I Cavalieri dell'Apocalisse sono quattro figure mitiche nominate nell'Apocalisse di Giovanni 6,1-8 e successivamente presenti nella cultura medievale. Sono quattro cavalieri, ognuno legato a una disgrazia, che cavalcherebbero sulla terra il giorno dell'Apocalisse, segnando la fine del mondo. I loro nomi sono: "Guerra, Pestilenza, Morte e Carestia". I quattro cavalieri non sarebbero portatori di libertà nella terra di Israele ma porterebbero rovina e distruzione in tutto il mondo dando inizio alla Fine del mondo. Nell'Apocalisse i quattro cavalieri vengono rappresentati come mali intangibili e inevitabili che l'umanità si porterà avanti fino allo sfociare della totale perdizione del genere umano.
Il cavallo bianco. Il primo dei quattro cavalli, porta con se un arciere a cavallo, quindi abile nell'uso delle armi, simbolo di supremazia bellica, secondo alcuni teologi, potrebbe rappresentare l'uso delle abilità fisiche, basandosi sul mondo moderno, gli imperi schiavistici del Terzo mondo.
Il cavallo rosso. Il cavaliere dal cavallo rosso possiede una spada affilata e potrebbe rappresentare l'Ira di Dio che si abbatte sulla Terra, difatti gli viene concesso il potere di uccidere e di infondere il desiderio agli uomini di sgozzarsi a vicenda.
Il cavallo nero. Il terzo cavallo sembra non fare uso di armi, poiché è portatore di una bilancia, quindi il cavaliere potrebbe portare un segnale di equilibrio, ma anche di carestia, con cui si potrebbero pesare i viveri rimasti.
Il cavallo verde. L'ultimo cavallo porta alle proprie spalle La Morte, rappresentata come uno scheletro che cavalca appunto un destriero scheletrico; nella Bibbia è scritto che ha il colore dei cadaveri in putrefazione (verde) ed è il simbolo propriamente della pestilenza.
I quattro cavalieri dell'Apocalisse La xilografia fa parte dell'Apocalypsis cum figuris pubblicata, a proprie spese, da Dürer nel 1498
I 4 cavalieri dell’apocalisse hanno continuato a mietere, anche quest’anno gran messe di vittime in giro per il mondo,
Non mi interessa affrontare il problema in termini monetari, ma in termini di sfruttamento e razzismo.
Nella Repubblica Dominicana la capanna dello Zio Tom non è mai scomparsa. Nei pressi delle spiagge per turisti di lusso, nascosti dietro una cortina impenetrabile di canne da zucchero, baraccamenti di legno, malsani, senza acqua né elettricità, danno ricovero a intere famiglie venute da Haiti.
THE PRICE OF SUGAR di Bill Haney
Haitian exploitation in the Dominican Republic
Struggling with racism in the Dominican Republic
Race and Racism in Latin America: The Caribbean
Il fenomeno della migrazione da Haiti alla Repubblica Dominicana ha avuto inizio intorno alla fine del XIX secolo, con lo sviluppo della coltivazione della canna da zucchero. Solamente nel 1952 però, sono stati stipulati i primi accordi bilaterali fra i due stati per garantire il flusso dei lavoratori stagionali. Le prime grandi migrazioni sono cominciate nel 1920 ed erano destinate principalmente alle coltivazioni di zucchero. Il primo censimento del 1920 indicava che gli haitiani erano circa il 59% dei lavoratori stranieri e circa il 3% della popolazione totale. Da questa data il numero dei lavoratori haitiani è stato in costante aumento. Nel 1937, le presenze di haitiani avevano raggiunto i 200.000 e, in quegli anni, si è avuta la prima grande deportazione di massa degli haitiani guidato dall’esercito dominicano che provocò numerosissime morti.
I grandi proprietari terrieri e le industrie di raffinerie di zucchero avevano però bisogno di mano d’opera a basso costo e nel 1941 il governo dominicano firmò un trattato commerciale con il governo di Haiti per facilitare e regolamentare il flusso dei lavoratori haitiani. Non esistono cifre sicure sul numero di haitiani e dominico-haitiani che vivono attualmente nella Repubblica Domenicana: gli unici dati di cui si dispone sono quelli della Commissione Interamericana che, citando fonti delle autorità di immigrazione domenicane, indica tra i 500.000 e i 700.000 le persone di origine haitiana. Si tratta però di dati risalenti al 1999 e, secondo le stesse autorità militari dominicani, molto approssimative. Alcune fonti parlano di quasi 1.300.000 haitiani di cui circa il 50% lavora nel settore agricolo. Molto alta la presenza di haitiani anche nelle zone turistiche, dove la maggior parte dei manufatti viene prodotta e venduta da haitiani. Gli immigrati haitiani non hanno nessuna protezione legale: nessun articolo del codice del lavoro, o nessuna altra disposizione di legge prevede alcun tipo di tutela nei loro confronti.
L’immigrazione clandestina è di tre tipi: • haitiani che attraversano la frontiera illegalmente, • haitiani che, entrati con regolare permesso di lavoro, non hanno potuto rinnovarlo alla scadenza • bambini nati sul territorio della Repubblica Dominicana da genitori irregolari. Si stima che attualmente il 90% degli haitiani che vive sul territorio della Repubblica Dominicana sia illegale. Il pregiudizio razziale è profondamente radicato nella Repubblica Domenicana. Con l’indipendenza, i nazionalisti hanno cominciato a stabilire una identità domenicana, che si identifica principalmente nella percezione dell’immigrazione haitiana come minaccia. I domenicani nazionalisti si sono auto-definiti “spagnoli” e hanno qualificato gli haitiani “negri”, una distinzione basata su un pregiudizio che ignora la diversità razziale del proprio paese e tenta di enfatizzare la loro distanza razziale e culturale con Haiti. Gli immigrati haitiani sono da sempre impiegati nelle piantagioni di canna da zucchero. Negli anni le condizioni di vita dei braccianti hanno dato origine a numerose denuncie. La stessa comunità internazionale ha più volte manifestato viva preoccupazione per le condizioni di vita degli immigrati, denunciando la presenza della polizia nel reclutamento dei braccianti e l’applicazione di pratiche abusive e del lavoro forzato da parte del CEA. (Consejo Estatal de Azúcar creata dal governo della repubblica Dominicana con lo scopo di gestire la contrattazione di mano d’opera haitiana). Il trattamento a cui sono sottoposti i braccianti è spesso brutale: dallo sfruttamento sfrenato all’espulsioni di massa, alla mancanza assoluta di qualsiasi diritto fino all’assassinio. Oggi i lavoratori haitiani sono impegnati anche in altre coltivazioni, come caffè, banane, riso e cacao. Oltre all’area agricola gli haitiani sono entrati nel settore urbano, soprattutto nella costruzione e nel servizio domestico. La partecipazione degli haitiani in questa attività è aumentata negli ultimi anni.
Nelle piantagioni di canna gli immigrati haitiani cominciano a lavorare alle 6 del mattino e finiscono a sera verso le 18 o anche le 20. I salari sono molto bassi – il salario medio è di 70-80 pesos al giorno, poco meno di 3 dollari – e spesso inadeguati rispetto alla quantità del materiale accumulato, ma il tagliatore non ha voce in capitolo, è l’azienda a stabilirlo. I lavoratori vivono nei cosiddetti «bateys», specie di minuscoli villaggi con catapecchie di legno ai margini della piantagione, senza luce né acqua corrente e quasi tutte senza finestre. Spesso vengono impiegati anche i bambini e sono numerose le organizzazioni che denunciano il regime di lavoro forzato cui sono sottoposti i bambini. Alle denuncie di questi abusi, il governo dominicano risponde con il rimpatrio forzato. I rimpatri di massa sono diventati prassi costante di ogni governo dominicano. Nel maggio del 2005 sono stati effettuati più di 2.000 rimpatri in 3 giorni: la causa scatenante è stato l’ennesimo fatto di sangue imputato ad un haitiano. La direzione generale per l’immigrazione, con l’aiuto logistico e repressivo dell’esercito, ha iniziato un’operazione militare indiscriminata che ha visto come vittime vecchi, donne e bambini, insieme a lavoratori clandestini e non. I militari si introducevano nelle case degli immigrati e dei dominicani di origine haitiana di notte abbattendo le porte con i fucili: venivano svegliati e caricati a forza nei camion, senza dare loro il tempo di raccogliere le proprie cose, a volte scalzi e senza prestare attenzione a chi presentava i documenti legali che gli davano il diritto di rimanere in territorio dominicano. In quei tre giorni è stata violata una serie infinita di normative internazionali in tema di rimpatrio e di tutela dei diritti umani del migrante, oltre ad uno specifico accordo siglato nel 1999 tra i due stati dell’isola per regolamentare le espulsioni degli “irregolari”. L’ultima grande espulsione di massa era avvenuta nel 1999. Il Servizio gesuita per i rifugiati e i migranti (SJRM) denuncia una doppia morale da parte delle autorità dominicane: da una parte, favorisce l’entrata della manodopera haitiana illegale e a basso costo, risorsa vitale per un’economia che si basa sull’esportazione dei prodotti agricoli, il cui prezzo internazionale è altamente sensibile; dall’altra, espelle in massa gli haitiani per motivi razziali. Nel luglio 2005 sono state effettuate altre 300 espulsioni di haitiani: molti erano donne e bambini che stavano elemosinando per le strade. Una condanna per l’operato della CEA e per il trattamento riservato ai lavoratori haitiani è venuto anche da ILO (International Labour Organization) che, già in una nota del 1983 definì la loro condizione di semi schiavitù e denunciava che il loro reclutamento, effettuato da militari dominicani o da corpi paramilitari, avviene con l’inganno e, a volte, anche ricorrendo alla violenza fisica. Anche il periodico Usa New York Times ha accusato apertamente le autorità dominicane di maltrattare gli immigranti haitiani, affermando che i difensori dei diritti umani hanno visto nella Repubblica Dominicana un sistematico abuso persino contro i dominicani di discendenza haitiana.
