mercoledì 29 settembre 2010

LA MAGIA DEI CAURI

Una piccola conchiglia svela i misteri dell’Africa

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Per mille anni è stata la più diffusa moneta africana e il simbolo della ricchezza dei suoi re. Ancora oggi la si trova nei mercati, nelle case e sulle maschere. Il cauri, conchiglia-denaro, talismano e amuleto, simbolo sessuale e decoro di bellezza, è lo specchio di un’Africa segreta, che non si rivela ai nostri occhi
Testo e foto di Andrea Semplici

Marie è anziana e lavora al più grande mercato di Lomè, capitale del Togo affacciata sull’Atlantico.

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La sua bancarella è ingombra di feticci, noci di cola, frammenti di ossa, frutti essiccati, tappini di birra, pietre sminuzzate e denti di cane. Sfioriamo con le mani la una zucca ricolma di conchiglie bianche, poggiata nella confusione delle merci di questa bottega africana dei miracoli. «Le compro dai mercanti nigeriani, sono antiche», spiega la donna. «Le rivendo agli stregoni, agli indovini e a chi cerca talismani». E la vecchia affonda le mani in quel mucchietto di conchiglie forate. Costano 10 franchi africani, 15 centesimi di euro. Ne compriamo dieci: saranno i nostri amuleti da viaggio. Ne avremo bisogno per poter scoprire i segreti di queste sorprendenti conchiglie chiamate cauri che hanno modellato, per secoli e secoli, mercati e abitudini, povertà e ricchezze, infinite architetture sociali di gran parte dell’Africa.

NELLE MANI DEI RE

I cauri sono stati per mille e più anni (e in certi mercati della savana lo sono ancor oggi) la moneta per eccellenza dell’Africa. La Cyprea moneta (questo il suo nome scientifico), conchiglietta dalla forme ovale, color porcellana, dai riflessi luminosi, è stata la ricchezza dei grandi regni africani del Mali, del Dahomey, della Nigeria.

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I re del popolo Mossi, per molti secoli, pretesero dai loro vassalli, un tributo annuale di un milione di cauri. I negrieri europei pagavano in cauri la merce umana che acquistavano dai razziatori africani (in Costa d’Oro, nel 1600, uno schiavo costava 55 libbre di cauri). Re Gezo, sovrano del Dahomey, non nascose mai di preferire pagamenti in cauri all’oro: «Solo così sono certo di non essere imbrogliato». Uguale preoccupazione aveva il re di Juda: «Meglio essere pagato in cauri – confessò a un missionario – I mercanti bianchi non possono né ingannarmi, né truccare il peso». Le piccole conchiglie, in effetti, si potevano contare, ammucchiare, impilare una sull’altra. Erano semplici da usare e non si potevano falsificare. E questa, forse, è la semplice soluzione di un piccolo mistero economico: «Non abbiamo mai scoperto perché il cauri sia stato scelto come moneta», dice l’economista Karl Polanyi.

UN LUNGO VIAGGIO

Vi è un unico posto al mondo dove è possibile trovare i cauri: le barriere coralline delle Maldive. Le prime conchiglie arrivarono sulle coste del mar Rosso con le navi arabe: spesso erano utilizzate come zavorra per le stive vuote.

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I mercanti-navigatori le cedevano ai carovanieri transahariani: i cauri attraversarono, così, il deserto e giunsero fino ai mercati sulle sponde del fiume Niger. Gli arabi furono indifferenti a questa conchiglia (il grande viaggiatore e cronista Ibn Battuta protestò, con vivacità, quando, proprio alle Maldive, venne pagato in cauri), ma i popoli neri del Sahel cominciarono – già nel 1067 - a utilizzarla come strumento di scambio. Viaggio incredibile, quello dei cauri: lungo un anno, ventimila chilometri dalle Maldive ai regni del Mali, una distanza immensa, tale da mettere al riparo dai rischi di un’inflazione e da una circolazione eccessiva di moneta.

UNA MONETA MULTIUSO

Alla fine del 1500, raccontano le cronache medioevali, discendere il fiume Niger, da Djennè a Timbuctu, costava duemila cauri. L’esploratore settecentesco Mungo Park affittò una capanna nel villaggio maliano di Soubou per duecento cauri (un prezzo da bianco).

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I cauri divennero, in breve, una moneta potente, multiuso: segno della ricchezza dei regni del Golfo di Guinea e dono ai poveri, nelle grandi ricorrenze, dei sovrani dell’Africa Occidentale. Furono, e sono ancor oggi, talismano, simbolo di potenza, fertilità, magia. Venivano (e vengono) utilizzati dai sacerdoti vudù per le loro divinazioni, dai cantastorie come amuleto, dalle donne come decoro di collane e cinture. Fino alla prima guerra mondiale, queste conchiglie ebbero una diffusione monetaria ben più ampia del dollaro o della sterlina. Ma gli imperi coloniali non sapevano cosa farsene di quelle conchiglie. Per le tasse pretendevano di essere pagati in moneta ‘occidentale’: vietarono l’importazione dei cauri e mandarono l’esercito a debellare le rivolte degli africani. «Se la Francia esige di essere pagata in gallette francesi invece che nelle nostre monete, vuole la rissa», sbottò un capo tuareg. La nuova finanza internazione non poteva sopportare un universo economico e sociale separato e diverso come l’Africa. Le monete europee dettero un mano brusca e impietosa nel demolire l’economia tradizionale. I cauri dovevano essere messi fuori legge, la nuova moneta doveva essere coniata nelle zecche di Parigi o di Londra e non trovata sulle spiagge delle Maldive.

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In un villaggio remoto del Benin alcune vedove aspettano sotto una tettoia di foglie di palma. Sono appena uscite dalla tenda dove, per giorni, avevano rinchiuso il loro lutto. Hanno il capo rasato, indossano tuniche blu. In mano hanno ciotole di zucca lucenti piene di cauri. Le monete serviranno a difendere la propria casa degli spiriti del male

LA STORIA CONTINUA

Eppure i gusci lucenti di queste conchiglie non sono scomparsi dall’Africa. Ancora oggi, gli edifici impolverati delle banche centrali del Mali a Bamako e del Benin a Cotonou sono decorati con le stilizzazioni dei cauri. Sulle attuali monete del Ghana, i cedis, è inciso il profilo di questa conchiglia splendente.

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Al gran marché de Togo guaritori e gente comune cercano ancora tra le bancarelle, le ciotole dei cauri: ne comprano a piccoli cartocci. In Benin e in Burkina-Faso i musicisti di ogni festa rurale sono ricompensati anche con manciate di conchiglie. Nelle terre di frontiera fra Ghana, Costa d’Avorio e Burkina-Faso le donne che vendono birra fra un confine e l’altro si fidano più dei cauri che delle monete nazionali (almeno le conchiglie hanno un valore stabile per le misere contrattazioni transfrontaliere). In molti mercati i vecchi comprano ancora noci di cola da masticare, rasoi usati, prese di tabacco, pizzichi di sale, con i cauri. I mercanti accettano controvoglia questa moneta, ma poi vedono il vecchio sciogliere il nodo di una fazzoletto lercio e tirare fuori una conchiglia risparmiata anni prima e non se la sentono di pretendere qualche centesimo. Siamo davvero certi, noi bianchi, che un’economia sotterranea, lontana dalle leggi del mercato, non dipani ancora i suoi fili all’ombra dei baobab?

UN PREZIOSO SOUVENIR

Il cauri, conchiglia moneta, talismano e amuleto, simbolo sessuale e decoro di bellezza, non è un semplice guscio. E’ ancora lo specchio di un’Africa che non si rivela ai nostri occhi. Tempo fa, a Ouagadougou, capitale del Burkina-Faso, nelle ultime ore della mia Africa, cercavo di respirare più polvere possibile davanti al cancello dell’albergo. Si avvicinò un ragazzino, dagli occhi come lucciole. Non chiese nulla. Stava lì, in piedi. Sulla sua bicicletta. Accanto a me. Poi, con un gesto della testa e un sorriso, indicò il suo braccio: al polso aveva ha un braccialetto di cauri. Ne staccò uno, me lo porse. Alzai lo sguardo, ma lui stava già pedalando: svanito come un’ombra gentile, nella bruma lattiginosa della notte di Ougadougou, già invisibile fra centinaia di motorini, fra le folle di uomini e donne in cammino per le strade di una città africana. Quella conchiglia, forata per essere stata impilata con decine di altre, lucida, consunta, color del latte, è ancora qui. Alle mie spalle, poggiata su uno scaffale mentre scrivo, una volta di più, la grande storia dei cauri.

