domenica 31 gennaio 2010

LA LEBBRA DELL'EGOISMO

Giornata mondiale dei malati di lebbra per vincere la lebbra dell'egoismo

Oggi, dunque, si celebra la Giornata mondiale dei malati di lebbra, promossa nel 1954 dal giornalista francese Raoul Follereau e riconosciuta ufficialmente dall'Onu. Solo nel 2009 si sono registrati 210mila nuovi malati, tre quarti dei quali riscontrati in India, seguita da Brasile, Repubblica Democratica del Congo e Nepal. Giunta alla 57.ma edizione, la Giornata ha come tema: “Salviamo la bellezza dell’uomo dalla lebbra”.

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Ma cosa serve, oggi, per guarire dal morbo di Hansen? Isabella Piro lo ha chiesto a Francesco Colizzi, presidente dell’Aifo, l’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau:clip_image003
R. – Per guarire dalla lebbra, come ha sempre detto Follereau, serve soprattutto ricordare che chi ne è colpito è come se avesse una doppia condizione negativa: ha la lebbra ed è lebbroso, diceva Follereau, cioè vale a dire ha contratto una malattia dovuta a un germe, che può essere curata benissimo e guarita grazie ai farmaci scoperti ormai più di un quarto di secolo fa, ma bisogna lottare con ancora maggiore energia contro la definizione di lebbroso. Il fatto è che una persona purtroppo, anche se guarita e soprattutto se mantiene le stigmate della malattia e cioè le disabilità, le menomazioni, la mutilazione degli arti, la cecità, le deformità del viso, continua a essere ritenuta una persona da emarginare, da isolare, da tenere esclusa dal resto della società. In questa condizione vi sono, purtroppo, ancora qualcosa come 10 milioni di persone nel mondo. Il nostro motto, quindi, è “salviamo la bellezza dell’uomo dalla lebbra”, rammentiamo a tutti che ogni essere umano ha un valore infinito.

D. – Perché questa malattia viene così spesso dimenticata dai mass media?

R. – Vi sono delle malattie che, siccome non sono le malattie dell’Occidente e siccome non sono malattie per cui ci può essere un mercato farmaceutico, perché sono malattie che colpiscono soprattutto le persone più povere, non interessano. La lebbra è una di queste. Questo è un ulteriore motivo della nostra battaglia contro la lebbra. Del resto, noi riteniamo che la lebbra scomparirà davvero dal mondo quando si saranno sradicate le radici perverse che generano la povertà estrema, perché anche il germe della lebbra è un germe poco infettivo, che se viene contratto da una persona in buona salute e con buone difese immunitarie, non crea la malattia. Abbiamo l’esempio di Follereau che ha abbracciato e baciato centinaia e centinaia di lebbrosi e non ha mai contratto la malattia. È questo, dunque, il punto fondamentale: fare la lotta alla povertà estrema e, quindi, alle altre lebbre e cioè alle guerre, alle violenze, all’indifferenza e all’egoismo.

Fonte

IL “BIEN VIVIR” DI MORALES

BOLIVIA. Quelle del 6 dicembre sono state elezioni «tra le più partecipate al mondo». L’analisi di Luciano Vasapollo, docente di Economia applicata alla Sapienza di Roma: «E' in atto una transizione al socialismo, basata sul rispetto degli umili»

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Luciano Vasapollo, docente di Economia applicata della facoltà di Filosofia presso la Sapienza di Roma e direttore scientifico del Centro studi di trasformazione economico-sociale, ha partecipato nella veste di osservatore internazionale alle verifiche sulle elezioni boliviane del 6 dicembre scorso che hanno ribadito la fiducia popolare a Evo Morales con un plebiscitario 63 per cento dei suffragi.
Era dal 1964 che un politico boliviano non riceveva dalle urne un secondo mandato. Si è svolto tutto con regolarità e cosa rappresenta questo voto?
La regolarità del voto e la lezione di democrazia del popolo boliviano sono sotto gli occhi di tutti. Il locale Comitato elettorale, quarto organo di potere di quel Paese che è riconosciuto costituzionalmente e presiede le elezioni in posizione di neutralità, ha svolto un immenso lavoro. Vedere nei seggi coloro che fino a poco tempo fa erano uomini analfabeti ha rappresentato un’intensa emozione. C’è stato un solo rischio, che 400mila persone (su 5 milioni del corpo elettorale, ndr) non potessero votare perché non avevano ricevuto la scheda. Questione comunque risolta in extremis. Ora che ho dismesso i panni dell’osservatore posso chiosare che costoro erano tutti campesinos, dunque potenziali elettori del Mas, e quel mancato recapito aveva il sapore di un boicottaggio al presidente uscente. è importante sapere che ha votato il 91 per cento degli aventi diritto e se si considera che schede bianche e nulle ammontavano al 3 per cento, quelle vinte da Morales sono state fra le elezioni più partecipate del mondo.
Il sostegno degli indios e dei ceti subalterni è il mix vincente del presidente aymara...
Per comprendere la Bolivia occorre guardare oltre la questione etnica: gli indios sono il 70 per cento della popolazione e costituiscono gran parte della classe lavoratrice. Il consenso al programma di Morales viene dunque da questi strati sociali. La novità sta nella qualità della sua politica che si compenetra e si arricchisce del rapporto con gli umili. I cocaleros, i mineros, i comitati di quartiere, le donne, il movimento dell’acqua sono protagonisti del processo di trasformazione. è l’esatto contrario di quel che fa la sinistra occidentale sempre pronta a servirsi dei movimenti per assorbirli e strumentalizzarli. L’esperienza boliviana mostra il rapporto di autonomia e correttezza fra la base sociale e il partito che la rappresenta.
Nelle zone minerarie di Santa Cruz, Pando, Beni Morales non ha prevalso. Possono nascere da lì azioni antigovernative dei restanti padroni delle riserve minerarie?
La destra locale ha perso le elezioni ma è pericolosa. Ad aprile c’è stato un tentativo di colpo di mano da parte di gruppi paramilitari che agiscono nelle zone citate - la cosiddetta area della Mezzaluna - dove la destra ha seguito elettorale e riceve finanziamenti. Lì hanno agito per anni le multinazionali e un’oligarchia interna in rapporto diretto con gli Stati Uniti. Vi si è radicata una destra estremista e paramilitare sostenuta da una sorta d’Internazionale fascista vicina alla Intelligence che agisce in America Latina.
I primi orientamenti del secondo esecutivo Morales parlano di una ulteriore espansione del controllo statale sulle risorse naturali di gas e minerali. C’è poi la volontà di riscrivere testi normativi del settore energetico e ridistribuire ai poveri il reddito proveniente da imprese statali. Sarà possibile attuare il “bien vivir” contro gli interessi delle multinazionali?
In quattro anni questo governo ha fatto tantissimo: assistenza sanitaria, istruzione e nazionalizzazione delle risorse che spariglia giochi economici e interessi non solo del moderno capitalismo. Se pensiamo ai cinquecento anni di colonizzazione che hanno sedimentato nella popolazione locale abbrutimento e sfruttamento, il processo di transizione per la costruzione di una coscienza di classe sta bruciando le tappe. Tale processo, però, ha bisogno di periodi lunghi per mettere radici. In Bolivia è in atto una transizione al socialismo che deve creare programmi alternativi all’imperialismo attraverso culture e strumenti sociali diversi. La grande novità di questa esperienza è che il socialismo marxista e il sindacalismo di classe si sono contaminati col collettivismo indio tentando una via completamente nuova. Parte degli interessi delle multinazionali è ancora lì, c’è anche l’italiana Eni, però devono fare i conti con un sistema che sta cambiando. Rispetto a prima, queste aziende prendono meno del 15 per cento di ricavo eppure continuano il proprio business, e ciò significa che i guadagni sono ancora elevati.

Enrico Campofreda

sabato 30 gennaio 2010

TRADIZIONE E MODERNITÀ

Quando arriviamo alla sua capanna, la sua ger,dopo una cavalcata al freddo e al gelo, lui non c’è. Dalban è partito di buon mattino seguendo le tracce nella neve.

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Poi ha trovato la tana, con i cuccioli, e li ha uccisi tutti. Mamma lupa aveva ammazzato alcune sue capre proprio per nutrire i piccoli, lui ha dovuto farlo. Ma la storia, probabilmente non finirà qui. La lupa farà altri cuccioli e insidierà ancora il gregge di Dalban. Questa è la Mongolia, dove l’ancestrale lotta uomo-lupo continua nel rispetto reciproco e con le spietate regole del gioco. È un’economia del riciclo realizzata, dove nulla si spreca: dai cavalli (ce ne sono trenta per ogni abitante), che diventano carne quando sono troppo vecchi per cavalcare, agli escrementi animali e umani, buoni per il falò e altri usi. Ma la Mongolia non è solo equilibrio uomo-natura. Pochi lo sanno, ma la crisi dei mutui subprimeè arrivata fin qui, attraverso i prestiti ai pastori nomadi: soldi elargiti a raffica e debiti riconvertiti in derivati piazzati sul mercato internazionale delle obbligazioni, secondo l’ingegneria finanziaria così alla moda prima del botto. La garanzia era il prezzo del cashmere, quando il mercato tirava nel ricco Occidente. Ma con il crollo dei consumi dalle nostre parti, anche i mongoli si sono trovati con pecore “svalutate” e quindi con debiti insolvibili. Proprio come le case appena acquistate dal piccolo ceto medio di Cleveland o dell’Orange County. Così la ruota ha cominciato a girare al contrario. Ora la Khan Bank sta cercando di ristrutturare i prestiti, perché i pastori non ce la fanno a pagare e, anzi, necessitano di nuovo credito per tirare avanti: nei primi sei mesi dell’anno ha già messo mano a circa dodicimila prestiti, cioè il ventitrè percento di quelli finora concessi a questa gente. La globalizzazione è anche questo. “Khan” Bank, un nome, un programma: sintetizza perfettamente ciò che oggi è la Mongolia, a cavallo tra un passato incentrato sulla figura di Genghis e il futuro globalizzato, a cui ammicca un po' impaurita. Atterrando all'aeroporto Genghis Khan, si ammira una ciclopica sagoma incisa sulla montagna di fronte. Chi è? Genghis Khan. Se alla banca Khan il servizio non ci soddisfa, possiamo sempre rivolgerci alla concorrenza: la banca Genghis Khan. Chiedere informazioni alla reception del Genghis Khan Hotel. A Ulaanbaatar, la capitale, si può bere una birra Genghis Khan sgranocchiando patatine Khan nella catena di caffè Khan. Se ci piace il gioco duro, possiamo sostituire la birra con la vodka, naturalmente “Genghis Khan”. Certo, prima bisogna fare un salto ad ammirare la statua di Genghis che troneggia all'ingresso del palazzo del governo. Superfluo dire di chi sia la faccia stampata sulle banconote da mille tughrik. Siamo nei giorni delle elezioni presidenziali e chi vincerà dovrà occuparsi anche di questo: come dare sviluppo alla Mongolia rispettando l’ambiente e le tradizioni? Il Partito della rivoluzione (Maxh, ex comunista) e quello democratico si sfidano nelle persone di Nambariin Enkhbayar e Tsakhiagiin Elbegdorj. In giro non si trovano alcolici. Il fatto è che l’anno scorso, dopo la vittoria dei comunisti, Elbegdorj ha accusato i rivali di brogli. È scoppiata così la “rivolta della vodka”, in cui i suoi sostenitori hanno devastato le sedi del Maxh dopo essersi fatti coraggio con abbondanti libagioni: cinque morti tra i manifestanti e stato d’assedio. Quest’anno è meglio non correre rischi. La capitale ha vissuto un processo di urbanizzazione: dei due milioni e seicentomila abitanti della Mongolia, più di un milione ormai vive qui.