La situazione economica e politica esistente a Haiti ha come causa immediata l’aumento del flusso migratorio verso la vicina Repubblica Dominicana. Periodi di intensi rivolgimenti politici in Haiti hanno prodotto ondate migratorie nella vicina repubblica. Secondo il National Coalition for Haitian Rights (NCHR, circa 25.000-30.000 haitiani hanno attraversato il confine nel periodo immediatamente successivo al colpo di stato anti Aristide del 1991. GGli Haitiani e i Dominico-haitiani sono una minoranza abbastanza numerosa: si stima che attualmente siano 280.000 i cittadini dominicani nati da genitori haitiani e la maggior parte di essi, secondo IACHR,vive in uno stato di permanente illegalità. L’assenza di documenti porta a ridurre l’accesso all’educazione, al servizio sanitario, ai diritti civili e espone al rischio di essere rimpatriati senza alcun motivo, vittime a volte di repressioni brutali, senza alcuna possibilità di ricorrere contro l’espulsione. La politica del governo dominicano è quello di riconoscere l’utilità dei lavoratori haitiani, ma di considerare la loro permanenza non stabile ed i loro discendenti nati nella repubblica Dominicana come “indesiderabili”. Per decenni le immigrazioni, sia legali che illegali, sono state incoraggiate dal governo che vedeva in questo fenomeno la possibilità di ottenere mano d’opera a basso costo da impiegare nelle piantagioni di zucchero o in altre coltivazioni.
Oggi la situazione economica dominicana si è completamente modificata, grazie alla crisi del settore della coltivazione e, in special modo, all’aumento vertiginoso del settore del turismo. Questi cambiamenti hanno radicalmente modificato l’atteggiamento del governo che,cavalcando la spinta razzista da sempre esistente nei confronti di Haiti, cerca di limitare il fenomeno ricorrendo a mezzi a volte anche brutali. La Costituzione Dominicana riconosce lo jus soli: l’articolo 11 recita “Sono dominicani: tutte le persone che sono nate sul suolo della Repubblica con eccezione dei figli legittimi degli stranieri residenti nel paese in rappresentazione diplomatica o in transito.” Le autorità dominicane rifiutano, però, di riconoscere la cittadinanza ai bambini figli di immigrati irregolari anche se nati sul proprio territorio, considerandoli “in transito”.Così una norma che, secondo le intenzioni del legislatore, era stata creata per i diplomatici o le persone in transito, viene adoperata come elemento di discriminazione e di esclusione sociale: i cittadini haitiani che vivono da anni sul territorio domenicano, vengono considerati “in transito”.
Ad una prima lettura la norma della Costituzione non sembrerebbe dare adito a dubbi interpretativi. La definizione di persona in transito includerebbe solamente le persone di passaggio sul territorio dominicano e dirette altrove: in base alla stessa legislazione dominicana la definizione di transito cessa dopo 10 giorni di permanenza sul territorio. L’interpretazione corrente, però, considera gli immigrati haitiani illegali come “persone in transito”. Il capo dell’esercito ha posto molta enfasi sull’illegalità degli immigrati haitiani e quindi considerati persone in transito, per giustificare il mancato rilascio degli atti di nascita ai loro figli: “una persona ilegal no puede producir una persona legal” (Manuel E. Polanco, Jefe del Estado Mayor del Ejército dominicano). Al momento della nascita, ai bambini viene negato l’atto di nascita e quindi l’iscrizione ai Registri Civili. È possibile iscriversi ai registri successivamente alla nascita,ma si tratta di una serie di azioni complesse e costose per gli immigrati che, spesso, sono in condizioni economiche critiche. Inoltre, l’iscrizione all’anagrafe dopo 90 giorni dal parto richiede la presentazione di maggiore documentazione e spesso viene ostacolata dagli ufficiali di stato civile con richieste illegali di documentazione aggiuntiva. Oggi la normativa vigente prevede la registrazione anagrafica alla nascita, indipendentemente dall'origine "legale" o "illegale" dei genitori, tuttavia le madri e i padri, spesso spaventati dall’atteggiamento e dal rischio di un rimpatrio, preferiscono rinunciare piuttosto che sottoporsi ad una serie di domande per loro pericolose. Il mancato riconoscimento del diritto all’identità personale si traduce in una serie di ulteriori violazioni dei diritti umani garantiti dalle convenzioni internazionali.
La mancanza di documentazione porta i bambini ad essere “invisibili”, privati dei più elementari diritti e quindi li condanna ad una vita di privazioni. Gli effetti immediati di questa situazione sono la negazione al diritto all’istruzione e l’impossibilità di accedere alle cure sanitarie. Questa situazione va a aumentare il già elevato numero di bambini di strada, impedendo che gli orfani privi di documenti possano essere accolti presso una casa-famiglia e quand'anche vi fossero accolti, queste non sempre procedono alla regolarizzazione anagrafica per la complicazione e per i costi del relativo iter burocratico, restando "invisibili" anche negli istituti: impossibile poi l’adozione sia nazionale che internazionale. La situazione risulta ancora più grave se si tratta di minori di origine haitiana in stato di abbandono, ove la negazione del diritto non permette loro di essere considerati neppure alla pari dei bambini dominicani abbandonati. Il problema della mancanza di documentazione colpisce anche le vedove, che sono nell’impossibilità di far riconoscere i propri diritti ereditari. La morte del marito non solo porta alla perdita dell’unica fonte di sostentamento: spesso si accompagna alla perdita della casa e all’impossibilità di trovare un lavoro.
Accade a volte, che madri vedove, prive di qualsiasi sussidio o aiuto, siano costrette ad abbandonare i propri figli, impossibilitate a garantire loro un futuro. Sono così i bambini e le donne, la parte più fragile della società, a subire maggiormente le ingiustizie e la discriminazione di una situazione illegale ma tollerata, e a volte incoraggiata, dalle stesse autorità. I bambini non iscritti al Registro Civile hanno difficoltà ad accedere alla scuola, e anche quando hanno la possibilità di frequentarla, vengono discriminati da programmi razzisti e, a volte, dagli stessi insegnanti. La mancanza di documenti porta all’impossibilità di avere un’istruzione ed a accedere alle cure sanitarie: la povertà e le pratiche di segregazione ed esclusione avranno ricadute per tutta la vita di questi bambini. Per quanto possibile infatti alcune ONG che lavorano nei bateys negli ultimi anni hanno costruito scuole "informali" ossia non riconosciute dallo stato dominicano, per permettere ai bambini irregolari l'accesso comunque ad un livello minimo di educazione tentando cosi' di spezzare la catena dell'analfabetismo. Sono anche presenti postazioni sanitarie e in alcuni casi ambulanze con medici generici a bordo che visitano settimanalmente i bateys per garantire un livello minimo di sanità. Tutti gli interventi sono pero' gestiti da ONG internazionali senza interventi economici da parte del governo dominicano. Per gli amanti delle statistiche, la loro presenza nelle carceri dominicane e' solo del 2%!
Si torna a parlare di diritti umani. E’ un argomento talmente vasto che la comunità dei blogger ha deciso di suddividere il tema per paesi.
Per iniziare vi suggerisco di leggervi i “vostri diritti“: (clicca sul link:) “Dichiarazione universale dei diritti umani”. Preferisco darvi un’idea generale, facendo parlare chi ha cercato e chi tutt’ora cerca di farli applicare.
Martin Luther King:
Harvey Milk:
Birmania (parla Aung San Suu Ky):
Tibet (parla Gyari Dolma vicepresidente del parlamento tibetano in esilio):
Iran (parla Zara Tofigh attivista di Iran Human Rights):
Cecenia (Natalia Estemirova giornalista cecena uccisa nel 2009):
La lista dei paesi, dove i diritti umani vengono quotidianamente violati, è ancora più lunga di così ma questo non deve scoraggiarci anzi deve farci capire che bisogna impegnarsi e muoversi il prima possibile per cercare di migliorare le cose. Come??? Votando, ad esempio, per governi che credano nella cooperazione sociale e che non facciano accordi con paesi sottoposti a regimi o che sfruttano ancora la schiavitù. Questo sarebbe già un enorme passo avanti nell’applicazione reale dei diritti umani e nel avanzamento della società “mondiale” non solo nazionale. Bisogna cercare di informarsi, di capire quando vengono presi accordi (vedi con Gheddafi per l’immigrazione) con altri paesi cosa realmente prevedono ed a cosa si và incontro. L’informazione è carente??? Credete di trovarvi in un periodo di autoritarismo dei mass-media??? Bene, cercate, su internet, su altri giornali meno pubblicizzati ma più liberi, combattete per avere un’informazione più chiara e completa, insomma mobilitiamoci per costruire realmente un mondo più equo. http://ingenuo.netsons.org/
“Lettera alle donne” (Rizzoli, 2009) è un libro che raccoglie le interviste e i pensieri del Dalai Lama sul ruolo del genere femminile nel “villaggio globale” (l’autorità spirituale del Tibet ha vinto il premio Nobel per la Pace nel 1989). L’autrice è Catherine Barry, una giornalista televisiva francese.