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Nella stagione secca, ogni giorno, fra Mali e Benin, fra Burkina Faso e Togo, rullano ancora i tamburi del vudù. I musicisti che suonano le percussioni sono ricompensati con manciate di cauri, i "gusci della buona sorte". Il nome latino di queste conchiglie Cyprae, deriva dall'isola di Cipro, terra sacra a Venere, dea della fertilità. E i cauri, in Africa, sono ancora oggi auspicio di fecondità.


I libri

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Lo studioso Karl Polanyi ha pubblicato con Einaudi due interessanti saggi che riservano ampio spazio alla storia dei cauri: «Il Dahomey e la tratta degli schiavi» (1987, pp. 265) ed «Economie primitive, arcaiche e moderne» (1980, pp. 340). Da leggere, in inglese, «The shell money of the slave trade» (curato da Jan Hogendorn e Marion Johnson, African Studies Centre- Cambridge 2003) e, in francese, «Paleo-monnais africaines» di Josette Rivallain (Administration des monnaies et medailles, 1999)

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Fonte

martedì 28 settembre 2010

AUSCHWITZ IN AFRICA

C’è un "cuore di tenebra" alle radici delle ideologie che portarono allo sterminio nazista, una vicenda coloniale di conradiana memoria che ha insanguinato l’Africa tra la fine del XIX e gli albori del XX secolo e ha spianato la strada all’Olocausto sia sul piano teorico che su quello pratico. È quanto sostengono David Olusoga e Casper Erichsen, autori di Kaiser’s Holocaust, il libro appena uscito in Gran Bretagna per Faber&Faber che ricostruisce in modo dettagliato e aggiornato la storia e le implicazioni del genocidio dei popoli indigeni dell’attuale Namibia - gli Herero e i Nama - da parte della Germania guglielmina. Il materiale inedito reperito negli archivi nazionali namibiani consente ai due storici di confermare che molte delle idee criminali di Hitler affondano le proprie radici nel colonialismo africano del Secondo Reich.
E che analogamente, esistono diversi punti in comune tra le tecniche di genocidio usate in Africa dagli eserciti del Kaiser e i ben più noti metodi impiegati dai nazisti. Tra il 1904 e il 1909 le truppe di Guglielmo II spazzarono via decine di migliaia di indigeni delle tribù Herero e Nama per offrire nuovo "spazio vitale" alla Germania. Uno sterminio di massa che fu favorito e giustificato sul piano morale dalle teorie del razzismo scientifico e dalle letture più distorte del darwinismo sociale di fine ’800. Fu proprio così, sostengono i due storici, che i colonizzatori tedeschi riuscirono a mettere da parte la morale cristiano-giudaica della compassione per i più deboli e a considerare le tribù africane come esseri inferiori e subumani. «I fucili e la forca sono armi accettabili perché distruggendo razze inferiori si offriranno nuove terre e nuovi beni alle razze più forti», sentenziava l’accademico Friedrich Ratzel, uno dei primi a parlare del Lebensraum, lo spazio vitale, e ad auspicare che i tedeschi l’ampliassero con qualsiasi mezzo.

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Herero sopravvissuti alla fuga attraverso il deserto di Omaheke (Kalahari).

Anche il generale Lothar von Trotha, comandante delle truppe tedesche in Africa, definì "non umani" i membri delle tribù Herero e Nama, prima di firmare l’ordine di sterminio che li condannò alla deportazione nel 1904. Parole, quelle di Ratzel, von Trotha e di altri citati nel volume, che ricordano da vicino il colonnello Kurtz di Conrad quando ordinava di «sterminare tutti i bruti» e che dimostrano come la supremazia della razza ariana proclamata dal delirio nazista sia stata diretta conseguenza della politica razziale adottata in Africa dalla Germania guglielmina.

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Lothar von Trotha

Anche le modalità d’esecuzione appaiono assai simili: imitando i britannici, che per primi ne avevano fatto uso nelle guerre contro i boeri, Berlino realizzò in Africa all’inizio del ’900 i primi di campi di concentramento. Il più famigerato fu quello dell’isola di Shark, l’«Auschwitz africana» che registrò un tasso di mortalità del 70% e al cui interno l’eugenista Eugen Fischer condusse esperimenti medici su cavie umane che furono d’esempio per un allievo molto promettente: Josef Mengele. È poi curioso apprendere che ad orchestrare personalmente quella barbarie fu il padre di Hermann Göring, primo commissario del Kaiser in Africa e poi ambasciatore ad Haiti, mentre le camicie nere usate dai nazisti avevano fatto parte in precedenza della dotazione dell’esercito in Namibia.

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Herero incatenati durante la rivolta del 1904

Non è la prima volta che si parla di un collegamento diretto tra il nazismo e il colonialismo europeo di fine ’800. La tesi era stata formulata già nel secondo dopoguerra dallo storico afro-americano William Edward Du Bois - secondo il quale l’Olocausto fu l’apice di una lunga tradizione di stermini di massa perpetrati dalle potenze imperiali europee - ed è stata ribadita in anni più recenti anche da studiosi europei come Hannah Arendt. Tuttavia il libro di Olusoga ed Erichsen ha il grande merito di ricostruire nel dettaglio una storia dimenticata e sepolta per decenni sotto una coltre di mito. A cercare di rimuoverla per sempre furono prima le autorità coloniali tedesche, che distrussero molte prove dei crimini perpetrati nel continente nero, poi il governo sudafricano, che dopo la seconda guerra mondiale subentrò nel controllo di quei territori fino alla nascita della moderna Namibia nel 1990.

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"Combats sanglants dans le sud-ouest africain", gravure parue dans le Petit journal du 21 février 1904.

Il genocidio degli Herero era stato descritto dettagliatamente nel famoso Blue Book compilato dalle potenze alleate subito dopo la prima guerra mondiale per negare il ritorno delle colonie africane alla Germania alla conferenza di pace di Versailles. Ma negli anni ’20 tutte le copie del libretto furono poi ritirate dalle librerie e distrutte in nome della solidarietà tra le potenze imperiali europee.
Riccardo Michelucci.

Vedere anche il Film Les Héréros, le génocide oublié [Gli Herero, il genocidio dimenticato],  de Tristan Mendès France.
Leggere anche l'opera di Ingolf Diener, Namibie, une histoire, un devenir [Namibia, una storia, un avvenire], Editions Karthala, Parigi, 2000.

lunedì 27 settembre 2010

LA GIUSTIZIA MEDIATICA

Teresa Lewis è stata giustiziata stanotte. La stampa mondiale non se n’è data cura. Quella italiana è giustificata, troppo impegnata con la cucina monegasca perfino per parlare del femminicidio di Teresa Buonocore.
Invece ha fatto breccia la morte di Jorge Briceño, il Mono Jojoy, uno dei capi militari storici delle FARC colombiane, ucciso in un’azione di guerra smisurata, 32 aerei, 27 elicotteri, centinaia di uomini, un bombardamento massiccio e indiscriminato del quale ci racconta Guido Piccoli.

