mercoledì 31 marzo 2010

ESSERE O APPARIRE

Essere o apparire?

L'italiano non vuole sapere troppo su di sé. Nel caso sia costretto a guardarsi allo specchio, nega la propria immagine e attribuisce agli altri i suoi vizi, le sue debolezze.

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Si inventa un mondo di cui è prigioniero, ma di cui possiede le chiavi. Un canarino in gabbia, abituato a non volare, con il terrore di uscire dalla sua piccola prigione. Odia essere messo di fronte alle sue responsabilità. Ama chi le prende al suo posto. E' un puro, non si occupa di politica, la subisce. E' onesto, non denuncia chi viola la legge perché non è suo compito. E' rassegnato all'immutabilità del mondo, che non ama. Vive giorno dopo giorno, o forse è meglio dire alla giornata. Gli eroi gli danno l'orticaria, sono un modello che lo mette in imbarazzo. Preferisce chi è peggio di lui (lo fa sentire meglio) e lo nomina suo riferimento, presidente del Consiglio, segretario di partito, giornalista. Il suo ritratto è il più grande nemico. Passa la vita ad evitare il confronto, che, lui sa, potrebbe essere mortale.
"Prese la lampada sulla tavola e salì cautamente le scale. Mentre apriva la porta, un sorriso di gioia gli sfiorò il viso stranamente giovane e indugiò un attimo sulle labbra... Gli parve che il peso gli fosse già stato tolto di dosso. Entrò tranquillamente, chiuse la porta alle sue spalle, come era solito fare, e tolse il panno cremisi dal ritratto. Un grido di dolore e di indignazione gli sfuggì dalle labbra. Non riusciva a scorgere nessun cambiamento, se non negli occhi che avevano assunto un'espressione scaltra e nella bocca sulla quale erano apparse le rughe dell'ipocrisia. La cosa era sempre disgustosa - più ripugnante di prima, se possibile..." (Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde).
L'opinione che ha di sé stesso, anche se lui per primo sa essere falsa, è la cosa più importante che possiede. Lo tiene in vita, gli evita confronti dolorosi. La sua esistenza è un gioco a nascondino, di "vorrei ma non posso", di "è una cosa più grande di me", di "qualcuno ci penserà". E' un egoista inconsapevole, non sa di esserlo e forse non vuole esserlo. Vive nella paura della luce del giorno, della consapevolezza di quello che potrebbe essere, ma non è.

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LE 10 PIÙ TERRIBILI CATASTROFI NATURALI DELLA STORIA

10 - Tifone Tip

I tifoni del Pacifico generalmente sono molto più potenti degli uragani atlantici. Questo, poichè l'Oceano Pacifico ha molto più acqua su cui i tifoni possono raccogliere la loro forza.

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Il tifone Tip è stato il più vasto e intenso ciclone tropicale mai registrato, con un diametro di 2.220 chilometri. Fu la novantesima tempesta tropicale, il dodicesimo tifone e il terzo supertifone del 1979. Esso sviluppò la perturbazione monsonica il 4 ottobre 1979 vicino all'isola di Pohnpei. Inizialmente una tempesta tropicale situata a nordest sembrò ostacolare la formazione del ciclone, ma spostandosi verso nord Tip fu in grado di aumentare la sua forza.
Tip ha fatto la storia con la più bassa pressione dell'aria mai registrato a livello del mare sulla Terra: 870 mbar. L'uragano Andrew fu di 922 mbar. Il suo distruttivo passaggio uccise 99 persone, tra i quali 44 pescatori in alto mare nel Pacifico. affondò o costrinse a terra 8 navi. Uno di questi era un cargo gigante che la tempesta aveva rotto a metà.

9 - Lago Nyos

Il lago Nyos è un lago di origine vulcanica nella provincia nord-occidentale del Camerun.

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Esso è situato nel cratere del vulcano quiescente Mount Oku, (vulcano non attivo, ma del quale si conoscono eruzioni in tempi storici o per lo meno negli ultimi 10.000 anni e per cui non è esclusa la possibilità di ritornare in attività). Una diga naturale di roccia vulcanica racchiude le acque del lago.
La possibilità di un'esplosione di gas da sotto il lago, chiamato limnic eruzione*, inorridì il mondo il 21 agosto del 1986, quando il lago emise una enorme nuvola di CO2, che provocò la morte per soffocamento di oltre 1800 persone e 3500 capi di bestiame nei villaggi adiacenti. Gli scienziati, per scongiurare un'altra tragedia, proposero di costruire cinque tubature per consentire al gas di fuoriuscire in sicurezza in superficie, prima di arrivare al punto critico. Ad oggi, una sola tubatura è stata costruita.
* Un'eruzione limnic, conosciuta anche come capovolgimento del lago, è un tipo raro di disastro naturale in cui l'anidride carbonica (CO2) scoppia improvvisamente dall'acqua profonda del lago, dalla fauna selvatica soffocante, dal bestiame e dagli esseri umani.

8 - Terremoto del 1960 in Cile

Il terremoto più potente mai registrato colpì il Cile il 22 maggio 1960, alle 2:11 ora locale. Il disastro provocò circa 6.000 morti e più di due milioni di sfollati. Ma le vittime sarebbero state molto di più, se il Cile non si fosse fatto trovare pronto a ricevere i terremoti, ma anche per la posizione remota dell'epicentro.

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Il suo epicentro fu localizzato nei dintorni della città di Valdivia, con una magnitudo di 9,5 della scala Richter: . Dopo la scossa principale si registrarono una serie di importanti movimenti tellurici che tra il 21 maggio e il 6 luglio colpirono la maggior parte del sud del paese.
Il sisma fu avvertito in differenti parti del pianeta e produsse uno tsunami che colpì diverse località dell'Oceano Pacifico, come le Hawaii e il Giappone e l'eruzione del Vulcano Puyehue.
Il sisma possedeva due volte l'energia del terremoto del 2004 nell'Oceano Indiano, pari a 178 miliardi di tonnellate di TNT. Ciò avrebbe alimentato tutti gli Stati Uniti, ai livelli del 2005 il consumo di energia, per 740 anni. Da notare che la bomba di Hiroshima è stata pari a circa 13000 tonnellate di tnt (55 terajoule).

7 - Ondata di caldo in Europa nel 2003

Durante i primi quindici giorni del mese di agosto 2003, l'Europa conobbe una delle estati più caldi mai registrate in Europa, specialmente in Francia e Portogallo, dove le conseguenze sugli ecosistemi, la popolazione e le infrastrutture furono importanti e provocarono anche una crisi politica.

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Oltre 30mila cittadini europei sono morti a causa della canicola. Questo fenomeno fu eccezionale sia per la durata che per l'intensità; in effetti numerosi record di temperatura furono battuti in diverse città europee. Questa canicola seguì ad una primavera ed un inizio dell'estate particolarmente siccitosi, che ricordavano l'anno 1976, pur essendo ben più gravi in termini di carenze idriche che in termini di durata.

6 - La tempesta del secolo

Nella seconda settimana di marzo del 1993, una tempesta di rara violenza investì gli Stati Uniti orientali , battendo molti record di intensità del vento, quantità di neve, freddo e minimi barici, provocando circa 270 vittime e paralizzando i trasporti per due giorni .
Il 12 marzo l'aria fredda proveniente dal nord confluì in una preesistente depressione posizionata sul Golfo del Messico che si intensificò rapidamente e si spostò verso nord-est.

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Nelle prime ore del 13 marzo il centro depressionario transitò sulla Florida con piogge torrenziali e numerosi tornado poi risalì rapidamente interessando tutti gli stati orientali con tormente di neve che, dall’Alabama, si estesero fino al confine canadese; sulla regione appalachiana, un grande sistema montuoso che, tra l'Atlantico e le pianure centrali, si estende da sud-ovest a nord-est per circa 2500 km, fino ai rilievi della Nuova Inghilterra, caddero in poche ore 130 cm di neve e 110 nella città di Syracuse (New York) presso il Lago Ontario. Negli Appalachi del North Carolina, Virginia e West Virginia la neve raggiunse i 3,5 metri e 300 persone morirono congelate.

5 - La grande alluvione del 1931

La grande alluvione che si ebbe in Cina nel 1931 fu causata dallo straripamento del Fiume Giallo e provocò tra gli 800.000 e 4.000.000 di morti. Il disastro naturale più letale mai registrato si verificò durante l'inverno, la primavera e l'estate nella Cina centrale. In quell'anno le nevicate invernali furono particolarmente pesanti sulle montagne attorno a bacini idrografici dei fiumi Yangtze, Giallo e Huai, e quando giunse la primavera, tutta quella neve si sciolse, scorrendo nei fiumi che si gonfiarono a dismisura, in particolare il Fiume Giallo, causando circa 4 milioni di persone morte annegate o morte di fame.
Nanjing City, diventò un'isola circondata da oltre 100.000 chilometri quadrati di acqua, una superficie superiore allo stato dell'Indiana, o a tutto il Portogallo.