“La prossima sarà l’era della donna!”. Il messaggio del Dalai Lama è quindi molto semplice, ma molto arduo da comunicare e da realizzare: “Lasciamo che i valori femminili sboccino nella nostra società affinché cambino la mentalità delle persone. È indispensabile per costruire una pace duratura e per il futuro dell’umanità”. L’altruismo delle donne che ricercano l’armonia con il prossimo e considerano la felicità degli altri come parte integrante della propria, è la via per la trasformazione pacifica delle civiltà umane e il raggiungimento di forme di spiritualità più libere.
Per fare questo “l’educazione di un figlio non consiste, come accade in molte società occidentali, nell’insegnargli solamente come essere competitivo, a guadagnare molto denaro, ottenere fama e potere. Perché in questo modo non si fa altro che inculcargli paure, angosce, dubbi e tensioni continue. Educare i figli significa innanzitutto insegnare loro valori etici e morali grazie ai quali manterranno un atteggiamento rispettoso nei confronti dell’altro” (p. 99). Quindi “le madri devono assolutamente insegnare ai figli come lavorare sulla mente e sulle emozioni” (p. 97).
Ma è difficile lavorare sulle emozioni, sulla sofferenza e sulla realtà della vita dove vige la legge dell’impermanenza (tutto è instabile e provvisorio), quando le donne spendono cifre incredibili per comprarsi l’illusione dell’eterna giovinezza con creme che al massimo possono rinviare l’invecchiamento di qualche anno (p. 80). Inoltre le donne farebbero meglio a non inseguire lo sfavillio di oro e diamanti, che spesso costringe gli uomini a sfruttare altri uomini. Anche le illusioni televisive non sono molto costruttive: il sogno di diventare “videolina” trasforma le ragazze in tante bamboline a disposizione dello sfruttamento mediatico ed economico maschile.
Così l’occidente è affetto “da una forma di egoismo che ci fa perdere di vista quanto la nostra felicità dipenda anche da quella degli altri. Comprenderlo è una delle sfide delle moderne civiltà ma è anche il “segreto” della felicità. Ridimensionare l’egoismo e comprendere che la nostra felicità passa attraverso quella degli altri consente di intervenire sulle nostre sofferenze per placarle. Il buddismo può fornire un importante contributo in materia, ma in fondo si tratta semplicemente di sviluppare le capacità proprie della mente umana: la compassione, l’amore, la calma, il discernimento e la fiducia” (p. 31-32). Inoltre l’adesione a una disciplina buddista non implica l’abbandono del proprio credo di nascita: si può essere cristiani e anche buddisti.
Dopotutto il vero messaggio di conoscenza e di pace di Gesù è in sostanza uguale a quello buddista: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Vangelo secondo Giovanni). Questo insegnamento sulla libertà è ben diverso dal culto della gerarchia e del potere che ci vogliono trasmettere i vari rappresentanti di molte religioni e dottrine, fin da quando emettiamo il primo vagito. E il mondo islamico sta sicuramente trascurando l’enorme potenziale intellettuale e morale del mondo femminile.
Ancora oggi quasi tutte le donne del pianeta non fanno altro che replicare le logiche culturali del potere maschilista, con gli antiquati sistemi gerarchici e religiosi che sfruttano tutte le energie del genere femminile. Ogni sistema educativo dovrebbe iniziare a trasmettere “ai bambini che ogni discriminazione è fonte di violenza: bisogna insegnare ai bambini che solo la tolleranza, la generosità e il dialogo consentono di risolvere situazioni complesse. Fare distinzioni tra Paesi e religioni, per esempio, oltre a generare incomprensioni e violenza è del tutto inutile. Cultura e tradizioni aiutano le persone a radicarsi e a mantenere un’identità che le rassicura e favorisce l’instaurarsi di relazioni di fiducia con gli altri” (p. 103). L’educazione di tipo nazionalista che perdura ancora oggi, non fa che riprodurre il concetto malsano che solo un popolo è stato prescelto da Dio e perciò è migliore di tutti gli altri (se fosse andata veramente così, l’attività preferita di Dio sarebbe quella di mettere gli altri popoli “in mezzo alle ruote e alla felicità” di questi popoli che si autodefiniscono prescelti).
Inoltre il Dalai Lama afferma: ogni religione “si è sviluppata in un determinato contesto storico, culturale e sociale e si è poi adattata agli individui che vivono in questo specifico contesto. Per tale motivo non sono favorevole alle conversioni religiose: nessuna religione detiene la verità o è migliore delle altre” (p. 200), e tutte hanno qualcosa da insegnare. È quindi necessario favorire il dialogo interreligioso organizzando frequenti “incontri tra studiosi, universitari e teologi delle differenti religioni affinché lavorino insieme alla ricerca di affinità fra le loro tradizioni. In questo modo ci si rende conto che, anche se le religioni hanno punti di vista metafisici molto diversi, condividono il medesimo scopo e tendono a promuovere identici valori umani: altruismo, compassione e amore” (p. 202). Secondo il Dalai Lama su questa Terra non servono più buddisti o uomini più religiosi: occorrono semplicemente persone più umane.
Dunque non è attraverso la competizione, la soddisfazione dei bisogni materiali e l’acquisto di beni che si vincono la sofferenza, i disturbi mentali e le malattie sociali: la cura e la crescita personale si rivela solo “nella spiritualità, intesa sia come dimensione laica sia religiosa” (p. 30). Infatti il buddismo può essere considerato come “la scienza spirituale della mente” e “riconosce che valori come tolleranza, compassione, perdono sono valori umani, non religiosi… la religione non dovrebbe mai chiudersi nel dogma. Per questo dobbiamo essere grati alla scienza, a tutti coloro che ci aiutano a spiegare la realtà” (Intervista concessa a L’Espresso, 19-11-2009). E “Non ha alcuna importanza che un essere sia credente o meno, è molto più importante che sia buono”.
Nota - “Vi è una sorta di sobrietà nell’uso della ragione, alla quale bisogna assoggettarsi se non ci si vuol ridurre a vagare nell’incertezza” (Diderot).
Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero (Anonimo).
E “La disonestà di un pensatore si riconosce dal numero di idee precise che afferma” (Emil Cioran, filosofo e scrittore romeno).
Vuoi sentire l'odore dell'Africa? Vuoi camminare nella fogna del mondo? Dimentica Roma, per una volta c'è di peggio. Vai in Egitto, ma non sulla costa di Sharm, nei resort degli amici di Mubarak. Vai nella capitale, il Cairo, e, lasciandoti guidare dall'olfatto, raggiungi la collina della Moqattam.
Altroché colle Oppio, che pure avrebbe bisogno di una ripulita. Ci abita un milione di persone. Vive raccogliendo rifiuti. Gli uomini dragano la città su carri trainati da muli. Caricano tutta la spazzatura che promette tesori e la portano a casa. Casa è una parola grossa. Sono cubi di cemento a cielo aperto. Nel retro le donne e i bambini fanno la "raccolta differenziata" aiutati da maiali neri. I suini mangiano quel che gli umani scartano. Il fetore è spesso e avvolgente. Un occidentale che non si metta sul volto una bandana con due gocce di profumo prima di entrare nel quartiere, vomita. Dalla collina della Moqattam il malodore si diffonde per tutto il Cairo. Si mescola alla coltre dello smog provocato da auto sregolate, agli effluvi di mondezza abbandonata, foglie di riso bruciate, polvere. Per due mesi l'anno si forma la nuvola nera, un cappello scuro posato in cielo sopra la città. Chi viene da fuori tossisce, s'ammala, riparte. Per dove? Se vuoi continuare il tour del lato oscuro e fetente del mondo non puoi ancora tornare a Fiumicino, nonostante tutto. Né in Italia, nonostante Napoli. E neppure in Europa.
Resta in Africa, fatti un bel giro per Lagos, Nigeria, dove il vento caldo ti porta un fritto misto cucinato da ingorghi di veicoli scartati dal primo mondo, carogne, detriti materiali e umani. Oppure vai nella decantata India che rinasce e riscopri la Calcutta dei dormitori a cielo aperto, dei rigagnoli scuri che scendono placidi verso i templi hindu raccogliendo affluenti di sangue, rivoli di sacrifici e li mischiano a petali di fiori suicida, emissioni del corpo umano, componendo un'ode in carne macilenta e ossa spezzate alla vita e alla morte.
Via dall'Africa, via dall'Asia, allora. Resta il grande continente americano. Prova Caracas, fidati. Ma non andare al Country Club, la zona delle ville blindate, di proprietà dei ricchi (politici, militari, narcotrafficanti).
Vai al barrio Petare, per esempio. Sali lungo le strade sconnesse, tra le baracche di lamiera e guardati intorno, e annusa. Quando arrivi in cima osserva tutta la città sotto di te, sentila pulsare e puzzare. Caracas con le sue strade che Chavez non ha spazzato, aggiungendo però dozzine di murales ai lati, alcuni belli, altri inguardabili. E scritte sui muri ovunque, anzi una scritta, ripetuta all'infinito: "Rumbo al socialismo". Guardati intorno, sali con lo sguardo alle colline che circondano la metropoli, punteggiate da migliaia di ranchitos, i padri di tutti gli slum. Goditi Caracas, prima di tornare a Roma. Ma non fare un volo diretto.