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L’ottimo Simone Bruno, ai microfoni di SkyTg24, ha ben descritto come si sia messa per l’ennesima volta in scena una “demonizzazione del nemico” perfettamente orchestrata e inoculata dai media. Simbolo di ciò è sempre più El País di Madrid (immagine) che definisce direttamente il corpo di Briceño come il corpo “del narco” (narcotrafficante) e parla di lui e degli altri guerriglieri come dei “narcos abbattuti”.
Diventa a questo punto superfluo perfino lo storico dibattito sull’uso antitetico di termini quale “guerriglia” e “terrorismo”. Perfino terrorista è poco per Briceño e per quella ventina di ragazzi che sono morti con lui. L’odio, va da sé, non serve a spiegare, ma solo a schierare e a rafforzare la negazione dei motivi di 40 anni di guerra civile colombiana nella costruzione di un presente edulcorato fatto di buoni, il governo, e cattivi, i narcoterroristicomunisti.
Come abbiamo già scritto in queste pagine, stiamo assistendo ad un rafforzamento dei monopoli dell’informazione e dell’imposizione del pensiero unico. E’ un rafforzamento che sembra un indurimento ed una rinnovata capacità di posizionamento rispetto al ruolo svolto da Internet e dal giornalismo partecipativo. Fino a qualche anno fa esecuzioni particolarmente repellenti come quelle di Teresa Lewis bucavano lo schermo ed erano rintuzzate solo in quanto “antiamericanismo”. Oggi Teresa può morire nel sostanziale silenzio. La sola valvola di sfogo di Internet non basta a commemorarne la vita disgraziata e la morte sempre ingiusta. Quindi lo spot “United States”, l’odio antiamericano, non serve più a fare pubblicità, nonostante Pierluigi Battista sul Corriere abbia riciclato per la trentesima volta lo stesso articolo scritto vent’anni fa e rispolverato ogni volta cambiando solo i nomi.
Al contrario è divenuto facile solidarizzare con una Sakineh scelta non a caso tra le mille Sakineh di questo triste tropico planetario. L’uso delle gigantografie al quale i nostri comuni si prestano docilmente è una catarsi che ci fa sentire molto “we are the world”. A pensar male si fa peccato (e ribadisco la solidarietà a Sakineh) ma se Sakineh avesse avuto i lineamenti grossolani di Teresa Lewis, se non avesse avuto quel volto dolce, avrebbe avuto la stessa solidarietà? Se invece che iraniana fosse stata saudita?
Non smettono nello stesso contesto di essere scandalosi, in un continente dove i prigionieri politici restano migliaia, i milioni di parole dedicate a una ventina di presunti prigionieri politici cubani che, stando ad Amnistia Internazionale, che pure ne stigmatizza a buon diritto la carcerazione, non rischiano né tortura né morte e sicuramente non prefigurano quel “gulag tropicale” dal quale Yoani Sánchez è libera da anni di raccontarci minuziosamente. Conosciamo perfino la pressione arteriosa del dissidente cubano Guillermo Fariñas in sciopero della fame e abbiamo letto ovunque della morte di Franklin Brito in Venezuela, ma non una riga passa, in una virtuale orwelliana censura mondiale, delle centinaia di prigionieri politici mapuche in Cile processati e condannati ancora secondo le leggi dettate da Augusto Pinochet.
L’agenda setting mondiale per l’America latina ricorda molto quello di un paese incartato come l’Italia, impegnato da mesi a parlare del cognatissimo di Fini, della sua Ferrari e della sua casa di Montecarlo, una pagliuzza in confronto ai mille travi che si occultano, la fedina penale di mezzo parlamento, la fine della Repubblica fondata sul lavoro, il femminicidio di Teresa Buonocore, mentre cade il velo e la farsa della monnezza nascosta sotto il tappeto riemerge.
C’è qualcosa di vertiginosamente, intollerabilmente scandaloso in questo agenda setting imposto con grande malizia che stravolge completamente dimensioni e gravità delle cose. Torniamo alla Colombia, paese importante del quale si parla solo in limitatissimi casi. Ogni tanto passano numeri che al grande pubblico non possono non risultare incomprensibili. Com’è possibile spiegare con la presenza di 20 o 30.000 guerriglieri (comunisti, terroristi, narco, sanguinari…) il fatto che in Colombia ci siano 3 o 4 milioni di “desplazados”, profughi, e che altrettante persone si sono nel frattempo stabilite in Venezuela, aggravando di molto i problemi di quel paese? A leggere i giornali le FARC esistono perché sono narcoterroristi e perché il negraccio dell’Orinoco, Hugo Chávez, li “foraggia”. Ammettiamo per un attimo che sia vero e che sia tutta la spiegazione, anche se ciò vorrebbe dire che le FARC siano dei marziani piovuti dal pianeta Candanga senza alcun radicamento nella storia colombiana.
Ma non avranno ragione studiosi come il nostro Guido Piccoli quando sostengono in maniera documentata che non più del 3% della violenza, dei profughi e del narcotraffico siano attribuibili alla guerriglia e che il resto vada attribuito all’esercito, ai paramilitari, ai narco veri che fanno affari con la parapolitica, all’agroindustria esportatrice che ha sottratto in questi anni milioni di ettari ai contadini che perciò hanno ingrossato le file dei profughi? Se Piccoli ha ragione, e ha ragione, non si vergognano i grandi media a presentare una realtà virtuale nella quale la guerriglia è descritta come “il problema”?
E’ una realtà virtuale, altro che realismo magico, per la quale Álvaro Uribe e perfino Felipe Calderón sono degli angeli. Hugo Chávez e perfino Pepe Mujica invece sono dei demoni. Angeli e demoni. Malizia e ignoranza. Ieri “La Stampa” di Torino presentava come l’ennesima stravaganza di Chávez il divieto di vendita di alcolici nel giorno delle elezioni. Personalmente faccio fatica (se esiste) a trovare un solo paese latinoamericano dove sia permesso vendere alcolici il giorno delle elezioni. La verità è che non solo anche nelle precedenti elezioni venezuelane era vietato vendere alcolici, ma che è vietato vendere alcolici in tutte le elezioni di tutto il continente.
Ma che ne sa “La Stampa” e, soprattutto, cosa importa. Il buon giornalismo non è verificare, raccontare e contestualizzare quello che accade. Il buon giornalismo, quello che paga gli stipendi, è quello che a tavolino decidono di rappresentare secondo interessi terzi. Il fatto che non si peritino mai di verificare e considerino da anni El País di Madrid come la velina unica per raccontare l’America latina, facendolo passare come un osservatore neutrale e perfino progressista della realtà latinoamericana, è esemplificativo di questo mix di malafede e ignoranza.
Chi scrive è stato probabilmente l’unico in Italia a denunciare, qui e ai microfoni di Radio3 Rai, il caso delle povere donne del Guanajuato, indigene, contadine, analfabete, condannate da una mostruosità giuridica anche a 30 anni di carcere per avere abortito. Al mondo ci sono mille casi come quello delle povere donne di Guanajuato ma, guarda caso, difficilmente giunge agli onori della cronaca quanto è considerato scomodo per governi amici come quello messicano, colombiano, egiziano, saudita. Per non parlare del libico da noi.
Come per Teresa Lewis giustiziata stanotte (e della quale si è parlato solo per la strumentalizzazione di Ahmedinejad) e come per il femminicidio di Teresa Buonocore a Portici, era difficile che le povere donne di Guanajuato bucassero il monoscopio. La loro era solo una drammatica, scomoda notizia e, come diceva in “Fortapásc” il collega anziano e accomodante di Giancarlo Siani, il giovane cronista ammazzato dalla camorra giusto 25 anni fa: “Gianca’, ’e notizie so’ rotture ‘e cazzo”. Molto meglio le veline.
Gennaro Carotenuto

sabato 25 settembre 2010

DUE ANNI DOPO

Il 18 settembre questo blog ha compiuto 2 anni.

Devo sinceramente dire che mi era sfuggito questo anniversario, ma sono talmente preso da mille problemi che era quasi normale che accadesse.
Ringrazio tutti coloro che mi seguono, sperando che continuino a farlo. Da parte mia cercherò di essere più presente nelle visite ai blog amici.

Un abbraccio a tutti voi 

venerdì 24 settembre 2010

IL MONDO CHE VOGLIAMO

Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica.

Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse.

Vogliamo un mondo in cui i governi garantiscano l’eguaglianza di base di tutti i membri della società, il diritto a cure mediche di elevata qualità e gratuite, il diritto a una istruzione pubblica che sviluppi la persona umana e ne arricchisca le conoscenze, il diritto a una libera informazione.