4 - L'esplosione di Tunguska

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Il 30 giugno 1908, alle 7:14 ora locale, una misteriosa esplosione si è abbattuta sull'altopiano siberiano, immediatamente a Nord del fiume Tunguska, affluente dello Yenisej. Fu preceduta dall’ apparizione di un oggetto ancor più luminoso del disco solare, che sfrecciò nel cielo da sud-est a nord-ovest. La regione, era a quei tempi quasi disabitata, caratterizzata da monti e vallate ricoperte dalla taiga, la fitta foresta di conifere secolari. Il disastro fu di vastissime proporzioni: 2150 km quadrati di foresta bruciata e devastata, migliaia di animali abbattuti e, stando alle testimonianze locali, cacciatori e abitanti di povere capanne feriti ed ustionati.
Solo gli alberi al di sotto del centro dell'esplosione restarono in piedi ma completamente carbonizzati.
Secondo gli studiosi si trattò dell'impatto di una cometa o di un’asteroide, esplosa ad una altitudine di 3 a 6 miglia, con una energia pari alla più grande bomba termonucleare esistente, la Castle Bravo bomb, da 10-15 megatoni. Fortunatamente, nessuno essere umano è stato ucciso, perché i testimoni più vicini erano a circa 40 miglia di distanza da ground zero. Costoro hanno riferito di aver visto un enorme palla
di fuoco, simile al sole ma di un blu brillante, che copriva gran parte del cielo. Poi un violento spostamento d'aria. Per anni nessun abitante delle regioni limitrofe ebbe il coraggio di avventurarsi nella zona dell'esplosione e su di essa fiorirono incredibili leggende locali.

3 - 1999: tornado in Oklahoma

Oklahoma City - 3 maggio 1999, il più forte tornado della storia. Per quattro ore un gigantesco tornado, largo quasi 2 chilometri e lungo16, ha imperversato nell'Oklahoma e nel Kansas, a una velocita' fra i 335 e i 420 chilometri orari, polverizzando quanto ha incontrato sul percorso: 45 i morti accertati (di cui 40 in Oklahoma), dozzine di dispersi, centinaia di feriti e migliaia di senzatetto. E' stato uno dei tornado piu' micidiali nella storia degli Stati Uniti (il peggiore pero' fu quello che nel 1925 uccise 689 persone tra Missouri, Illinois e Indiana) della durata di 3 giorni, che ha cancellato interi quartieri. Il tornado ha provocato 1,1 miliardi dollari in danni.
Questo è stato il tornado più potente mai registrato sulla Terra.

2 - 1815: eruzione vulcano Tambora

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Nell'aprile del 1815 ci fu l'eruzione più distruttiva della storia dell'umanità, quella del vulcano Tambora nell'isola di Sumbawa (nella foto, ripresa dallo space shuttle, la caldera di 7 km formatasi per l'eruzione).
E 'iniziata il 6 aprile alle ore 11, 1815, ma il peggio è stato, alla fine, dal 10 al 11 aprile. La potenza è valutato come il 7° grado dell'iIndice di esplosività vulcanica, rendendo questa eruzione la più potente nella storia, quattro volte più potente della eruzione del Krakatoa 1883.
L'eruzione lanciò cenere e lapilli in un raggio di 40 chilometri; i circa 10.000 abitanti di Tambora furono uccisi all'istante dall'improvvisa colata di lava, cenere infuocata e dai gas asfissianti fuoriusciti dal vulcano;si calcola che l'evento causò più di 10.000 vittime al momento dell'esplosione, ed altre 82.000 a causa di epidemie e per la carestia provocata dalla distruzione di tutti i raccolti. Il catastrofico evento riverso' nell'atmosfera una quantita' tale di ceneri da causare la diminuzione della temperatura terrestre. I mesi successivi alla spaventosa eruzione vennero ricordati sia in Europa che in America come "l'anno senza estate": a New York in giugno ci fu addirittura una nevicata

1 - 1958: terremoto a Lituya Bay

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Lituya Bay è un fiordo che si trova all'interno di Glacier Bay National Park, lungo la costa sud-est dell'Alaska statunitense. È lungo 14,5 km e largo 3,2 km nel suo punto più ampio. La notte del 7 luglio 1958, un terremoto di magnitudo 8,0 si è verificato lungo la faglia Fairweather con una conseguente frana nella zona del Crillon alla testa della baia, causando un'onda anomala mostruosa alta 524 metri, che sradicò alberi e suolo dall'altra parte del golfo e sconvolse l'intera baia, distruggendo tre pescherecci ancorati lì e uccidendo due persone. Tuttavia, non appena l'onda raggiunse il mare, si esaurì velocemente. Questo fatto fu la prima prova avente testimoni dell'esistenza di megatsunami.

Questi eventi, che destano grande paura, hanno sempre suscitato grande interesse nell'uomo, forse perchè abbiamo tutti paura del giorno in cui potremmo esserne coinvolti. Probabilmente, sono proprio queste paure il motivo di questo oscuro fascino.

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martedì 30 marzo 2010

A DAY IN THE LIFE OF NEW YORK CITY

FERMIAMOCI UN ATTIMO A PENSARE SE NON È MEGLIO CAMBIARE

lunedì 29 marzo 2010

NUN TE REGGAE PIÙ

Abbasso e alè
abbasso e alè
abbasso e alè con le canzoni
senza fatti e soluzioni
la castità
la verginità
la sposa in bianco il maschio forte
i ministri puliti i buffoni di corte
ladri di polli
super pensioni
ladri di stato e stupratori
il grasso ventre dei commendatori
diete politicizzate
evasori legalizzati
auto blu
sangue blu
cieli blu
amore blu
rock and blues
NUNTEREGGAEPIU’
Eya alalà
pci psi
dc dc
pci psi pli pri
dc dc dc dc
Cazzaniga
avvocato Agnelli Umberto Agnelli
Susanna Agnelli Monti Pirelli
dribbla Causio che passa a Tardelli
Musella Antognoni Zaccarelli
Gianni Brera
Bearzot
Monzon Panatta Rivera D’Ambrosio
Lauda Thoeni Maurizio Costanzo Mike Bongiorno
Villaggio Raffa Guccini
onorevole eccellenza cavaliere senatore
nobildonna eminenza monsignore
vossia cherie mon amour
NUNTEREGGAEPIU’
Immunità parlamentare
abbasso e alè
il numero 5 sta in panchina
s’è alzato male stamattina
mi sia consentito dire
il nostro è un partito serio
disponibile al confronto
nella misura in cui
alternativo
aliena ogni compromesso
ahi lo stress
Freud e il sess
è tutto un cess
ci sarà la ress
se quest’estate andremo al mare
solo i soldi e tanto amore
e vivremo nel terrore che ci rubino l’argenteria
è più prosa che poesia
dove sei tu? non m’ami piu’?
dove sei tu? io voglio tu
soltanto tu dove sei tu?
NUNTEREGGAEPIU’
Ue paisà
il bricolage
il quindicidiciotto
il prosciutto cotto
il quarantotto
il sessantotto
il pitrentotto
sulla spiaggia di capocotta
Cartier Cardin Gucci
portobello e illusioni
lotteria a trecento milioni
mentre il popolo si gratta
a dama c’è chi fa la patta
a settemezzo c’ho la matta
mentre vedo tanta gente
che non c’ha l’acqua corrente
e non c’ha niente
ma chi me sente…
ma chi me sente
e allora amore mio ti amo
che bella sei
vali per sei
ci giurerei
ma è meglio lei
che bella sei
che bella lei
vale per sei
ci giurerei
sei meglio tu
che bella sei
NUNTEREGGAEPIU’

« C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta. »

Rino Gaetano

domenica 28 marzo 2010

CAPO CORROTTO, NAZIONE INFETTA

Un fiume di fango corre per l’Italia. Le sue acque sono alimentate soprattutto dal corpaccio immenso e immensamente ramificato dal centrodestra; ma il suo corso è talmente possente e impetuoso che, come suole, ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra, dai quali, a loro volta, provengono al fiume principale rivoli, ruscelli, scarichi obbrobriosi e maleodoranti (Bologna, Firenze, Abruzzo, Roma, Napoli….). Altro che Tangentopoli! Quello era – o sembrava – un fenomeno circostanziato e dunque particolare di corruzione di una frazione del ceto politico, fronteggiato da un forte schieramento delle forze politiche e della società civile. Oggi il fenomeno tende a generalizzarsi, abbatte i confini fra società politica e società civile, non incontra ostacoli altrettanto significativi di allora, si configura dunque come un carattere speciale, peculiare, della società nazionale italiana in questa fase storica.