In realtà esistono più Mongolie, c'è questa, poi c'è la Mongolia interna cinese dove vivono più mongoli che qui (ma sono comunque minoranza rispetto all'ottanta per cento di cinesi han) e infine la Mongolia diffusa delle genti sparse tra Russia e repubbliche centroasiatiche. Molti di quelli che sono calati su Ulaanbaatar restano nomadi dentro: si costruiscono la casetta di legno in una periferia che è già prateria e ci piazzano di fianco la gerdove, si capisce, passano la maggior parte del tempo. Il taxista che mi porta in centro città parla russo e ci tiene a dire che voterà democratico. Perché? “Perché speriamo che cambi”. Non si capisce cosa, ma è chiaro che la recessione ha colpito duro anche qui. I palazzi moderni che sorgono nel centro città non tolgono a Ulanbaatar il sapore di vecchio centro sovietico-siberiano e di recente le costruzioni hanno subito una battuta d'arresto. I salari medi sono calati del sessanta percento e le entrate dello Stato soffrono per via del crollo dei prezzi delle materie prime. Si parla di duecento milioni di dollari di deficit nell'ultimo anno e mezzo, il dodici percento di un Pil che è già il 164esimo al mondo, di poco superiore a quello della Striscia di Gaza. Un paradosso: la Mongolia importa energia da Cina e Russia nonostante sia ricchissima di corsi d'acqua, vento, sole e risorse minerarie. In realtà la politica non sembra appassionare tutti. Khuu, ventotto anni, volto sorridente e abbronzato, incorniciato dai lunghi capelli nerissimi delle donne asiatiche. È la mia guida. È forte. Non riesco a farmi dire se voterà e per chi: "Sono tutti uguali", un discorso già sentito. Lei fa da sola. Viene da una famiglia di pastori benestanti, sei gere settanta cammelli nel deserto del Gobi, poi la mamma le ha comprato un diziona- rio di inglese. E si è messa a studiare. Quelli dell'agenzia di viaggi l'hanno scoperta portando i turisti nella gerdei suoi, c'erano foglietti con le parole inglesi appesi dappertutto. Le hanno promesso un lavoro se avesse imparato bene. Detto fatto. Con il lavoro da guida ci paga l'università, vuole diventare insegnante, naturalmente di inglese. La prima volta che ha visto le montagne ha avuto un attacco di claustrofobia, per lei la terra è piatta e sabbiosa. Non le piace cucinare, ma cucina per i viaggiatori che scarrozza in giro. Cavalca come un'amazzone e continua a scambiarsi sms con un ragazzo che però "mi sta un po' troppo addosso". Pezzetto per pezzetto costruirà il suo futuro che non immagina in città: insegnerà in una scuola di villaggio. Questa è una storia a suo modo di successo, poi ci sono quelli che la modernità ha divorato. Nel 2006, una ricerca del ministero della Salute scoprì che il ventidueper cento degli uomini e il cinqueper cento delle donne erano alcolizzati, tre volte le percentuali europee. L'abuso di alcol è aumentato da quando la Mongolia ha smesso di essere un protettorato russo di fatto, all'inizio degli anni Novanta. L'apertura verso l'economia di mercato ha messo fuori gioco le vecchie industrie manifatturiere di Stato e per molti sono arrivati disoccupazione e povertà. Il settantadue percento dei crimini violenti è dovuto all'alcol e quasi un uomo su cinque beve pesantemente almeno una volta a settimana. Anche perché la materia prima si trova facilmente, in un Paese che ha una rivendita di alcolici ogni duecentosettanta abitanti, la più alta densità al mondo. Normale, perché stiamo parlando della maggiore fonte di ricchezza per lo Stato: tra il venti e il ventitre percento delle entrate dipende da tasse e imposte direttamente collegate alla vendita e al consumo di alcol.

Bataa ha circa trent'anni, guida il furgone Uaz che mi porta nella Mongolia profonda e che qui chiamano Purgan. Quattro ruote motrici, due serbatoi di benzina - si gira una levetta, tipo riserva della moto, e si passa da uno all'altro - abitacolo sopraelevato e ruote da camion, è il veicolo più efficiente che conosca. Nella steppa e sulle piste sterrate si incontrano solo Uaz Purgan, grigio chiaro o verde militare. Lui lo accudisce come se fosse un cavallo, ma intanto ha la testa altrove: non si trova birra per via delle elezioni. Ci proviamo in ogni singolo minimarket, spaccio, bancarella, nel percorso che da Ulaanbaatar ci porta a ovest. Niente da fare. In una rivendita, l'enorme scaffale degli alcolici è totalmente avvolto dentro coperte serrate da catene. Alla fine arrivano i risultati delle elezioni: "Hanno vinto i democratici, cinquantatrè a quarantasette", dice Khuu. Anche a Bataa importa poco, ma finalmente si può comprare la birra. Tre giorni a cavallo, nella zona di Naiman Nuur, gli otto laghi. È il paesaggio “da Mongolia” dell'immaginario collettivo, verde intenso in basso, azzurro sopra la testa: prateria, colline, boschi, acqua, cavalli, falchi. Si può quasi immaginare il terrore che doveva suscitare un'orda di cavalieri mongoli che si staglia in cima a un pendio e poi ti cavalca contro. Dove diavolo scappi? Khuu indica un torrente e mi dice che l’anno scorso c’era più acqua. "Adesso è quasi in secca. Il deserto avanza". Secondo lei, lo stile di vita dei mongoli è comunque una garanzia ecologica, qualcosa che potrebbe insegnare molto a tutto il pianeta. La terra continua a chiamare. L’urbanizzazione sta già lasciando il posto a un movimento inverso, di ritorno alla vita nomade e alla steppa. Si mettono via due soldi a Ulaanbaatar - se si riesce - e poi si investono in cavalli, yak e capre da pascolare altrove. E pochi chilometri fuori dalla capitale le strade sono già sterrate. È già prateria. Bor, classe 1943, è tatuato sull'avanbraccio. Si faceva così durante il servizio militare. Tre geraddossate a un roccione sul quale il suo enorme gregge di capre si arrampica per la notte, cinque cammelli e una famiglia composta da quattro generazioni. Siamo duecento chilometri a sudovest della capitale, lui vive alla mongola, offre ai visitatori snuff, la polvere a base di spezie e tabacco che si sniffa e che qui si chiama hamryn tamhie ospitalità. In più c'è il valore aggiunto dei cammelli tourism oriented. Un giretto nella pianura incastrati tra due gobbe, con lui che canticchia motivi tradizionali nel tipico stile armonico, facendo risuonare il tratto vocale. E il gioco è fatto. Sarà il turismo "gentile" il futuro della Mongolia? Ma non è il turismo stesso a sancire la fine di un ecosistema fatto di natura e cultura? Ancora Khuu, una che paradossalmente di turismo vive: "La gente è cambiata, prima c'era l'ospitalità gratuita, adesso ti chiedono soldi". Però non sempre. "Una volta sono capitata nella gerdi una famiglia e alla fine volevo pagare qualcosa. Si sono quasi offesi. Qualcuno così lo trovi ancora". L'altra faccia dello sviluppo è forse ancora più problematica. Oyu Tolgoi, nella regione del Gobi, è il più grande giacimento di minerali del Paese: si calcola che possa produrre quattrocentoquarantamila tonnellate di rame e trecentotrentamila once d'oro all'anno per il prossimo mezzo secolo. Può dare lavoro a cinquemila minatori e a migliaia di altre persone nell'indotto. C'è già un accordo con la canadese Ivanhoe Mines. Khanbogd, il centro più vicino, diventerà una boomtown pronta ad accogliere chi calerà da queste parti in massa, trasformandosi da nomade in sedentario. Poi c'è Dornod, cioè uranio, nel nordest: qui il contratto è con la Russia. Quindi i pozzi di petrolio a est, su cui hanno già messo le mani i cinesi. C'è anche Uyanga, Mongolia centrale, teatro di una corsa all'oro in stile Klondyke, dove il terreno costellato di buche rivela la presenza di circa centomila ex pastori riconvertiti, che avvelenano il terreno con il cianuro necessario a separare l'oro dalla roccia. Sono chiamati "cercatori Ninjia". La Mongolia sta vendendo le proprie ricchezze, le conseguenze sociali e ambientali sono imprevedibili. La ricchissima scena musicale mongola rappresenta bene le contraddizioni tra vecchio e nuovo. Nella notte di Ulaanbaatar la battuta dritta della mongolian-techno esce prepotente dai locali, mentre sul nostro Uaz, Bataa ci impone canzoni melodiche con tanto di nitriti in sottofondo. Dopo due giorni mi scopro a canticchiarle (nitrito compreso). Ma in un Paese in cui il sessanta percento della popolazione ha meno di trent'anni, il codice privilegiato è l'hip hop che, secondo i suoi adepti, è la diretta filiazione dei canti sciamanici tradizionali. 4 Zug, una band che non ha nulla da invidiare ai peggiori gangsta rapper Usa: "Noi mongoli, che siamo diventati uomini seguendo i principi degli uomini, ci faremo umiliare da questi cinesi di merda? Chiama i cinesi, chiamali, chiamali, chiamali. E sparagli a tutti, tutti, tutti". Si intitola Buu Davar Hujaa Naraa ( Non superate i limiti, cinesi) e i 4 Zug sono già stati definiti la faccia brutta dell'hip-hop mongolo. Ma si dice esprimano a modo loro preoccupazioni diffuse. È di nuovo la Mongolia che cerca la sua strada autonoma tra due vicini ingombranti. Dal lato opposto della contaminazione tra antico e moderno, ecco gli Egschiglen (bella melodia), progetto "colto" che da vent'anni adatta gli strumenti e lo stile canoro tradizionali al gusto contemporaneo. A chi abbia un minimo di frequentazione con il khöömii(canto di gola) suonerà strano, ma provi ad ascoltare Love will tear us apartdei Joy Division nella versione di Albert Kuvezin, cantante tuvano (russo) ma di cultura mongola. Un po' così canta anche Monhoon, trentasei anni, l'uomo dei cavalli che ci guida nel paesaggio incontaminato. Primo giorno, cinquanta chilometri percorsi e trenta gradi; bufera di neve nei due successivi e tappe forzate nel silenzio e nel bianco. Un accampamento di tre gerci appare come un miraggio. Sfruttamento intensivo delle risorse, turismo, ritorno alla natura. Vita nomade e vita sedentaria, tradizione e modernità. In Mongolia si combatte una battaglia fondamentale ma nessuno se ne accorge. Dal suo esito capiremo se questa terra può darsi uno sviluppo "altro" che sia d'insegnamento per tutti o se andiamo inevitabilmente verso il mondo a una dimensione. Noi, riscaldandoci nella gerdi Dalban, aspettiamo che lui torni dalla caccia ai lupi.

Gabriele Battaglia

venerdì 29 gennaio 2010

IL NUOVO CUORE DELL’ISLAM È NELLE PERIFERIE DEL MONDO

La mezzaluna islamica ha affilato le estremità. Mentre il conflitto israelo-palestinese, classico cavallo di battaglia della jihad post moderna, scompare dalle copertine delle riviste di geopolitica interessate al massimo al potenziale economico dell’emergente e non ideologizzata borghesia araba, l’ultima sfida all’occidente arriva dalla periferia della galassia musulmana.

