soprattutto sicari, pusher e spacciatori di medio livello gerarchico.

In definitiva quattro grandi fronti di guerra segnalati da Guerrero Gutierrez su Nexos, sono la causa del 90% degli omicidi legati ai narcos e si svolgono soprattutto in alcune zone del paese come ho segnalato pocanzi. Riassumendo si tratta della lotta di alcuni gruppi regionali contro un nemico comune di livello nazionale, il Cartel de Sinaloa, e nello specifico tra

(1) il Cartel de Juarez, aiutato dagli Zetas (in origine un gruppo di militari dissidenti braccio armato del Cartel del Golfo) e i fratelli Beltran Leyva, contro quello di Sinaloa;

(2) tra il Cartel de Tijuana, alleato qui con il Cartel del Golfo e gli Zetas, contro quello di Sinaloa;

(3) tra i cartelli degli Zetas, alleati coi Beltran Leyva, contro quello di Sinaloa e infine

(4) quella dello Stato contro tutti e contro le sue stesse schegge corrotte e deviate.

La guerra tra il Cartel de la Familia dello stato del Michoacan e gli Zetas o altre bande non risulta molto rilevante in termini di morti ma può spiegare quanto rimane per concludere questo tragico conteggio.

Il governo ha quindi avuto la funzione di propiziare e stabilire le regole del gioco senza poterlo poi controllare completamente, anzi, i livelli di violenza in questo senso sono cresciuti esponenzialmente e continuano a farlo dopo ogni cattura di qualche capo o il sequestro di ingenti quantità di droga.

Calderon e Medina Mora, discusso Procuratore Generale della Repubblica, hanno bisogno di mostrare numeri positivi in queste voci “dure” però favoriscono allo stesso tempo un circolo vizioso da cui è difficile uscire: non si può di certo sperare di risolvere il problema facendoli ammazzare tutti tra di loro o creando mini stati senza legge né governo dove le garanzie individuali sono un lontano ricordo per tutti. Inoltre non si riescono a fermare nemmeno le diserzioni di militari che fuggono dall’arma per unirsi alle file del crimine organizzato. Si calcola che siano alcune migliaia gli ex militari a disposizione dei cartelli della droga, quindi lo Stato paga e forma l’esercito durante anni e così i cartelli hanno poi a disposizione forze fresche e professionali che possono pagare profumatamente.

L’alternativa a una politica di mano dura in questo contesto passa da una parte attraverso un deciso processo di riforma istituzionale (e direi anche culturale) in profondità che combatta la corruzione e le infiltrazioni dentro il sistema grazie alla professionalizzazione della magistratura e della polizia e a ingenti investimenti in strutture e risorse umane e dall’altra da uno sviluppo umano, sociale ed economico complessivo che crei opportunità maggiori per la popolazione marginale. Prevedere rapidamente una politica meno repressiva che investa con continuità e sostanza sulla riduzione della domanda, la prevenzione e l’educazione resta, a mio parere, la via migliore da seguire. C’è da chiedersi quali siano realmente la forza e la volontà politiche di promuovere e attuare tali cambiamenti.

di Fabrizio Lorusso

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domenica 29 novembre 2009

"SUEÑA EL VIEJO ANTONIO"

(26 aniversario del EZLN)

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Foto de Fano_Quiriego.

Sueña Antonio con que la tierra que trabaja le pertenece,
sueña que su sudor es pagado con justicia y verdad,
sueña que hay escuela para curar la ignorancia y medicina para espantar la muerte,
sueña que su casa se ilumina y su mesa se llena,
sueña que su tierra es libre y que es razón de su gente gobernar y gobernarse,
sueña que está en paz consigo mismo y con el mundo.
Sueña que debe luchar para tener ese sueño,
sueña que debe haber muerte para que haya vida.
Sueña Antonio y despierta…
Ahora sabe qué hacer y ve a su mujer en cuclillas atizar el fogón, oye a su hijo llorar, mira el sol saludando al oriente, y afila su machete mientras sonríe.
Un viento se levanta y todo lo revuelve, él se levanta y camina a encontrarse con otros.
Algo le ha dicho que su deseo es deseo de muchos y va a buscarlos.
Sueña el virrey con que su tierra se agita por un viento terrible que todo lo levanta, sueña con que lo que robó le es quitado, sueña que su casa es destruída y que el reino que gobernó se derrumba. Sueña y no duerme.
El virrey va donde los señores feudales y éstos le dicen que sueñan lo mismo.
El virrey no descansa, va con sus médicos y entre todos deciden que es brujería india y entre todos deciden que sólo con sangre se liberará de ese hechizo y el virrey manda a matar y encarcelar y construye más cárceles y cuarteles y el sueño sigue desvelándolo.
En este país todos sueñan. Ya llega la hora de despertar…

Hermoso video y cuento en Desinformémonos

Guarda il video

qui

Pintura : Beatriz Aurora

Cuento : Sueña el viejo Antonio

Voz : Nora Cortiñas, Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora

Producción : Desinformémonos

Edición y Montaje : Antonio Castro

Fonte

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MESSICO:FEMMINICIDIO, UNA GUERRA NASCOSTA (3)

Al di sopra di ogni sospetto parte III°

"Non c’è niente di potenzialmente più sporco di una guerra nascosta”

Susan Sontag

Clara Ferri
Il 25 febbraio 2007 l’indigena nahua Ernestina Ascencio Rosario, di 73 anni e residente a Soledad Atzompa, nella Sierra Zongolica, nello stato orientale di Veracruz, torna a casa sanguinante, dicendo ai propri figli di esser stata assalita e violentata per via vaginale e anale da un gruppo di soldati, presenti nella zona per operazioni antinarco –le sue testuali parole sono: «Pinome xoxoque no pan omotlamotlaque» («dei soldati vestiti di verde mi sono venuti addosso»).