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La corruzione, a dir la verità, è sempre stata un connotato molto peculiare del modo d’essere nazionale italiano. Un paese dalle strutture politiche e civili estremamente fragili e dall’arrendevole senso etico-politico non poteva non coltivare la corruzione come un indispensabile e incostituibile strumento di sopravvivenza. La dominante cattolica ha fatto il resto: nulla è impossibile o illecito in un paese in cui qualsiasi colpa, qualsiasi peccato, purché confessati a chi di dovere, diventano redimibili (lo spiega benissimo non un qualsiasi miscredente arrabbiato ma Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, nei quali, beninteso, contrappone la sua ricetta, fatta, oltre che di fede in Dio, di rigore e di osservanza dei principi, più protestante, a dir la verità, che cattolica, ma tant’è). In certi momenti speciali la corruzione esplode (perché la corruzione esplode, esplode sempre; bisogna vedere quel che succede poi). Ricordate Pirandello, le pagine impressionanti de I vecchi e i giovani, che a distanza più o meno d’un secolo sembrano scritte esattamente per il nostro oggi? «Dai cieli d’Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s’appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori… Diluvia il fango; e pare che tutte le cloache della città si siano scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma debba affogare in questa torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia» (Pirandello dimostra fra l’altro che, per disegno e deprecazione della corruzione d’impronta democratica, in certe condizioni storiche si poteva anche diventare fascisti). Poi, scaricata provvisoriamente l’incontenibile suppurazione, l’infezione lenta e inesorabile riprende.
Perché Lui è popolare
Di nuovo oggi c’è che, forse per la prima volta nella nostra storia, si sono verificate una mirabile saldatura e una prodigiosa coerenza tra le forme, lo spirito e l’etica del potere e le forme, lo spirito e l’etica della società circostante. Anzi, alla domanda che spesso ci è stata burbanzosamente rivolta, com’è possibile che quest’Uomo riscuota tanto consenso, considerando la gravità e il numero delle colpe di cui viene accusato, forse una risposta sul piano storico comincia a delinearsi. QUEST’UOMO È COSÌ POPOLARE NON NONOSTANTE LE SUE COLPE MA IN VIRTÙ DI QUELLE. Una parte non piccola del popolo lo ama perché Lui lo interpreta, ne lusinga tutte le tentazioni di corruttibilità e di un radicato, anzi congenito indifferentismo morale, gli spiega che le leggi esistono per essere aggirate, contraddette, ignorate, nega oltraggiosamente il potere della giustizia, attacca i magistrati, fa capire che se ne potrebbe senza difficoltà fare a meno, mostra con l’esempio lampante della propria vita e del proprio cursus honorum che bisogna sempre e senza eccezioni farsi gli affari propri, evidenzia corum populi e senza alcuna vergogna che esistono una coerenza rigorosa e un’inarrestabile osmosi fra vizi privati e pubbliche nefandezze. Insomma, a capo corrotto nazione infetta, e, ovviamente, viceversa. Tutte queste cose, poi, in un paese come l’Italia, dove esistono tre fra le più potenti organizzazioni criminali al mondo (camorra, ‘ndrangheta, mafia) – le quali a loro volta, com’è ovvio, traggono alimento anch’esse sia da quel diffuso bisogno di sopravvivenza sia dalla risposta corrotta intorno dominante – piacciono almeno a una parte abbastanza consistente dei cittadini da garantirgli una sicura maggioranza in Parlamento: quella maggioranza che a sua volta assicura che l’impunità continui e anzi si rafforzi, in un perfetto circolo vizioso che effettivamente ha pochi eguali al mondo, e che proprio perciò qualcuno altrove potrebbe essere tentato d’imitare.
Il ceto politico corrotto
E intorno? Intorno, a cerchi concentrici s’allarga la serie variegata delle risposte. La corruzione, come sistema di potere e forma di vita, stinge solo poco a poco, molto lentamente. Nei cerchi più vicini, sebbene formalmente non suoi, l’esempio e l’insegnamento dell’Uomo hanno attecchito e continuano a essere ben presenti. Voglio precisare una cosa: è della politica che parlo, non delle stravaganti esibizioni da parte di qualche transessuale brasiliano (fango, certo, sempre fango, ma della specie più miserabile e bassa). Da questo punto di vista è corrotta in nuce ogni politica che agisca sulla base d’interessi personali o di gruppo: è corruzione, nel suo senso più alto e significativo, l’autoreferenzialità spinta della politica, il suo preoccuparsi pressoché esclusivamente della preservazione e perpetuazione del ceto politico (di destra o di sinistra, non importa), che la rappresenta e gestisce. Questo è il varco, apparentemente innocuo, da cui penetra ogni ulteriore nefandezza, bisognerebbe tenerne più conto.
Da questo punto di vista (continuo il ragionamento), si salva davvero poco oggi in Italia. Dopo la recente, peraltro prevedibilissima, virata dell’astuto Tonino, il quadro si è ulteriormente semplificato. La galassia della sinistra radicale si sforza più o meno di sopravvivere indenne sul filo dell’onda fangosa che tutto travolge: anche lei, in fondo, pensa soprattutto a non sparire. Si riorganizza unitariamente, magari con ambiziosi programmi di rinnovamento, solo là dove viene spinta a calcinculo fuori dalla rappresentanza che conta: altrove s’adatta o collude.
Ma c’è chi resiste
E allora? In questa sommaria ricostruzione storica sarebbe sbagliato – e ingiusto – non rammentare che alcune istituzioni costruite nei decenni precedenti resistono. Resiste la magistratura. Resistono le forze dell’ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. Basta pensarci un momento: se non ci fossero né l’una né le altre, saremmo in piena dittatura sudamericana. Resiste una parte del sindacato. Resistono, come ho avuto modo di dire più volte, meritandomene in cambio sberleffi e dileggio, la scuola. E resistono milioni di italiani, che stanno fuori di ogni sistema della corruzione e ragionano e operano sulla base di principi e valori e non d’interessi e affermazioni personali, ma non sono politicamente rappresentati, oppure, se lo sono o credono di esserlo, avvertono con disagio crescente di esserlo in forma imperfetta e sempre più compromissoria.
In Italia le grandi crisi, anche quelle indotte da un eccesso intollerabile di corruzione, sono sempre state affrontate e risolte dall’esterno. Anche la prima Tangentopoli è stata affrontata e risolta dall’esterno, anche se era un esterno che veniva dall’interno, la magistratura italiana: la politica già allora non ci sarebbe mai riuscita da sé. Oggi al contrario è la magistratura che da sola non può farcela, perché il sistema della corruzione è troppo coeso e potente, va dall’alto in basso e dal basso in alto, senza smagliatura alcuna (le dimissioni in questo paese non esistono più neanche di fronte all’evidenza più disgustosa: infatti, se una sola fosse data o una sola accettata, tutto il castello di carte verrebbe giù d’un colpo solo). Siccome è lecito dubitare che le armate anglo-americane siano in procinto di scendere nella penisola per aiutare i resistenti indigeni a restituire al paese libertà, verità, onestà e giustizia, l’ipotesi più probabile è che i cerchi meno compromessi con il sistema della corruzione si mettano d’accordo fra loro per salvare il salvabile, affidandone il compito a uno di questi uomini slavati e impenetrabili, privi di ogni carattere ma passabilmente astuti, abituati da una vita a danzare sul filo, e che precisamente il sistema della corruzione ha consentito salissero così in alto nonostante la loro mediocrità così palese.
Si cercherà cioè di affrontare il male maggiore con il male minore, in attesa che il giro ricominci. Desolante. Ma anche molto, molto italiano
.

Alberto Asor Rosa

sabato 27 marzo 2010

LA TRIBÙ DEI NASI TURATI E LA LEGGENDA DI MANI PULITE

Cronistoria di una rivoluzione tradita, anzi, mai esistita: il vecchio contro il nuovo e non il bene contro il male

A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.

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I LUOGHI - Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vita sociologico, nacque a destra, non a sinistra.

IL GOLPE (SVENTATO) - Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti.

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I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.

Massimo Zamarion

venerdì 26 marzo 2010

NOPPAW

ADESIONI BIPARTISAN ALLA CAMPAGNA PER IL NOBEL ALLE DONNE AFRICANE

Si chiama «Nobel Prize for African Women», in sigla - noppaw – la campagna internazionale per il riconoscimento del Nobel per la Pace alle donne africane. Sostenuta dalla rete di 45 ong italiane aderenti al Cipsi e da ChiamaAfrica, l’iniziativa era stata proposta anche dalla Fondazione Rita Levi Montalcini.

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L’obiettivo - spiega Enrico Pianetta, Pdl, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera - è anche quello di «rilanciare l’impegno per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, che sono in tremenda regressione».
C'e' un anno di tempo per la raccolta delle firme, ricordano dalla Noppaw per far consegnare il premio piu' prestigioso del mondo per la prima volta, non ad una singola personalita', ma ad un soggetto collettivo. 'Perche' l'Africa, come recita lo slogan della campagna, cammina con i piedi delle donne' . Sono infatti loro la spina dorsale del continente nero, abituate da sempre a fare i conti con la difficile quotidianità e con la sfida della sopravvivenza alla ricerca di una pace durevole e di una vita dignitosa. Molte di loro percorrono fino a 10-20 chilometri alla ricerca dell’acqua per dissetare la famiglia e, nell’Africa delle guerre e delle malattie, accolgono nella propria famiglia che non possiede nulla, i piccoli rimasti orfani. Insomma l’economia, la sopravvivenza e il futuro di quella terra, passa dalla donne dell’Africa .
All’iniziativa hanno già aderito ex primi nobel come Richard Odingo (Nobel per la pace 2007) e, tra gli altri anche, il presidente della Camera Gianfranco Fini e dall’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti. (11/03/2010-ITL/ITNET)

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giovedì 25 marzo 2010

HAITI: LA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA

Dalla missione di ricerca di Amnesty International ad Haiti

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Campo di fortuna a Champ-de-Mars, che ospita più di 10.000 persone © Amnesty International