Nel nostro Paese assistiamo invece, da molti anni, alla progressiva e sistematica demolizione di ogni principio di convivenza civile. Una gravissima deriva di barbarie è davanti ai nostri occhi.

In nome delle “alleanze internazionali”, la classe politica italiana ha scelto la guerra e l’aggressione di altri Paesi.

In nome della “libertà”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro i propri cittadini costruendo un sistema di privilegi, basato sull’esclusione e sulla discriminazione, un sistema di arrogante prevaricazione, di ordinaria corruzione.

In nome della “sicurezza”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all’odio e al razzismo.

È questa una democrazia? Solo perché include tecniche elettorali di rappresentatività? Basta che in un Paese si voti perché lo si possa definire “democratico”?

Noi consideriamo democratico un sistema politico che lavori per il bene comune privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli, per migliorarne le condizioni di vita, perché si possa essere una società di cittadini.

È questo il mondo che vogliamo. Per noi, per tutti noi. Un mondo di eguaglianza.

da Il mondo che vogliamo

giovedì 23 settembre 2010

NON CI FERMIAMO MAI

così li uccideremo tutti

AMAZZONIA. Prosegue senza tregua lo sterminio delle popolazioni indigene della foresta brasiliana, ammazzati per convertire le terre che gli appartengono in piantagioni. A colloquio con Sidney Possuelo.

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«La domanda che dovreste farmi non è quanto tempo prima che gli indios spariscano, ma quanto ci metteremo NOI a sterminarli tutti. Perchè è da noi che dipende». Parla così Sidney Possuela, l’uomo che ha speso la vita nella foresta con gli indigeni.

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Índios Korubo na década de 70, rio Itaquaí, Terra Indígena Vale do Javari, Amazonas. Sem crédtio

Quando è avvenuto il primo incontro con gli indios isolati, e cosa ha provato?
È avvenuto nel 76, ero un giovane incosciente. Non capivo la situazione di pericolo che stavo vivendo. La sensazione? Uno shock, come mettere le dita in una presa elettrica. Dopo 11 giorni di navigazione lungo un piccolo fiume e tre giorni di cammino, alla fine ho incontrato un uomo in piedi su una gamba, appoggiato ad un albero, con una lunga cerbottana in mano, in una bella posizione, fiera. Mi guardava. Scesa la notte ci facemmo un letto con foglie di banano, io viaggiavo con altri 4 indios di etnie differenti. Nel sonno gli indio mi dormirono addosso, coprendomi e bloccandomi con gambe e braccia. Mi temevano, anche per via della mia barba che mi rendeva simile a uno scimmione. Fu un’emozione incredibile.

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Grupo isolado aparição às margens do rio Ituí, Terra Indígena Vale do Javari, Amazonas. Sem crédito

Ha vissuto per due anni nella foresta con gli indios senza alcun contatto con l’esterno. Qual è la cosa che l’ha colpita di più nella sua esperienza personale? Per vivere con gli indios ci vuole una grande volontà di imparare. Il loro processo conoscitivo è differente, non è diviso in segmenti come nella nostra cultura dove studio l’italiano, la matematica ecc. Intanto la conoscenza è tramandata oralmente e attraverso gestualità del corpo. Con gli anni mi sono reso conto che noi abbiamo un milionesimo della conoscenza che hanno loro del funzionamento della natura. Vivere nella foresta è una cosa tra le più complesse del mondo, richiede un numero di nozioni enorme. Ora poi la pressione invasiva dell’uomo bianco sta facendo arretrare le popolazioni indigene, che si spingono sempre più all’interno, una migrazione che implica anche cambiamenti dei loro ritmi di vita, e complicazioni.

Cosa ho capito da questa esperienza?
Che ci sono altri modi, diverso al nostro, di vivere il pianeta. Noi dipendiamo da tutto ciò che abbiamo creato, siamo figli del consumismo, e questo ci porta a una certa stanchezza mentale, a volte alla disperazione, due concetti che non esistono nella loro cultura.

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Qual è la condizione degli indios in Amazzonia oggi?
È ancora molto difficile, il governo ha appena lanciato un nuovo piano di sviluppo (il Pac, piano di accelerazione della crescita) che incide per il 30 per cento nelle terre degli indigeni. è un classico piano di sviluppo: infrastrutture idroelettriche, costruzione di strade, sviluppo tradizionale nelle aree vergini della foresta. C’è una grande opposizione, perché gli indios vogliono vivere secondo le proprie usanze e non con i programmi del governo. Non ne possono più di deforestazione e coltivazioni di soia. Diciamo comunque che la loro situazione non accenna a migliorare.
 
Come procede la regolarizzazione delle terre indigene?
L’unica regolarizzazione è avvenuta nella Terra Du Sol, nel Nord del Paese, i cui confini sono stati demarcati. Ma persistono i soliti problemi. In particolare la lotta contro le piantagioni di soia e di altri cereali. Uno penserebbe che il Brasile è un paese così grande da offrire spazio a tutti, gli indios, le piantagioni, lo sviluppo energetico. Ma se hai una idea di sviluppo senza limiti non è così. C’è sempre un nuovo bosco da abbattere per fare piantagioni per esportare cereali, c’è un nuovo corso d’acqua per produrre energia ed esportarla. è un processo vorace senza fine.
  
La questione dei nativi dell’Amazzonia è paradossalmente più dibattuta in Europa che in Sudamerica. Perché?
Per una ragione sostanzialmente economica, parliamo di persone di cui non conosciamo neanche il numero. I coloni sono sempre stati in conflitto con gli indigeni. E oggi le grandi multinazionali avanzano nella foresta sfruttando la povertà delle persone, usando i grilleros, schiavisti, che sfruttano la manodopera a basso costo. I proprietari terrieri hanno sempre usato persone specializzate per ucciderli.

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Sydney Possuelo con donna Korubo

C’è un articolo della costituzione brasiliana che garantisce la proprietà della terra agli indigeni che la abitano, eppure continuano gli omicidi di chi vuole estendere le coltivazioni. Vengono ammazzati proprio per evitare che la terra gli venga riconosciuta. Se non c’è nessuno i coltivatori possono impossessarsi della terra. Vengono uccisi e fatti sparire, tanto non sono censiti.
 
Ci sono leggi che proteggono la foresta? Non davvero. C’è una riforma in corso che vuole ridurre il vincolo di inviolabilità della foresta in vigore. Se oggi un propietario compra un appezzamento di terra dove insiste la foresta amazzonica, è costretto a mantenerne intatta la metà. Il governo sta lavorando, invece, affinché questo vincolo scenda al 20 per cento.

Qual è la differenza tra i gruppi isolati e quelli invece a contatto con la società?
Quelli a contatto con la società sono organizzati e sanno ormai lottare per i propri diritti. Gli isolati invece non sono conosciuti se non dalla Fondazione per gli indios federale. Non sono comunque censiti, di fatto non esistono per la maggioranza della società. Molti popoli indigeni sono già stati distrutti dopo il “contatto”, una pratica non sempre negativa, di stampo positivista. La penetrazione nella foresta ha sempre portato alla morte dei gruppi indigeni, anche solo per la trasmissione di malattie banali per noi ma che per loro sono invece mortali.
 La soluzione per mantenerli in vita? Cambiare la filosofia del contatto del governo. Dobbiamo sapere dove sono, delimitare il loro spazio, proteggere il loro ambiente, e non entrare in contatto con loro lasciandoli vivere secondo le proprie tradizioni.

Quando il governo dice che la deforestazione è diminuita dice il falso? No, perché si riferisce a quella illegale, mentre l’abbattimento legale cresce.
  Uguaglianza, parità tra i sessi e democrazia nel prendere le decisioni fondamentali. Esistono concetti simili nelle loro culture?
Premesso che parliamo di società molto piccole, che non hanno una cultura scritta, se parliamo di organizzazione sociale, e non di filosofia, c’è una condivisione allargata di alcuni principi. Ricordo una tribù di guerrieri che ha un centro dove si discute, la “casa degli uomini”. Qui decidono se fare la guerra o meno. Le discussioni durano diversi giorni, la notte tornano nelle proprie case a dormire, dove subentra il ruolo della donna che parla al proprio uomo fino a modificare le sue idee, il potere femminile è informale.