Fai scalo a New York. Sorpresa. La capitale del mondo è più sporca di quella d'Italia? Prova a camminare downtown nelle serate che precedono le albe di raccolta rifiuti. Trascorri un lunedì sera a Soho e scoprirai perché si aspetta il fine settimana per andarci. New York, che del pianeta è il bignami, ne riassume la bellezza e lo squallore, ne espone lo splendore e la miseria, accende incensi aromatici ed esala fetori pestilenziali. Sotto i quali è rimasto, come un retrogusto, indelebile per chi l'ha assaggiato al tempo, l'odore di morti assortite proveniente da Ground Zero. Via. Via da tutto questo. Dov'è che il mondo mostra una faccia diversa? Dove è davvero un posto pulito e illuminato bene? Anzitutto, c'è Africa e Africa. Prima di dire che una città sporca sembra una città africana passa per Cape Town. Poi ci risentiamo. Attraversa non soltanto il quartiere degli affari o quello delle spiagge. Vai dalla Table Mountain al mare, dalla parte islamica al porto e dimmi se non può competere con Amsterdam o Berlino (che hanno, come quasi tutti i luoghi e gli abitanti della Terra, i loro buchi neri). Se però vogliamo davvero fare la classifica della perfetta apparenza dobbiamo tornare in Europa. Un sondaggio tra gli utenti di Trip Advisor (tutti viaggiatori seriali) dà questa classifica: prima Zurigo, seconda Copenhagen, terza Stoccolma. Il risultato è discutibile. A Zurigo va riconosciuto un grande merito, quello del miglioramento. La città com'era dieci-quindici anni fa non si sarebbe piazzata in quella posizione. Dunque, tutti hanno la possibilità di darsi una bella ripulita, inclusa Roma, cominciando dal centro storico come Zurigo ha cominciato dalla stazione. D'accordo per Copenhagen, che oltre al nitore aggiunge un effetto di piacevolezza per lo sguardo, un aspetto regale non contaminato. Altrove macerie d'impero, qui manifestazioni di nobiltà. Stoccolma è ghiaccio lucente, intatto e intangibile. Come lo è Oslo. Ma la superiorità della cultura civica scandinava è un luogo comune. E fa sì che i luoghi comuni siano spazi da condividere non soltanto nell'uso, ma anche nella cura. Fuori da quella realtà, merita una menzione Parigi, che di Roma potrebbe condividere i problemi e invece si offre come una sequenza di giardini perfetti, vicoli senza imboscate, stazioni della metropolitana non solo linde, ma spesso anche artistiche. Cairo, Calcutta, Lagos, Caracas, New York quindi nella "top five" negativa. Cape Town, Copenhagen, Stoccolma (o Oslo), Parigi in quella positiva. Ne manca una, la città Spic & Span, la vetrina del mondo.
Qual è? Singapore. Il luogo dove gettare una cartaccia per strada è reato, dove il chewing gum è vietato, dove gli autobus sono veicoli lucenti con il collegamento wi fi. Una città che riesce a tenere insieme Little India, Little China, Little Baghdad, Little quel che vuoi senza che nessuno dia di sé il peggio che dà a casa propria. Addirittura le zone dei bordelli sono pulite e gioiose senza essere asettiche come un eros center di Francoforte. Perfino Little Roma potrebbe ritrovarci la faccia.
Se Cristo busserà alla vostra porta, lo riconoscerete? Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo...Avrà l'aspetto abbattuto, spossato, annientato com'è perchè deve portare tutte le pene della terra.... Evvia, non si dà lavoro a un uomo così prostrato. E poi gli si chiede: "cosa sai fare?" non può rispondere : tutto. "Donde vieni?" Non può rispondere: da ogni dove. Cosa pretendi di guadagnare? Non può rispondere: voi. Allora se ne andrà, più abbattuto, più annientato, con la Pace nelle mani nude..... Raoul Follerau
"Caro direttore, leggo sui giornali dell'operazione "White Christmas", messa in atto dal sindaco di Coccaglio, che consiste nell'individuare, casa per casa, tutte le persone straniere non in regola e cacciarle, in vista del Natale. La notizia mi colpisce, non solo per l'idea di accoglienza, di cittadinanza e di cristianità che la sottende, ma anche perché Coccaglio è il luogo dove riposano i miei nonni, Cesare Comencini e Mimì Hefti Comencini. Per loro mi sento in obbligo di scrivere questa lettera. Mia nonna, figlia di una famiglia svizzera tedesca, si innamorò di mio nonno Cesare e per sposarlo dovette combattere contro tutti i pregiudizi di cui gli italiani erano vittime nel suo paese. Gli svizzeri tedeschi non amavano gli italiani, li consideravano sporchi, primitivi, ne avevano paura, al massimo li impiegavano nelle loro fabbriche o per pulire le loro case. Ma mia nonna non cedette, si sposò con il suo Cesare e venne a vivere in Italia. Mio nonno era di origini modeste, ma con molti sacrifici era riuscito a laurearsi in ingegneria. Tuttavia in Italia non riusciva ad assicurare una vita sufficientemente degna a sua moglie, e ai loro due figli che nel frattempo erano nati, mio padre, Luigi, e suo fratello Gianni. Vivevano a Salò, dove gli affari andavano molto male. Un giorno mio nonno decise di emigrare in Francia, aveva sentito che lì si compravano terre a basso prezzo, perché i francesi abbandonavano la campagna, e per ogni due francesi c'era un italiano. Così partirono. La loro vita in Francia non fu facile, i miei nonni, poco esperti dei lavori agricoli, dovettero imparare tutto. Nel suo libro, "Infanzia, vocazione e prime esperienze di un regista", mio padre racconta: "Ora riesce difficile immaginare com'era la nostra vita nelle campagne del Sud-ovest francese. Non avevamo né luce, né acqua corrente. Ma avevamo il pianoforte. Ogni sera, dopo cena, mio padre sedeva in poltrona, e, cullato dalla musica di mia madre, lentamente sprofondava nel sonno". A scuola, mio padre, che quando arrivò in Francia aveva sei anni, veniva sempre messo da solo all'ultimo banco, e regolarmente chiamato "Macaroni", come in Francia venivano chiamati gli immigrati italiani. Fu mio nonno Cesare a soffrire più di tutti per la lontananza dall'Italia. Mio padre ricorda che si era costruito una radio a galena, che tutte le sere si ostinava a cercare di far funzionare. Quando mio nonno si ammalò iniziò a dire "non voglio morire in Francia, non voglio morire in Francia". Così mia nonna lo riportò a casa, in Italia, da suo fratello, a Coccaglio.
Fu sepolto nel piccolo cimitero di Coccaglio, dove molti anni dopo lo raggiunse mia nonna, che dopo la sua morte era rimasta a vivere in Italia, a Milano. I miei nonni sapevano cos'è lasciare il proprio paese per poter lavorare, cos'è essere stranieri, sapevano cos'è la dignità da salvare, per sé e per i propri figli. Al funerale di mia nonna ricordo che mio padre lesse quel brano del Vangelo secondo Matteo in cui Gesù dice "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mia nonna era credente a modo suo, di religione Valdese. Ricordo un giorno, un venerdì santo, era venuta a trovarci a Roma per Pasqua, e io la trovai in camera sua, che piangeva piano e quando le chiesi perché mi rispose, asciugandosi in fretta gli occhi con il fazzoletto che teneva sempre nella manica del suo golfino: "Penso a Gesù, a come doveva sentirsi solo e impaurito nel giardino di Getsemani". I miei nonni riposano nel cimitero di Coccaglio, che non è solo la casa di chi provvisoriamente ne amministra il comune in questi anni, ma è stata anche la loro, e quindi ora è un po' la mia e di tanti altri, che, come me, discendono da chi ha dovuto lasciare l'Italia per lavorare, con fatica, dolore, umiliazione. E sono sicura che i miei nonni, se potessero alzarsi e sorgere dalla memoria, condannerebbero chi ha osato inventare l'operazione "White Christmas". A nome loro, tramite queste righe, lo faccio io."
Il presepio con Gesù, Giuseppe e Maria colorati di nero
«Non deve esistere né un White Christmas, né un Black Christmas, ma solo un Marry Christmas per tutti di qualunque colore, etnia o provenienza siano». Il capo della procura di Verona, Mario Giulio Schinaia, annuncia così il presepe che sarà allestito da venerdì nel palazzo di giustizia scaligero. Un presepe insolito, con Gesù bambino, Madonna e San Giuseppe rigorosamente di colore. La scenografia è quella tradizionale e prevede una piccola capanna, i pastori con i loro agnelli, un bue e un asinello accovacciati nella paglia: a fare la differenza è però la pelle nera della Sacra Famiglia.Fonte
Esistono ancora persone di buon senso. Non tutto è perduto.
"MIO FRATELLO È AFRICANO"
«A nessuno è consentito umiliare i più poveri negando i diritti elementari», don Dante Carraro, direttore di Medici con l'Africa Cuamm
La figura del Nazzareno rispecchia le inquietudini di oggi.