Giunta all’ospedale, muore dissanguata. Viene praticata un’autopsia dal medico forense dello Stato di Veracruz e stranamente sono convocate ad assisterlo le autorità della Sedena. In un comunicato postumo all’autopsia, la Sedena afferma di aver mandato il campione del “liquido eminale del corpo” rilevato alla Procuraduría General de la República (PGR) per essere esaminato e successivamente confrontato con il DNA dei soldati assegnati a quella zona.

In un altro comunicato, il numero 19, accusa un gruppo di sconosciuti di essersi vestiti da militari e di aver commesso lo stupro per istigare la popolazione contro l’esercito. Un soldato viene arrestato ed altri due sono messi agli arresti domiciliari a Puebla per il presunto delitto di violenza carnale nei confronti dell’anziana.

Cresce a livello nazionale l’indignazione e il ripudio alla presenza dell’esercito in varie zone del paese; esso costituisce il principale baluardo del governo del neopresidente Felipe Calderón, carente di legittimità e di autorità, dato il forte sospetto di esser salito al potere grazie a una frode elettorale, nutrito attualmente da almeno il 43,4% della popolazione.

Il 28 febbraio José Luis Soberanes della CNDH dichiara di farsi carico del caso, generando un fatto inedito: non rientra nelle sue competenze farlo e nemmeno pronunciarsi durante un’investigazione ancora in corso, ma solo a indagini concluse, prima che vengano archiviate.

Il sospetto di forti pressioni governative diventa sempre più una certezza, quando lo stesso presidente, Felipe Calderón, il 13 marzo afferma in technicolor che «Ernestina Ascencio è morta di una gastrite cronica trascurata». È evidente che per lui sia estrememente importante evitare una delegittimazione dell’apparato militare, che gli garantisce governabilità e a cui ha già assegnato il compito titanico di combattere il narcotraffico, quello che sembra diventare il suo principale cavallo di battaglia e che fino a maggio 2008 ha causato più di 4 mila esecuzioni17 .

È forse per quello che la prima azione del suo governo è aumentare il finanziamento per le forze militari di 4 milioni di pesos, tagliando invece quello all’educazione e alla cultura. Il 18 marzo la CNDH, dopo aver riesumato il corpo e rifatto l’autopsia, dichiara che la vittima non è morta dissanguata per stupro, bensì per «un’anemia acuta» dovuta a «ulcere gastriche peptiche», e che non esistono segni di violenza nella regione vaginale, né rettale.

Inizia una vera e propria guerra di dichiarazioni tra le autorità giudiziarie ed esecutive dello Stato di Veracruz e quelle federali, dalla quale risulta vincitrice la teoria governativa: la Procuraduría General de Justicia del Estado de Veracruz passa dal sostenere a spada tratta la versione della violenza carnale -dichiarando di aver persino consegnato 4 campioni di liquido seminale alla stessa CNDH- a sospendere i tre periti incaricati della prima autopsia (30 marzo) e, infine, a dare un voltafaccia completo, asserendo il 30 aprile che la violenza carnale non si è mai verificata.
La famiglia di Ernestina viene tatticamente isolata, si parla addirittura della “sparizione” dei suoi figli.

Amnesty International chiede al governo messicano di riaprire il caso, che verrà portato anche davanti all’Alto Commissionato delle Nazioni Unite, a Human Rights Watch e alla CIDH.

Altre violenze nella Sierra Zongolica
E come se non bastasse, nei mesi successivi sono stati registrati altri due femminicidi con violenza sessuale di gruppo nei confronti di due donne indigene della stessa regione.
Il 21 maggio 2007 viene ritrovato il cadavere nudo con segni di tortura (una cintura da uomo attorno al collo, pezzi di tela in bocca e quattro coltellate nel corpo) di Adelaida Amago Aguas, indigena nahua di 38 anni abitante della Sierra Zongolica. La donna, madre di cinque figli, era membro del Consiglio Radiofonico Indigeno Nahua e si occupava della gestione dei progetti produttivi presso la Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni.

Il 25 maggio 2007 nei pressi della comunità di San José Independencia, nella Sierra de Zongolica, il corpo di Susana Xocohua Tezoco, indigena nahua di 64 años, viene trovato da alcuni contadini in un campo di granoturco: giace nudo, con le gambe aperte e molti lividi su collo, gambe e braccia. Il Pubblico Ministero, Alejandrino Arroyo Martínez, si rifiuta di aprire un’indagine per omicidio ed afferma che la signora è morta di un tumore maligno, negandosi a praticare l’autopsia sul cadavere. Alle richieste di maggiori investigazioni da parte dei parenti, risponde con la minaccia di arrestarli.

Il marito afferma che la donna presentava segni di violenza carnale. La famiglia richiede l’intervento della Procura Generale di Giustizia dello Stato di Veracruz per riesumare il cadavere e praticare la mancata autopsia, che però poi viene affidata ad autorità di Città del Messico per garantire maggiore imparzialità ed autonomia. Le investigazioni concludono come sempre con la negazione dello stupro e l’archiviazione definitiva del caso.

Locutrici triquis assassinate
La lista si conclude, almeno per il momento, con il duplice femminicidio che ha molto commosso di Teresa Bautista Merino e Felícitas Martínez Sánchez, locutrici triquis di 22 e 20 anni della radio comunitaria in lingua indigena “La voz que rompe el silencio”, del Municipio Popolare di San Juan Copala, nello Stato di Oaxaca. I

Il 7 aprile 2008 le due locutrici –aderenti alla APPO- si accingevano a recarsi a Oaxaca all’Incontro Statale per la Difesa dei Diritti dei Popoli di Oaxaca, dove avrebbero coordinato la tavola rotonda “Comunicazione comunitaria e alternativa: radio comunitarie, video, stampa, internet”, quando sono state uccise con 20 colpi d’arma da fuoco da un gruppo di paramilitari. Ovviamente i due crimini sono rimasti impuni.