Potrebbe essere uno dei più comuni piatti ad Haiti, ma per 5000 persone accampate in un campo di calcio a Jacmel, riso bianco e fagioli è il loro unico piatto quotidiano dal terremoto. Le proteste per la scarsa qualità o la mancanza di sostanze nutrienti sono numerose. Nonostante la sensazione di sgranocchiare, tipica dello stomaco vuoto, alcuni hanno deciso di non mettersi in fila sotto un caldissimo sole per tre cucchiai serviti in una scodella, una brocca, un piatto o addirittura una busta di plastica. Tuttavia, i 34 recipienti sono stati svuotati in meno di un'ora. La distribuzione di cibo ha attratto chi vive vicino al campo, per lo più bambini.
Decine di donne e uomini ammassati nei campi cucinano lì. Il cibo viene consegnato al campo dal Programma alimentare mondiale. Uno dei comitati del campo ha deciso che invece di distribuire le razioni di cibo a ciascuna famiglia, queste devono cucinarlo e dividerselo.
Alcune donne incinte che abbiamo incontrato ci hanno riferito che non mangiano il cibo del campo, perché temono di ammalarsi a causa della scarsa qualità dell'acqua. Le pillole a base di vitamine, ricevute dal personale sanitario internazionale che opera nella clinica di base del campo durante i giorni della settimana, hanno causato loro dolori allo stomaco, avendole ingerite a stomaco vuoto. Vi sono evidenti segni di malnutrizione.
La scarsità e la carenza di acqua potabile destano molte preoccupazioni e tutte le persone con cui abbiano parlato ci hanno detto che "l'acqua è salute, la salute è vita".
Quando abbiamo visitato il campo, le due cisterne di acqua fornite da un'agenzia di aiuti umanitari erano totalmente vuote. L'acqua è stata raccolta all'esterno per i primi quattro giorni, e da allora il camion per la consegna non è più arrivato. Un agente della Polizia delle Nazioni Unite presente durante la distribuzione dei pasti ci ha riferito che uno dei pochi camion per la distribuzione dell'acqua a Jacmel, con molta probabilità lo stesso che trasportava acqua in questo campo, si è rotto. Fino a quando la fornitura di acqua non sarà ripristinata, gli abitanti del campo dovranno percorrere lunghe distanze per andare a prendere acqua peraltro non potabile. Questo compito è tradizionalmente svolto da donne e bambini ma, considerate le necessità del campo, anche gli uomini sono coinvolti in questa attività, che richiede, come hanno ammesso, grandi sforzi fisici.
Per tutti gli altri, mangiare riso e fagioli sarebbe già qualcosa.
Come molte altre comunità non colpite dal terremoto, il villaggio di Las Cahobas, a 70 chilometri da Port-au-Prince a Plateau Central, ha accolto centinaia di sfollati. Molti di loro vivono da famiglie che li ospitano; quelli che non hanno legami con famiglie nel villaggio abitano in campi di fortuna e dipendono dalla generosità delle persone del posto. In entrambi i casi, si sentono abbandonati dallo stato e dalla comunità internazionale. Gli aiuti internazionali non sono quasi mai arrivati a Las Cahobas.
Abbiamo visitato una famiglia che vive in una piccola casa di legno. Prima del terremoto, la casa di famiglia era composto da i genitori e due bambini. Due giorni dopo il terremoto, 34 tra parenti, amici e conoscenti si sono trasferiti nella loro casa. Ogni giorno il capo famiglia sfama a proprie spese se stesso e altre 37 persone e assicura la frequenza scolastica per 15 bambini.
Nella stessa comunità, abbiamo incontrato un gruppo di 76 sfollati che vivono in case ancora in costruzione. Una donna di Port-au-Prince ha offerto loro questa sistemazione: loro hanno accettato, pur di non vivere nelle strade della capitale. Quando si sono spostati a Las Cahobas non immaginavano che dopo due mesi sarebbero ancora dipesi dalla generosità della donna per mangiare.
La consegna di piccoli sacchetti di riso e fagioli sia alle 38 persone che vivono in famiglia che ai 76 sfollati che abitano nella casa incompleta rappresenta una garanzia che lo stato risponderà alle loro necessità.
Il cibo non è il solo diritto che rivendicano. Tutti sono consapevoli che le autorità sono bel lontane dal realizzare il loro diritto ai servizi sanitari essenziali e a un rifugio adeguato. I bambini hanno ben chiaro cosa vogliono: vogliono andare a scuola e per fare questo, chiedono vestiti puliti e un paio di scarpe.

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NORD ITALIA, “NDRANGHETA E RAZZISMO”

Letizia Moratti ha chiesto, al ministro Maroni, un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti anche senza mandato, per individuare i clandestini.

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Ormai siamo ritornati al nazifascismo ed alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. La Moratti, come il ministro Maroni ed il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che ormai sono entrate in appalti e forniture pubbliche, che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Anzi, a chi si permette di ricordarlo, la sindaca risponde che la mafia non esiste al nord. Men che meno adesso che ci sono le elezioni regionali. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle regioni del nord. E' chiaro che al sud, il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste, neanche al nord. Sperando che ci sia una certa attenzione da parte dei partiti e dei magistrati.
Omicidi di mafia in Lombardia.
A Legnano, roccaforte della Lega Nord, qualche anno fa è stato ucciso Cataldo Aloiso genero di Giuseppe Farao, della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso, a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina. Erano legati a questo tizio due altri morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta legati al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio, il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dov'è sepolto tale Novella esponente dei Guardavalle, clan catanzarese.

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Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell' aspromonte o sulle coste tirreniche della Calabria, ma tra la provincia di Bergamo e quella di Milano. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in prefettura e nemmeno decreti legge d'urgenza.
Se sei nero cambia tutto.
La commissione antimafia, presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (anni 2006/2008) è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia ed ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L'attuale commissione antimafia, deve ancora battere un colpo per capire se c'è vita.
Secondo la commissione con presidente Forgione, in Lombardia operano, con tutta probabilità, i De Stefano i Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Guardavalle, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica. Alcune di queste 'ndrine, fanno riferimento alla loro cosca che sta in Calabria. Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro si chiama Buccinasco e viene chiamata la Platì del Nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 ed il novembre 2005, mentre era impegnato nell'approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca.
Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

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Ho letto su articolo di Antonello Mangano, pubblicato su terre libere che ad Adro (Brescia) c'è una taglia di 500 euro che verrà versata ad ogni vigile che catturerà un clandestino. I vigili bresciani si chiamano, magari, più Giorgio Zampetti che Butch Cassedy, ma comunque, il comune i soldini li ha trovati, alla faccia degli sprechi.
A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, si è puntato, sulle stramaledette panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, la città dei fiori, devi avere tra gli 0 ed i 12 anni oppure più di sessanta. Quindi tua madre o tuo padre non ti possono portare al parco, potrebbe farlo tuo nonno se riesce a spingere il passeggino. Potrei andare avanti a raccontare queste meravigliose soluzione antimafia, come ad esempio il White Christmas di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. E' vero che i cattolici nel periodo natalazio hanno una marcia un più! Preferisco fermarmi qui e pensare che adesso i migranti dopo un anno di lavoro al nord, potranno finalmente, venire al sud che è tutto un esplodere di odori primaverili. Certo le cosche ci sono e sono pure più violente verso i migranti, però hai il lavoro assicurato, magari a raccogliere arance nella piana di Gioia Tauro, magari potrebbero ritornare proprio a Rosarno.

“Legami di legalità, legami di responsabilità” sono quelli che uniscono i tanti studenti, amministratori, rappresentanti del mondo della scuola, della politica, del sindacato, giovani e adulti che anche quest’anno si sono dati appuntamento per la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Legami che saldano il fondamentale lavoro dei magistrati e delle forze di polizia all’impegno culturale e sociale, altrettanto necessario: i progetti sui beni confiscati, i percorsi nelle scuole, l’informazione approfondita, la testimonianza dei famigliari delle vittime. Legami che avvicinano il Nord al Sud in una dimensione sempre più ampia di consapevolezza e corresponsabilità.
Siamo stati a Milano, il 20 marzo, per ribadire che le mafie e le tante forme d’illegalità, corruzione e abuso non sono un problema circoscritto, ma un furto di bene comune che ci colpisce tutti e al quale tutti possiamo e dobbiamo ribellarci.
Ad accoglierci c’è stata la Milano motore economico del Paese, ma anche una città che ha dimostrato di saper sviluppare gli anticorpi alla criminalità e alla corruzione, offrendo testimonianze di coraggio e generosità. Il primo nome che viene in mente è quello di Giorgio Ambrosoli, fedele alla giustizia al punto di sacrificare la vita ai suoi principi, principi che traggono forza solo dalla nostra coerenza, responsabilità e adesione vera. E certo non possono essere dimenticate le vittime innocenti delle bombe mafiose del 27 luglio 1993, in via Palestro. Tre vigili del fuoco, Carlo Lacatena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto e un vigile urbano, Alessandro Ferrari, accorsi sul luogo dell’attentato per fare il proprio dovere, e il cittadino marocchino Driss Mussafir, colpito dalle bombe mentre sostava in strada su un giaciglio di fortuna. Venuto in Italia in cerca di dignità e lavoro, Driss ha trovato la morte così come tanti altri immigrati trovano l’emarginazione, il rifiuto, lo sfruttamento.
Anche per loro siamo stati a Milano, perché nella sua essenza la lotta alle mafie è lotta per i diritti, per una giustizia fondata sulla prossimità. Questo ci chiedono le vittime delle mafie, un impegno che anche in Lombardia trova espressioni vere e trasversali: accanto alle numerose associazioni, ai gruppi di volontariato, c’è il lavoro di tanti bravi e onesti amministratori, esponenti del mondo della scuola, della cultura, del sindacato. C’è una Chiesa davvero attenta alla storia delle persone e pronta, per voce del suo Vescovo, a denunciare la deriva dal sociale al “penale”, richiamare una sicurezza che sappia coniugare regole e accoglienza. E con lei la voce di altre Chiese, ugualmente impegnate a saldare solidarietà e giustizia, dimensione spirituale e impegno civile. Come non manca, a Milano, la sensibilità inquieta della città aperta alla dimensione internazionale. Sono state numerose, il 20 marzo, le persone arrivate da paesi di tutta Europa e dall’America Latina: associazioni, famigliari delle vittime, giornalisti della carta stampata e delle televisioni. A testimonianza di una consapevolezza che cresce e va sostenuta e alimentata, di un impegno che deve attraversare i confini, valorizzare le differenze e superare le “diffidenze”, nel segno dei diritti, della corresponsabilità, del comune desiderio di giustizia.

Fonte

e non vogliamo parlare del sapone distribuito dai leghisti… vedi qui

mercoledì 24 marzo 2010

BRASILE/ SURVIVAL DENUNCIA LE SCIOCCANTI CONDIZIONI DEI GUARANI

"Siamo esposti al rischio di genocidio"

La situazione in cui versa la tribù dei Guarani del Brasile meridionale è una delle peggiori fra tutti i popoli indigeni delle Americhe. Lo denuncia un nuovo rapporto di Survival International all'Onu la cui pubblicazione giunge in concomitanza con la Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Discriminazione Razziale del 21 marzo.