Musulmani in preghiera alla Mecca affluiscono in massa nei pressi della Ka'ba, che custodisce la sacra Pietra nera

«L’islam contemporaneo non si capisce guardando il vecchio centro mediorientale ma i margini, Yemen, Somalia, Pakistan, Afghanistan» osserva l’irano-americano Reza Aslan, ricercatore al Global and International Studies di Santa Clara e autore del volume «How to win a cosmic war», come vincere una guerra cosmica. Per questo, sostiene, Barack Obama ha sbagliato a lanciare dal Cairo la battaglia per i cuori e le menti sedotte dal Corano: «L’Egitto non è più il centro del mondo musulmano da almeno un secolo».

Se gli 007 setacciano le strade di Sana’a alla ricerca delle tracce fresche di Al Qaeda, gli studiosi lavorano a quelle sedimentate. «Washington ha promesso al presidente Ali Abdullah Saleh di raddoppiare i 70 milioni di dollari versati all’antiterrorismo yemenita nel 2009 mettendo l’importanza strategica del piccolo paese davanti al Pakistan, che ne riceve 112 l’anno» spiega Fawaz Gerges, docente di politiche mediorientali alla London School of Economics. Ad allarmare la Casa Bianca è la saldatura tra l’ambizione nichilista di Osama bin Laden e la crisi politica e sociale dello Yemen, dove un abitante su due vive in assoluta povertà e due su tre hanno meno di vent’anni. Una miccia visibile fino a Gerusalemme.

«Il nuovo terrorismo che si diffonde dalla periferia dell’islam germoglia come quello vecchio nella fragilità istituzionale del mondo arabo» nota Benny Morris, uno dei maggiori storici israeliani. Solo che al pari d’Egitto e Giordania vent’anni fa, Yemen e Pakistan non possono farcela da soli: «Gli Stati Uniti sono delusi dallo stallo del conflitto israelo-palestinese e preferiscono concentrarsi su altre zone. Con la jihad globale all’attacco dei valori occidentali i palestinesi sono usciti di scena e in breve resteranno un problema esclusivamente nostro». Come l’Iran, si mormora negli ambienti del Mossad, alla cui minaccia Israele è sempre più tentato di rispondere autonomamente. Lo Yemen insomma sembra diventato lo scacchiere su cui le potenze internazionali, che ancora un anno e mezzo fa puntavano su Gaza, giocano le loro ultime mosse. «La causa palestinese non è più attivamente sostenuta da nessuna potenza araba e ha sviluppi geopolitici limitati» ragiona il professor Antonio Giustozzi, del Crisis States Research Centre della London School of Economics, autore del saggio «Koran, Kalashnikov, and Laptop», Corano, kalashnikov e laptop. Molto meglio investire su Sana’a: «Il regime yemenita è alle corde, con tre movimenti antigovernativi in azione simultanea il momento è propizio per un sommovimento profondo». Non ci sono solo i 300 militanti di al Qaeda, «parassiti» che si nutrono dell’instabilità politica e della mancanza di leggi: «Si parla di aiuti iraniani ai ribelli del nord, dove la rivolta ha attualmente un dinamismo considerevole. Ma se Teheran è potenzialmente interessato a un cliente nella penisola arabica, Riad non resta certo a guardare e sfruttando l’avversità al governo in carica potrebbe essere dietro l’afflusso ingente di fondi ai secessionisti del sud».

Mentre l’America e i suoi alleati cercavano la quadratura del cerchio delle guerre afghana e irachena, gli uomini di Osama hanno arato la terra della regina di Saba forgiando le nuove leve del terrore. «L’ideologia jihadista radicale si è emancipata dall’idea di centro e si è diffusa grazie a internet e a predicatori individuali fino a consolidare l’immagine di un occidente antimusulmano» chiosa Mark Juergensmeyer, direttore del Dipartimento di Studi globali e internazionali dell’Università della California.

FRANCESCA PACI

La Stampa

giovedì 28 gennaio 2010

L’ INFERNO DI DISNEY AD HAITI

Haiti Progres, "This Week in Haiti," Vol. 13, no. 41, 3-9 gennaio 1996
Può anche darsi che gli occhioni languidi ed il seducente sorriso di Pocahontas, la più recente star a cartone animato della Walt Disney, questo Natale abbiano affascinato i bambini di tutto il mondo. Ma ad Haiti Pocahontas rappresenta l'inferno sulla terra per molte delle giovani donne che lavorano nelle zone manifatturiere del paese, secondo un recente rapporto pubblicato il mese scorso.

I lavoratori che cuciono i capi d'abbigliamento firmati dai rassicuranti personaggi di Disney non guadagnano neppure abbastanza per sfamarsi, per non parlare delle loro famiglie. Questo è quanto afferma il National Labor Committee Education Fund in Support of Worker and Human Rights in Central America (NLC), un'organizzazione newyorkese. "Gli appaltatori haitiani che producono pigiami di Topolino e di Pocahontas per le ditte statunitensi che lavorano su licenza della Walt Disney Corporation in qualche caso pagano i lavoratori anche meno di quindici gourdes (un dollaro USA) per una giornata di lavoro. Dodici centesimi all'ora, in chiara violazione anche della legge locale", scrive il NLC. Oltre che con i salari da fame, le lavoratrici haitiane che producono abiti per i giganti della grande distribuzione statunitense devono vedersela con le molestie sessuali e con orari di lavoro estenuanti. "Haiti ha bisogno di svilupparsi economicamente e le lavoratrici haitiane hanno bisogno di lavorare, ma non al prezzo di vilolare i diritti fondamentali ddei lavoratori. Pagare undici centesimi l'ora chi cuce vestiti per Kmart non è sviluppo, è delinquenza", rincara la dose il NLC.
Negli ultimi due decenni, funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno sempre indicato nello sviluppo del settore della "trasformazione" l'antidoto alla povertà di Haiti. Nei primi anni '80, circa 250 fabbriche occupavano oltre 60.000 lavoratori haitiani a Port Au Prince. Il salario minimo era di 2,64 dollari al giorno. Ma molte di queste caienne hanno abbandonato Haiti dopo la caduta del dittatore Jean-Claude Duvalier nel 1986. Altre se ne sono andate poco dopo l'elezione di Jean-Bertrand Aristide nel 1990, che basò la sua campagna elettorale sulla retorica nazionalista, e ancora di più hanno lasciato il paese dopo il colpo di stato del 1991.
Le miserabili condizioni della Haiti di oggi la rendono un concorrente ideale nel mercato del lavoro mondiale, dicono i funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e le zone industriali manifatturiere sono di nuovo al centro del programma di aggiustamento strutturale (SAP) per Haiti perseguito adesso dall'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale (FMI).
Nonostante questo il recupero delle zone industriali manifatturiere rimane debole.
Solo 72 manifatture con circa 13.000 persone erano state ripristinate al settembre 1995, secondo una agenzia del governo haitiano. Le istituzioni finanziarie internazionali sostengono che Haiti deve abbassare gli altri costi legati alla produzione di manufatti, come le spese portuali e telefoniche ed il costo dell'energia elettrica. Pertanto, la Banca mondiale sta facendo pressioni affinché siano aziende degli Stati Uniti ad assumere il controllo di questi settori chiave attraverso la privatizzazione delle industrie di proprietà pubblica ad Haiti. Intanto, spiegano gli strateghi del SAP, i salari devono essere conservati bassi e "competitivi".
Ma il National Labor Committee (NLC) ed i lavoratori haitiani sostengono che le zone manifatturiere ad Haiti, come quelle del resto dei Caraibi e dell'America centrale, sono in realtà zone in cui la schiavitù è legalizzata. "Mentre i proprietari delle fabbriche di Haiti e le società americane stanno approfittando dei salari bassi, i lavoratori haitiani stanno lottando ogni giorno per sfamare se stessi e le loro famiglie," ha indicato l'NLC in una relazione intitolata "Come diventre ricchi pagando la gente undici centesimi l'ora"
In particolare, il rapporto rileva come i proprietari delle fabbriche stiano cercando di non versare ai lavoratori di Haiti il nuovo salario minimo di 36 gourdes al giorno (due dollari e quaranta centesimi) ed afferma che più della metà delle 40 aziende che operano nel settore manifatturiero tessile ad Haiti, al momento della ricerca dell'NLC nell'agosto 1995, stessero violando la legge sul salario minimo. Il Presidente Aristide ha sollevato il salario minimo, lo scorso mese di maggio, da 15 a 36 gourdes al giorno. Anche se è stato il primo aumento dei salari dal 1984, l'NLC deve rilevare che il nuovo salario minimo "vale meno in termini reali di quanto il vecchio salario minimo di 15 gourdes valesse nel 1990 ... Dal 1 ottobre 1980, quando il dittatore Jean-Claude ( "Baby Doc") Duvalier fissò per la prima volta il salario minimo a 13,20 gourdes, il suo valore reale è diminuito di quasi il 50%".
Nelle dodici pagine del rapporto lo NLC riserva alcune delle sue critiche più taglienti ai giganti multinazionali statunitensi, come la Sears, Wal-Mart e Walt Disney Company, che appaltano alle imprese degli Stati Uniti e di Haiti. In una fabbrica di abbigliamento di qualità in cui si producono pigiami di Topolino, i dipendenti hanno riferito che l'estate scorsa avevano lavorato 50 giorni senza pause, fino a 70 ore alla settimana, senza un giorno di riposo. "Una lavoratrice ha detto al NLC che avrebbe dovuto cucire 204 paia di pigiami di Topolino ogni giorno e che la giornata le sarebbe stata pagata 40 gourdes (due dollari e sessantasette centesimi). Lei era stata in grado di farne soltanto 144 paia, per le quali era stata pagata 28 gourdes (un dollaro e ottantasette)", scrive il NLC. Il rapporto osserva che Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, ha guadagnato 203 milioni dollari nel 1993, circa 325.000 volte il salario dei lavoratori ad Haiti. "Se un lavoratore tipico haitiano lavorasse a tempo pieno sei giorni alla settimana a cucire i vestiti per la Disney, impiegherebbe circa 1.040 anni per guadagnare quello che Michael Eisner ha guadagnato in un solo giorno nel 1993", conclude il rapporto.
Nel complesso, lo NLC si è trovato davanti ad un "modello esemplare di abusi, tra i quali c'è quello dei salari bassi; così bassi che il proprietario della fabbrica ha riferito all'NLC che 'i lavoratori non possono lavorare bene perché non mangiano abbastanza'". Secondo la relazione una famiglia a Port Au Prince ha bisogno di almeno 363 gourdes ogni settimana, ventiquattro dollari e venti, per il cibo, il riparo e l'istruzione. "Ma un percettore di salario minimo, lavorando 8 ore al giorno 6 giorni alla settimana, porta a casa 216 gourdes, ovvero meno del 60% del fabbisogno di base di una famiglia", dice il rapporto.
Lo NLC addossa gran parte della colpa per il deterioramento delle condizioni dei lavoratori haitiani all'USAID, che ha impegnato 8 milioni di dollari di denaro dei contribuenti americani per la promozione degli investimenti esteri ad Haiti lo scorso anno. "Il governo americano ha mostrato un grande impegno a sostenere con decisione gli investimenti statunitensi ad Haiti, ma non ha mostrato alcun paragonabile impegno nei confronti dei lavoratori che producono per le aziende investitrici", sostiene l'NLC, rilevando che l'USAID ha reiteratamente esercitato pressioni sul governo di Haiti perché i salari rimanessero bassi.
L'NLC fa capo ai sindacati tessili degli Stati Uniti, e nota che i salari bassi ad Haiti saranno utilizzati per cercare di abbassare i salari degli altri lavoratori nelle Americhe. "I salari haitiani sono estremamente interessanti e sono più bassi di quelli della Repubblica Dominicana, della Giamaica, dello Honduras, di El Salvador, del Guatemala e del Nicaragua, altri paesi fitti di zone industriali manifatturiere. In altre parole, Haiti contribuisce a definire il tetto dei salari per l'intero emisfero occidentale", dice il rapporto. Haiti è attualmente sempre in prima fila nella corsa verso il ribasso.
[Per ulteriori informazioni, o per ordinare copie della relazione, contattare The National Labor Committee Education Fund, 15 UnionSquare West, New York, NY 10003-3377 Tel. 212-242-0700]
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mercoledì 27 gennaio 2010

OLOCAUSTO: C’È CHI DICE NO

Fino a che punto la libertà di espressione giustifica il negazionismo e il revisionismo?