Pur non trattandosi di crimini compiuti con tecniche di abuso sessuale, vanno a sommarsi alla lunghissima lista di femminicidi di cui il Messico detiene tristemente il primato mondiale.

Fonte

sabato 28 novembre 2009

MESSICO:FEMMINICIDIO, UNA GUERRA NASCOSTA (2)

AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO parte II°

"Non c’è niente di potenzialmente più sporco di una guerra nascosta”

Susan Sontag

Clara Ferri

Michoacán
Il 2 maggio 2007, con il pretesto di catturare gli assassini di cinque soldati impegnati in operazioni contro il narcotraffico nello Stato di Michoacán, l’esercito messicano arriva al punto di saccheggiare le case degli abitanti di Nocupétaro e sequestrare quattro lavoratrici minorenni e la proprietaria del ristorante locale “La Estrellita”, Carmela Gamiño, sospettata di avere dei nessi con la banda narcotrafficante de Los Zetas.

Le ragazze e la donna, arrestate alle 8 di mattina, vengono caricate su un elicottero, dove i militari minacciano di gettarle in mare e iniziano le percosse e le molestie sessuali: le giovani donne vengono narcotizzate e sequestrate per ben 3 giorni. Mantenute con la testa coperta, sono violentate e minacciate di rappresaglie contro le loro famiglie. Per i successivi undici giorni, restano agli arresti presso il Carcere Minorile di Morelia, da dove escono accompagnate da membri della CNDH e dai genitori.

Racconta una di loro: «io e una collega indossavamo la minigonna e ce l’hanno tirata su. Ci hanno tirato giù le mutandine e hanno iniziato a toccarci […] Ci hanno tenute tutta la mattina del 2 maggio in casa di Carmela. Alle tre o quattro di mattina ci hanno caricate con le mani legate dietro la schiena su un elicottero, spingendoci brutalmente […] Mi hanno dato dei calci in tutto il corpo. Uno di loro mi è saltato addosso per toccarmi tutta.»9.

I soldati le intimidivano a suon di frasi del genere: «Adesso ve la vedrete bella, troiette del cazzo, figlie di puttana, in fin dei conti è quello che volevate; farete una brutta fine!»10
L’ex generale José Francisco Gallardo Rodríguez, che nel 1993 fu detenuto per aver denunciato la violazione dei diritti umani nell’esercito, afferma che «l’esercito storicamente è sempre stato “intoccabile”. La differenza adesso è che ha una partecipazione attiva in compiti che non gli competono: pubblica sicurezza e lotta al narcotraffico […]

L’impunità inizia fin da quando i militari deambulano nelle comunità indigene violando i diritti umani di donne, uomini e bambini senza che ci sia un’autorità che li sanzioni, perché chi compie questi delitti viene giudicato da tribunali militari per “offesa alla disciplina militare”, non per le violenze sessuali contro le donne».11

Chimalhuacán
Agghiacciante è il caso di Angela Solanch, un’adolescente di 13 anni, residente a Chimalhuacán, nello Stato del Messico (uno stato federale che circonda il Distretto Federale, sede amministrativa della capitale, Città del Messico). Violentata da un poliziotto statale, Daniel Tenorio Buendía, decide di denunciarlo e due anni dopo lo stupratore viene condannato a undici anni di detenzione.

Nell’agosto 2006 sua moglie, Rosario Itzel Carrasco Castillo, decide di vendicarsi e ingaggia con 50 mila pesos quattro ex colleghi del marito (Luis Ramón Félix de la O, Martín Amaya Barrera, Francisco Daniel Ledesma Nava e Román Marcos Mendoza Gallardo) e un quinto uomo per sequestrare, violentare, torturare e infine uccidere la vittima dello stupro. 12

È sintomatico che sia proprio una donna ad acquisire il modus operandi tipicamente maschile. Il gioco è fatto, il messaggio è passato ed è stato assimilato: sesso, tortura e femminicidio sono solo delle tappe di un complesso processo di vendetta e riaffermazione del potere, sempre più all’ordine del giorno. Non si tratta, dunque, di un retaggio di società retrograde, bensì di un’involuzione verso la quale si stanno dirigendo le società postmoderne, in cui il sesso è più che mai merce di scambio e strumento di potere.

VIOLENZA SULLE INDIGENE
Nel 2002 il Centro de Derechos Humanos Agustín Pro Juárez ha registrato 52 casi di donne indigene violentate da militari, solo negli Stati di Guerrero e Veracruz. Secondo la relazione di Comunicación e Información sobre la Mujer, A.C. (CIMAC), dal 1994 al 2006 si sono verificate 86 violenze sessuali da parte di soldati13.

Martha Figueroa del Colectivo Mujeres de San Cristóbal sostiene che «esiste un modello di comportamento dei militari nei casi di violenze sessuali a donne indigene nelle zone in cui ci sono dei conflitti interni e l’esercito agisce come repressore e controllatore: perseguitano qualcuno, violentano qualche donna e, di fronte alla denuncia, la risposta è negare, osteggiare, criminalizzare la vittima, dicendo che cerca di discreditare l’istituzione castrense» 14.

Secondo la ricercatrice del Centro de Investigación y de Estudios Superiores en Antropología Social (CIESAS) e coordinatrice del Seminario “Genere e Etnicidio” Rosalva Aída Hernández Castillo, «i corpi delle donne indigene sono diventati un campo di battaglia per un governo patriarcale che sviluppa una guerra non dichiarata contro il movimento indigeno. […]

La partecipazione delle donne nel movimento zapatista e in movimenti come quelli di Atenco e di Oaxaca ha stravolto i ruoli di genere all’interno delle comunità e messo in discussione le politiche escludenti dello Stato messicano. Non è dunque casuale che davanti al “pericolo destabilizzatore”, i poteri locali e nazionali concentrino la loro violenza sulle donne.