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I Guarani soffrono di elevati tassi di suicidio, malnutrizione, arresti arbitrari e alcolismo, e sono regolarmente presi di mira e uccisi da uomini armati al soldo degli allevatori che hanno preso il controllo della loro terra. Il rapporto individua nel disconoscimento dei diritti territoriali degli Indiani la causa principale di questa situazione esplosiva, sottolineando che la crescente domanda di etanolo come combustibile alternativo alla benzina determinerà una ulteriore sottrazione di terra ai Guarani e un conseguente peggioramento della loro situazione.

Nonostante abitino in uno degli Stati più ricchi del Brasile, che è tra le economie emergenti più grandi del mondo, afferma ancora Survival International, molti Guarani versano in una povertà estrema. Alcuni vivono sotto teloni di plastica ai lati di trafficatissime superstrade, altri in "riserve" cronicamente sovraffollate dove dipendono dalle elargizioni governative.

Una comunità Guarani che vive ai margini della strada e che ha visto tre dei suoi leader uccisi dai sicari degli allevatori, ha dichiarato: "Cresce l'impazienza per l'eccessivo ritardo nella demarcazione della nostra terra. Ci sta uccidendo lentamente e ci sta esponendo al rischio di genocidio".

"Questo rapporto descrive la spaventosa condizione in cui versano i Guarani", ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International che dal 1969 aiuta i popoli indigeni di tutto il mondo a proteggere le loro vite, le loro terre e i loro fondamentali diritti umani. "È responsabilità morale e giuridica del governo brasiliano garantire che le violazioni dei diritti umani e la discriminazione razziale perpetrati contro i Guarani siano fermati. Senza un'azione rapida ed efficiente, molti altri Guarani soffriranno e moriranno".

Fonte APCOM

martedì 23 marzo 2010

RITRATTO DI UN NON ALLINEATO, ERETICO E TEOLOGO MARXISTA

Frei Betto: frate domenicano, politico, giornalista, scrittore.

Figura storica della lotta contro la dittatura militare brasiliana, vero e proprio “motore” del movimento di Porto Alegre e dei Forum sociali, autore con Fidel Castro del best seller “Fidel e la religione”. Il suo spirito critico è indomito. Non accetta neppure la moderazione del suo amico, il presidente Lula: «Abbiamo bisogno di politiche di governo, non della politica del governo».

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Un mite, non tanto, politico e intellettuale brasiliano incontra una compagnia di danza di ex ragazzi di strada di Rio De Janeiro. Sono seduti attorno a un tavolo a poche ore dal debutto. L’uomo si aggiusta gli occhiali guardando i suoi giovani interlocutori. E inizia a parlare, scandendo le parole. «L’arte, tutta l’arte, è essenzialmente politica. Non può mai essere solo apparentemente politica. Perché la politica è tutto, è l’arma politica che vi permette di stare qui». Sorride appena, accennando a una pausa. «Pensate a questo: quando salite sul palco siete come i vostri fratelli sem terra che occupano il latifondo. Pensateci, stasera, quando salirete sul palco, anche voi starete occupando le terre del latifondo. È il vostro modo di fare politica. È il vostro modo di cambiare il mondo. Il vostro modo di cambiare la realtà ». Retorico? Demagogico? Se a pronunciare queste parole non fosse Frei Betto da Belo Horizonte probabilmente si.
Ma se a pronunciarle è proprio Carlos Alberto Libânio Christo detto Frei Betto, le cose cambiano. Frate domenicano, politico, giornalista, scrittore. Figura storica della lotta contro la dittatura militare brasiliana, vero e proprio “motore” del movimento di Porto Alegre, dei Forum sociali. Ideatore del programma Fame Zero del primo governo Lula e poi critico verso l’amico presidente (i due sono amici davvero fin dai primi anni Settanta) per le scelte neoliberiste del governo brasiliano. Uno così se lo può anche permettere di essere retorico. «Non esiste arte neutra - spiega Betto -. Ogni volta che si pretende di fare arte neutra si sta facendo solo intrattenimento, e questo fa solo il gioco della destra. L’arte non deve essere di destra o di sinistra, l’arte deve essere bella. L’artista, invece, sì. Lui deve fare la sua scelta. Ma nella sua bellezza anche l’arte ha una dimensione politica. È un linguaggio che può essere legato o meno con il cambiamento del mondo».
Essere sintonizzati con la società, con quello che la muove, che la trasforma. L’utopia? «So che questa è una parola che voi europei non amate molto, ma in America latina questo è un termine che ha invece molta forza. Credere nell’utopia significa sperare in un miglioramento ed essere capaci di lottare per questo». E Betto con l’utopia si è sempre misurato. Giovanissimo, nel 1968, si trovò coinvolto con il movimento di resistenza alla dittatura anche in relazione ai gruppi che organizzarono il rapimento dell’ambasciatore brasiliano. Nel 1969, per la seconda volta dopo un primo fermo nel 1964, venne arrestato. Catturato dopo un anno trascorso come latitante in un convento francescano a Porto Alegre sotto falso nome. Torturato in carcere. E come lui vennero torturati centinaia di militanti, fra cui moltissimi frati domenicani. Dopo quell’esperienza scrisse un libro, Battesimo di sangue, nel quale denunciava la repressione della giunta militare e raccontava la storia di un altro frate, Frei Tito, che non riuscendo più a rientrare alla normalità dopo il carcere e le torture si suicidò in Europa da esule.
Betto, prima di essere attivamente coinvolto nel governo Lula, è stato uno dei motori intellettuali dell’affermazione dei movimenti sociali e sindacali in Brasile. Amico e biografo di Fidel Castro, dopo aver lasciato alla fine del 2005 il governo Lula, è tornato al suo lavoro di scrittore e giornalista a tempo pieno. Racconta della sua amicizia con il leader cubano: «Il mio primo incontro con Fidel è stato nel luglio 1980 a Managua, nel primo anniversario della rivoluzione sandinista nel 1981. Sono poi andato a Cuba, dove si stabilì una amicizia forte che nel 1985 ho avuto l’opportunità di trasferire in un libro». Un best seller non solo a Cuba, ma in tutto il mondo, in cui Betto e Castro dialogano senza pudori ricercando il superamento degli steccati fra marxismo e cristianesimo di base, fra socialismo e teologia della liberazione.
Quella teologia della liberazione
Betto infatti, era e rimane una delle voci critiche e non allineate di quel pensiero nato a cavallo della rivoluzione cubana e della nascita della teologia della liberazione negli anni Sessanta nella Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin. Teologia della liberazione di cui rimane una delle voci più autorevoli insieme a Leonardo Boff. E come il vecchio francescano estromesso dalla Chiesa cattolica, costretto a lasciare la toga da un silenzio imposto più di vent’anni fa dall’allora capo della dottrina vaticana Ratzinger, ha continuato ad analizzare paradigmi sociali e culturali integrandoli in una visione laica della teologia. Una visione che li ha resi, entrambi, eretici per scelta e distanti galassie perfino dalle visioni più progressiste che sopravvivono all’interno della Chiesa oggi. Per lui i venti anni di dittatura militare non sono stati ancora assorbiti e metabolizzati dalla società brasiliana.
Quel periodo, secondo Betto non potrà essere mai superato, se non verranno resi pubblici «i file delle tre forze armate, portando il torturati e torturatori in tribunale, e scoprendo la sorte delle persone scomparse e recuperando i corpi di coloro che sono stati uccisi illegalmente». Betto ritiene che questo non sia avvenuto per «mancanza di volontà politica». Secondo l’intellettuale brasiliano, una delle conseguenze più visibili delle eredità della dittatura è il grandissimo livello di esclusione sociale che ancora isola milioni di brasiliani da un processo, evidente, di crescita economica del Paese. Un ragionamento, quello della mancanza di coraggio, che Betto oggi trasferisce su tutta l’azione sociale del secondo mandato del presidente Lula. «Un governo progressista, come quello di Lula, tende a neutralizzare i movimenti popolari. Le politiche sociali che ha portato avanti, che sono importanti ma non sufficienti, rendono la popolazione passiva, lasciata ad attendere la manna dal cielo. Un governo paternalistico». Da qui una sorta di smobilitazione da parte dei movimenti sociali
«Il processo di smobilitazione - spiega Betto - è iniziato con la morte del programma originario Fame Zero e lo smantellamento dei Comitati di gestione, avvenuto in quasi 3 mila città, dando vita alla Compagnia famiglia, gestito esclusivamente da parte dei governi municipali e non dai movimenti sociali ». Di fatto si sarebbe passati da un programma di inclusione sociale a un limitato programma assistenzialista snaturando la natura di un progetto che la stessa Organizzazione mondiale della Sanità aveva segnalato come modello da adottare globalmente per la lotta alla denutrizione cronica. È spietato Betto con il suo amico Lula, con cui ha diviso anche periodi di clandestinità, quando quest’ultimo era ai vertici del sindacato dei metalmeccanici a Sao Paulo. «Mi spiace che in sette anni - spiega Betto -, il governo Lula non abbia messo in atto alcuna riforma strutturale del Paese: non la riforma agraria, non un’equa politica fiscale o l’istruzione. Vi è stato un progresso significativo, certo. Ma abbiamo bisogno di politiche di governo, non della politica del governo. Penso che sarebbe sufficiente per fare un vero salto di qualità mettere in atto le misure adottate da parte dell’Assemblea costituente del 1988». Come dire: caro Lula, ricominciamo da zero.