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Sydney Possuelo con guerrieri Korubo

Qual è il rapporto tra uomini e donne?
Sotto l’aspetto sessuale sono davvero avanti. Poligami e poliandria sono diffusi in egual misura. Ma vanno fatti distinguo: ogni gruppo è diverso.  Le donne sono incredibili, lavorano tantissimo, io le stimo molto, curano la casa, la terra e i bambini, Gli uomini vanno a caccia, e si occupano delle costruzioni.
  Che previsione fa per il futuro degli indios, tra quanto tempo crede che spariranno?
La domanda che dovreste farmi non è quanto tempo prima che gli indios spariscano, ma quanto ci metteremo NOI a sterminarli tutti. Perchè è da noi che dipende. Io sono pessimista. Non molto tempo credo.
 Tutto inutile quindi? No. Intanto coltiviamo la speranza. E combattiamo. Siamo qui in un giornale ecologista a discutere no? Vuol dire che la speranza ce l’avete anche voi. 
(testo raccolto da Susan Dabbous)
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mercoledì 22 settembre 2010

GUARANÌ SOTTO ASSEDIO

La comunità Ypo’i, composta da una parte degli indigeni guaranì, sta vivendo sotto l’assedio di un gruppo di pistoleiros agli ordini degli allevatori locali.

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A rivelarlo Survival International, associazione che ha sempre denunciato gli abusi commessi nei confronti degli indios ed ha collaborato spesso anche con la nostra testata. Non si tratta del primo caso del genere nel Mato Grosso do Sul. Attualmente la comunità Ypo’i è costretta a vivere senza cibo, acqua ed assistenza medica proprio a causa dell’assedio a cui è sottoposta da parte dei pistoleiros. La situazione è precipitata quando i guaranì hanno cercato di rioccupare la loro terra ancestrale ed è stato impedito loro di entrare e uscire da questa zona. Sembra che l’assedio stia durando da un mese.
“L’ultima volta che la comunità di Ypo’i aveva cercato di rioccupare la terra ancestrale, nell’ottobre 2009, venne violentemente attaccata dalle guardie armate. Poco dopo, in un fiume vicino fu ritrovato il corpo di un membro della comunità, Genivaldo Verá, pestato brutalmente.
Nonostante la sua particolare cruenza, questo conflitto è solo uno dei tanti che vedono coinvolti i Guarani del Mato Grosso do Sul, nel Brasile meridionale, impegnati a cercare di recuperare minuscoli frammenti di quella che un tempo era la loro terra ancestrale, ora nelle mani di facoltosi allevatori e imprenditori agricoli che si oppongono loro con la violenza.
La maggior parte dei Guarani vive in riserve sovraffollate o accampata ai margini delle strade come descritto nel film Birdwatchers – La terra degli uomini rossi.
In una lettera indirizzata al presidente Lula il mese scorso, i leader dei Guarani scrivevano: “Siamo sicuri che lei vorrà essere ricordato come un buon presidente per questo paese e per l’umanità; non vorrà essere ricordato per il massacro di una tribù. Ma se lei non mapperà la nostra terra, sfortunatamente questo è esattamente quello che continuerà ad accaderci.”
Pur coinvolto nella campagna elettorale di sostegno a Dilma Rousseff, Lula dovrebbe prendere provvedimenti affinchè le terre ancestrali dei guaranì siano demarcate il prima possibile: lo chiede a gran voce Survival e lo facciamo anche noi.
Fonte

martedì 21 settembre 2010

IL MESSICO SI INTERROGA

A duecento anni dai moti di liberazione dalla corona spagnola, e a cento anni dalla rivoluzione popolare, il Messico si interroga sulle conquiste civili ancora da raggiungere
scritto da
Martin E. Iglesias


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Due secoli prima, nel 1810 nel centro dell'attuale Messico, Padre Miguel Hidalgo accompagnato dall'immagine della Virgen de Guadalupe esce dalla sua chiesa e lancia lo storico "grido": "Viva la América y muera el mal gobierno!".
Da allora l'indipendenza messicana è rappresentata dal "Grito" che diede i natali nei territori della Nuova Spagna ad una guerra di liberazione durata 11 anni, fino all'entrata dell'esercito indipendentista nella capitale il 27 settembre 1821. Sulla scorta storica del famoso editto contro la schiavitù proclamato in quell'occasione proprio da Don Miguel Hidalgo y Costilla - il "Generalísimo de America"-, che la chiesa aveva bollato eretico per i suoi pensieri ossessivi verso i Diritti dell'Uomo e la rivoluzione francese, il Messico ha potuto rifondare una patria con principi di libertà ed uguaglianza. Cento anni dopo, negli stessi confini, un'altra rivoluzione, la Rivoluzione messicana, ereditava il "Grito" e i suoi ideali caricati in sella a Emiliano Zapata e Francisco Villa detto Pancho. Due rivoluzioni, però non sono bastate a trasformare questa nazione in un territorio libero dalla violenza, la schiavitù e la corruzione.

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Le contraddizioni dell'Indipendenza. Tantissime sono le voci e le analisi in Messico che dubitano ci sia qualcosa da festeggiare. Come elenca Jorge Carrasco Araizaga, il noto giornalista della rivista Proceso, l'espressione della debolezza del Messico del XXI secolo sono: "Povertà endemiche, violenza senza precedenti, la corruzione e l'ineguaglianza che continua a calpestare i diritti. Il Messico - prosegue Araizaga - ha quasi 110 milioni di persone, ma il 60 percento è una massa che sopravvive a stento e la mancanza di cittadinanza permette l'esistenza di una élite politica ed economica, avida e impunita. Ma anche sindacati, partiti politici e governi locali sono parte di questo regime". E ancora descrive "come il potere, de facto in Messico, è nelle mani di droga e televisione. La prima mantiene la sua oppressione sulla popolazione con la violenza e la televisione opprime la politica con il potere del suo consenso, formando o deformando la coscienza pubblica. Lo Stato - conclude Araizaga - ha perduto la sua funzione primaria di garantire l'integrità e la sicurezza dei suoi abitanti."
Infatti, tra dicembre 2006 e agosto 2010 sono oltre 29 mila i morti riconosciuti come vittime accertate nella guerra "anti-droga", e l'informazione, che con difficoltà e coraggio cerca di documentarla, ha pagato con 60 giornalisti uccisi.
"Il presidente Calderon ha mostrato l'orgoglio del Bicentenario ostentando un ricordo del passato, un'esibizione della Storia, quasi a voler nascondere e occultare il presente", commentano alcuni analisti.
"Rimanete tranquilli a casa, sul vostro divano a vedere in televisione i festeggiamenti" consiglia invece il municipio di Ciudad Juarez. Per la prima volta, infatti, verranno sospesi i festeggiamenti tradizionali per paura di omicidi - che in pochi giorni hanno registrato solo qui altri 29 morti nella guerra ai narcos - o peggio di attentati clamorosi come l'auto bomba usata in città nel luglio di quest'anno. Ciudad Juarez, a pochi chilometri dalla frontiera statunitense del Texas, cede anche alle lusinghe della sua città dirimpettaia oltre confine, El Paso, che offre a tutti i cittadini messicani la soluzione contro la paura di uscire per strada: una piazza locale "a stelle e strisce" dove radunarsi a festeggiare il bicentenario in tutta sicurezza.
Il presidente messicano Felipe Calderón ha previsto per la prima volta, e per l'occasione del Bicentenario, due "Gritos" uno tradizionale la notte del 15 settembre nel Palazzo Presidenziale e un secondo il giorno dopo a Dolores Hidalgo, culla dell'Indipendenza. Forse non basterà duplicare l'evento storico per convincere tutti i messicani di aver conquistato la libertà, e nascondere loro la cruenta e irrefrenabile perdita degli stessi diritti conquistati.

lunedì 20 settembre 2010

DIARIO DA CITTÀ DEL MESSICO. FUGGIRE DOVE?