Oggi si celebra il giorno della memoria dell’Olocausto, lo sterminio degli ebrei (e non solo) perpetrato dai nazisti (e non solo) durante la II Guerra Mondiale. Gli ebrei lo ricordano con il termine Shoah. Sulla Wikipedia italiana leggiamo che “il termine Shoah, tratto dal titolo del documentario di 9 ore realizzato dal regista ebreo Claude Lanzmann nel 1985 narrante le vicende storiche della seconda guerra mondiale, è stato adottato solo recentemente per descrivere la tragedia ebraica…” ma questa informazione è quanto meno imprecisa. Il termine Shoah , infatti, fu usato in questo senso sin dal 1938, quando i nazisti iniziarono a deportare migliaia di ebrei nei campi di concentramento, dopo la cosiddetta “Notte di Cristalli”.

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Il documentario di Lanzmann, semmai, ha contribuito notevolmente alla diffusione del termine al di fuori della comunità ebraica. Semantica a parte, cerchiamo di capire perché il ricordo dell’Olocausto è importante e quanto sono insidiose le teorie che vorrebbero metterlo in discussione.

UNA TRAGEDIA UNICA - La storia dell’umanità, anche quella contemporanea, è costellata di innumerevoli stermini e genocidi, di portata forse anche maggiore (in termini quantitativi) rispetto a quello ebraico. Gran parte di queste tragedie si sono consumate nel silenzio della storia e in pochi le ricordano. La tragedia ebraica, però, presenta una serie di caratteristiche che la rendono unica. I carnefici, tanto per cominciare, non furono “violenti selvaggi”: erano invece esponenti di una nazione moderna, ricca in termini economici e culturali, industrializzata, di fede cristiana. Lo sterminio non fu un massacro a colpi di machete o una sequenza di fucilazioni di massa: esso si svolse in modo silenzioso, metodico, ordinato e coordinato, fu attuato da un gran numero di cittadini nella sostanziale indifferenza o accondiscendenza degli altri cittadini.Le vittime non presero le armi, non tentarono di ribellarsi e spesso nemmeno di sfuggire, quasi sempre non conoscevano nemmeno la sorte che li attendeva: si lasciarono deportare e sopprimere in silenzio. Non esistono precedenti nella storia. Mai è successo che centinaia di migliaia di persone fossero deportate in campi nei quali si procedeva al loro sistematico sterminio, attuato con cinica scientificità. Gli ebrei non erano un’etnia rivale, non erano combattenti nemici, non erano sobillatori o avversari religiosi e ideologici. I nazisti procedettero alla loro eliminazione come se non fossero altro che animali infetti da sopprimere in un mattatoio. Come fu possibile che un’intera nazione moderna si lasciò trascinare in questo lucido atto di follia sterminatrice? L’inquietudine e il disagio che proviamo quando pensiamo a quella tragedia e scorriamo le immagini dei campi di sterminio e delle camere a gas, sta proprio in questo. Noi ci sentiamo milioni di miglia lontani rispetto ai massacri consumati in Africa o nel Sud-Est asiatico… ma quella Germania con la sua cultura e le sue capacità industriali ed economiche ci è terribilmente vicina. Il senso più profondo di ricordare e commemorare l’Olocausto non è tanto quello di rendere omaggio alle sue innumerevoli vittime, quanto di mantenere alto il livello di guardia contro il rischio di finire nello stesso baratro di indifferente follia.

NEGAZIONISMO E REVISIONISMOChe questo rischio sia concreto, lo dimostra la diffusione delle teorie negazioniste e revisioniste a tutti i livelli della nostra società, teorie su cui si staglia netta l’ombra dell’antisemitismo. Quest’ultimo si è evoluto molto, da allora. I nazisti partivano dal presupposto che gli ebrei fossero una razza inferiore e tanto bastava per considerarli animali inutili o molesti. Fritz Klein, un medico nazista di Auschwitz processato e impiccato alla fine della guerra, così rispose a chi gli chiedeva come si potesse conciliare il giuramento di Ippocrate con quello che aveva fatto agli ebrei: “Io sono un medico e difendo la vita. E proprio per rispetto alla vita umana, toglierei un’appendice incancrenita da un corpo malato. L’ebreo è l’appendice incancrenita nel corpo dell’umanità”. A quei tempi era facile operare simili distinzioni, così come del resto già accadeva nei confronti di neri, pellerossa, orientali ecc… Oggi il concetto razziale è stato accantonato. L’idea che gli ebrei abbiano caratteristiche genetiche distinte è ancora presente ma nella nostra cultura sarebbe impossibile impostare una campagna di odio e di discriminazione su queste basi.

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L’antisemita moderno deve quindi elaborare un concetto che parli di lobby ebraica, piuttosto che di razza ebraica. La lobby così formulata comprende tutti gli individui che hanno origini e parentele ebraiche, e che occupano posizioni più o meno significative nel mondo dell’economia, della politica, della cultura ecc.. L’idea proposta è quella di una rete capace di controllare o influenzare governi, media e istituzioni economiche, e che farebbe capo a Tel Aviv. Così individuato il “nemico”, l’antisemitismo propone a questo punto un’inversione della verità storica: l’Olocausto non è mai esistito, lo sterminio pianificato degli ebrei sarebbe una favola inventata di sana pianta dalla lobby allo scopo di influenzare l’opinione pubblica a proprio favore e ricattare i governi. Così gli antisemiti trasformano le vittime in carnefici, e i carnefici in vittime. Né più, né meno, di quanto fanno i complottisti che sostengono che gli americani si sarebbero auto-inflitti gli attentati del 2001 addossandone la colpa ai poveri e innocui fondamentalisti islamici di Al-Qaeda.Non è un caso, del resto, che quasi sempre i complottisti siano anche negazionisti, e viceversa. Negare l’Olocausto è un’assurdità: sarebbe come tentare di negare che ci sia stato un terremoto in Abruzzo o affermare che Garibaldi non è mai esistito. Decine di milioni di persone hanno vissuto l’Olocausto, decine di migliaia lo hanno posto in essere. Testimonianze e confessioni sono innumerevoli. Poi ci sono documenti, immagini, riprese video, strutture… Tuttavia i negazionisti fanno affidamento sul fatto che tanta gente sa dell’Olocausto solo ciò che ha letto in poche righe su un qualsiasi testo scolastico di storia, e sul diffuso convincimento che – in presenza di teorie contrastanti - “la verità sta nel mezzo”. A questo proposito, tornano molto utili le posizioni di coloro che non negano apertamente l’Olocausto, ma si industriano per limare verso il basso la sua entità. Prima tagliando qualche milione di morti, e poi attribuendo le altre vittime alle condizioni nei “campi di lavoro”, a malattie ed epidemie. Taglia qui, spunta là, alla fine concludono che sarebbero stati ben pochi gli ebrei effettivamente uccisi, vittime di qualche ufficiale che avrebbe agito per iniziativa personale, episodi non dissimili dai tanti altri registrati in quella guerra.

LIBERTA’Libertà di espressione e di pensiero? E’ sotto questa bandiera che i negazionisti rivendicano il diritto di esprimere le proprie idee. Ma c’è anche tanta gente che sostiene questo diritto, pur non condividendo (almeno a parole) le loro idee. Si deve convenire che in un paese libero e democratico ognuno ha il diritto di esprimere il proprio pensiero. Il nocciolo della questione, infatti, è un altro: questo diritto si estende anche alla possibilità di mentire e contraffare le prove, allo scopo di sostenere e propagandare le proprie opinioni? Questo diritto si estende anche alla possibilità di lanciare gravissime accuse senza uno straccio di prova? I negazionisti accusano governi, storici, testimoni (vittime comprese) di aver mentito, di aver prodotto documenti falsi, di aver giudicato e condannato (e giustiziato) persone che non avevano commesso alcun crimine.

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Non solo ignorano le prove che li smentiscono, ma ne producono di false a sostegno delle proprie affermazioni. Ad esempio David Irving, uno dei più noti negazionisti contemporanei, non ha esitato ad alterare il testo di un appunto scritto da Himmler nel 1941. La frase originale era: “Verwaltungsführer der SS haben zu bleiben”. Letteralmente: “I comandanti delle SS devono rimanere al loro posto”. Nei libri di Irving quella frase è trascritta sostituendo “haben” con “juden” (ebrei), e quindi diventa un “Ai comandanti delle SS, ebrei al loro posto” per cui (con un po’ di interpretazione creativa) il significato di quella frase finisce per trasformarsi in: “I comandanti delle SS devono lasciare gli ebrei lì dove sono”. E questo, secondo Irving, sarebbe un ordine di non deportare gli ebrei. La libertà di espressione dà il diritto di mentire in questo modo su argomenti così sensibili? E’ interessante notare che proprio David Irving ha intentato una causa contro un autore che aveva criticato le sue posizioni. In altre parole Irving pretende di poter dire e scrivere di tutto in nome della libertà di espressione delle proprie idee, ma allo stesso modo pretende che sia condannato chi contesta le sue affermazioni. L’azione legale di Irving fu subdola: egli infatti la esercitò presso una corte inglese, ben sapendo che in Inghilterra – in questi casi – l’onere della prova non ricade sull’accusa ma sulla difesa. Gli andò male ugualmente, i giudici inglesi sentenziarono che Irving aveva torto e che aveva effettivamente falsificato e manipolato fatti e documenti. David Irving è stato poi condannato da un tribunale austriaco a tre anni di reclusione, proprio a causa delle sue posizioni negazioniste. Questa sentenza ha fatto molto discutere, specialmente in previsione che vari paesi europei, tra cui l’Italia, possano adottare normative penali mirate a reprimere il negazionismo dell’Olocausto. Qualunque sia l’opinione di ciascuno in ordine all’opportunità di contrastare per legge l’attività propagandistica dei negazionisti, la giornata della memoria del 27 gennaio svolge una funzione fondamentale per stimolare la riflessione su quella tragedia e difendere la verità storica.

John B (John)

martedì 26 gennaio 2010

OCCUPAZIONE

TESTIMONIANZA DA HAITI

"Dell’approccio creativo dei marines alle tragedie umanitarie si è già detto. Quello su cui vorrei tornare è l’immagine che si è data del popolo haitiano negli ultimi giorni. Gente che fa sommosse, che tira fuori i machete, che minaccia la sicurezza propria e altrui. Bestie di satana che si avventano sui poveri stranieri che cercano di aiutarli. Tanto da giustificare una presenza molto massiccia di militi prevalentemente della U.S. Army.