Antonio Di Nozzo

VOGLIA DI BICENTENARIO, UNITÀ E OPERE FARAONICHE

Le opportunità di un anniversario che in America Latina ricorda le guerre di indipendenza dal colonialismo spagnolo. All’orizzonte una quantità stupefacente di iniziative, mentre a Città del Messico spunta l’idea della Torre Bicentenario (300 metri), ispirata alla Piramide del Sole: verrà inaugurata alla fine di quest’anno, diventando l’edificio latinoamericano più alto. Ma a che punto si trova il processo di cooperazione tra i vari Paesi? Quali sono i contrasti che ne impediscono l’ulteriore sviluppo?

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Non c’è terapia migliore per l’unità nazionale della celebrazione di un anniversario eroico, né governanti che rinuncino a utilizzare quegli eventi per rappezzare le divisioni, o risvegliare gli entusiasmi smorti. Tra il 2009 e il 2011 ricorrono i bicentenari delle lotte di indipendenza di otto Paesi latinoamericani (tra cui Ecuador, Cile, Argentina e Bolivia), e da qualche anno quegli Stati si preparano a festeggiare l’anniversario con una quantità stupefacente di iniziative, non solo simboliche. In nome del Bicentenario verranno inaugurati parchi e strade, si inventeranno festival e marce, saranno coniate canzonette e film. Abbonderanno i dibattiti sull’importanza di quell’evento e il suo profondo significato simbolico: cosa vuol dire Bicentenario, al di là del senso letterale, e cosa si festeggia esattamente.
Di quale indipendenza si parla. E a che punto si trova l’integrazione dell’America Latina dopo due secoli in cui questa, smarcatasi dalla Spagna, marcia per la sua strada. Molti analisti si sono chiesti se non sia il caso di definire il futuro invece che celebrare il passato, cercando la strada migliore per cancellare disparità e diseguaglianze, razzismi e intolleranze, studiando un’armonia tra i popoli al di là di quella apparente dei vari Paesi: divisi non solo da posizioni politiche ma spesso, e più crudelmente, da beghe di confine, da piccoli egoismi di territorio, dalla coscienza della propria superiorità (nel caso dei più ricchi), da sciovinismi non risolti e da rancori per ingiustizie mai inghiottite né ripagate, dal senso di estraneità delle etnie emarginate che si sentono, a torto o a ragione, trascurate da quei festeggiamenti.
Eppure, i riconoscimenti del Bicentenario comprendono e riconoscono tutti, e si fanno un dovere di non trascurare nessuna delle tante componenti della “grande famiglia” latinoamericana. Per esempio, l’ex presidente cilena Michelle Bachelet si è prodigata qualche mese fa in un sincero mea culpa e si è scusata per i massacri commessi dai cileni contro le popolazioni indigene. Il Cile (il cui anniversario dell’indipendenza cade il 18 settembre del 2010), ha in calendario uno straordinario assortimento di eventi tra cui (inevitabili) il lancio di canti indigeni e dell’isola di Pasqua: un piccolo contributo in un caleidoscopio che prevede migliaia di iniziative di ben altro appeal che vanno dal completamento del gigantesco Parque Bicentenario (250 ettari di un nuovo polo di sviluppo urbano per migliorare la qualità della vita della capitale) alla recente inaugurazione del Museo della Memoria e dei Diritti Umani, e inoltre pubblicazioni sull’importanza del Bicentenario, progetti di strade e promenade, intere linee dedicate all’indipendenza nelle varie istituzioni di governo.
A coordinare i lavori multilaterali (non solo cileni) sul Bicentenario è il Gruppo Bicentenario, inaugurato dall’ex presidente Ricardo Lagos qualche anno fa a Santiago. La parola Bicentenario è d’altronde, da due anni a questa parte, probabilmente le più pronunciata nei notiziari televisivi e ormai fa parte del linguaggio comune, benché le aspettative della gente non sempre siano in linea con i proclami ufficiali. «Che cosa si aspetta dal Bicentenario? », chiedo a una signora che smanetta in uno stand del mercato centrale di Santiago (ha lunghi capelli stinti e un’espressione incarognita già la mattina presto): «Che finiscano i lavori nella strada davanti a casa mia, che è tutta buchi». Un uomo accanto a lei aggiunge con forza: «Che i transantiago, che sono uno schifo» (i transantiago sono i nuovi, smaglianti autobus che da tre anni hanno sostituito nella capitale le vecchie micro). «Che rimandino a casa loro i peruviani, che rubano”. Spalanco gli occhi. Ma come, il Bicentenario, l’integrazione, i Paesi fratelli? «Non tutti rubano», interviene una signora di mezza età, dall’aria tollerante. «E però molti si, molti di loro rubano».
L’attivismo del Messico hj
“Un miscuglio di noiosa storia ufficiale, opinioni riciclate di storici e di accademici, saluti alla Bandiera e show bicentenari sarà quello che provedremo quest’anno, e non ci tocca che rassegnarci”, ha scritto di recente Fernando Ramón Bossi, presidente della Fundacion Emancipación e direttore del Portale Alba. Ovviamente, il Bicentenario non sfugge ai vizi di eventi simili, e infatti suonano vagamente retorici il poema “Nostalgia de Bolívar”, del venezuelano Eugenio Montejo e il ciclo audiovisivo “Orgullosamente mexicano” lanciato di recente in Messico. Quest’ultimo Paese, che conquistò l’indipendenza dopo una storia lunga e sofferta, è tra i più attivi nel dar risalto all’anniversario: 2.300 eventi tra cui l’apertura di gallerie dedicate al Bicentenario e la consegna, a tutte le famiglie, del libro Viaje por la historia de Mexico. Il presidente Felipe Calderón ha utilizzato l’evento per un appello, piuttosto accorato, all’unità del Paese: «Voglio invitare, in quest’anno del Bicentenario dell’Indipendenza e del centenario della Rivoluzione, sia le messicane sia i messicani di tutti i gruppi, partiti, regioni, religioni, diverse maniere di pensare e di sentire riguardo al nostro Messico. Voglio chiamarvi a dimostrare che siamo capaci di unirci nell’ideale di Paese, intorno a queste commemorazioni. Che queste date così significative superino le nostre legittime discrepanze e differenze». Passerà anche per il Messico la grande carovana automobilistica che, nei prossimi mesi, porterà centinaia di persone dall’Alaska alla Patagonia, una grandiosa peregrinazione simbolica che racchiude in sé il senso più innovativo dell’anniversario: il panamericanismo, la contemporaneità, il progressivo avvicinamento a nuove culture, il faticoso cammino degli immigrati.
«I festeggiamenti per il bicentenario hanno un senso se si staccano dalla pura celebrazione e diventano lo spunto per una riflessione sui risultati raggiunti e si proiettano verso il futuro», ha dichiarato un accademico cileno. E infatti, accanto alle mastodontiche celebrazioni, fioriscono i dibattiti: interi forum sull’integrazione, sulle conquiste fatte nella lotta alla povertà e nei diritti umani, e sul futuro dell’America Latina. Por que camino va?, si chiedono gli analisti le cui risposte sono ovviamente ondivaghe, basate su ipotesi e viziate da troppe variabili. Perfino gli accordi di cooperazione economica della ragione (dalla Aladi al Mercosur, passando per Unasur e Gruppo di Rio) non sono una garanzia e procedono a tentoni. È vero che hanno contribuito a rafforzare l’America Latina come blocco economico e a dare ai Paesi un potere contrattuale maggiore rispetto a quando agivano bilateralmente, ma sono ben lontani dal garantire all’America Latina la coesione che caratterizza l’Unione europea.
Un politico puzzle
A dispetto di trattati e accordi l’intera regione è ancora lacerata da divisioni soltanto in parte ideologiche. Molti Paesi del subcontinente hanno virato verso una sinistra radicale, ma alcuni sono assestati su posizioni di centro-destra (Colombia, Cile e Perù) e altri, come il Brasile, hanno optato per una sinistra moderata di modello europeo. La dipendenza politica della Colombia dagli Stati Uniti crea seri pro blemi tra questa e il Venezuela, che accusa il vicino di cospirare contro il presidente Chávez in combutta con gli States. Anche i rapporti tra Bolivia e Cile corrono su un terreno scivoloso. I due Paesi hanno interrotto le relazioni diplomatiche a causa della perdita dell’accesso al mare della Bolivia durante la Guerra del Pacifico (alla fine del 1800), benché la gestione Bachelet abbia fatto di tutto per avanzare nella risoluzione di quel problema (peraltro, finora irrisolvibile a causa del rifiuto del Cile di restituire il territorio conquistato).
Un altro contenzioso delicato divide da qualche anno Perù e Cile, per la pretesa sovranità peruviana su un tratto di mare di 38.000 chilometri quadrati (al momento territorio cileno) al largo della costa peruviana e cilena: il tribunale dell’Aja dovrebbe decidere sulla questione entro il 2012, e nel frattempo c’è qualche schiarita tra i due Paesi, in seguito all’elezione di Sebastián Piñera alla presidenza del Cile. Mentre gli antichi conflitti tra i vari Paesi si accentuano e si attenuano a seconda dei governanti e delle necessità storiche (gli appelli all’unità nazionale contro i cattivi vicini sono notoriamente la risorsa dei leader che registrano cali di popolarità), la povertà diminuisce, passando nel 2006 a meno di 200 milioni (il 36% della popolazione complessiva), per la prima volta in quindici anni, secondo i dati della Cepal (la Commissione economica per l’Ameria Latina che collabora con l’Onu).
Il Paese più povero è Haiti, ma la diseguaglianza resta un problema anche negli Stati più ricchi come il Cile. Dal tempo delle guerre di indipendenza si sono fatti parecchi passi avanti, a partire dalla conquista della democrazia per quei Paesi che sono passati, quasi in contemporanea e negli anni Settanta, sotto le forche caudine di dittature brutali. L’economia della regione è cresciuta, dal 2004 al 2009, del 5% ogni anni con una caduta recente dovuta alla crisi mondiale ma con incoraggianti segnali di ripresa, stando a molti analisti. Secondo Latinobarómetro, un singolare strumento che realizza studi sull’opinione pubblica in 18 Paesi dell’America Latina, anche la percentuale di latinoamericani felici è aumentata di parecchio rispetto ad alcuni anni fa. Nel 1997, soltanto il 41% si dichiarava felice, il 25% in meno rispetto al 2008. Sembra che la felicità sia associata al maggior benessere ma soprattutto alla crescente libertà democratica.
Il ruolo della Spagna
Uno dei quesiti che ci si è posti per il Bicentenario è stato se, e in che misura, la Spagna potesse partecipare alle celebrazioni, e c’è chi avrebbe posto come condizione che facesse le sue scuse ai Paesi della ex Colonia. Una inchiesta della Bbc ha cercato di capire cosa pensassero al riguardo i cittadini dei vari Paesi latinoamericani e ha collezionato risposte inaspettate come, per esempio, quella di Nicolás, di Aguascalientes: «Chi siamo per meritarci delle scuse? Non siano indigeni, non siano negri, non siano spagnoli, siamo “latinoamericani”. Tra i nostri avi ci sono vittime e carnefici, violentatori e violentati, una parte di me merita le scuse da parte della Spagna e l’altra parte no. Tutti noi portiamo cognomi o una parte dei nostri cognomi spagnoli, coloro che chiedono delle scuse mi sembrano alienati dal processo di formazione della identità....». Sarebbe perfetto, non fosse che la formazione della identità latinoamericana non è stata, per molto tempo, una romantica passegiata di etnie e culture diverse, ma in molti casi un cammino a senso unico che ha tagliato fuori una gran parte di quelle, in generale le cosidette popolazioni originarie.
In ogni caso, nel mondo latinoamericano di oggi, variegato e interessante, quelle etnie e culture hanno trovato a mano a mano uno spazio migliore rispetto a un tempo: 579 milioni di abitanti divisi tra Amerindi, Creoli, Meticci e Afroamericani, la metà ha meno di 25 anni. Ci sono ebrei, abitanti dell’estremo Oriente e balcanici ed europei, giunti a ondate nel corso delle varie immigrazioni. Un macrocosmo diviso tra tendenze ancestrali e aspirazione “globali”. Il simbolo del Bicentenario potrebbero essere le sfilate ufficiali della popolazioni indigene scelte dal governo venezuelano di Hugo Chávez per commemorare l’indipendenza del suo Paese. Ma anche, con uguale diritto, l’avveniristica Torre Bicentenario che verrà inaugurata a Città del Messico alla fine di quest’anno, diventando il palazzo più alto dell’America Latina. Alto 300 metri divisi su settanta piani, è ispirato alla Piramide del Sole e può considerarsi un vero monumento dei nostri tempi, nel senso migliore. Ottimizza i sistemi di aria condizionata, acqua e luce e consumo energetico, in altre parole si sforza di essere, oltre che un edificio scenografico, anche un’opera sostenibile.