Dice Giancarlo Gaeta l’ultimo e il più accurato tra i traduttori dei Vangeli (Einaudi), il curatore delle opere di Simone Weil (Adelphi), l’autore dei ritratti dei massimi pensatori religiosi del secolo scorso (Le cose come sono, Scheiwiller) nel suo recente studio su Il Gesù moderno (Einaudi, 140 pagine, 10 euro) che “la storia della ricerca moderna sulla vita di Gesù è stato il tentativo di ridisegnarne l’immagine tradizionale per portare alla luce ciò che essa cela: l’uomo del proprio tempo, un personaggio marginale vissuto nella Palestina del primo secolo che osò credere in un rivolgimento prossimo dell’esistenza del suo popolo a opera di Dio stesso, ma che pagò con la vita il suo sogno”.
È dei nostri ultimi decenni un’attenzione mediatica quasi spasmodica sulla figura del profeta della Galilea, dimostrata da film e romanzi, da reclamate divulgazioni e da special televisivi, e arrivando fino a Dan Brown e a Corrado Augias, in risposta alla ripresa di interesse sulla figura del Gesù storico. Esiste una scuola di studi “americana”, per esempio, che appare la più spregiudicata nell’affrontare Gesù fuori dalle convenzioni della religiosità europea sia protestante che, soprattutto, cattolica. Esiste perfino una scuola ebraica, che vede Gesù dentro il contesto della Palestina del suo tempo, e lo recupera alla propria storia. Ma soprattutto esiste una scuola europea, d’impianto ora più storico e ora più teologico (che significa, quest’ultimo, il riconoscimento della divinità di Gesù, figlio dell’uomo ma espressione di Dio, e a questa scuola si riallaccia infine la vita di Gesù scritta addirittura dal papa attuale) che ha aperto la strada con alcuni grandi, grandissimi studi a una visione di Gesù diversa da quella della cieca fede o del dettato positivista, dall’insistenza sulla sola umanità o sulla assoluta divinità, che si confronta con ciò che Gesù pensava di sé e della sua missione (dai Vangeli e altri testi) e con ciò che di Gesù hanno pensato i suoi primi seguaci. Il “Gesù terreno” e il “Gesù della fede” (il Gesù che risorge) si incontrano in alcuni studiosi e si distanziano invece in altri, ma resta il fatto che con Gesù la nostra civiltà continua a fare i conti, e lo fa oggi in modi molto nuovi, grazie a ricerche ostinate e alle ardite letture dei loro risultati. Centrale in questa ricerca è l’approfondimento “del significato che la sua esperienza ha avuto per i suoi seguaci” ed è la comprensione della natura escatologica dei Vangeli, con la loro convinzione di una prossima trasformazione della propria storia a opera di Dio.
Liberato dagli “abiti sfarzosi” del Monarca, Gesù veniva di nuovo vestito degli stracci del povero, diceva Albert Schweitzer, che fu uno di coloro che per primo, all’inizio del secolo scorso, ha studiato il Gesù vero, cercando tra i pochi, tra i pochissimi di seguirne l’esempio con il suo lavoro africano di medico dei lebbrosi, convinto che quell’insegnamento comportasse di conseguenza una mutazione molto concreta, non solo di idee ma di comportamenti, di vita.
Liberato dagli “abiti sfarzosi” del Monarca, Gesù veniva tirato da tutte le parti secondo visioni estreme, anche semplicistiche, come un guru indianeggiante, un rivoltoso politico, l’antenato del moderno pacifismo o addirittura il profeta di una libera sessualità o, al contrario, di un ascetismo più narcisista e salutista che mistico. Di Gesù la nostra civiltà ha evidentemente ancora bisogno, alla ricerca di una guida nella disorientante oscurità dei tempi, di una giustificazione a comportamenti politici dubbi (il richiamo di comodo a una identità cristiana). È forse l’impossibilità di dire più di quel che già si sa della figura storica di Gesù che permette di tirarla in tante direzioni. Ma resta il fatto che il mondo contemporaneo sembra aver bisogno di Gesù più che mai, reinterpretandolo e non solo studiando fonti nuove, peraltro assai scarse. Di fatto, gli studiosi della vita di Gesù l’approfondiscono e ridiscutono a partire da ricerche collaterali: la Palestina del tempo, la cultura giudaica e quella ellenistica, il modo in cui i seguaci di Gesù hanno vissuto e scritto, interpretando i suoi atti e le sue parole a posteriori. Numerosi gli studi, oggi, di ebrei che recuperano Gesù alla cultura ebraica vedendolo come ebreo tra ebrei anche con la sua aggiunta, la sua proposta. In definitiva, le nuove letture della figura e del pensiero di Gesù, Uomo o Dio, sono pur sempre determinate dal nostro presente, e dalle sue inquietudini. E se è vero che “l’unica storia di Gesù che si può scrivere è quella della sua ricezione” e cioè di come ogni tempo ha “letto” la sua figura, è pur vero che quella storia continua a riguardarci, a giudicare dalle tante letture che va stimolando e alle loro ricadute sui media, all’interesse che Gesù continua a suscitare nell’uomo contemporaneo in risposta alle sue inquietudini, alle sue angosce, al suo sentimento di inadeguatezza, di insufficienza.
E seguendo l'insegnamento di Gesù, pubblichiamo la parte finale dell'allocuzione che il Papa ha tenuto ai vescovi del sud del Brasile, in visita «AD LIMINA APOSTOLORUM» [..]
”In questo senso, cari fratelli, vale la pena ricordare che lo scorso agosto, ricorrevano 25 anni dall'istruzione Libertatis Nuntius della Congregazione per la Dottrina della Fede, su alcuni aspetti della teologia della liberazione, dove si sottolineava il pericolo comportato dall'adozione acritica, da parte di alcuni teologi, di opinioni e metodologie derivanti dal marxismo. Le cui conseguenze, più o meno visibili, fatte di ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia, si fanno ancora sentire, creando nelle vostre comunità diocesane grande sofferenza e grave perdita di forze vive. Chiedo a tutti coloro che in qualche modo sono stati attratti, coinvolti ed interessati nel loro intimo da alcuni principi ingannevoli della teologia della liberazione, di confrontarsi di nuovo con la dichiarazione di cui sopra, accogliendo la luce benigna che essa offre a mano tesa; a tutti ricordo che "la regola suprema della fede [della Chiesa] proviene effettivamente dall'unità che lo Spirito ha creato tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, in una reciprocità tale che i tre non possono sopravvivere in modo indipendente" (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et Ratio, 55). Preghiamo affinché, nell'ambito degli organismi e comunità ecclesiali, il perdono offerto ed accettato in nome e per amore della Trinità, che adoriamo nei nostri cuori, ponga fine alle tribolazioni della amata Chiesa che che cammina in pellegrinaggio nella Terra di Santa Cruz. Venerati Fratelli nell'Episcopato, nell'unione con Cristo ci precede e ci guida la Vergine Maria, tanto amata e venerata nelle vostre diocesi e in tutto il Brasile. In Lei troviamo, pura e non deformata, la vera essenza della Chiesa e così, attraverso di Lei si impara a conoscere e ad amare il mistero della Chiesa che vive nella storia, ci sentiamo profondamente una parte di essa, diventiamo a nostra volta "anime ecclesiali", imparando a resistere a quella "secolarizzazione interna" che insidia la Chiesa e i suoi insegnamenti. Mentre chiedo al Signore di versare molta luce su tutto il mondo brasiliano della scuola, confido i suoi protagonisti alla protezione della Beata Vergine e imparto a voi, ai vostri sacerdoti, ai religiosi e religiose, ai laici impegnati, e a tutti i fedeli delle vostre diocesi, paterna Benedizione Apostolica.” Fonte: Vatican.va. http://blog.messainlatino.it/2009/12/il-papa-ai-vescovi-brasiliani-state.html
Arriva in Italia una notizia quantomeno sconcertante e che si aggiunge alle numerose scoperte compiute, e divulgate, negli ultimi decenni. Alcuni ricercatori hanno recentemente annunciato la scoperta di una grande città antica sotto al Mar dei Caraibi la cui localizzazione rimane ancora segreta e che secondo alcune indiscrezioni sarebbe addirittura precedente alle piramidi di Giza.
Le immagini satellitari della città rese disponibili ci presentano qualcosa di totalmente diverso dalla città sommersa scoperta nel 2001 al largo di Cuba da una missione congiunta russa-canadese. Il capo della spedizione – che al momento ha richiesto l’anonimato, ha affermato “Abbiamo persino trovato una costruzione con pali paralleli in piedi e travi fra le macerie di ciò che sembra un edificio in rovina. Non puoi trovare pali e travi senza l’intervento umano”. Gli scopritori insistono nel dire che non sia Atlantide e che “… questa città potrebbe esser stata una delle tante di una civiltà avanzata, marinara, basata sul commercio …”.
Ad una prima analisi le immagini ci sembrano, questo è però un nostro giudizio, riprese più che altro da GoogleEarth piuttosto che da un ecoscandaglio o da un sistema di rilevamento marino. Non capiamo il perchè di tutta questa segretezza, altre rovine sommerse sono state scoperte nella zona per cui, a meno che non si temano ritorsioni professionali, tale segretezza ci sembra del tutto immotivata. Aspettiamo a dare giudizi, la notizia sembra quantomeno interessante e al momento genuina. Non ci stupisce che lentamente, poi, vengano riscoperte antiche vestigia sepolte dalle acque, il nostro passato è ben più diverso da quanto ci hanno fatto credere fino ad oggi…
La fonte mediatica originale è l’Herald de Paris che in due post, del 9 e del 10 dicembre, ha battuto la notizia, con le relative immagini:
Il multimilionario neozelandese S. Jennings, presidente del gruppo di investimenti Renaissance Capital, da per “conclusa” l’era del dominio dell’Occidente. “Non è in declino, è già terminata”, ha detto l’imprenditore in una internista al giornale russo Vedmosti.