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E dunque Haiti è occupata. Mentre le Nazioni Unite fanno briefing uno appresso all’altro, ti ritrovi soldati su mezzi blindati che girano per le strade di Port au Prince come se si trattasse di Saigon, fucili spianati e sguardo molto maschio e molto cattivo.

La gente da parte sua se li rimira come se fossero matti. Ma che cazzo andate in giro armati così?

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Annosa questione. Ma ste famose sommosse popolari ci sono state? Dunque per rispondere facciamo un po’ di cucina. Prendiamo centinaia di migliaia di persone rimaste senza nulla (mi pare che il concetto, a questo punto, sia abbastanza chiaro) che stentano a trovare del cibo e dell’acqua. Aggiungiamo frustrazione e risentimento verso una comunità internazionale che non è in grado di organizzare la distribuzione dei viveri che quotidianamente atterrano all’aeroporto e rimangono stipati lì. A parte aggreghiamo i marines che come tutti sanno sono esperti di distribuzione di aiuti umanitari, che senza avvertire nessuno né coordinarsi ad esempio col World Food Programme decidono di lanciare a pioggia col paracadute a casaccio (tecnicamente a cazzo di cane) razioni k, cioè quei simpatici pacchettini con dentro sorprese alimentari, senza alcun criterio. Se io sono un capo banda armata e mi vedo piovere viveri dal cielo senza nessun controllo è ovvio che mi lancio a pesce ad arraffare, e se posso a rubare anche ai miei compatrioti. E dunque lo faccio. E minaccio gli altri di morte. E se non si tolgono dalle palle li faccio proprio fuori.

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Ripetere l’operazione finché non si scatena una sommossa e servire a temperatura ambiente.

Viaggiando come i cani sulla fuoriserie di Vi non ci è capitato mai di vedere le violenze raccontate e gridate dai media di tutto il mondo. Parlando con gli operatori sul campo, con i volontari, con i gendarmi francesi, che pattugliano le strade con quei loro adorabili vestitini celesti, nessuno ha confermato l’efferatezza delle violenze. Non più di quanto ci si possa aspettare in una situazione del genere.

Ma se non c’è violenza sommossa, spargimento di sangue, come si giustificano le migliaia di soldati? Come si giustifica il colpo di mano dell’esercito?

Per capirlo io e Sciacallo cogliamo l’occasione al volo e ci facciamo invitare su un Seahawke, un elicottero della U.S. Navy, che tiene parcheggiate le portaerei al largo della città.

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Dopo due ore a farsi esplodere le orecchie all’aeroporto tra elicotteri cargo militari, hercules, aerei civili della American Airlines, è il nostro turno di salire su questo attrezzo cafonissimo e molto maschio.

Il marine che si occupa del rapporto coi giornalisti è amabilissimo, sorride, fa battute. Cesare Lombroso lo avrebbe sicuramente tacciato di criminale a giudicare dai suoi tratti somatici leggermente “ottusi”, ma a noi ce fa tanto ride, che sagoma!

Dunque i due moschettieri si preparano a un pomeriggio da embedded. scattiamo foto ai robusti soldatini che davanti a telecamere, instancabili, caricano razioni k e bottigliette d’acqua sui mirabolanti seahawkes che vanno e vengono sul pratino dell’aeroporto. Ci tengono proprio a far vedere che sono indispensabili.

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Arriva il nostro turno dopo un’attesa interminabile. Ci forniscono di due caschi con copriorecchie e saltiamo agilmente sui potenti mezzi dell’aviazione americana. Stipati in mezzo a decine di scatoloni di cibarie che, a quanto dicono i marines, devono servire a sfamare 10mila persone per 5 giorni. me cojoni!

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si sorvolano i paesaggi haitiani per 15 minuti. Montagne semi deserte, fino ad arrivare a Jacmel, a sud di Port au Prince. Va detto che sti elicotteri dentro so tutti sgarrupati e mezzo sfonnati, non è che stiamo proprio viaggiando con la tecnologia di punta. Ma in ogni caso per dei giovani freelance italiani, temporaneamente embedded, che devono essere sedotti, fa comunque la sua porca figura.

Si atterra. Si scarica la merce. Foto ricordo. Poi risalite al volo se no vi lasciamo qua. E risaliamo… Di nuovo in volo su valli e colline. Finché non arriva l’imprevisto. Regà, scusate, dice il baldo soldato, c’è finita la benzina, tocca annà a fa rifornimento un attimo alla porteaerei. Come finita la benzina? E noi qua sopra a fa gli splendidi senza benzina? E annamo su sta portaerei, che te devo dì? Dopo il rifornimento, si riparte veloci come il fulmine verso Port au Prince. Ma prima a sorpresa sorvoliamo un quartiere che dà sul mare. E da qui su lo Sciacallo riesce a scattare delle foto di centinaia di poracci che si accalcano su cinque navi stile carrette del mare di Lampedusa. Più altre centinaia di persone ammucchiate a riva in attesa di salire a bordo. E dove cazzo vanno questi? Non mi dire che stanno cercando di scappare via mare? Ma siete pazzi? Gli americani hanno detto proprio specificamente, noi ve volemo tanto bene, aiuti, tricchettracche, cotillon, però nun dovete cacà er cazzo. Rimanete qua, no che venite tutti a Miami a fa come ve pare!

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Invece quelli proprio se ne vanno. Ce provano. Perché se è vero che il presidente del Senegal ha offerto un pezzo del suo paese ai fratelli haitiani per farli tornare in Africa, gli Stati Uniti stanno lì appizzati per rimpatriarli tutti.

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Finito il giro ringraziamo per la gentilezza e ci ributtiamo nel marasma, felici di aver visto all’opera i veri buoni, felici di aver provato l’ebbrezza di essere embedded, ma un po’ con la sensazione sgradevole di aver vissuto sulla nostra pelle il concetto di “media asserviti”. Mo perché noi siamo vagabondi e randagi e non ci comprano co du noccioline, e quindi racconteremo per bene che porcate fanno gli americani da ste parti, però sono certo che altri si sono fatti fregare co du gomme da masticare e no specchietto.

Haiti di notte direi che è buia e di bello c’è che si vede un oceano di stelle sulla testa. Sdraiato su un cartone sul prato della base ONU, cena scroccata, con una copertina aspetto che arrivi il sonno. Qua non si sogna."

gennaio 25, 2010

Fonte

http://haitifreelance.wordpress.com/

Foto da Port au Prince di Emiliano Larizza e di Fabio Cuttica

lunedì 25 gennaio 2010

COSE CHE BISOGNA SAPERE SU HAITI

Quello che non vi sentite dire su Haiti (e che invece dovreste conoscere)
di Carl Lindskoog, commondreams.org
Nelle ore seguenti il devastante terremoto di Haiti la CNN, il New York Times ed altri media importanti hanno adottato un'interpretazione comune circa le cause di una distruzione così grave: il terremoto di magnitudo 7.0 è stato tanto devastante perché ha colpito una zona urbana estremamente sovrappopolata ed estremamente povera.

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Case "costruite una sull'altra", edificate dagli stessi poveri abitanti, ne hanno fatta una città fragile. Ed i molti anni di sottosviluppo e di sconvolgimenti politici avrebbero reso il governo haitiano impreparato ad un tale disastro. Questo è piuttosto vero. Ma la storia non è tutta qui. Quello che manca è una spiegazione del perché così tanti haitiani vivono a Port Au Prince e nei suoi sobborghi e perché tanti di loro sono costretti a sopravvivere con così poche risorse. Infatti, anche se una qualche spiegazione è stata azzardata, si tratta spesso di spiegazioni false in maniera vergognosa, come la testimonianza di un ex diplomatico statunitense alla CNN secondo la quale la sovrappopolazione di Port Au Prince sarebbe dovuta al fatto che gli haitiani, come la maggior parte dei popoli del Terzo Mondo, non sanno nulla di controllo delle nascite. Gli americani avidi di notizie potrebbero anche spaventarsi apprendendo che le condizioni cui i media americani attribuiscono l'amplificazione dell'impatto di questo tremendo disastro sono state in gran parte il prodotto di politiche americane e di un modello di sviluppo a guida americana. Dal 1957 al 1971 gli haitiani hanno vissuto sotto l'ombra oscura di "Papa Doc" Duvalier, un dittatore brutale che ha goduto del sostegno degli Stati Uniti, perché è stato considerato dagli americani come un affidabile anticomunista. Dopo la sua morte il figlio di Duvalier, Jean-Claude soprannominato "Baby Doc", è diventato presidente a vita all'età di diciannove anni ed ha regnato su Haiti fino a quando non è stato rovesciato nel 1986. E' stato nel corso degli anni '70 ed '80 che Baby Doc, il governo degli Stati Uniti e la comunità degli uomini d'affari hanno lavorato di concerto per mettere Haiti e la sua capitale sulla buona strada per diventare quello che erano il 12 gennaio 2010.
Dopo l'incoronazione di Baby Doc, pianificatori americani dentro e fuori il governo statunitense hanno avviato un loro piano per trasformare Haiti in una "Taiwan dei Caraibi". Questo piccolo e povero paese situato convenientemente vicino agli Stati Uniti è stato messo in condizioni di abbandonare il suo passato agricolo e di sviluppare un robusto settore manifatturiero esclusivamente orientato all'esportazione. A Duvalier e ai suoi alleati fu detto che questo era il modo di modernizzare e di sviluppare economicamente il paese.
Dal punto di vista della Banca mondiale e dell'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Haiti ha rappresentato il candidato ideale per questo lifting neoliberista. La povertà radicata delle masse haitiane poteva essere utilizzata per costringerle ad accettare lavori a bassa remunerazione, come il cucire palle da baseball o l'assemblare altri prodotti di consumo.
USAID però aveva piani precisi anche per l'agricoltura. Non soltanto le città haitiane dovevano diventare punti di produzione di articoli da esportare: anche la campagna doveva seguirne le sorti, e l'agricoltura haitiana fu riorganizzata per servire alla produzione di articoli da esportare e sulla base di una produzione orientata al mercato estero. Per raggiungere questo scopo USAID, insieme con gli industriali cittadini e con i latifondisti, si è data da fare per impiantare industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, al tempo stesso incoraggiando la pratica, già in uso, di rovesciare molte eccedenze agricole di produzione statunitense sul popolo haitiano.
Era prevedibile che questi "aiuti" da parte degli americani, innescando cambiamenti strutturali nell'agricoltura, avrebbero costretto i contadini di Haiti che non erano più in grado di sopravvivere a migrare verso le città, soprattutto verso Port Au Prince, dove si pensava si sarebbro concentrate le maggiori opportunità di occupazione nel nuovo settore manifatturiero. Tuttavia, quanti arrivarono in città scoprirono che i posti a disposizione nel settore manifatturiero non erano neppure lontanamente abbastanza. La città divenne sempre più affollata e si svilupparono grandi insediamenti fatti di baracche. Per rispondere alle necessità abitative dei contadini sfollati si mise all'opera un modo di costruire economico e rapido, a volte edificando le abitazioni letteralmente "l'una sull'altra".
Prima che passasse molto tempo, tuttavia, i pianificatori americani e le élite haitiane hanno deciso che forse il loro modello di sviluppo non aveva funzionato così bene ad Haiti, e l'hanno abbandonato. Le conseguenze degli stravolgimenti introdotti dagli americani, ovviamente, sono rimaste.
Quando il pomeriggio e la sera del 12 gennaio 2010 Haiti ha subìto quel terrificante terremoto, e via via tutte le scosse di assestamento, le distruzioni sono state, senza dubbio, notevolmente peggiorate dal concreto sovraffollamento e dalla povertà di Port-au-Prince e delle aree circostanti. Ma gli americani, pur scioccati, possono fare di più che scuotere la testa ed elargire qualche caritatevole donazione. Essi possono mettersi davanti alle responsabilità che il loro paese ha per quelle condizioni che hanno contrinuito ad amplificare l'effetto del terrremoto sulla città di Port Au Prince, e possono prendere cognizione del ruolo che l'America ha avuto nell'impedire ad Haiti il raggiungimento di un grado di sviluppo significativo.
Accettare la storia monca di Haiti offerta dalla CNN e dal New York Times significa addossare agli haitiani la colpa di essere stati le vittime di una situazione che non era frutto del loro operato. Come scrisse John Milton, "coloro che accusano gli altri di essere ciechi, sono gli stessi che hanno cavato loro gli occhi."
Versione originale: Carl Lindskoog, www.commondreams.org
Versione italiana da iononstoconoriana.blogspot.com/

domenica 24 gennaio 2010

AD HAITI NON CAMBIERÀ MAI NULLA?