Gabriella Saba da Santiago del Cile

lunedì 22 marzo 2010

IL BUON PASTORE

Lo spettacolino del giuramento di fedeltà nelle mani di Berlusconi, recitato in coro dalle 13 pecore aspiranti governatori come i fedeli leggono il Credo durante la Messa (quello che pochi sanno bene a memoria, borbottano e devono leggere dal messalino)

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è stata una delle esibizioni più umlianti per un popolo che abbia mai visto nella mia lunga vita di giornalista, Urss, Cina, Cuba, Iraq compresi. E’ Fascismo da avanspettacolo, Piazza Rossa da operetta, Vangelo da Studio Televisivo e persino il Minzculpop l’ha fatta corta, perchè si può essere servi senza essere sciocchi e qualcuno deve aver capito quanto fosse ridicolmente grottesca quella pala d’altare. Riguardatevi quella scenetta del giuramento dei Predellisti e delle Predelliste in coro ovino dietro al loro amoroso pastorello, quando andrà sui siti e su youtube, scaricatela, archiviatela, registratela su Dvd incancellabili, nascondendetela, perchè i vostri figli piccolini e i nipoti, in futuro, non crederanno che l’Italia potesse essere arrivata, anzi, tornata – liberamente e volontariamente – a questo punto di obbrobrio decerebrato.

Fonte

E' L'ECUADOR IL PRIMO STATO AL MONDO CHE SI È IMPOSTO DI RIDURRE LA SUA IMPRONTA ECOLOGICA

La nuova costituzione dell'Ecuador approvata il 28 settembre 2008 e curata dall'Assemblea Nazionale Costituente, riconosce i diritti della natura; si tratta del primo Stato ad aver approvato un riconoscimento formale di questo tipo. I diritti della natura dovranno essere rafforzati dalle leggi e la nuova Costituzione ricorda l'obiettivo di ottenere il benessere (el buen vivir) in armonia con la natura, come obiettivo fondamentale della società.

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Proprio in questi giorni il Global Footprint Network, la rete internazionale più autorevole che si occupa di diffondere, standardizzare ed applicare il metodo dell'impronta ecologica come indicatore di sostenibilità (http://www.footprintnetwork.org/), ha reso noto la notizia che l'Ecuador è diventata la prima nazione a dotarsi di un concreto target relativo all'Impronta ecologica. La nazione si è data l'obiettivo di includere nel suo Piano Nazionale, il raggiungimento entro il 2013, di un' impronta ecologica (quindi un utilizzo pro capite di risorse derivanti dalle capacità bioproduttive dei sistemi naturali, dalle foreste alle aree agricole) che rientri nella biocapacità nazionale (quindi nella capacità della nazione stessa di produrre le risorse utilizzate) , con l'impegno a mantenere il trend nel futuro.

Nelle ultime cinque decadi l'Ecuador ha visto annullare il suo vasto surplus ecologico che, nel 1961, era più elevato di quattro volte rispetto all'impronta ecologica pro capite. Attualmente l'impronta ecologica di un cittadino ecuadoregno ( che è di 2,2 ettari globali pro capite) è molto vicina a quella della biocapacità pro capite (che è di 2,1 ettari globali pro capite) e potrebbe essere rapidamente sorpassata se i trend attuali di consumo dovessero persistere (solo per fare qualche comparazione, ricordo che l'impronta ecologica dell'Italia è di 4,8 ettari globali pro capite e la nostra biocapacità è di 1,2; l'impronta degli Stati Uniti è 9,4 e la biocapacità 5,0, l'impronta dell'Etiopia è 1,4 e la biocapacità è 1,0). Per questo motivo l'obiettivo che il governo ecuadoregno si è dato è proprio quello di assicurare alla popolazione del proprio paese di non passare alla fase cosidetta di Overshoot (di sorpasso) rispetto alla biocapacità nazionale. La nazione ha un mandato presidenziale a sviluppare indicatori fisici che possano individuare le migliori performance ambientali e supportare le decisioni che saranno adottate.

Questa decisione dell'Ecuador costituisce un ulteriore interessantissimo segnale concreto che va nella direzione delle riflessioni che, ormai in tutto il mondo, si stanno facendo sui limiti dei nostri modelli di sviluppo socio economici basati sulla continua crescita economica, materiale e quantitativa, che ci ha condotto ad un crescente e ormai ingente deficit ecologico. Il mettere finalmente "in conto" questo debito e il considerare nuovi indicatori di benessere, come elementi fondamentali per l'azione politica sta diventando, come abbiamo visto in numerosi articoli in questa rubrica, un impegno ormai ampiamente diffuso e ulteriormente incrementato in questo periodo di grave crisi finanziaria ed economica.

Alla fine di gennaio la ben nota New Economic Foundation britannica (un vero e proprio think-tank che si pone l'obiettivo di dimostrare il reale benessere dell'economia e che è stata creata nel 1986 dai leader del cosidetto TOES - The Other Economic Sumit - il gruppo di lavoro che poneva nuove tematiche e nuovi approcci di visione alle riunioni del G7 e del G8, vedasi il sito http://www.neweconomics.org/ ha pubblicato un interessantissimo rapporto dal titolo "Growth Isn't Possible:Why rich nations need a new economic direction", che documenta come la crescita economica infinita sia impossibile a causa dei notevolissimi problemi ambientali e sociali che si trascina con sé. Esistono ormai troppi livelli "soglia" che sono o stanno per essere superati nei sistemi naturali, a cominciare dal sistema climatico, e che ci stanno dimostrando l'incompatibilità di una crescita economica continua. Per i paesi ricchi che hanno le maggiori responsabilità storiche (per essere stati i primi a devastare e distruggere gli ambienti naturali dell'intero pianeta) e di impatto sui sistemi naturali della Terra è ormai indispensabile una nuova direzione economica.

Per dimostrare in maniera simpatica e divertente l'impossibilità della crescita economica illimitata, la New Economic Foundation ha attivato il "Club del criceto impossibile" (vedasi http://www.impossiblehamster.org/ nell'ambito del quale un breve e semplice video-cartoon dimostra come in natura non esiste una crescita senza limiti, prendendo come spunto un noto e simpaticissimo roditore, spesso utilizzato anche come animale da compagnia, il criceto.