Con il passar degli anni, si capirà che oggi comincia un’era economica totalmente diversa, dice Jenings. La fase anteriore, secondo lui, è terminata sia sul piano economico che finanziario, e sta toccando fondo in quello geopolitico. I mercati emergenti, che già creano il 50% del PIL mondiale, cresceranno a un ritmo accelerato. Prenderanno il sopravvento i Paesi che non fanno parte del G7.
Renaissance Capital e FMI valutano che il Pil della Cina (in dollari), aumenterà del 151% per il 2014 in comparazione con il 2007. Quello della Russia un 52%, l’India un 58% e quello dell’Africa un 52%. Le sette economie più industrializzate del planeta e l’Unione Europea cresceranno –nello tesso periodo- un 14% e un 6%.
Jennings prevede un travaso a grande scala di capitali, risparmi e risorse umane dall’Occidente ai mercati emergente, così come una rivalorizzazione delle monete e degli utili. La crescita più grande non sarà quella delle multinazionali nè le compagnie USA, ma le imprese locali delle economie emergenti. Il suo gruppo punta sull’industria dei petroli, miniere, gas e produzione di alimenti.
Traduzione a cura di Milena Finazzi e Pino Cabras per Megachip (QUI).
WASHINGTON, DC – Il discorso del primo dicembre di Obama a West Point rappresenta molto più dell’ovvia brutale escalation in Afghanistan – non è niente di meno che una netta dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti contro il Pakistan. Si tratta di una guerra nuova di zecca, di una guerra molto più vasta rivolta contro il Pakistan, un paese di 160 milioni di abitanti munito di armamenti nucleari.
Strada facendo, il programma prevede lo smembramento dell’Afghanistan. Non siamo più di fronte alla guerra contro l’Afghanistan di Bush e di Cheney cui eravamo abituati in passato. È qualcosa di enormemente più vasto: il tentativo di distruggere il governo centrale pakistano di Islamabad e di far sprofondare quel paese nel caos della guerra civile, nella balcanizzazione, nella frammentazione e nella confusione totale. La strategia prescelta si basa sull’esportazione della guerra civile afghana in Pakistan e oltre, sulla frammentazione del Pakistan secondo i suoi diversi gruppi etnici. È un conflitto subdolo che adotta tecniche belliche di quarta generazione e operazioni di guerriglia per dare l’assalto a un paese che gli Stati Uniti e i loro soci, per la loro debolezza, non possono attaccare direttamente. In questa guerra, i talibani sono utilizzati come procuratori USA. Questa aggressione contro il Pakistan è il tentativo di Obama di imperversare nel Grande Gioco contro il cuore dell’Asia Centrale e dell’Eurasia o su scala più generale. USA DISSUASI DA UNA GUERRA APERTA DAL NUCLEARE PAKISTANO La guerra civile in corso in Afghanistan è un mero pretesto, una copertura destinata a fornire agli USA un trampolino di lancio per una campagna di destabilizzazione geopolitica dell’intera regione che non si può ammettere pubblicamente.
Nel mondo del cinismo brusco dell’aggressione imperialista à la Bush e Cheney, si sarebbe costruito un pretesto per attaccare il Pakistan in modo diretto. Ma il Pakistan è di gran lunga troppo esteso e gli Stati Uniti sono di gran lunga troppo deboli e troppo indebitati per una tale impresa. Inoltre, il Pakistan è una potenza nucleare, dispone di bombe atomiche e di missili a media gittata atti a lanciare tali bombe.
Ciò a cui stiamo assistendo è un nuovo caso di deterrenza nucleare in atto.
Gli USA non possono inviare una flotta di invasione o costruire basi aeree nelle vicinanze poiché le armi nucleari pakistane potrebbero distruggerle.
Da questo punto di vista, gli sforzi di Ali Bhutto e di A.Q. Khan per fornire il Pakistan di un potenziale deterrente sono stati giustificati. Ma la risposta USA consiste nel trovare altri modi per attaccare il Pakistan al di sotto della soglia del nucleare, addirittura al di sotto della soglia delle armi convenzionali. E questo è il punto in cui entra in gioco la tattica di esportazione della guerra civile afghana in Pakistan. L’architetto della nuova guerra civile pakistana è il Generale delle Forze Speciali USA Stanley McChrystal, l’organizzatore della rete delle tristemente note camere della tortura USA in Iraq. Le credenziali specifiche di McChrystal nella guerra civile pakistana sono legate al suo ruolo nello scatenare la guerra civile irachena dei sunniti contro gli sciiti creando "al-Qa'ida in Iraq" grazie all’aiuto del famigerato agente doppiogiochista al-Zarkawi, ora defunto. Se la società irachena nel suo intero si fosse allineata contro gli invasori USA, gli occupanti sarebbero stati presto scacciati. La gang del controspionaggio nota come "al-Qa'ida in Iraq " ha evitato questa possibilità uccidendo sciiti e provocando in tal modo una rappresaglia di massa sfociata in una guerra civile. Queste tattiche sono tratte dall’opera del generale britannico Frank Kitson, che ne ha scritto nel nel suo libro “Low Intensity Operations”. Se gli Stati Uniti possedessero un’incarnazione moderna di Heinrich Himmler delle SS, si tratterebbe certamente del Generale McChrystal, scelto personalmente da Obama. Il superiore di McChrystal, Generale Petraeus, asprira invece ad essere il nuovo Capo di Stato Maggiore von Hindenburg: in altre parole, mira ad essere il prossimo presidente degli Stati Uniti.
La vulnerabilità del Pakistan che gli Stati Uniti ed i loro soci della NATO stanno cercando di utilizzare per il proprio tornaconto si può comprendere meglio consultando una mappa dei gruppi etnici prevalenti in Afghanistan, Pakistan, Iran, ed India. La maggior parte delle mappe mostra soltanto i confini politici che risalgono ai tempi dell’imperialismo britannico, e quindi mancano di riportare i principali gruppi etnici della regione. Ai fini della nostra analisi, dobbiamo iniziare con l’identificare un certo numero di gruppi. Prima di tutto il popolo Pashtun, situato principalmente in Afghanistan e in Pakistan. In secondo luogo abbiamo i beluci, localizzati principalmente in Pakistan e in Iran. I punjabi abitano il Pakistan, così come i sindhi. La famiglia Bhutto è originaria del Sindh.
PASHTUNISTAN La strategia USA e NATO comincia con i pashtun, il gruppo etnico dal quale provengono in larga misura i cosiddetti talibani. I pashtun rappresentano una parte consistente della popolazione dell’Afghanistan, ma sono stati estromessi dal governo centrale sotto il Presidente Karzai a Kabul, sebbene lo stesso Karzai, marionetta degli USA, passi per essere lui stesso un pashtun.