Il nuovo colonialismo del governo messicano si sta avvalendo della violenza sessuale per seminare il terrore e intimidire le donne organizzate. […] Da un’ideologia patriarcale, che continua a considerare le donne come oggetti sessuali e come depositarie dell’onore familiare, lo stupro, la tortura sessuale e le mutilazioni corporali sono un attacco a tutti gli uomini del gruppo nemico» 15.
Maylei Blackwell, infine, sostiene che «lo stupro è una colonizzazione intima che degrada la sessualità delle donne indigene. Se in passato i loro corpi sono stati la materia prima per forgiare la nazione meticcia, adesso sono lo spazio di disputa per poter dar continuità a un progetto neocolonialista»16.
È triste e lunghissima la lista dei casi di indigene stuprate dalla polizia e dall’esercito e tutti sono caratterizzati da una totale impunità.

Il 4 giugno 1994 tre sorelle indigene tzeltales di 12, 15 e 17 anni vengono violentate ad Altamirano, nello Stato del Chiapas, da un gruppo di soldati che partecipano ad azioni militari contro l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Il 10 giugno 1997 dodici indigene zapotecas della zona de los Loxicha dello Stato di Oaxaca vengono violentate da soldati.
Il 3 dicembre 1997 Aurelia Méndez Ramírez e Delfina Flores Aguilar, indigene tlapanecas, sono violentate da cinque soldati a Zopilotepec, nel Municipio di Atixtac, Stato di Guerrero.
Il 21 aprile 1999 Victoriana Vázquez Sánchez, di 50 anni, e Francisca Santos Pablo, di 33 anni, entrambe indigene mixtecas, vengono violentate da membri dell’esercito a Barrio Nuevo San José, nel Municipio di Tlacoachixtlahuaca, Stato di Guerrero.

Il 16 febbraio 2002 Valentina Rosendo Cantú, indigena tlapaneca di 17 anni, viene violentata a Barranca del Bejuco, nel Municipio di Acatepec, Stato di Guerrero, da otto soldati del 41º Battaglione di Fanteria.
Il 22 marzo 2002 Inés Hernández Ortega, indigena tlapaneca di 27 anni, è violentata da undici soldati a Barranca Tecuani, nel Municipio di Ayutla de los Libres, Stato di Guerrero.

Fonte

venerdì 27 novembre 2009

100 DONNE STUPRATE

CONTINUA LA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN GUINEA

E’ un orrore senza fine quello che viene alla luce in Guinea. Almeno 100 donne sono state ripetutamente violentate durante la protesta popolare dello scorso 29 settembre, contro la giunta militare a Conakry, capitale dello stato.

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A rendere noto questo orrore Thierno Maadjou Sow, presidente dell’Organizzazione per i diritti umani, che collabora alle indagini con l’Onu.

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Maestre, imprenditrici, studentesse, giornaliste e persino bambine delle scuole inferiori hanno subito violenza. Ci prove che almeno 20 tra le vittime sono state prelevate con la forza, portate in un luogo isolato vicino la città, quindi drogate e violentate per un’intera giornata.
Le vittime che nei giorni scorsi avevano iniziato a parlare, ora temono ritorsioni e sulla vicenda sta cadendo il silenzio.

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Le violenze della giunta militare a Conakry ricordiamo che hanno provocato oltre 160 morti. Le Nazioni Unite hanno immediatamente aperto un’inchiesta sulle vicende. La stampa francese è stata la prima ad occuparsi degli stupri di massa.

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Non so come si possa fare, non so come sia possibile struprare un altro essere umano e poi tornare a casa come se niente fosse. Come si fa a guardare la propria moglie, sorella o figlia negli occhi, dopo aver violentato una donna? Non so come si fa chiudere gli occhi di fronte a certi orrori e non capisco perché in Italia sui grandi media non si è parlato di questa tragedia immane.

Gianni Leone

MESSICO:FEMMINICIDIO, UNA GUERRA NASCOSTA (I)

Macdonna, Bansky

Al si sopra di ogni sospetto - parte I

"Non c’è niente di potenzialmente più sporco di una guerra nascosta” Susan Sontag

Clara Ferri

In Messico è risaputa l’indifferenza e addirittura la connivenza delle forze dell’ordine in molti casi di violenza sulle donne e di femminicidio. Ciudad Juárez ne è un fulgido esempio. Ma, situazione ancor più preoccupante e indignante, negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di violenza sessuale delle stesse forze dell’ordine sulle donne, la maggior parte dei quali è rimasta impune.

Questo fenomeno rappresenta un grave campanello d’allarme, perché da un lato manda un segnale inequivocabile alla società sulla scarsa rilevanza da attribuire alla violenza sulle donne e al femminicidio (sua massima degenerazione) e dall’altro costituisce un’ulteriore arma di controllo politico e sociale. Uno Stato in cui la violenza sulle donne non solo non viene punita, ma addirittura è praticata e utilizzata dalle forze dell’ordine per “ristabilire” l’ordine costituito non può che dirsi autoritario e incapace di farsi garante di qualsivoglia diritto umano.

VIOLENZA SU MANIFESTANTI E ATTIVISTE SOCIALI
Atenco
Nel maggio 2006, durante una manifestazione a San Salvador Atenco (Stato del Messico) del Frente de los Pueblos en Defensa de la Tierra - noto per la resistenza e la trionfale vittoria sul progetto di trasferimento dell’aeroporto della capitale presentato nel 2005 dall’allora presidente Vicente Fox – sono state brutalmente percosse ed arrestate 106 persone, di cui 47 donne (tra le quali una studentessa cilena, due spagnole e una tedesca).
Durante il trasferimento, insolitamente prolungato dalle 2 ore normali a ben 6 ore, trenta di loro sono state oggetto di atti di libidine violenta e stupri da parte dei poliziotti dello Stato del Messico e membri della Policia Federal Preventiva (PFP).