Un paese difficile da capire raccontato da due cooperanti, che ad Haiti hanno trascorso tre anni.

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Il rischio che si corre a vivere ad Haiti è di cominciare a diventare un po’ haitiani. Il paese è estremamente difficile da capire appena arrivati, al punto che molti degli internazionali che arrivano si scoraggiano da subito e non fanno più alcun tentativo di avvicinamento a questa cultura ricchissima. Ricordiamo i nostri primi tre mesi ad Haiti nel 2007, chiusi in casa, con le macchine di servizio che venivano a prenderci per andare in ufficio e che nel pomeriggio ci riaccompagnavano in quella che stava diventando – a livello psicologico ma anche concretamente – una vera e propria prigione.

Il primo grande ostacolo, poi diventato chiave di lettura di questo paese, è il creolo haitiano. Attraverso la padronanza di questa lingua parlato dal 99,9 per cento della popolazione si arriva a diminuire la barriera culturale e lo scetticismo iniziale e si riesce a parlare dritti al cuore della gente, e a capire intenzioni e sensibilità. Il creolo è una sorta di francese semplificato, arricchito da influenze inglesi, spagnole, lingue o dialetti di origine africana e anche da un po’ di tedesco. Ma a rendere rende il creolo una lingua speciale sono i suoni e le espressioni facciali che accompagnano tutte le frasi. Suoni ed espressioni tutti ben strutturati che possono anche cambiare il significato di una stessa frase, e che forniscono un’arma in più allo spirito ironico e goliardico di questa gente.
Gli haitiani, infatti, grandi e piccoli, amano passare serate intere o pomeriggi a raccontare aneddoti di vita quotidiana, attraverso i quali analizzano i limiti della natura umana e le sue goffaggini, cominciando a predersi in giro, punzecchiandosi a vicenda, bambini, anziani, donne, nessuno escluso, con una straordinaria capacità dialettica. Questo spiega anche perché ad alcuni gli haitiani possano risultare poco ospitali; per questa loro ironia pungente, quasi a voler studiare la reazione della persona che hanno di fronte. Se andate in giro per il paese vi capiterà di essere fissati in modo minaccioso da qualcuno, ma se provate a fare un sorriso vedrete che sarà ricambiato con uno ancora più grande o magari con una risata. Si tratta quindi di un paese che ha bisogno di una motivazione particolare, uno sforzo in più per cominciare a conoscere la sua tradizione, la vita e l’energia, ma che una volta che vi ha accolti a fatica uscirà dai vostri cuori.
Ad Haiti ci si innamora dell’intensità delle emozioni e della capacità di trasmetterle, si riscopre un profondo senso dell’amicizia, si rimane stupiti dalla quantità di attenzioni che si scambiano tra loro gli haitiani quotidianamente al telefono, di persona, via sms ed ogni volta che ne hanno l’occasione.

Un altro ostacolo arduo da superare, soprattutto a livello professionale, per chi ad Haiti non è andato solo per conoscere un’altra cultura, è l’enigma della «vera priorità». In un paese che ha così tanti problemi, dove più del 70 per cento della popolazione è terribilmente vulnerabile, si cade facilmente o nella logica cinica del «ad Haiti non cambierà mai nulla» o nella confusione e nella frenesia di voler far tutto allo stesso tempo e, inevitabilmente, di andare vicini ad un esaurimento nervoso.
Di fatti ognuno a turno idossa i panni dell’esperto, e dopo un po’ crea la sua teoria. Ultima in ordine di tempo quella di Bill Clinton, che ha da sempre un rapporto speciale con il paese [vedi le vicessitudini dell’ex presidente Aristide, non si può parlare di Haiti senza pronunciare almeno una volta questo nome]. Clinton, dopo una missione tecnica di tre giorni, ha detto: «Bisogna creare posti di lavoro e per farlo serve attirare capitale straniero». Peccato che dopo pochi mesi da quella missione sia caduto il Preval bis [il primo governo era già caduto con le violente manifestazioni per il caro prezzi dovuto alla crisi economica nell’aprile 2008, anche se con dei retroscena poco chiari su una presunta manipolazione degli insorti fatta ad hoc per spingere alla crisi di governo], non certo un buon segnale per gli investitori che Clinton aveva portato in giro per l’isola mostrandone l’incredibile potenziale [a due ore da Port au Prince c’era anche il «Club Med Magic Haiti», chiuso nel 1997 proprio per l’instabilità politica di cui il paese soffre in modo cronico].
Non dimentichiamoci che Haiti fa parte delle grandi Antille con Cuba, Giamaica e Repubblica Dominicana, e i suoi dodici mesi d’estate sono davvero l’ideale per godere delle sue spiagge vergini, con chilometri di costa deserti senza traccia di turismo di massa, giusto qualche piroga di pescatori dalla vela bianca all’orizzonte e palme da cocco. Scenari fantastici sia a sud che a nord del paese, per chi ama il genere acqua cristallina, sabbia chiara, con un’amaca che ondeggia stesa tra due palme. Altre strategie di cui ci hanno resi partecipi i vari: «expats»/esperti in missione breve/economisti/studenti di Harvard sono di solito: «L’educazione: senza l’educazione non c’è sviluppo»; «La sovranità alimentare: senza cibo non si va avanti»; «L’infrastruttura: senza strade non ce la faranno mai», «La salute pubblica: non c’è», etc. La triste realtà è quella di un paese che non interessa a nessuno geopoliticamente e che non possiede giacimenti petroliferi, relativamente piccolo e francofono, che tutti i grandi della terra tendono a dimenticare.

Altro dato interessante e argomento su cui gli haitiani sono ferratissimi è la storia del paese: Haiti è, a livello mondiale, la prima Repubblica di colore a rendersi indipendente dai colonizzatori [francesi, che poi hanno chiesto un enorme risarcimento in oro al paese per essere riconosciuto indipendente e terminando lo sfruttamento estensivo e iniziando a formare l’enorme debito pubblico odierno, per alcuni vera priorità per rilanciare il paese verso lo sviluppo]. Si parla di bivi storici, di decisioni sbagliate, si litiga su chi è convinto che durante la dittatura di Papa Doc si stava meglio e chi no e nel frattempo si sorseggia una Prestige ghiacciata, la birra locale. Tanto, si sa, prima o poi il discorso cadrà su Aristide e allora si può anche fare l’alba. Tantissimi gli artisti e gli intellettuali haitiani che hanno lasciato il paese, ma tanti ancora quelli presenti sull’isola. Se si ha la fortuna di stare in uno dei loro giri, si possono anche evitare le carissime gallerie d’arte ed andare a casa di un pittore, uno scultore o uno scrittore per comprare quadri, fare due chiacchiere o scoprire di aver ancora tanto da conoscere su questo paese.

Dopo i primi tre mesi di reclusione abbiamo cominciato a sentirci più sicuri, parlando un creolo sufficiente, avendo comprato una macchina e cominciando a memorizzare almeno in parte il labirinto di costruzioni che è Port-au-Prince [in realtà basta memorizzare le quattro arterie che dal centro città portano su in montagna fino a Petion Ville e ancora più su a Kenskoff]. Per lavoro e per interesse abbiamo viaggiato conoscendo altre parti del paese, ma le cose da vedere sono davvero tante e non sempre si ha il tempo e l’energia.
La più bella scoperta è sicuramente la natura rigogliosa in posti come Les Cayes o Jeremie, dove la vegetazione è rigogliosa e si possono vedere dinamiche comunitarie e solidali, insieme ad un’ospitalità straordinaria. La nostra esperienza ad Haiti è stata di un totale di tre anni, in cui ci siamo sentiti a casa nostra, anche a Port-au-Prince, per molti brutta per la confusione, per noi col tempo aveva assunto un fascino particolare, con i nostri angoli preferiti, i suoi chioschetti, i mercati coloratissimi, la gente sempre in strada che non ti fa mai sentire solo.
Una società che ci ha accolti e ci ha dato tante emozioni intense ed energie, che abbiamo usato nei momenti piu duri del nostro lavoro, quando a volte il cinismo prodotto superava la speranza. Ma è questa grande capacità degli haitiani di allontanarsi con ironia da una realtà così dura che ci ha insegnato a non mollare, a relativizzare e soprattutto ad apprezzare quello che siamo e le possibilità che abbiamo. Alcuni punti di riferimento per cominciare a comprendere questo paese e la sua gente sono sicuramente il documentario sulla vita di Jean Dominique, agronomo giornalista di Radio Haiti Inter, il romanzo di Graham Greene Les Comédiens, proprio sull’ironia degli haitiani e Gouverneurs de la rosée di Jacques Roumain.

Simone Sarcia* - Mariavittoria Ballotta*

*Mariavittoria Ballotta ha lavorato ad Haiti nella sezione protezione dell’Infanzia di Unicef
*Simone Sarcia ha lavorato ad Haiti come capo progetto nelle bidonvilles di Cité Soleil e Martissant per Avsi, una Ong italiana

http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/19157

sabato 23 gennaio 2010

CANCELLARE IL DEBITO ESTERO DI HAITI

Toussaint Louverture


Haiti è asfissiato dal peso di un debito che supera 1,8 miliardi di dollari. E' una vampiresca suzione di risorse che lo condannano all'inanizione permanente. Nel luglio scorso, la “comunità finanziaria internazionale” fece rimbalzare annunci che sollevarono molte speranze, però svanito il fragore propagandistico, le cose sono rimaste nello stesso identico punto. Nonostante gran parte del debito sia stata “classificata condonabile”, non è stato affatto annullato, tantomeno diminuito. Oggigiorno, Haiti paga 430 milioni di euro solo di interessi.

Da dove ha origine questo debito ingiusto e immorale?
Dopo l’Indipendenza raggiunta nel 1804, estromettendo l’esercito republicano della Francia rivoluzionaria, nel 1835 il re Carlo X – in piena restaurazione monarchica- assedia Haiti con una flotta da guerra e impone con la forza delle armi che vengano indennizati “i coloni ingiustamente danneggiati”.

Haití, di fronte al ferreo blocco navale, capitolò e subì l’imposizione di un debito di 150 milioni di franchi-oro dell’epoca. In cifre contemporanee, è l’equivalente di 23 miliardi di dollari, imposte ad un Paese simile alla Bosnia-Erzagovina che stava appena uscendo da una guerra per l’indipendenza.