La questione riguarda l’Afghan National Army (l’Esercito Nazionale Afghano), che è stato creato dagli Stati Uniti dopo l’invasione del 2001. Gli alti ranghi dell’esercito afghano sono costituiti prevalentemente da tagiki provenienti dall’Alleanza del Nord che si era coalizzata con gli Stati Uniti contro i talibani pashtun. I tagiki parlano il dari, noto anche come persiano orientale. Altri ufficiali afghani provengono dal popolo degli hazara. La cosa importante da rilevare è che i pashtun si sentono degli esclusi. La strategia USA si può meglio intendere come sforzo deliberato teso a perseguitare, attaccare ripetutamente, antagonizzare, assaltare, reprimere ed uccidere i pashtun. Il contingente di ulteriori 40mila soldati USA e NATO chiesto da Obama per l’Afghanistan si concentrerà nella provincia di Helmand e in altre aree in cui i pashtun sono maggiormente concentrati. Il risultato finale sarà quello di istigare alla ribellione i pashtun, ardentemente indipendenti, nei confronti di Kabul e dell’occupazione straniera, e allo stesso tempo di spingere molti di questi combattenti mujahiddin di recente radicalizzati ad attraversare la frontiera con il Pakistan, per dichiarare guerra al governo centrale ad Islamabad. Gli aiuti statunitensi giungeranno direttamente ai signori della guerra e ai signori della droga, incrementando in tal modo i movimenti centrifughi. Dal lato del Pakistan, i pashtun sono stati allontanati dal governo centrale. Islamabad e l’esercito sono visti come emanazioni dirette dei punjabi, con qualche elemento di origine sindhi. Sul versante pakistano del territorio pashtun, le operazioni americane includono assassinii all’ingrosso perpetrati da velivoli senza pilota o da droni, omicidi effettuati dalla CIA e, secondo quanto si dice, dai cecchini della Blackwater, oltre a massacri terroristici alla cieca come quelli avvenuti di recente a Peshawar che i talibani del Pakistan attribuiscono alla Blackwater, che agisce in qualità di subcontractor della CIA. Queste azioni sono intollerabili ed umilianti per uno stato sovrano orgoglioso. Ogni qualvolta che i pashtun subiscono un attacco violento, essi accusano i punjabi di Islamabad per le loro losche trame con gli USA che rendono possibile che tutto questo avvenga. L’obiettivo più immediato di Obama nell’escalation Afghanistan-Pakistan è quindi di promuovere una rivolta secessionista generale dell’intero popolo pashtun sotto gli auspici dei talibani, che dovrebbe avere già provocato la distruzione dell’unità nazionale sia di Kabul sia di Islamabad. BELUCISTAN L’altro gruppo etnico che la strategia di Obama mira a spronare all’insurrenzione ed alla secessione è quello dei beluci. I beluci hanno i loro motivi di scontento nei confronti del governo centrale iraniano di Teheran, che considerano in mano ai persiani. Una parte integrante della nuova politica di Obama è l’incremento dei voli letali dei Predator della CIA e di altri velivoli telecomandati sul Belucistan. Uno dei pretesti per tale politica è il reportage fatto circolare ad esempio da Michael Ware della CNN, secondo il quale Osama bin Laden ed il suo braccio destro legato alla risorsa MI-6 al-Zawahiri sarebbero entrambi rintanati nella città beluci di Quetta, dove opererebbero nelle vesti di capopopolo della cosiddetta "Shura di Quetta." Gli squadroni della Blackwater non possono essere molto distanti. Nel Belucistan iraniano, la CIA sta finanziando il Jundullah, un movimento sanguinario che è stato recentemente denunciato da Teheran per l’uccisione di un numero di alti ufficiali dei Pasdaran - Guardie della Rivoluzione iraniana. La ribellione dei beluci manderebbe in frantumi l’unità nazionale di Pakistan e Iran, favorendo in tal modo la distruzione di due dei principali bersagli della politica USA. LA STRATEGIA DI OBAMA DELLA COMPLICAZIONE IN STILE RUBE GOLDBERG
Persino Chris Matthews della MSNBC, normalmente un devoto seguace di Obama, ha evidenziato che la strategia USA annunciata nel discorso di West Point assomiglia molto ad uno dei congegni di Rube Goldberg (nel mondo reale, "al-Qa'ida" è naturalmente la legione araba e terrorista della CIA). Nel mondo del mito ufficiale USA si suppone che il nemico sia "al-Qa'ida". Tuttavia, persino secondo il governo USA, ci sono alcuni preziosi combattenti di "al-Qa'ida" rimasti in Afghanistan. Perché quindi, si chiede Matthews, concentrare le forze USA in Afghanistan dove "al-Qa'ida" non c’è, anziché in Pakistan, dove si ritiene "al-Qa'ida" possa esserci ora? Un membro eletto che ha criticato questa incongrua discrepanza è il senatore democratico del Wisconsin Russ Feingold il quale ha affermato, nel corso di un’intervista televisiva, che il «Pakistan, nella regione di confine vicina all’Afghanistan, è probabilmente l’epicentro [del terrorismo globale], sebbene al-Qa'ida sia attiva in tutto il mondo, in Yemen, in Somalia, nell’Africa settentrionale, con affiliati nel sudest asiatico. Perché dovremmo inviare centomila o più soldati in parti dell’Afghanistan che comprendono quelle che non sono nemmeno vicino alla frontiera? Sapete, questo concentramento si trova nella provincia di Helmand. Che non è precisamente la porta a fianco del Waziristan. Quindi mi chiedo: in che cosa consiste esattamente questa strategia, dato che abbiamo ben visto che c’è una presenza esigua di Al Qa'ida in Afghanistan, ma una presenza significativa in Pakistan? È evidente che una massiccia presenza di truppe effettive dove non si trova questa gente non è la strategia giusta. Per me non ha alcun senso.» Infatti. Il rappresentante democratico del Wisconsin ha anche messo in evidenza che la politica USA in Afghanistan potrebbe in realtà spingere terroristi ed estremisti verso il Pakistan e, di conseguenza, destabilizzare ulteriormente la zona: «Sapete, qualche tempo fa ho chiesto al Capo degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Mullen, e a Holbrooke, il nostro inviato sul posto, se secondo loro sussista il rischio che, nel caso di concentrazione delle truppe in Afghanistan, un numero maggiore di estremisti venga dirottato verso il Pakistan» ha dichiarato alla ABC. «Non hanno potuto negarlo, e questa settimana il Primo Ministro del Pakistan Gilani ha dichiarato espressamente che la sua preoccupazione circa la concentrazione di truppe è che attirerà più estremisti in Pakistan, e quindi penso che si tratti del contrario, che questo dispiegamento massiccio di forze provochi l’ostilità della popolazione afghana e in particolare incoraggi ulteriori legami tra i talibani e al-Qa‛ida, la qual cosa è esattamente all’opposto rispetto all’interesse per la nostra sicurezza nazionale.»[1]
Naturalmente, tutto ciò è intenzionale e motivato dalla ragione di stato imperialista degli USA. MALICK: "OBAMA HA DICHIARATO GUERRA AL PAKISTAN?" Il discorso di Obama ha fatto il possibile per rendere poco chiara la distinzione tra l’Afghanistan ed il Pakistan, che dopo tutto sono due stati sovrani, entrambi membri a pieno titolo delle Nazioni Unite. Ibrahim Sajid Malick, corrispondente USA per Samaa TV, una delle maggiori reti televisive pakistane, ha richiamato l’attenzione su questa manovra: «Rivolgendosi a una sala piena di cadetti dell’Accademia Militare di West Point, il presidente Barack Obama sembrava sul punto di dichiarare guerra al Pakistan. Ogni volta che ha menzionato l’Afghanistan, prima ha menzionato il Pakistan. Seduto su una delle panche posteriori della sala ad un certo punto sono quasi sobbalzato quando ha detto: "la posta in gioco è ancora più alta in un Pakistan munito di armamenti nucleari, poiché sappiamo che al-Qa'ida ed altri estremisti sono alla ricerca di armi nucleari e abbiamo fondati motivi per pensare che le utilizzerebbero." Sono rimasto scioccato poiché una serie di funzionari americani ha recentemente confermato che l’arsenale pachistano è sicuro.»[2] Questo articolo è intitolato "Obama ha dichiarato guerra al Pakistan?", e possiamo lasciare il punto interrogativo a discrezione della diplomazia. Durante alcune udienze del Congresso riguardanti il Generale McChrystal e l’ambasciatore USA Eikenberry, l’Afghanistan ed il Pakistan sono state semplicemente fuse in un’entità sinistra nota come "Afpak" o addirittura come "Afpakia." Nell'estate del 2007, Obama, addestrato da Zbigniew Brzezinski e da altri suoi controllori, fu l'iniziatore della politica unilaterale USA volta a utilizzare aerei senza pilota Predator per compiere omicidi politici all'interno del Pakistan. Questa politica omicida è stata ora massicciamente sottoposta a escalation assieme alla capacità di soldati messa in campo: «Due settimane fa in Pakistan, cecchini della Central Intelligence Agency hanno ucciso otto persone sospettate di essere militanti dei talebani e di al-Qa'ida, e ne hanno ferito altri due presso una struttura che si diceva fosse usata per addestrare i terroristi. La Casa Bianca ha autorizzato un ampliamento del programma dei droni della CIA in aree tribali fuorilegge del Pakistan, hanno riferito funzionari questa settimana, per affiancare la decisione del presidente di inviare 30mila ulteriori soldati in Afghanistan. Funzionari americani stanno parlando con il Pakistan in merito alla possibilità di colpire in Belucistan per la prima volta - una mossa controversa in quanto si trova al di fuori delle aree tribali - perché è lì che si pensa siano nascosti i leader dei talebani afghani.»[3]