Gabriela Téllez Venegas, diciottenne e abitante di Texcoco, racconta: «uscivo dal lavoro e camminavo per la via Manuel González, quando ho visto un camion su cui erano stati caricati donne e uomini e mi sono fermata a guardarli. Dei poliziotti mi hanno visto e uno di loro mi ha chiesto: “che cos’hai da guardarmi?”. E un altro ha aggiunto: “carica anche lei, ‘sta cretina”. Mi hanno iniziato a picchiare e a chiedere indirizzo, età e nome. Mi hanno riempita di calci e manganellate, mi hanno introdotto le dita in bocca e nella vagina. Mi hanno obbligata a praticare loro il sesso orale. Uno di loro mi ha toccato il seno, dicendo: “guarda che tette, si vede che sta allattando”».

Valentina Palma, una studentessa cilena di cinema che stava filmando la manifestazione, afferma: «Sul cellulare tutti i poliziotti mi hanno messo le mani e le dita dappertutto. Quando siamo arrivati, avevo i pantaloni alle caviglie».
Un’altra manifestante spiega: «Nel cellulare ci dicevano che saremmo morte lì. Varie donne imploravano, “Non continuare a toccarmi, per favore, smettila”. E loro rispondevano: “Apri le gambe, brutta zoccola”»1.

Ci si domanderà il perché di una simile operazione. La risposta è semplice: si trattava di dare una lezione a un settore radicale della popolazione che -per una volta- aveva avuto la meglio sulle scelte neoliberiste del governo Fox e di prendersi la rivincita per la battaglia appena perduta, doveva essere un monito per evitare che si ripetessero analoghi casi di insubordinazione. E per farlo, l’apparato statale non ha esitato a impiegare metodi barbarici e brutali quali la tortura, la violenza sessuale, psicologica e fisica.

Secondo il giornalista Carlos Fazio, «l’obiettivo è da un lato abbassare le difese delle vittime, affondarle nella totale impotenza, piegarle soprattutto se sono militanti politiche […] e dall’altro è rivolto alla maggioranza della popolazione. Questo tipo di politica vuole seminare il terrore, una paura paralizzante nel resto della popolazione. Il messaggio è: non ti azzardare a protestare, altrimenti ti può succedere quello che è successo alle prigioniere politiche di Atenco»2.

Nonostante le denunce delle vittime, supportate da varie ONG, le raccomandazioni della Comisión Nacional de los Derechos Humanos (CNDH), della Comisión Interamericana de los Derechos Humanos (CIDH), della Comisión Civil Internacional de Observación de los Derechos Humanos (CCIODH), di Human Rights Watch, di Amnesty International, nonché le sentenze del Tribunal Federal Superior de Justicia, nessun poliziotto è stato ancora condannato. Anzi, il governatore dello Stato del Messico, Enrique Peña Nieto, autore esecutivo, si continua a dichiarare «orgoglioso» dell’operazione condotta e afferma che «agirebbe nello stesso modo se fosse nuovamente necessario ristabilire l’ordine e la pace sociale»3.

Oaxaca, Oax.
Il 25 novembre 2006 a Oaxaca, capitale dello stato meridionale omonimo, durante una manifestazione della Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (APPO) di ripudio al governo autoritario di Ulises Ruiz, sono arrestati 137 manifestanti e, come nel caso di Atenco, nel tragitto dal luogo dell’arresto al carcere 15 uomini e 34 donne subiscono ripetute violenze e abusi sessuali da parte di elementi della polizia statale, come testimonia Yésica Sánchez della Liga Mexicana de Defensa de los Derechos Humanos (LIMEDDH), Sezione di Oaxaca4. A tutt’oggi nessun poliziotto è stato condannato per i fatti.

VIOLENZA SU CIVILI
Castaños, Coah.
L’11 luglio 2006 un gruppo di circa 20 soldati del XIV Reggimento Motorizzato di Cavalleria, assegnati ad un seggio locale per le elezioni presidenziali, è entrato nei locali “El Pérsico” e “La Playa” della zona di tolleranza di Castaños, nello stato settentrionale di Coahuila, ed ha violentato brutalmente 14 ballerine e prostitute che vi lavoravano, sotto gli sguardi sbigottiti di clienti (che verranno picchiati e derubati) e poliziotti privati (percossi e denudati).

La ragione di cotanta violenza è la vendetta: pochi minuti prima dello stupro collettivo, il soldato José Agustín Álvarez Flores era stato allontanato dai locali per l’atteggiamento rissoso ed è tornato poco dopo con i suoi compagni. Le vittime hanno riportato gravi lesioni fisiche e psicologiche. Una di loro è persino rimasta incinta.

Narra una delle vittime, Mimí, «Hanno detto che erano soldati, che erano superiori a chiunque, che avevano il diritto di fare quello che volevano. Inoltre, noi eravamo solo delle puttane e perciò eravamo lì per soddisfarli in tutto. Ha iniziato uno di loro. Mi ha presa con la forza, mi ha picchiata e mi ha fatto molto male. Si è comportato come un pazzo, come un vero e proprio vigliacco.

Io sono abituata a trattare con ogni tipo di uomini, molti di loro sono villani, ma questo era molto diverso. I soldati godevano del nostro dolore, era come un gioco perverso in cui tutti volevano vincere […] Non hanno avuto pietà. Era come se fossero indemoniati, come se un odio irrazionale provocasse in loro una condotta iraconda e depravata […]

Mi hanno denudata e fatta ballare mentre osservavano e ridevano. Mi puntavano sempre le loro armi addosso. Mi hanno urlato un’infinità di parolacce, mi hanno umiliata, mi hanno fatta sentire peggio di un rifiuto […]

Dopo avermi violentata, questi tre degenerati mi hanno messo vicino alle altre. Ci hanno disposte nude davanti a una parete ed hanno simulato una fucilazione. Ho ben scolpita nella memoria la voce di uno di loro che dava gli ordini. Mi sono sentita morire. È la cosa peggiore che mi sia mai successa. Proprio quando aspettavo il tiro di grazia, ho chiuso gli occhi e ho pregato.