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Dal blog Radical Shock:

Sono passati i mesi. Questo blog ha fatto la muffa, ma non è ancora morto. Sono successe cose. La Spagna ha vinto il mondiale mentre queste pagine invecchiavano. Fini è stato illuminato sulla via di Damasco, dopo anni di collusione con lo schifo. Non è il primo a ravvedersi. Si vede che la nave sta proprio per affondare.
Nel Messico sono successe tante tante cose. Allo scrivente, al paese. Oggi, dopo tanto tempo mi viene di nuovo voglia di scrivere su questo muro. Perché è successa una cosa bizzarra, una delle tante, ma non so perché questa mi piace tanto.
Insomma, ieri a Tamaulipas, lo stato del nord dove qualche settimana fa sono stati ritrovati i corpi di 72 migranti ammazzati e ammucchiati in un casolare, insomma ieri a Tamaulipas, lo stato del nord dove Cartello del Golfo e Zetas si contendono la piazza, insomma ieri a Tamaulipas, se mi fate parlare vi spiego cosa è accaduto.
Dunque, in un carcere statale c’erano stipati dentro tutti dei cattivoni, tutti ammucchiati lí, dentro questo carcere statale dello stato di Tamaulipas. A un certo punto uno dice, vabbè siamo tanti qua dentro, è ora di uscire. E allora con l’aiuto di un manipolo di guardie 89 criminali, in carcere per crimini federali, tipo narcotraffico, omicidi, sequestri, scorticamenti, torture ecc., scappano.
Scappano con una scala appoggiata al muro. Così. Con un convoglio di furgoni parcheggiati fuori ad aspettarli.
89.
89 più alcune guardie che sono “scomparse”.
E questo secondo loro è un paese normale.
Questo è un paese dove tra tre giorni, cento milioni di subnormali andranno a gridare il loro orgoglio patriottico, nel festeggiamento del bicentenario dell’indipendenza e del centenario della rivoluzione. Scrivo indipendenza e rivoluzione minuscoli perché prima di regalare maiuscole vorrei capire da cosa si sono resi indipendenti e qual è stata in fondo la rivoluzione. E soprattutto vorrei capire cosa cazzo avranno da festeggiare.
Questo paese è al tracollo. E le strade sono tappezzate di bandiere tricolori tricchettracche e bombe a mano. Soprattutto bombe a mano.
Nel frattempo al cinema esce questo film, El Infierno, di Luis Estrada, che racconta tanto del Messico di questi giorni. Di questi anni.
Ritorno al mio blog perché dopo mesi in cui non ho proprio avuto voglia di scrivere nulla, ho ritrovato l’energia, la motivazione.
E la motivazione è sempre la stessa. Sono troppe le cose da raccontare di questo paese, che ti affascina e ti seduce, che ti fa incazzare da morire, per la bontà, la grandezza e la stupidità e impotenza delle sue genti.
In questi giorni si compie la farsa suprema del bi-centenario. Si dissolvono nel patriottismo ottuso (come ogni patriottismo) le lacrime che vengono sparse ogni giorno sul martoriato suolo messicano. Si fa appello ai valori nazionali da parte di una classe politica senza vergogna, che ha solo da vergognarsi.
E cento milioni di messicani appresso a questa stupida bandiera grondante sangue.
¡Que viva México, cabrones!


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Fonte

giovedì 16 settembre 2010

L'UTOPIA COME PROGETTO DI EMERGENCY

Gino_Strada
Image by paperoga via Flickr
Il raduno nazionale di Emergency a Firenze si è concluso con un documento che fa appello al valore dell'uguaglianza come fondamento delle azioni future.
Gino Strada, fondatore di Emergency: ”… lo scopo della medicina è in fondo quello di fare stare bene, così come lo scopo di una società civile è far vivere bene i cittadini.
….Io so che le utopie sono le cose che non si sono ancora realizzate. Nel XVII secolo la fine della schiavitù era un'utopia.
L'utopia è qualcosa che non si è ancora fatto e che si deve fare. Io la considero come una urgente, urgentissima priorità. Dobbiamo riuscire a cambiarlo questo mondo - e non sto delirando -, non solo ad auspicarci che possa cambiare, perché non c'è più molto tempo prima della catastrofe. E la catastrofe succede, prima o poi. Come nella vignetta di Vauro su Emergency e la battaglia per la pace: la colomba, il ramoscello di ulivo in bocca e il peperoncino nel culo. Noi abbiamo il ramoscello di ulivo in bocca, dobbiamo fare il resto.
… Bisogna operare una chirurgia mentale per dimenticarci del mondo reale. Non significa essere sognatori o pirla: se continuiamo ad avvitarci nella logica del mondo reale si resta in un circolo vizioso di delusione, frustrazione, immobilità. E' il momento di cominciare a fare 'come se'... Bisogna fare come se chi ha calpestato questi diritti e questi principi non esistessero, non fossero gli interlocutori, i punti di riferimento. I punti di riferimento sono i nostri concittadini. Bisogna appassionarsi a questo mondo, amare i progetti prima ancora di farli.
…. E' un'utopia delle possibilità. Non sarà facile, ci vorrà tempo. Io non la vedrò, ma credo che lo dobbiamo a chi oggi ha vent'anni, a chi oggi ha un anno. Non si può passare un testimone schifoso alle nuove generazioni. La staffetta di civiltà dei nostri padri si è interrotta. L'impegno di Emergency, il prossimo anno dovrà essere quello di diffondere quel manifesto. Come? Nell'unico modo possibile, col nostro lavoro pratico di costruzione di diritti umani anche in Italia. Ricevere in mano il volantino ha un effetto diverso che darlo a chi è stato curato, visitato, ascoltato in uno degli ambulatori mobili. Bisogna mettere insieme queste due cose: la pratica dei diritti umani e la comprensione della valenza di questa pratica. Il nostro non è un manifesto ideologico, ma un cartellino con il gruppo sanguigno, o la dichiarazione della donazione di organi. Questi sono i nostri valori e non sono negoziabili. Se riusciamo nella realizzazione di questo progetto, allora buon viaggio, Emergency".

mercoledì 15 settembre 2010

IMPORTANTE ED INQUIETANTE SCOPERTA ARCHEOLOGICA IN GUATEMALA

Il ritrovamento è avvenuto in Guatemala, nel sito archeologico di El Zotz (a circa 30 chilometri da Tikal).

L’antropologo statunitense Stephen Houston e il suo team di ricercatori hanno portato alla luce la sepoltura di un re maya, una tomba di pietra e fango ben sigillata, datata fra il 350 e il 400 d.C. Lo scavo è avvenuto in Guatemala, nel sito archeologico di El Zotz (a circa 30 chilometri da Tikal).
Nel sepolcro, rinvenuto sotto la cosidetta Piramide El Diablo, oltre ai resti del sovrano sono state trovate ceramiche, pitture e sculture, manufatti in legno, resti carbonizzati di bambini offerti in sacrificio e recipienti in ceramica decorata contenenti altri resti di corpi umani.

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(Arturo Godoy)

“Si tratta di una bellissima scoperta, importante e inquietante al contempo – ha detto il professor Houston – Vogliamo capire perché i Maya sacrificavano bambini così piccoli. Potrebbe trattarsi di un rituale che veniva praticato alla morte di un re o di un personaggio di rango elevato.”
Dall’analisi dei resti carbonizzati è infatti risultato che ad essere offerti in sacrificio erano stati due piccoli di età compresa fra 1 e 2 anni e altri due di età compresa fra i 4 e 5 anni. I loro resti erano in vasi di terracotta in cui era stato acceso un fuoco.