Haiti ha bisogno di giustizia. Ha bisogno che il mondo cancelli il suo debito, non gli invii di portaerei nucleari, ennesime spedizioni di truppe d'occupazione o "autorità" imposte dall'esterno. Haiti non ha bisogno dell'impresentabile George Bush -sì, quello lí!- appena nominato da Obama come plenipotenziario finanziario (accanto a B. Clinton), con la missione di centralizzare gli aiuti dei singoli, di ogni ONG ed istituzione.

Haiti non sa che farsene del prestito di 100 milioni annunciato dal Fondo Monetario Internazionale -con quali interessi monsieur Strauss-Kahn?- ed accoglie con speranza il segnale dato dall'Italia e dalla Francia, disponibili ad annullare il debito.

http://selvasorg.blogspot.com/2010/01/haiti-cancellare-il-debito-estero.html

“Al posto degli “aiuti” sarebbe meglio che annullassero il debito estero che Haiti ha con loro. Totalmente e senza condizioni. I “generosi aiuti” provengono soprattutto dai grandi creditori.E’ lecito parlare di “dono” quando sappiamo che la maggior parte di questo denaro servirà peri l pagamento del debito estero? O per uno “sviluppo nazionale” pianificato e deciso in funzione degli interessi delle oligrachie locali e degli stessi creditori?”

Eric Toussainte, direttore del Comitato per l’annullamento del Debito del Terzo Mondo. http://www.cadtm.org/ (CADTM ), avverte che le esperienze negative dei soccorsi internazionali in occasione dello tsunami, convogliati verso il Bangladesh, Indonesia, Sri Lanka e Bangladesh, possono ripetersi puntualmente ora nell’isola caraibica. I fondi raccolti servirono per arricchire le grandi compagnie e le autorità locali. L’esperienza dei soccorsi confluiti nel 2004 ad Haiti in occasione del ciclone Jeanne, non fanno purtroppo sperare in bene.

Tutti gli aiuti finanziari, in cash, sono vincolati e accaparrati dai grandi centri finanziari o dagli organismi internazionali creditori (Club de Paris, FMI ecc).

“Più dell’80% del debito estero di Haiti appartiene al Banco mondiale (BM) ed al Banco Interamericano dello Sviluppo (BID)” dice Toussaint. “Il programma PPME (Iniziativa Paesi Poveri molto indebitati) a cui venne ammesso Haiti nel 2006, è una tipica “operazione di lavaggio” del debito odioso. Il risultato è che solo tre anni dopo, il debito haitiano era aumentato da 1337 a 1884 milioni di dollari”.

venerdì 22 gennaio 2010

HAITI, UN PROTETTORATO USA-BRASILE?

Chi prenderá il potere nella Haiti post-terremoto? Brasile e Stati Uniti sono in pole position, e dopo le tensioni dei giorni scorsi sulla gestione degli aiuti, e la relativa “occupazione” del Paese, sembrano essersi messi d’accordo. Le due potenze hanno stretto un primo e fondamentale patto, relativo all’invio di cibo nella capitale Port-au-Prince: mentre i nordamericani si assumeranno la responsabilitá della distribuzione di alimenti pronti e acqua, il contingente verdeoro si occuperá della sicurezza dell’operazione.

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Nelson Jobim in mimetica

Questa prima missione congiunta occuperá 130 militari, e secondo il colonnello João Batista Bernardes si rende necessaria per le peculiaritá dei rispettivi contingenti: se gli statunitensi posseggono il materiale necessario, i brasiliani conoscono perfettamente il territorio. La notizia che gli Usa dovrebbero inviare nell’area, sotto l’egida Onu, ben diecimila uomini, ha provocato a Brasília qualche inconfessato malumore, poiché ció potrebbe preludere a un trasferimento (naturalmente ai nordamericani) della guida del contingente internazionale.

Frattanto il ministro della Difesa Nelson Jobim ha dichiarato che – per aiutare nella ricostruzione – le truppe brasiliane resteranno nel Paese caraibico altri cinque anni, quindi ben oltre la fine del 2011, quando avrá termine il mandato della Minustah (Mission des nations unies pour la stabilisation en Haïti).

Francesco Giappichini

HAITI NON COMPRA LA LIBERTA' E LA DEMOCRAZIA AL MERCATO!

Non c'è dubbio che il movimento politico Lavalas si opponeva al modello neoliberale di sviluppo è ora in fase di attuazione in Haiti.

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L'insistenza del FMI, la Banca Mondiale e la Inter-American Development Bank sugli "aggiustamenti strutturali", compresa l'eliminazione dei dazi sulle importazioni e le esportazioni, la vendita delle industrie e delle aziende che erano nelle mani dello Stato, il mantenimento di uno salario minimo e una dipendenza ossessiva sul settore privato come motore di sviluppo economico è stato chiamato "il piano mortale".
di Kevin Pina
http://www.suramericapress.com/
"L'ostacolo maggiore al piano delle istituzioni finanziarie di Haiti è stata la stessa democrazia, il modo in cui il movimento Lavalas rappresentava gli interessi della maggioranza dei poveri e il presidente, due volte eletto Jean-Bertrand Aristide.
Il governo si è rifiutato di privatizzare le industrie chiave come la compagnia telefonica (Teleco) e la società elettrica (EDH) e mentre le istituzioni finanziarie insistevano sul fatto che i programmi sociali sono stati tagliati, il partito Fanmi Lavalas ha beneficiato di queste imprese di Stato per investire nell' alfabetizzazione e fornire milioni di pasti sovvenzionati per i poveri.
Per la prima volta nella storia, Haiti aveva una rete di sicurezza che proteggeva contro la fame e la malnutrizione diffusa. Nonostante le obiezioni delle istituzioni finanziarie e dell' élite economica depredatrice di Haiti, il salario minimo è stato raddoppiato per due volte durante il primo e il secondo mandato di Aristide, per la forza lavoro peggio pagata dell'emisfero. Non è un caso che i due mandati di Aristide sono stati falciati da un golpe.
Dovrebbe essere molto chiaro, anche per l'osservatore più distratto, che questo era uno dei motivi principali del colpo di stato del febbraio 2004, che non solo ha rovesciato il presidente, ma che ha rimosso oltre 7,400 eletti dal livello comunale a incarichi nazionali in tutta Haiti.
Non è stato altro che un tentativo di distruggere movimento maggioritario dei poveri haitiani e il loro diritto di stabilire, attraverso le elezioni, le proprie priorità per lo sviluppo economico basato sulla sovranità e la giustizia sociale.
L'amministrazione Bush e il partito repubblicano appoggiarono l'élite haitiana per rovesciare il governo costituzionale e orchestrare la transizione". Lontani dalla mitologica "rivolta popolare", menzionata spesso dai ben pagati giornalisti, il rovesciamento della democrazia in Haiti, nel 2004 è stato violento e perpetrati dalle antiche forze militari e dai comandanti degli squadroni della morte che fecero una strage.
La minoranza pagata dall' elite benestante scesa in strada per dare l'impressione di una rivolta popolare non è stata in grado di far cadere il governo, per questo lanciarono i cani di guerra ben curati che avevano nella vicina Repubblica Dominicana.
E non era diverso dai recenti sviluppi in Honduras: un presidente rapito in casa sua contro la sua volontà nel bel mezzo della notte e costretto a salire su un aereo, mentre il crimine cominciava per assicurare il trionfo dei cospiratori.
Due anni dopo il colpo di Stato 2004, in Haiti ha chiarito quali fossero le intenzioni della Organizzazione degli Stati Americani, Nazioni Unite e la comunità internazionale. Tutti hanno beneficiato del regime instaurato dagli Stati Uniti che prese il potere e scatenò una campagna senza precedenti di esecuzioni sommarie, episodi regolari di sparare ai manifestanti disarmati e di arresti arbitrari.
Tutto questo fatto nel nome di “restaurare la democrazia”. E’ stato un periodo di grandi violazioni dei diritti umani commessi sotto la protezione delle Nazioni Unite che con successo oscurarono e occultarono quello che è successo fino ad oggi. Confrontando migliaia uccisi, imprigionati e costretti all'esilio, il movimento Lavalas poté eleggere Rene Preval, il nuovo presidente nel 2006. La sua speranza era che avrebbe potuto fermare la repressione, liberare i prigionieri politici e permettere il ritorno di Aristide ad Haiti.
Quello che non potevano sapere è che lui aveva già firmato a favore del cinico progetto di distruggere il movimento popolare come preparazione per portare Haiti in un nuovo campo di sviluppo economico neoliberale e al “piano mortale” che tanto loro avevano contrastato. Nonostante i più di 4 miliardi di dollari di aiuti internazionali dopo il golpe del 2004, la vita ad Haiti è peggiorata, mentre l’elite depredatrice era libera di spremere più profitto possibile dalla disperata popolazione.
Con un limitato investimento, l’elite avrebbe usato il suo monopolio sulle importazioni di prodotti alimentari a rubare più di 1.500 milioni di dollari che familiari e amici inviavano annualmente dall’estero ai loro familiari e affetti in Haiti nello sforzo di mantenerli vivi. Un accordo “dolce” per i monopolisti che si assicuravano che la ridistribuzione della ricchezza cadesse nelle loro tasche, anche quando le proteste pubbliche contro la crescente miseria e fame aumentavano in aprile del 2008.
Tutto il tempo il movimento Lavalas ed i poveri si sono mantenuti attivi dimostrando contro il golpe e richiedendo giustizia ed il ritorno di Aristide. I loro leader furono fatti sparire forzatamente, come nel caso di Lovinsky Pierre- Antoine nell’agosto del 2007, o forzati a marcire in carcere come Ronald Dauphin, o a soccombere ai maltrattamenti come nel caso del Padre Gerard Jean- Juste il 27 maggio 2009.
Tuttavia altri sono stati corteggiati da Preval e hanno ricevuto offerte di posizioni di potere all'interno del suo governo se davano le spalle alla loro storia e al movimento Lavalas. Dopo sono venute le ritardate elezioni al senato in aprile e giugno del 2009 dove si diede il colpo finale a Lavalas.
Il partito Fanmi Lavalas sarebbe stato escluso dalla partecipazione alle elezioni per una questione tecnica, non perché esistesse la possibilità che vincesse se entrava nuovamente in campo politico. Nonostante questo Lavalas boicottò le selezioni e lo fece così effettivamente diventarono uno scherzo in relazione a qualsiasi valorizzazione di partecipazione democratica.
Non è stato altro che un rifiuto collettivo a Preval e alla comunità internazionale. Uccidere, incarcerare, esiliare, dividere, escludere e comprare tanto quanto hanno potuto si presentò come la strategia a lungo termine per distruggere Lavalas e per far apparire Haiti come storia trionfante dell’esito neoliberale nei Caraibi.
Anche così la maggioranza povera di Haiti è una forza elastica e speranzosa. Spera che con l’elezione di Obama, come primo presidente con sangue africano degli Stati Uniti, la politica estera degli Stati Uniti verso Haiti cambi. Ma non è cambiata.
Si sperava, almeno fino alla sua visita a giugno a Andy Apaid sostenitore del golpe e promotore del modello neoliberale, che la nomina di Hillary Clinton come Segretaria di Stato facesse una differenza.
Si sperava nella nomina di Bill Clinton come Inviato Speciale a Haiti delle Nazioni Uniti, avrebbe segnato un cambiamento,fino a quando ha fatto del suo meglio per ignorare le petizioni che gli venivano fatte frequentemente, durante le sue brevi visite negli ultimi due mesi. Al contrario lui ha parlato di coordinare l’aiuto delle ONG in vista dell’istituzione di un nuovo “piano mortale” come venne postulato dal consigliere economico delle Nazioni Uniti, Paul Collier, lo stesso piano mortale neoliberale degli anni 80 fatto da Reagan per la conca dei Caraibi.
Ignorando la storia, apponendo il proprio nome e annunciandolo come nuovo ad una stampa acritica che no sa. Le istituzioni finanziarie lo scoro giugno hanno annunciato che hanno cancellato 1200 milioni di dollari di debito ad Haiti, la maggior parte era stata acquistata da ex dittatori e i loro soci dell' elite benestante, che erano stati sponsorizzati dagli Stati Uniti.
Deve essere rassicurante andare a letto la notte, in un mare di terribile povertà, ma sapendo che uno è il “motore dello sviluppo economico del mondo e che uno non ha mai sbagliato”. Adesso arriva l’atto finale del ritorno ufficiale di Haiti al neoliberismo: precisamente questa settimana il Parlamento haitiano ha decretato il lavoratore haitiano come peggior stipendiato dell’emisfero.
Votano a porte chiuse il “doppio stipendio minimo” di 3,75 dollari al giorno, circa di 38 centesimi l’ora in una giornata normale di 10 ore. Il "vantaggio comparativo" di Haiti, nel quadro della politica economica neoliberista si è solidificata, si tratta di lavoro a buon mercato che mantiene il prezzo basso del lavoro nell’emisfero e nel mondo. Il vantaggio di Haiti dall’epoca di Reagan è stata quella di mantenere gli stipendi bassi nell’emisfero, l’haitiana è la forza lavorativa più economica e contro di lei devono competere altre forze lavorative della regione.
Dovrebbe servire da consolazione sapere che anche se uno non potrà mai guadagnare sufficiente denaro per uscire dalla povertà, anche lavorando 10 ore al giorno, almeno sta svolgendo un piccolo ruolo nel mantenere il prezzo del lavoro “sufficientemente basso” in modo che i manifatturieri tessili e i loro soci dell' elite ricevano buoni guadagni.
Si può dormire la notte sapendo che il Congresso degli Stati Uniti hanno così tante speranze, come uno in che la legislazione che assicura ai manifatturieri tessili degli USA buoni di tasse, paghino i ben guadagnati 3,75 dollari al giorno che il Parlamento haitiano ha appena approvato.
Tutto ciò che rimane della piattaforma ad Haiti della ex signora delle ONG e attuale primo ministro, Michele Duviviere Pierre- Louis è di sedersi nel teatro con Bill Clinton per annunciare “formalmente” che il periodo di incubazione del nuovo-vecchio Piano Mortale è finito e che è nato con rinnovata speranza ad Haiti.
I corpi sono seppelliti e il sangue è stato lavato, e quindi adesso Haiti può girare pagina su Lavalas e quelli che nella maggior parte dei poveri hanno avuto l’audacia di pensare che le selezioni significano che loro possono scegliere un’alternativa. Qualsiasi analista degno di questo nome che capisce la storia haitiana non scommetterebbe, però, che la situazione sia finita.
Vale la pena di ripetere le parole del presidente haitiano eletto democraticamente e fatto cadere nel 2004 e ancora esiliato in SudAfrica, Aristide, che una volta disse “Pèp pa achte libète ak demokrasinan mache" o “Il popolo non compra la sua libertà e democrazia al mercato”.
Nel mondo d’oggi qualsiasi cosa sembra possibile, con un Democratico alla Casa Bianca e un altro nel Congresso- specialmente uno deve il suo successo alla piattaforma di “Cambio nel quale lei possa credere”. La lezione per i poveri del mondo continua ad essere la stessa; quando parliamo di Partito Democratico non confondere speranza con cambiamento, specialmente se quello è tutto ciò che ricevi per le tue 10 ore di lavoro”.
upsidedownworld.org