Pensavo a tutto ciò che era stata fino ad allora la mia vita. E in quel momento ho udito le risate beffarde. Ho aperto gli occhi e loro hanno detto: “Bang!”. Non dimenticherò mai quel momento, ho ancora gli incubi di notte. Ho paura e sento sempre che qualcuno mi segue. È orribile, un momento può rovinarti la vita per sempre».5

Il Ministero della Difesa (Sedena) accetta di consegnare i presunti responsabili alla giustizia civile, solo dopo averli fatti condannare da una corte marziale, ma nei fatti poi insabbia molti nomi: solo otto militari -un ufficiale e sette soldati- vengono arrestati, mentre altri due presunti responsabili entrano in latitanza e i restanti elementi non verranno mai identificati.

L’avvocato delle vittime, Sandra de Luna, viene minacciata da parenti degli imputati e le vittime ricevono ripetute minacce di morte e cospicue offerte di denaro a cambio del ritiro della denuncia. Tuttavia, solo due delle vittime cedono ai ricatti.

È il primo caso nella storia recente del Messico in cui dei militari vengono giudicati presso un tribunale civile per violenza sessuale. Ma il risultato è a dir poco demoralizzante: il 1º ottobre 2007 il giudice Hiradier Huerta emette la sentenza che condanna solo quattro militari a una pena che va dai 21 ai 41 anni di carcere, ma uno di loro, Ángel Antonio Hernández Niño, (condannato a 3 anni e 9 mesi) potrebbe uscire semplicemente su cauzione.

Gli altri quattro sono scagionati per mancanza di prove, perché una delle vittime si è rifiutata a identificarli. Secondo il vescovo di Saltillo, Raúl Vera, la sentenza «mantiene la porta aperta affinché membri dell’esercito messicano continuino a perpetrare violenze del genere»6, «è un messaggio alla nazione che le truppe messicane hanno carta bianca per fare quello che vogliono»7.

E aggiunge, «non sono altro che “segnali di una dittatura militare”»8. Anche il presidente della CNDH, José Luis Soberanes, ha definito come “tiepida” la sentenza in questione. Il Consiglio di Guerra, tribunale militare, ha condannato sei degli otto imputati a una pena che va dai 18 ai 24 mesi di prigione, da scontare dopo aver scontato la pena civile, per delitto di “abbandono delle funzioni di servizio”.

1 Del video Rompiendo el cerco, del Canal seisdejulio, mayo de 2006.

2 Ibid.

3 http://www.jornada.unam.mx/ 2008/05/15/index.php?section=politica&article=018n2pol

4 http://www.jornada.unam.mx/ 2006/12/10/index.php?section=politica&article=014n1pol

5 Del discurso, “Prisionera de la vita”, que la víctima presentó en el marco del encuentro “Mujeres en Resistencia” que tuvo lugar en Oaxaca, Oax. del 26 al 28 de abril de 2007.

6 http://www.proceso.com.mx/ noticia.html?sec=1&nta=54251.

7 http://www.proceso.com.mx/ noticias_articulo.php?articulo=54822

8 Ibid.

9 http://www.proceso.com.mx/ noticias_articulo.php?articulo=51606

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giovedì 26 novembre 2009

LA STORIA DELLE COSE

Il reale scopo della pubblicità è farci sentire infelici per ciò che abbiamo, quindi continuamente veniamo bombardati da messaggi in cui ci dicono che i nostri capelli non vanno bene, le nostre auto non vanno bene, noi non andiamo bene, ma tutto ciò può andare a posto se andiamo a fare un po’ di shopping. Ma cosa compriamo realmente? da dove arriva e dove finisce la merce che compriamo? come possiamo comprare a prezzi così bassi? Con lo sfruttamento di persone e risorse del pianeta.
In più tutto questo sistema non ci rende per niente felici. Siamo impegnati a lavorare e trovare appagamento in cose per noi superflue, effimere, invece di passare tempo con la famiglia, gli amici, noi stessi, facendo quello che ci rende realmente felici. Siamo pedine inconsapevoli, apatiche, incoscenti dei potenti, governo e prima di tutto multinazionali.

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mercoledì 25 novembre 2009

PESTICIDI NEL VOSTRO STOMACO

I portavoce della grande proprietà e delle imprese transnazionali sono pagati molto bene per sostenere, parlare e scrivere tutti i giorni che in Brasile non ci sono più problemi agrari. Alla fine, la grande proprietà è diventata molto più produttiva. Quindi il latifondo non è più un problema per la società brasiliana. Sarà vero?
Nonostante questo, voglio affrontare il tema dell'ingiustizia sociale, della concentrazione della proprietà della terra che fa sì che il solo 2% dei proprietari, ossia 50.000 latifondisti, siano padroni della metà di tutte le nostre terre, mentre abbiamo 4 milioni di famiglie senza diritto alla terra.
Parlerò delle conseguenze, per voi che abitate in città, del modello agricolo dell'agrobusiness. L'agrobusiness è la produzione su larga scala, con monoculture, con l'uso di pesticidi e macchinari. Usano veleni per eliminare altre piante e non assumere manodopera. In questo modo distruggono la biodiversità, alterano il clima e espellono sempre più famiglie di lavoratori rurali dalle loro terre.
Al momento dell'ultimo raccolto, le imprese transnazionali, e sono poche (Basf, Bayer, Monsanto, DuPont. Sygenta, Bunge, Shell chimica...), hanno festeggiato perché il Brasile è diventato il maggior consumatore mondiale di veleni agricoli. Sono stati utilizzati 173 milioni di tonnellate. Una media di 3700 chili per ogni brasiliano. Questi veleni sono di origine chimica e restano nell'ambiente. Inquinano il suolo. Contaminano le acque. E, soprattutto, si accumulano negli alimenti. Le coltivazioni che più utilizzano i veleni sono: la canna da zucchero, la soia, il riso, il mais, il tabacco, il pomodoro, la patata, l'uva, le ciliegie e gli ortaggi. Tutto questo lascerà residui nei vostri stomaci. Nel vostro organismo le cellulesi ammalano e, un giorno, potranno trasformarsi in cancro.