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(Arturo Godoy)

Il ritrovamento, che risale all’estate, ha fornito ai ricercatori importanti informazioni sulla civiltà Maya, ritenuta la più importante fra le civiltà del Centroamerica, apparsa nella zona che include la penisola messicana dello Yucatan, l’Honduras, El Salvador, il Belize e il Guatemala verso il 1500 a.C (secondo alcune fonti verso il 1800 a.C. e secondo altre verso il 1000 a.C.).
Il corpo del sovrano è stato rinvenuto su un palco rialzato rispetto al terreno. La costruzione era crollata distruggendo parte degli oggetti del corredo funerario. Per il recupero del contenuto della tomba sono stati interpellati specialisti nella conservazione dei manufatti (molti oggetti sono assai fragili).
I denti del re erano ricoperti di giada e intarsi di pirite; il suo reale sorriso doveva essere un tripudio di brillanti lampi colorati. Gambe e braccia erano ricoperte di denti di animali, un arrangiamento già visto nelle raffigurazioni sulla pietra e nelle pitture maya ma che sinora non era mai stato riscontrato nella realtà. Per la portata del ritrovamento, gli scavi dureranno verosimilmente diversi anni.
Fonte

La struttura è alta quasi 2 metri, è lunga 3 metri e mezzo ed è larga poco più di un metro.

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(Arturo Godoy)

Gli archeologi, guidati da Stephen Houston, stavano esaminando il sito di un piccolo tempio quando si sono imbattuti in una serie di scodelle contenenti resti di dita e denti umani.
Scavando attraverso diversi strati di fango e pietre, il team ha poi trovato un buco nel terreno: “Usavamo un bastoncino per rilevare cavità. [Dopo alcune prove, alla fine è andato giù]. Non vedevo niente a parte un piccolo buco che portava nell’oscurità”, ha raccontato Houston.
Come è stata messa una luce nella cavità, “un’esplosione di colori in tutte le direzioni” ha colpito gli archeologi.
Perfettamente conservata per oltre 1600 anni, vi era una tomba piena di pezzi di legno, tessuti, sottili strati di stucco dipinto e diverse ceramiche.
“Ho sporto la testa dentro e c’era ancora, con mio grande stupore, un odore di putrefazione; un brivido mi è corso lungo la schiena”, ha detto Houston.

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I buchi di questo coperchio permettevano la diffusione dell'odore dei cibi contenuti nei recipienti (Arturo Godoy)

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Altro coperchio raffigurante un demonio (Arturo Godoy)

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Questa testa non è ancora stata identificata (Arturo Godoy)

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Recipiente con raffigurato un millepiedi (Arturo Godoy)

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(Arturo Godoy)

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(Arturo Godoy)

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(Arturo Godoy)

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Questa rappresenta una scimmia (Arturo Godoy)

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Dei denti ingioiellati (Andrew Scherer)

La tomba conteneva i resti di un maschio adulto – un re conosciuto solo da testi Maya.
“Dalla posizione della tomba, dalla sua datazione, dalla ricchezza e dalle costruzioni sopra la tomba, pensiamo che molto probabilmente egli sia stato il fondatore di una dinastia”, afferma Huston.
Secondo l’archeologo, il re venne sepolto in un tradizionale costume da danzatore, adornato con “campanellini” fatti di gusci con, probabilmente, canini di cane come battagli (gli elementi posti all’interno di una campana che suonano al contatto con le pareti).
Verosimilmente, il suo corpo aveva un elaborato copricapo con piccoli glifi dipinti su di esso.

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Localizzazione di El Zotz (wiki)

Gli archeologi hanno anche trovato una lama la cui superficie è coperta di residui organici rossi. Anche se la sostanza deve ancora essere analizzata, “non ci vuole troppa immaginazione per pensare che questo sia sangue”, ha detto Houston.
Infine, nella tomba sono state rinvenute le ossa di sei bambini che potrebbero esser stati sacrificati alla morte del re.
“Abbiamo ancora molto lavoro da fare”, ha dichiarato l’archeologo. “Le Tombe reali sono estremamente dense di informazioni e richiedono anni di studio per essere capite”.
A questo indirizzo si trova un video della scoperta, a questo si possono vedere le immagini – sopra pubblicate – con più luce, mentre qui ce ne sono di altre.
Fonti: Discovery, Brown University.
Fonte

martedì 14 settembre 2010

E LA CHIESA TACE...

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“Se ne vedono di tutti i colori.
Ogni giorno che passa.
Cose da inorridire anche i morti.

Litigi, ripicche, vendette, rivalse,
se tu mi fai questo, io ti faccio quello...
e così via.

E tutto va a puttane!
Da anni siamo nelle mani di un demente,
di un bastardo, di un ladro, di un mafioso,
di un... porco!

E lui non ha problemi:
il suo unico problema è la Democrazia,
che non gli va bene.

Finché ci sarà un alito di Giustizia
lui non dorme sonni tranquilli.

Tutto deve essere funzionale a lui,
alla sua demenza onnipotente,
al suo delirio di grandezza mai sazia.

Nel suo cervello non c’è spazio per un solo pensiero.
Lui non pensa. Defeca. E riduce tutto a merda.

Lui è di una follia tale
che ogni pensiero fugge via lontano
e succede che il Pensiero ormai non trova più spazio:
l’Italia è un deserto bruciato dalla Demenza.

E siamo ancora qui a discutere
su una simile Mostruosità che merita solo disprezzo?

Ormai anche il disprezzo non ha più l’oggetto
da disprezzare.
Siamo stanchi di disprezzare.
Siamo nauseati.
Il disprezzo si è fatto tumore maligno.
E lui vegeta, e noi stiamo morendo.

Un’agonia la nostra che è tenuta lunga,
per vendetta, fino a che lui si sarà divertito abbastanza
nel tenerci sull’orlo del precipizio.

Ma Dio dove sta?
Pure lui impotente?
Non si è accorto prima di crearlo
di che cosa stava facendo?

Oppure è la punizione per il nostro tradimento
di quel Genio che è stato l’Orgoglio di generazioni?

Ed eccolo il Mostro della Vacuità assoluta,
l’Orrido sempre gravido di acefali.

Ed eccoli gli acefali, una marea, popolare l’Italia,
gente senza cervello, solo bocca e pancia,
senza orecchie, senza naso, senza cuore.

E i più riusciti, come mostri,
si fanno in quattro per frantumare il Genio:
quattro scalzacani che sorreggono il Padrone fin che possono,
mungendolo nel portafogli,
pronti a lasciarlo crepare al momento “provvidenziale”.

L’Umberto il barbaro è il primo di questi scalzacani,
lì lì per finire anche lui nella fossa,
ma non prima di aver lasciato nella Storia dei perdenti
il segno di un pugnale inferto al Genio.  

Ma il Barbaro ha un seguito, forte, così sembra,
in realtà una marea di rozzi analfabeti irriducibili.
Ignorantotti, pronti alle sparate da ubriaconi,
ciechi a tal punto da non vedere neppure un filo di luce.

E che dire di quella specie di movimentismo cattolico,
in primis Cl e Compagnia delle Opere,
che punta il dito indicando il cielo,
ma con i piedi nello sterco più blasfemo?

Una Chiesa che ha la spudoratezza di dialogare
con i Dementi e i Farabutti,
solo perché così pensa di salvare i dogmi e la morale,
è di una oscenità tale che mi chiedo perché
Dio non l’abbia ancora fulminata.

Anche la Gerarchia è nelle mani di ciechi, ottusi,
che pensano solo al potere,
facendo della morale un mezzo per salvare l’ordine,
e della dottrina dogmatica un potente sonnifero
per addomesticare meglio gli spiriti più ribelli.

La Chiesa perché tace?
Non sarebbe il momento di risvegliare
la voce dello Spirito?

Cazzo, perché taci?
Perché non urli la rabbia di Cristo
che ha perso perfino lui la voce
a furia di essere inascoltato?

Le comunità cristiane che stanno facendo?
Già, i bravi cattolici sono impegnati a fare feste,
tra una indulgenza e l’altra,
mentre confessano i loro peccati,
pronti a ripeterli con più freschezza.
Tanto, chi se ne frega!

Dio è forse un distributore automatico che
più sforna grazie e più se la gode,
soddisfatto di rimettere a nuovo le cose,
perché ciascuno abbia la sua parte di coglioneria?

Questi figli di puttana ci stanno consumando
nella nostra dignità umana,
e tu, Chiesa, taci?