Gli Stati Uniti stanno ora addestrando più operatori di Predator che piloti da combattimento. LA BLACKWATER ACCUSATA DELLA STRAGE DI DONNE E BAMBINI DI PESHAWAR La CIA, il Pentagono, e i loro vari fornitori tra le imprese militari private sono ora nel mezzo di una folle ondata omicida in tutto il Pakistan, mentre attaccano villaggi pacifici e feste di matrimonio, tra gli altri obiettivi. La Blackwater, che ora si fa chiamare Xe Servces e Total Intelligence Solutions, è fortemente implicata: «in una base operativa segreta avanzata gestita dal Joint Special Operations Command statunitense (JSOC) nella città portuale pakistana di Karachi, i membri di una divisione d'élite della Blackwater sono al centro di un programma segreto in cui pianificano omicidi mirati di presunti talebani e di membri operativi di al-Qa'ida, "catture lampo" di obiettivi di alto valore e altre azioni sensibili all'interno e all'esterno del Pakistan, come ha scoperto un'inchiesta di “The Nation”. Gli operativi di Blackwater offrono assistenza anche nella raccolta di informazioni e aiutano a dirigere una campagna segreta di bombardamenti con droni militari USA che corre in parallelo ai ben documentati attacchi con i Predator della CIA, a quanto riferisce una fonte ben collocata all'interno dell'apparato di intelligence militare degli Stati Uniti.» [4] Per quanto sconvolgente sia il rapporto Scahill, deve tuttavia essere considerato come uno scaltro tentativo di limitare i danni, poiché non vi è alcuna menzione delle accuse persistenti sul fatto che gran parte degli attentati letali a Peshawar e in altre città pakistane sono stati perpetrati da Blackwater, come suggerisce questa notizia: «ISLAMABAD 29 ottobre (Xinhua) - Il capo del movimento dei talibani in Pakistan, Hakimullah Mehsud, ha accusato la controversa ditta privata americana Blackwater per la bomba esplosa a Peshawar, che ha ucciso 108 persone, ha riferito giovedì l'agenzia di stampa locale NNI.» [5 ]
Questo è stato del terrorismo cieco progettato per provocare il massimo del massacro, soprattutto tra le donne e i bambini. STATI UNITI IN GUERRA ANCHE CON L'UZBEKISTAN? Il rapporto Scahill suggerisce inoltre che operazioni segrete USA hanno raggiunto l'Uzbekistan, un paese post-sovietico di 25 milioni di abitanti che confina con l'Afghanistan a nord: «Oltre a pianificare attacchi con i droni e operazioni contro forze sospettate essere di al-Qa'ida e dei Talebani in Pakistan sia per JSOC sia per la CIA, il team della Blackwater a Karachi aiuta anche a pianificare missioni per il JSOC all'interno dell'Uzbekistan contro il Movimento Islamico dell'Uzbekistan», riporta la fonte di intelligence militare. Blackwater in realtà non conduce le operazioni, ha riferito, poiché sono eseguite sul terreno da parte delle forze JSOC. «Questo ha stimolato la mia curiosità e mi preoccupa assai, perché non so se ci avete fatto caso, ma non mi è mai stato detto che siamo in guerra con l'Uzbekistan», ha affermato. «Così, mi son perso qualcosa, Rumsfeld è forse ritornato al potere?» [6] Tali sono le vie della speranza e del cambiamento. Il ruolo dell'intelligence USA nel fomentare la ribellione del Belucistan al fine di spezzettare il Pakistan è confermato anche dal professor Chossudovsky: Già nel 2005, un rapporto del National Intelligence Council USA e della CIA prevedeva un “destino jugoslavo” per il Pakistan «nel tempo di un decennio con il paese lacerato dalla guerra civile, i bagni di sangue e le rivalità inter-provinciali, come si è visto recentemente in Belucistan.» («Energy Compass», 2 marzo 2005). Secondo il NIC-CIA, il Pakistan è destinato a diventare uno "stato fallito" entro il 2015, “una volta che sia colpito dalla guerra civile, la talibanizzazione completa e la lotta per il controllo delle armi nucleari”. (Citato dall'ex Alto Commissario del Pakistan per il Regno Unito, Wajid Shamsul Hasan, «Times of India», 13 febbraio 2005). Washington favorisce la creazione di un "Grande Belucistan", che dovrà integrare le aree Beluci del Pakistan con quelle dell'Iran e possibilmente della punta sud dell'Afghanistan, portando quindi a un processo di frattura politica in Iran e in Pakistan.» [7] Gli iraniani , da parte loro, sono convinti che gli Stati Uniti stiano commettendo atti di guerra sul loro territorio in Belucistan: «Teheran, 29 ottobre (Xinhua) – Il presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani ha detto che ci sono alcune prove concrete che dimostrano il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle recenti esplosioni di ordigni mortali nella provincia del Sistan-Belucistan del paese, a quanto riferisce l'agenzia di stampa ufficiale IRNA.. L'attentato mortale suicida da parte del gruppo ribelle sunnita Jundallah (soldati di Dio) si è verificato il 18 ottobre nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan, vicino al confine con il Pakistan, quando i funzionari locali stavano preparando una cerimonia in cui i leader tribali locali avrebbero dovuto incontrare i comandanti militari del Corpo dei guardiani della rivoluzione dell'Iran (pasdaran)» [8]. L'OBIETTIVO USA: TAGLIARE IL CORRIDOIO ENERGETICO PAKISTANO TRA IRAN E CINA Perché gli Stati Uniti sono così ossessionati dall'intento di spaccare il Pakistan? Uno dei motivi è che il Pakistan è tradizionalmente un alleato strategico e un partner economico della Cina, un paese che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono determinati a contrastare e contenere sulla scena mondiale. In particolare, il Pakistan potrebbe funzionare come un corridoio energetico in grado di collegare i giacimenti petroliferi dell'Iran e perfino dell'Iraq con il mercato cinese per mezzo di un gasdotto che attraverserebbe l'Himalaya sopra il Kashmir. Si tratta della cosiddetta questione del "Pipelinestan". Questo garantirebbe alla Cina un approvvigionamento di petrolio ancorato alla terraferma non soggetto alla superiorità navale anglo-americana, oltre a tagliare la rotta di 12mila miglia delle petroliere lungo il bordo meridionale dell'Asia. Come sottolinea un recente reportage: «Pechino ha fatto pressioni su Teheran per la partecipazione della Cina al progetto di oleodotto e Islamabad - mentre intendeva firmare un accordo bilaterale con l'Iran - ha parimenti accolto con favore la partecipazione della Cina. Secondo una stima, un tale oleodotto si tradurrebbe nel fatto che il Pakistan riceverebbe tra i 200 e i 500 milioni di dollari all'anno in tariffe di solo transito. Cina e Pakistan stanno già lavorando su una proposta di posa di un oleodotto trans-himalayano per trasportare il greggio mediorientale fino alla Cina occidentale. Il Pakistan offre alla Cina il più breve percorso possibile per importare petrolio dai paesi del Golfo. La conduttura, che andrebbe dal porto meridionale pakistano di Gwadar e seguirebbe l'autostrada del Karakorum, sarebbe in parte finanziata da Pechino. I cinesi stanno anche costruendo una raffineria a Gwadar. Le importazioni attraverso l'uso dell'oleodotto consentirebbero a Pechino di ridurre la quota del suo petrolio spedita attraverso l'angusto e insicuro Stretto di Malacca, lungo il quale oggi fa transitare fino all'80% delle sue importazioni di petrolio. Islamabad prevede inoltre di estendere una linea ferroviaria in Cina per collegarla a Gwadar. Il porto è considerato anche il probabile capolinea dei previsti gasdotti multimiliardari provenienti dai campi di Pars sud in Iran o dal Qatar, e dai campi Daulatabad in Turkmenistan per l'esportazione verso i mercati mondiali. Syed Fazl-e-Haider, “Pakistan, Iran sign gas pipeline deal” ("Pakistan, l'Iran firma l'accordo sul gasdotto", NdT), «Asia Times», 27 maggio 2009. [9] Questo è il normale, pacifico progresso economico e la cooperazione che gli anglo-americani vogliono fermare a tutti i costi. Oleodotti e gasdotti dall'Iran attraverso il Pakistan e fino alla Cina porterebbero le risorse energetiche nel Regno di Mezzo, e servirebbero anche come nastri trasportatori per l'influenza economica cinese in Medio Oriente. Ciò renderebbe il dominio anglo-americano sempre più tenue in una parte del mondo che Londra e Washington hanno tradizionalmente cercato di controllare come parte della loro strategia globale di dominazione del mondo. La propaganda interna degli Stati Uniti sta già raffigurando il Pakistan come la nuova casa madre del terrorismo. I quattro patetici capri espiatori che vanno a processo per una presunta trama volta a bombardare una sinagoga nel quartiere Riverdale del Bronx a New York erano stati accuratamente messi in incubazione (“sheep-dipped”, nell'originale, ossia “inzuppati come pecore”, NdT) per associarli con l'ombroso e sospetto Jaish-e-Mohammad, presumibilmente un gruppo terrorista pakistano. Lo stesso vale per i cinque musulmani del Nord Virginia che sono appena stati arrestati nei pressi di Lahore in Pakistan. INDIA E IRAN Per quanto gli Stati confinanti siano interessati, l'India posta sotto lo sfortunato Manmohan Singh sembra accettare il ruolo di pugnale continentale contro il Pakistan e la Cina, a nome degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Questa è una ricetta per una tragedia colossale. L'India dovrebbe piuttosto fare una pace permanente con il Pakistan, con lo sgombero della Vale del Kashmir, dove il 95% della popolazione è musulmana e desidera unirsi al Pakistan. Senza una soluzione a questo problema, non ci sarà pace nel subcontinente. Per quanto riguarda l'Iran, George Friedman, il capo della società Stratfor, facente parte della comunità di intelligence degli Stati Uniti, ha recentemente dichiarato a Russia Today che la grande novità del prossimo decennio sarà un'alleanza degli Stati Uniti con l'Iran, diretta contro la Russia. In tale scenario, l'Iran alla Cina taglierebbe del tutto il petrolio. Che è l'essenza della strategia di Brzezinski. È urgente che il movimento contro la guerra negli Stati Uniti si riunisca e inizi una nuova mobilitazione contro la cinica ipocrisia delle politiche di guerra ed escalation intraprese da Obama, che supera anche i crimini di guerra dei neocon Bush-Cheney. In questa nuova fase del Grande Gioco, la posta in palio è incalcolabile.
Webster Tarpley è uno storico, giornalista investigativo, conferenziere e critico della politica estera e interna statunitense. Le sue opere più recenti sono "Obama, the postmodern coup, the making of a Manchurian Candidate", "Barack Obama: The Unauthorized Biography" nonché "9/11 Synthetic Terror" la cui versione italiana ha per titolo "La Fabbrica del Terrore". Tarpley ha vissuto in Italia durante gli anni della contestazione e negli anni di piombo. Sulla vicenda di Aldo Moro diresse una commissione indipendente d'inchiesta su incarico del parlamentare DC Giuseppe Zamberletti. I risultati furono pubblicati nel volume Chi ha ucciso Aldo Moro, 1978.