Domandate agli scienziati del nostro Istituto Nazionale del Cancro, centro di riferimento della ricerca nazionale, qual è la principale origine del cancro, dopo il tabacco?
La Anvisa (Agenzia Nazionale di Vigilanza Sanitaria) ha denunciato che esistono nel mercato più di venti prodotti agricoli non raccomandabili per la salute umana. Tuttavia, nessuno inserisce informazioni sulle etichette degli alimenti, né li ritira dagli scaffali. In passato era permesso che la soia e l'olio di soia avessero solo 0,2 mg/kg di residui del veleno glifosato per non causare problemi di salute.

Improvvisamente, la Anvisa ha autorizzato che i prodotti derivati dalla soia potessero contenere fino a 10,0 mg/kg di glifosato: 50 volte di più. Questo è avvenuto certamente per
pressione della Monsanto, poiché il residuo di glisofato è aumentato nella soia transgenica di sua proprietà.
La stessa cosa sta succedendo ora con i derivati del mais. Dopo che è stata approvata la coltivazione di mais transgenico, il che ha aumentato l'uso di veleni, vogliono ampliare la possibilità di residui da 0,1 mg/kg (attualmente permesso), a 1,0 mg/kg. Esistono molti altri esempi delle conseguenze dei pesticidi. Il dottor Vanderley Pignati, ricercatore della UFMT (Universidade Federal do Mato Grosso), ha rivelato nelle sue ricerche che nei comuni dove c'è grande produzione di soia, in seguito a un uso intensivo dei pesticidi, gli indici di aborti e malformazioni di feti sono un quarto di più della media dello Stato.

Dossier LegaAmbiente: Pesticidi nel piatto

Noi abbiamo sostenuto che è necessario valorizzare l'agricoltura familiare contadina, che è l'unica che può produrre senza veleni e in modo diversificato. L'agrobusiness, per ottenere vantaggi di scala e grandi guadagni, riesce a produrre solo con veleni e espellendo i lavoratori verso le città.
E voi pagate il conto con l'aumento dell'esodo rurale, delle favelas e con l'aumento dell'incidenza del veleno nei vostri alimenti.
Per questo, sostenere l'agricoltura familiare e la riforma agraria, che è una forma di produrre alimenti sani, è una questione nazionale, di tutta la società. Non è più un problema dei senza terra. E è per questo che sempre più il MST e Via Campesina
si mobilitano contro l'agrobusiness e contro le imprese transnazionali; è per questo che i loro mezzi di comunicazione e i loro deputati e senatori ci attaccano tanto. Perché sono in conflitto due
modelli di produzione. E' in discussione a quali interessi la produzione agricola deve rispondere: solo il profitto o la salute e il benessere della popolazione?
I ricchi sanno di cosa stiamo parlando e consumano solo prodotti biologici.
E voi dovete decidere. Da che parte state?

João Pedro Stedile

* Membro da coordenação nacional do MST e da Via campesina Brasil

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martedì 24 novembre 2009

LE 10 DOMANDE A BERLUSCONI DE LA PADANIA DEL 19/8/98

A proposito di ......


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Ricordi storici



Primo quesito: lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua società – l’Edilnord Sas – acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove di lì a breve lei costruirà il quartiere di Milano2. Lei pagò l’area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, è di enorme portata.
Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l’acquisto – intendo dire nei mesi successivi – lei aprì un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arriverà a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni porterà all’edificazione di Milano2 così come è oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l’area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offrì e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo fornì? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si è autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall’avvocato di Lugano Renzo Rezzonico “sue finanziatrici”, così come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt’altro che raccomandabili. Sì, perché – mi creda signor Berlusconi – nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, poi rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale.
Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si trattò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto.

Secondo quesito: il 22 maggio 1974 – certamente lo ricorda, signor Berlusconi – la sua società “Edilnord Centri Residenziali Sas” compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni (4,8 miliardi di oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove e da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.

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Terzo quesito: il 2 febbraio 1973 lei fondò un’altra società, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa diventò una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei farà in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.

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Quarto quesito: lei non può essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord cedette alla neo-costituita “Milano2 Spa” tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato “Milano2″ più alcune aree ancora da edificare di quell’immenso terreno che lei comperò nel ‘68 per l’equivalente di più di 32 miliardi in contanti.
Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto:
lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome
della società acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa iniziò a chiamarsi così proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa – come lei senza dubbio rammenta – viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, “forte” di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell’epoca un «mio semplice segretario personale». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale. Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.


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Quinto quesito: signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalle seconda: l’8 giugno 1978 lei fondò a Roma la “Finanziaria d’Investimento Srl” – in sigla Fininvest – dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). Il 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d’oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passò dall’avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi.
Fra l’altro, come lei certamente ricorda, la società in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata “fusa” con un’altra sua società dall’identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa società fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc’anzi alla base dell’edificazione del suo impero, e in realtà di milanese aveva ben poco, come lei ben sa. Infatti la Fininvest Spa venne anch’essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l’11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che pensò, decise e attuò proprio lei, signor Berlusconi.Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verrà ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell’epoca, equivalenti a più di 166 miliardi di oggi, fonte Istat).
Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli fornì?
Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offrì loro. Lo stesso dicasi per l’aumento, di poco successivo, a 52 miliardi.
Naturalmente le chiedo anche notizie sull’origine dei fondi, altri 2 miliardi, della “gemella” Fininvest Spa di Milano che lei fondò nel 1975, anno pessimo per ciò che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell’economia del Paese.