Fonte

MA ORA TUTTO CAMBIA...

LA NATURA HA INFLUENZATO IL DESTINO DI UN POPOLO

QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE ?

giovedì 21 gennaio 2010

HAITI E SANTO DOMINGO: NUOVE TRAGEDIE, VECCHI RANCORI, IL CUORE ED IL PORTAFOGLI

È trascorsa una settimana dall’immane disastro che ha colpito Haiti. Il numero delle vittime, probabilmente oltre centomila, è talmente alto da non sembrare neanche reale… eppure lo è. Mentre si contano i morti e si cercano i sopravvissuti, qualcuno non ha potuto fare a meno di notare un grande assente: Santo Domingo.

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Santo Domingo, l'altra metà dell'ex isola di Hispaniola, una specie di territorio di oltremare degli Stati Uniti, non si è praticamente mossa in aiuto di Haiti

Non credo di essere stato l'unico a chiedermelo.

Via via che le dimensioni epocali del disastro di Haiti si chiarivano (secondo me di gran lunga sottostimate, perché siamo solo agli inizi della tragedia, dato il collasso delle già inesistenti strutture politiche e sociali del paese), nel mobilitarsi del soccorso internazionale vi era un grande assente. Santo Domingo, l'altra metà dell'ex isola di Hispaniola, una specie di territorio di oltremare degli Stati Uniti, non si è praticamente mossa. Anzi: ha praticamente chiuso le frontiere, impedendo ai profughi che vi si ammassavano in cerca di un aiuto qualunque, di entrare. Ha fornito aiuti ridicoli: una cinquantina di camion di viveri, una decina di cucine da campo, una cinquantina di medici e paramedici e, sopratutto, ha vergognosamente provveduto a curare nei propri ospedali solo i membri dell'elite di "governo" (virgolette d'obbligo) dello sventurato vicino.

Per loro una sala operatoria linda ed efficiente, lenzuola pulite e la cortese e premurosa attenzione del personale.

A #Haitian doctor, UK surgeon, and German nurse treat a patient with two broken legs. © Julie Remy

Doctors Without Borders surgeon in #Haiti treats a man with a boken foot in a makeshift surgery room outside of the hospital. © Julie Remy

Per il resto degli Haitiani la morte di stenti, o di infezione o di malattia o violenta, nel tentativo di procurarsi cibo, acqua, vestiario, medicine, in mancanza di aiuti sufficienti.

A child treated at the #Haiti Doctors Without Borders run Carrefour hospital recovers in a quiet area after she is stabilized. © Julie Remy

Se credete che stia esagerando, su come la vedono nell'altra metà dell'isola, leggete il tenore dei commenti all'articolo citato. Si oscilla tra "quella gente fa schifo" a "se sapremo giocare bene la carta degli aiuti internazionali ci troveremo in una situazione da cui abbiamo solo da guadagnarci". Da conati, per davvero.

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Il peggio deve ancora venire, dicevo, perché la situazione, che già è normalmente esplosiva, sta rapidamente degenerando mentre squadracce di disperati razziano il razziabile per poi rivenderlo a quelli più disperati di loro, mentre i soldati dell'Onu non riescono, con ogni probabilità, a vedere la differenza tra gli uni e gli altri, mentre anche le equipe mediche di soccorso cominciano a correre, seriamente, rischi crescenti.

In this photo released by the United Nations, homes affected by an earthquake lay in ruins in Port-au-Prince, Haiti, Wednesday, Jan. 13, 2010. A 7.0-magnitude earthquake struck Haiti Tuesday.


L'impressione è che la situazione stia andando fuori controllo, mentre si fanno barricate di cadaveri per protestare contro l'assenza di aiuti, mentre si trasportano in discarica con le ruspe i corpi, bruciandoli con l’immondizia, in mancanza della preziosissima benzina, mentre nessuno o quasi si avventura fuori dall'aeroporto, come risulta, con penosa evidenza, dagli inviati dei Tg nazionali che mandano in onda i servizi in mezzo agli aerei che rullano.

C'e' una seria possibilità, a mio avviso, che la macchina dei soccorsi non possa mettersi in moto ed anzi venga bloccata, a causa della situazione, per le strade. Non sarebbe certo la prima volta che abbandoniamo un paese al suo destino per gli scarsi interessi strategici in gioco e l'oggettivo rischio per chi viene da fuori.

Citerò, in ordine sparso, Il Congo, il Sudan, La Somalia e l'Eritrea, la stessa Haiti... vabbé avete capito. Se i rischi sono tanti e il business non c'e', gli aiuti internazionali fanno prestissimo a sbaraccare, lasciando solo qualche coraggioso medico di Emergency, di Medici Senza Frontiere, di qualche onlus, locale o no.

In tutto questo orrore, senza precedenti (del resto una città di tre milioni di persone rasa al suolo in un attimo, nella storia dell'uomo non era mai accaduto, San francisco nel 1909 era grande meno di un decimo) la Repubblica di Santo Domingo, uno stato relativamente ricco e benestante, in rapporto all'area geografica, dovrà essere ricordata per l'aiuto che vergognosamente, non ha dato.

Il fatto che si osi ricordare vecchie ruggini di quasi due secoli fa , a giustificare una mole di aiuti chiaramente ridicola o le tensioni dovute ai lavoratori al nero che in gran numero varcano le frontiere tra i due paesi creando tensioni che noi conosciamo bene, è una aggravante, non una giustificante.

Ma non è finita. Mentre si chiudono le frontiere, condannando probabilmente a morte migliaia di persone, si indicono due giorni di lutto nazionale, mentre, dieci anni fa, per la morte di un ex Presidente della "Repubblica" caraibica, Juan Bosh, a 92 anni, i giorni di lutto erano stati tre.

Un vecchio, probabilmente coraggioso, vano, oppositore della imperante corruzione, ma solo un uomo. Contro una tragedia di immani dimensioni.

Parliamoci chiaro. Questi qui non hanno certo chissà quali feroci odi etnici che covano. Questi hanno paura. Paura di una malattia contagiosa, terribile, spietata. Che si chiama povertà. Hanno paura che il contagio si allarghi alla loro fettina di isola, hanno paura che la loro metropolitana nuova di zecca si riempia di diseredati, di peones, di "extradomenicani". Hanno paura che gli si infetti il portafoglio, che gli vada in cancrena il business.

Macché paura. E' proprio panico, puro semplice panico, che riempie i loro cuori e li acceca. Sanno che la loro salvezza,la loro tranquillità, il loro benessere, in ultima analisi il loro futuro, può stare solo nel cercare di dare una mano reale, costruttiva, ma non vogliono. Costa e non paga in termini elettorali. E poi, manco a dirlo, hanno bisogno, assoluto bisogno di un bell'orticello di diseredati a cui attingere, alla bisogna, per far fare i lavori che nessuno vuol più fare.

Se sentite suonare una campana, in queste parole, su quella distesa di rovine e di cadaveri, non stupitevi. Sta suonando, dovreste saperlo, per noi.

Santo Domingo, come un ritratto di Dorian Gray, ci mostra in modo che non possiamo non vedere, la nostra, egoistica, vergognosa, faccia. una faccia che cerchiamo vanamente di dimenticare e far dimenticare in un soprassalto di tardiva solidarietà umana.

Noi siamo diversi, eeeh, direte.

No, purtroppo, non abbastanza. Rosarno è troppo vicina nel tempo per essercene dimenticati ma basta uscire di casa e girare due isolati, dovunque voi viviate, in Italia.

Articolo tratto da Crisis

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