Un giovane criceto raddoppia il suo peso ogni settimana che trascorre dalla sua nascita al periodo di pubertà. Ma se continuasse paradossalmente a crescere, come avviene dal suo giorno di nascita, giungerebbe a divorare in un giorno l'intera produzione mondiale annuale di granturco. Ovviamente esistono molti motivi per cui il criceto non può crescere indefinitamente, motivi che costituiscono la base dei meccanismi dell'evoluzione della vita sulla Terra, e che governano i sistemi naturali del Pianeta. Prima o poi questi meccanismi devono governare anche l'economia. L'economia non può continuare a far finta di essere al di fuori dei sistemi globali entro i quali invece opera quotidianamente e deve seguirne le regole. Ormai siamo giunti a dei livelli di impatto dei sistemi economici e sociali sui sistemi naturali che il mondo scientifico ritiene molto pericolosi per la nostra stessa sopravvivenza.

Un precedente rapporto della New Economic Foundation "The Great Transition" individua come organizzare al meglio un nuovo indirizzo per l'economia delle nostre società, nell'ambito della quale la gente può ricercare e soddisfare un autentico benessere rimanendo in una dimensione di equilibrio dinamico con la biosfera.

Anche il puntuale lavoro della New Economic Foundation si inserisce nella direzione di porre nuove basi all'economia mondiale e rientra nell'ambito del vasto impegno che, a partire già dagli anni Settanta del secolo scorso, si è andato formando nell'individuazione di articolate critiche alla crescita economica (e quindi all'utilizzo della crescita del maggior indicatore economico, il PIL) come unico motore di sviluppo. Da allora, come abbiamo visto in tanti articoli di questa rubrica, è iniziata una ricerca sistematica di misure del benessere e della sostenibilità del nostro sviluppo sociale ed economico, rispetto all'impatto da noi esercitato sui sistemi naturali, in grado di superare i limiti del PIL stesso.

In particolare, come abbiamo già visto in altri articoli, negli ultimi anni il dibattito sul bisogno di trovare un indicatore o un insieme di indicatori comuni del benessere che possano diventare guida e obbiettivo delle politiche pubbliche è stato costantemente presente. L'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), insieme ad altre influenti organizzazioni internazionali, ha lanciato il progetto "Global Project on Measuring the progress of societies" (Progetto globale su come misurare il progresso delle società); il Presidente francese Sarkozy ha istituito la "Commissione Internazionale sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale", guidata dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, di cui è stato pubblicato il rapporto finale nel settembre scorso; una nuova comunicazione della Commissione Europea dell'agosto 2009 ha illustrato cinque interventi chiave per integrare gli indicatori del progresso nei sistemi ufficiali di statistiche usati dalla politica, ecc. Se benessere, sviluppo e progresso sostenibili sono gli obbiettivi da raggiungere, allora devono essere supportati da un cambiamento degli indicatori utilizzati. Chiudendo l'importante conferenza "Beyond GDP" (Oltre il PIL), tenutasi a Bruxelles nel novembre 2007, ed organizzata dalla Commissione Europea, dal Parlamento Europeo, dall'OCSE, dal Club di Roma e dal WWF, il Presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, sostenne, parafrasando una celebre frase di Albert Einstein, che "non è possibile affrontare le sfide del futuro con gli strumenti del passato: e` ormai tempo di andare oltre il Pil" (vedasi il sito http://www.beyond-gdp.eu/

Gianfranco Bologna

domenica 21 marzo 2010

IL GANDHI DELL’AMERICA LATINA

Colloquio con Leonardo Boff, teologo della liberazione: racconta come Paulo Freire abbia indicato il cammino della trasformazione, necessario non solo alla società latina, ma ad ogni paese del mondo: l’Europa conosciuta negli anni dell’esilio e l’Italia di don Milani

paulo freire

In Brasile il messaggio di Paulo Freire è sempre attuale. Torna puntualmente nel dibattito culturale e politico. Per le prossime elezioni nazionali i temi di fondo della pedagogia degli oppressi diventeranno terreno di propaganda politica. Ma al di là del recupero posticcio del grande pedagogista brasiliano, interessa la trasformazione della società come lui la pensava, ossia come liberazione dall’oppressione e come comunità di uomini e donne solidali e forti nella dignità di essere cittadini a tutti gli effetti.

Ne parliamo con Leonardo Boff, uno degli uomini simbolo del Brasile, il più rappresentativo teologo della liberazione in America Latina

Leonardo Boff, qual è stato secondo lei il maggior contributo che ha portato Paulo Freire con la sua testimonianza e la sua opera?

Il maggior merito di Paulo Freire è stato quello di mostrare che il povero ha potere e ha cultura. Non è un povero, è un impoverito che è stato fatto povero da relazioni umane ingiuste. Egli ha dentro di sé energie, intelligenza e cultura, un mondo che, una volta risvegliato, può fare di lui un soggetto della propria liberazione. Freire ha fatto uscire allo scoperto il potenziale trasformatore dei poveri. Ha avuto fiducia in loro e li ha fatti essere soggetti di un altro tipo di società che non riproduce quella in vigore, generatrice di poveri, ma un’altra che sa integrare e umanizzare tutti. Per questo ha creato una pedagogia, un metodo, mediante il quale il povero si scopre a se stesso come portatore di trasformazione, si organizza e comincia a creare qualcosa di alternativo.

Ernesto Balducci aveva letto la vicenda di Freire in Brasile come una sorta di prolungamento dell’esperienza di don Milani in una dimensione planetaria. Oggi, diceva Balducci, la Barbiana di Milani si trova in Brasile, si trova in Sudan, si trova in Afghanistan e rappresenta tutte quelle situazioni di deriva umana, sociale, civile che purtroppo crescono nelle periferie del mondo. In questo senso quanto è attuale il pensiero di Paulo Freire?

Paulo Freire rimane attuale nella misura in che il suo metodo e la sua pedagogia mobilitano gli oppressi per fargli uscire da loro stessi e dalla propria situazione di povertà, non nel senso di inserirsi nella società attuale ingiusta ma nel senso di essere forgiatori di una alternativa. Questo è il momento forte della liberazione. Non a caso uno dei suoi principali libri di Freire si intitola: Educazione come pratica di libertà. Questo metodo è stato assunto dall’Onu e diffuso in tutti i paesi poveri. Freire ha lavorato vari anni in Africa, organizzando l’educazione affinché essa potesse partorire cittadini nuovi e creativi. Fino a quando esisteranno poveri e oppressi Freire sarà sempre attuale. Fintanto che ognuno di noi porterà in sé le proprie oppressioni interne e le società saranno termometri di conflitto, Paulo Freire rimarrà come una fonte di ispirazione e di rappresentazione nonviolenta della realtà. Egli è una specie di Gandhi dei tropici, del terzo mondo.

Che ruolo ha oggi Freire nella chiesa brasiliana?

Paulo Freire era un cristiano cattolico che si professava tale, amico di Dom Helder Camara, del cardinale Dom Paulo Evaristo Arns e mio amico personale. Ė stato sempre considerato uno dei fondatori della teologia della liberazione (ndr – nel saggio “La pedagogia degli oppressi”, scritto nell’esilio francese al quale lo aveva obbligato la dittatura militare, libro tradotto in tutto il mondo, ricorda che la prima parola da insegnar a scrivere a chi vive nelle favelas è appunto “favela”). Ha lavorato con le comunità ecclesiali di base e i movimenti provenienti dalle pastorali sociali della Chiesa. In verità è stato accettato e applicato meglio all’interno delle Chiese che svolgevano un lavoro popolare più che nel sistema scolastico ufficiale del Brasile. Per il sistema Paulo Freire è sempre stato considerato un personaggio scomodo poiché il suo pensiero sottintende il superamento dello stile dominante di educazione che, in fondo, forma le persone per essere riproduttrici di questo tipo di società. Sono educate non per cambiarla ma per rafforzarla essendo buoni funzionari (dirigenti, impiegati, dipendenti statali….) e avendo una professione redditizia. Era esattamente quello che Paulo Freire non voleva. Egli ripeteva sempre: “L’educazione non cambia il mondo, ma cambia le persone che cambieranno il mondo”.

L’educazione popolare, la coscientizzazione, la formazione, l’alfabetizzazione, tutti i grandi filoni di lavoro di Freire che ruolo giocano sul piano politico oggi. Quanto pesa il suo pensiero nel voto che il Brasile ha dato a Lula?

Grande parte delle comunità ecclesiali di base (sono circa centomila in Brasile secondo i dati più recenti) e i movimenti sociali popolari come il Movimento dei senza terra, dei senza tetto, la Pastorale della terra, la Pastorale degli indigeni, la Pastorale dei negri e la Pastorale dei bambini e altre sono fortemente influenzate dal pensiero di Paulo Freire. È stato attraverso di lui che i militanti cristiani hanno conseguito uno spirito critico a fronte del tipo dominante di società e hanno alimentato una mistica di cambiamento. Essi hanno aiutato a fondare il Partito dei Lavoratori ed hanno aiutato a eleggere Lula. Il Brasile, senza i movimenti ispirati in Paulo Freire , sarebbe totalmente differente, ancora sottomesso alle élites tradizionali e con grandi masse depoliticizzate. Paulo Freire ha svegliato la coscienza delle persone, ha aiutato a cercare le ragioni della povertà ed ha fornito un metodo per uscirne, senza violenza, con amore e speranza. Il suo ultimo libro è sulla Pedagogia della Speranza. Pochi pedagogisti nella storia hanno accentuato tanto la forza dell’amore nella trasformazione del mondo come Paulo Freire. Ė l’amore l’energia segreta che fa sognare mondi differenti e suscita i modi per realizzarli concretamente. Egli amava le persone, specialmente i poveri e diffondeva una illimitata speranza che possiamo trasformare questo mondo perverso che non ama la vita e disprezza gli umili in un mondo di fratelli e sorelle, di liberati che abitano la stessa casa comune in collaborazione, fraternità e amore.

(ha collaborato per la traduzione dal portoghese Giuliana Ondertoller)

Francesco Comina

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