Sesto quesito: lei, signor Berlusconi, almeno una volta in passato tentò di chiarire il motivo dell’esistenza delle 22 (ma c’è chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di “Berlusconi, gli affari del Presidente” siano molte di più, addirittura 38) “Holding Italiane” che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l’elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell’aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Così pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l’inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene – sono sue parole – l’intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l’unico scopo per il quale l’inventò consisteva – e consiste tutt’oggi – nell’aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest è suddiviso così.
È una motivazione, però, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata – ad esempio – con l’assetto patrimoniale di un altro big dell’imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima società in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat. In sostanza lei, signor Berlusconi, più volte ha ribadito che “dietro” le 22 Holding c’è soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avrò mai più motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spiegherà con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente. Questa: c’è un indirizzo – a Milano – che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant’Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una società fiduciaria – ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui – denominata Par.Ma.Fid.A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini.
Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par. Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, più il 49% della Holding Italiana Prima, la quale – in un perfetto gioco di scatole cinesi – a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima.
Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestirà questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società tale immensa fortuna.
Infatti lei – che è un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonché informatissimo staff di legali civilisti e penalisti – non può non sapere che la Par.Ma.Fid. è la medesima società fiduciaria che ha gestito – esattamente nello stesso periodo – tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta e altri boss – di area corleonese e non – operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona. Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso?
Chi erano – mi passi il termine – i suoi “soci”, signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant’Orsola civico 3? Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto – o i volti – di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all’altro “giro” di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.

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Settimo quesito: è universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è ”nato col mattone” per poi approdare alla televisione. Proprio sull’edificazione del network tivù è incentrato questo punto.
Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze tivù. Lo scopo – del tutto evidente – fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicità, che così sarebbe stata ”nazionale” e non più locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell’acquisto di emittenti al Nord, iniziò dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedrà nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto
qual è, non può non avere preso informazioni all’epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivù. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonché suo partner, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al “pentito Buscetta” del 1984, ma al super boss che nel ‘79 è ancora braccio destro di Pippo Calò e amico intimo di Stefano Bontate, il capo dei capi della mafia siciliana.
Quindi, signor Berlusconi, perché entrò in affari – tramite Adriano Galliani – con gente di questa risma? C’è da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serietà. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto – nativa di Misilmeri, appunto – fondò nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini. Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, con ogni probabilità sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano – con i Rasini – i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali – e di chi – Giuseppe Azzaretto riuscì ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri è tutt’oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, però che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informò sulla “serietà” e la “moralità” dei nuovi soci – il clan Inzaranto – quando tra il 1979 e l’80 diverranno parte fondamentale della sua rete tivù nazionale?

Ottavo quesito: certo a lei, signor Berlusconi, il nome della società Immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto. È impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri, perché proprio sui terreni di questa società lei darà corso all’iniziativa edilizia denominata Milano3. Così pure ricorderà che nel 1976 l’esiguo capitale di 12 milioni aumenterà a 500, e che il 12 maggio del 1977 salirà ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambierà anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le fornì, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquistò?

Nono quesito: lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l’Immobiliare Idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d’oggi, fonte Istat) che fecero la differenza?

Decimo quesito: signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere – l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla
Par.Ma. Fid., lei ha scelto una società fiduciaria – questa volta domiciliata in Svizzera – al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi, mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che è stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre “esportava” forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Così pure non le sarà sfuggito che Lottusi venne condannato a 20 anni di reclusione per quei reati. Tuttora è in carcere a scontare la pena.
Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster finì in galera il 15 novembre del ‘91, nella primavera del 1992 – cioè pochi mesi dopo quel fatto che campeggiò con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali – il suo Milan “pagò” una forte somma “in nero” – estero su estero – per la cessione di Gianluigi Lentini, e usò per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perché, signor Berlusconi?
Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di “pentiti” veri o presunti non c’è traccia negli 11 quesiti. Semmai c’è il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiché c’è chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità.
Punto per punto, nome per nome. È un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.

Consultando archive.org., sono riuscito a trovare le copie originali di vari articoli oggi così importanti per capire l’onestà e la coerenza di chi ci governa.
Rileggerli fa una certa impressione perchè ad accusare il premier non sono i soliti Travaglio, Grillo, Martinelli, o Ricca bensì la testata del partito di alcuni dei suoi stessi ministri, dell’alleato attualmente più prezioso nella coalizione di governo, quello determinante alle ultime elezioni.


Eccovi i link di questi incredibili articoli. Fare un riassuntino per ciascuno mi è sembrato inutile poichè i titoli parlano da soli:

La Fininvest è nata da Cosa Nostra – Matteo Mauri – 27 Ottobre 1998

Parla meneghino ma è di Palermo – 22 Luglio 1998

Silvio riciclava i Soldi della Mafia – 7 Luglio 1998

C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile – Davide Caparini – 25 Novembre 1999

Imprenditore o politico è il momento della scelta – Chiara Garofano – 8 Novembre 1998

Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica – 5 Maggio 1998

Un biscione di miliardi in Svizzera – Emilio Parodi – 3 Novembre 1998

Le sedici cassaforti occulte – Max Parisi – 29 Settembre 1998

Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca – 2 Luglio 1998

Così il biscione di mise la coppola – 10 Luglio 1998

Le gesta di Lucky Berlusca – Max Parisi – 30 Agosto 1998

[aggiornato il 6 Luglio] Berlusconi Mafioso? 11 domande al cavaliere per negarlo. – Max Parisi – 8 Luglio 1998

Fonte

Vedi anche: http://www.berluscastop.it/pcampoli/PADANIA.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Banca_Rasini


Gli accusatori di ieri sono i cortigiani e i lanzìchenecchi di oggi.

I leghisti antipotere di ieri sono saliti sul carrozzone di “Roma Ladrona” e pare proprio che si trovino a loro agio.

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