Arriveranno le elezioni,
e arriverà puntuale il solito messaggio dei vescovi:

Votate i partiti che difendono i valori cattolici!
Ovvero, votate i mafiosi, i porci, i delinquenti,
loro sì che sanno coprire le loro malefatte
ergendosi a paladini del credo cattolico!”

Fonte

lunedì 13 settembre 2010

IL SUD CHE IL NORD NON RACCONTA O MANIPOLA

di Eduardo Galeano

Eduardo Galeano è l'autore di "Las venas abiertas de América Latina", uno dei libri più duri e più critici sulle conseguenze del colonialismo e dei condizionamenti occidentali sullo sviluppo dell'America Latina; è un libro tornato a nuova fama quando l'anno scorso, nel primo e finora unico incontro con i leaders del continente americano, Hugo Chávez lo ha regalato a Barack Obama. In questi giorni lo scrittore uruguayano, uno dei massimi rappresentanti intellettuali della sinistra anti-capitalista del sub-continente, è a Madrid, dove ha rilasciato una bella intervista a Madrid. Non bisogna necessariamente condividere tutte le sue analisi, ma offrono punti di vista che sono un invito a riflettere e, come si faceva al finale di un bel film idealista e statunitense, "a salire sul banco". In spagnolo la trovate qui.


- Vargas Llosa ha scritto che si considera ancora un giornalista. E lei?


Sì, ma c'è una tradizione che crede che il giornalismo sia un esercizio che si pratica nei bassifondi della letteratura e sull'altare c'è la creazione del libro. Non condivido questa divisione in classi. Credo che tutti i messaggi scritti formino parte della letteratura, compresi i graffiti sui muri. Da tempo scrivo soprattutto libri e pochissimi articoli. Ma mi sono formato con questi e porto il marchio della fabbrica. Ringrazio il giornalismo per avermi t irato fuori dalla contemplazione dei labirinti del mio ombelico.


- A volte cita la frase di un anonimo: "Ci pisciano e i giornali dicono che piove". Continua a piovere?


E' un graffiti che ho visto in una strada di Buenos Aires. Le pareti sono le tipografie dei poveri. Continua a piovere. Incominciando dall'imposizione di un linguaggio bugiardo. Quando chiamano contrattisti i mercenari, mentono; anche quando chiamano catastrofi naturali i disastri che il mondo soffre, mentono, perché la natura non ha colpa dei crimini che si commettono contro di lei; si invoca la comunità internazionale e si riferiscono a un club di banchieri e guerrieri che dominano il mondo.


- E' da tempo che non sentiamo dire che la stampa è il quarto potere: siamo scesi di scalino?


No. Si sono sviluppate forme di comunicazione che ti restituiscono la fiducia che questo mondo rovesciato è un centro di paradossi interessante. Internet è nato al servizio dell'industria militare e poi è diventato una cosa diversa. Si sono moltiplicate le voci non ascoltate che suonavano nelle campane di legno. Ha contribuito allo sviluppo di forme alternative di comunicazione. Io sono preistorico e ho bisogno di un giornale che mi si stropicci tra le mani, l'odore dell'inchiostro e della carta. Non posso neanche leggere un libro sullo schermo. Mi piace molto la carta nelle mani, il libro che mi appoggio contro il petto, ascolto mettendolo vicino all'orecchio le parole che trasmette, anche se a volte sembrano morte sulla carta.


- L'incontro dell'AECID e IPS (Galeano ha partecipato alla Settimana della Cooperazione organizzata dalle due entità NdRSO) voleva implicare i media in uno "sviluppo più includente". Ci siamo dimenticati di includere qualcuno, al raccontare la crisi?


C'è stata una manipolazione, che non credo innocente, dei grandi mezzi di comunicazione tale che gli autori della catastrofe, i banchieri di Wall Street, sono finiti in una specie di innocenza, fino a far credere che la colpa della crisi era della Grecia. Ma ci sono anche voci alternative che suonano, come le radio comunitarie. Sono state disprezzate e perseguitate in molti Paesi, ma adesso hanno trovato il loro posto. Le voci della gente, senza intermediari, suonano più vere.


- Esiste una minore implicazione ideologica del giornalista?


Qualunque forma di appoggio alla diversità delle voci umane mi sembra stimolante, abbia la forma che abbia e gli si dia l'etichetta che gli si dia. Credo nella diversità della condizione umana. La cosa migliore del mondo è la quantità di mondi che contiene. In Espejos. Una historia casi universal (2008) ho cercato di contenere il mondo senza fare caso a frontiere, la cartina o il tempo, per celebrare la diversità.


- Gli episodi di violenza contro la stampa degli anni '70 in America Latina si ripetono ai nostri giorni. Il giornalista si può liberare della coazione?


Ci sono spazi di indipendenza che è possibile aprire. In Argentina ho diretto la rivista culturale Crisis. Ma me ne sono dovuta andare perché la rivista ha preferito fermarsi e non inchinarsi davanti alla volontà del colpo di Stato militare trionfante, che implicava una censura ogni volta peggiore. MA fino quando è durata è stata un'esperienza straordinaria. Siamo arrivati a vendere 35mila copie. Per i militari sapeva di sovversione perché si dava la parola a chi era nato per tenere la bocca chiusa. La mia esperienza di vita mi ha insegnato che tutti abbiamo qualcosa da dire agli altri, qualcosa da fare per gli altri, celebrato o almeno perdonato. Alcune voci suonano e altre no. Ci sono molti che sono condannati al silenzio eterno. A volte le voci sconosciute, disprezzate, ignorate sono molto più interessanti di quelle del potere e dei suoi molteplici echi.


- Nel Venezuela, in Argentina, Bolivia. Evuador, i Governi litigano con i mezzi di comunicazione...


Le generalizzazioni corrispondono a una visione della nostra realtà, la latinoamericana o del sud del mondo, che ha il nord. I deboli, ogni volta che cercano di esprimersi o camminare con le loro gambe, risultano pericolosi. Il patriottismo è legittimo nel nord del mondo e nel sud diventa populismo o, ancora peggio, terrorismo. Le notizie sono molto manipolate, dipendono dagli occhi che le vedono o le orecchie che le ascoltano. Lo sciopero della fame dei mapuches, in Cile ha poco o nessuno spazio sui media che hanno maggiore influenza e uno sciopero della fame nel Venezuela o a Cuba merita la prima pagina. Chi sono i terroristi? Sono i pirati che assaltano le barche o quelli che pescano violando leggi e limiti?


- Il presidente venezuelano Hugo Chávez è uno di quelli che discutono con la stampa. Abbiamo un verdetto per lui?


C'è una demonizzazione di Chávez. Prima il nemico del film era Cuba, adesso non più tanto. Ma c'è sempre qualche nemico. Senza nemico, il film non si può fare. E se non c'è gente pericolosa, cosa facciamo delle spese militari? Il mondo deve difendersi. Il mondo ha un'economica di guerra che funziona e ha bisogno di nemici. Se non esistono le fabbriche. Non sempre i diavoli sono diavoli e gli angeli angeli. E' uno scandalo che oggi, ogni minuto, si dedichino 3 milioni di dollari in spese militari, nome artistico delle spese criminali. E questo ha bisogno di nemici. Nel teatro del bene e del male a volte sono intercambiabili, come è successo a Saddam Hussein, un santo dell'Occidente diventato Satana.

Fonte


venerdì 10 settembre 2010

E'MORTO L'ULTIMO ''CANGACEIRO''

Il leggendario “brigante” aveva 100 anni

(ANSA) - SAN PAOLO, 9 SET - E' morto a 100 anni l'ultimo dei ''cangaceiros'', i briganti brasiliani che dalla meta' dell'800 al 1940 divennero idoli popolari. Jose' Antonio Souto, noto nel banditismo come ''Moreno'', apparteneva alla banda di Lampiao, il Robin Hood nordestino, il piu' famoso cangaceiro di tutti i tempi, ucciso e decapitato dalla polizia nel 1938. Si e' spento a Belo Horizonte dove era approdato 70 anni fa al termine di una fuga di quattro mesi con la moglie Durvinha, cangaceira anche lei.

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Per avere notizie su Lampiao e vedere foto storiche su di lui andate qui

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