lunedì 22 novembre 2010

IL MONDO DEGLI INDIOS ARAWETE È DESTINATO…

a dissolversi con la televisione

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Prima c’è Belem, con i suoi grattacieli immersi nella calura umida dei tropici, una foresta di cemento. Poi Altamira  con le sue case basse e la foresta  vera che incombe sulle sponde  del fiume. E  alla fine c’è il fiume lungo il quale si scende  per molte ore. Non è facile arrivare dagli indios Arawete, ed è giusto. Loro sono lontani  alcune migliaia di anni, o meglio lo erano fino a pochi decenni fa.
Oggi gli indios Arawete sono circa 400, raccolti in tre villaggi lungo il fiume Xingu, ma  fino agli anni ’70  erano nomadi, vivevano di caccia e di pesca e non avevano avuto mai rapporti con il resto dell’umanità  che, oltre la foresta, costruiva gli intricati percorsi della storia. Per millenni la foresta ha custodito mondi culturali separati, privi  di scambi  con l’esterno. Adesso gli Arawete continuano a vivere di caccia e pesca,  ma sono stati convinti dal governo brasiliano ad abitare  stabilmente nei villaggi. Si tratta peraltro di una stanzialità  precaria: quando la popolazione  supera un certo numero di abitanti, di solito poche decine, avvengono normalmente  delle pacifiche secessioni. Piccoli litigi e incomprensioni  inducono una parte della popolazione a separarsi e a costruire un nuovo villaggio lungo il fiume. Fra non molto  verrà costruito un quarto villaggio, anche se l’esiguità della popolazione si accompagna spesso alla  eccessiva densità dei rapporti di parentela. Succede così a volte che gli abitanti siano tutti  strettamente imparentatati fra di loro, tanto da rendere necessaria una rigorosa pratica esogamica: in questo caso le spose, normalmente giovanissime, vengono scelte negli altri villaggi. In ogni villaggio c’è ora un’infermeria, una scuola e il gruppo elettrogeno, e con il gruppo elettrogeno è arrivato anche  il televisore. In ogni villaggio ce n’è uno. Inizialmente il governo brasiliano ha  introdotto il televisore per facilitare l’alfabetizzazione degli indios. Ma il televisore non è un docile strumento al servizio  delle buone intenzioni. Verso le 20, per un paio d’ore, buona parte  della popolazione  vi si raccoglie davanti, anziani e bambini, madri che allattano sdraiate per terra, cani, polli, pappagalli multicolori, nel buio appena rischiarato da qualche lampadina, da qualche torcia a pila e da qualche fuoco acceso per cucinare il cibo. Gli Arawete non sembrano molto interessati alla telenovela ‘Passione’, che tutto il Brasile in quelle ore sta vedendo, ma ogni sera lo schermo è acceso. Fra un primo piano e un interno scorrono anche le immagini delle nostre città, le strade asfaltate, i negozi, le automobili, i grattacieli, gli aerei, il paesaggio   dei nostri contesti urbani  del tutto sconosciuto agli indios  fino a 40 anni fa.  E poi ci sono gli stacchi pubblicitari, con in vetrina il nostro mondo luccicante e ipertecnologico. Davanti al televisore acceso avviene l’incontro fra mondi lontani  diverse migliaia di anni, fra i quali  non può esserci  scambio culturale.  Il loro  è destinato a scomparire. Probabilmente questi bambini  che guardano il televisore e siedono sui banchi di scuola sono gli ultimi ad abitare  un piccolo universo di credenze, parole, pensieri, saggezze e follie antichissime. Prezioso semplicemente perché umano.

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mercoledì 17 novembre 2010

HAITI: EPIDEMIA DI COLERA SOTTOSTIMATA

Quando è grave l'epidemia di colera ad Haiti? Gli ultimi numeri: 14.642 casi e 917 decessi. Ma si tratta di dati sottostimati. In alcune zone di Haiti i ricoveri sono sotto-notificati anche del 400%.

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Le mappe di diffusione dell'epidemia fornite dall'OCHA e i report ufficiali del MInistero della Salute sono concentrati nella regione dell'Artibonite, nella zona di Nord-Ovest, e a Port au Prince. Ma ci sono altre zone dell'isola in cui sono scoppiati focolai non attualmente contabilizzati nelle statistiche ufficiali. Assumendo che i casi confermati da laboratorio siano 1/4 di quelli reali, questi ultimi potrebbero essere circa 60.000; ma sulla base di questa sotto-segnalazione, numeri più realistici potrebbero aggirarsi su 100.000 casi, anche se è molto difficile stimare la reale portata di questa epidemia che ha ampiamente superato la capacità delle strutture sanitarie di accertare la presenza di focolai in ogni sito segnalato ed analizzare ogni campione ricevuto.
L'allarme arriva dal blog di J.M. Wilson, Operational Biosurveillance - che riporta anche la notizia di evidenze che suggeriscono che l'epidemia ha ormai attraversato il confine con le Repubblica Dominicana.
L'uragano Tomas che ad inizio mese si è abbattuto su Haiti ha aggravato ulteriormente la situazione: i fiumi contaminati dal colera sono esondati alluvionando le tendopoli dei terremotati. Con la crescita esponenziale del numeri di casi - in un solo giorno l'ospedale di MSF nello slum di Cite Soleil ha contato 216 casi contro i 30 registrati negli ultimi 5 giorni - secondo alcuni esperti l'intera popolazione dell'isola (10 milioni di persone) è a rischio, principalmente perché gli haitiani non hanno un preesistente stato di immunità alla malattia che da oltre cent'anni non compariva.
In tutto questo però non bisogna dimenticare che il colera è sì una malattia devastante, capace di uccidere in breve tempo, ma è una malattia che può essere controllata. Quello che occorre è acqua potabile, sistemi fognari decenti e semplici misure di prevenzione, di cui la gente va informata, come il lavarsi le mani col sapone o far bollire l'acqua prima di bere. Ed anche quando è contratta, se tempestivamente trattata, si cura con terapie di reidratazione intensa (la letalità si aggira intorno all'1%). Ma sono cose che mancano ad Haiti. Secondo uno studio del 2008 dell'Action Contre la Faim solo il 41% degli haitiani ha case con strutture igienico-sanitarie e solo il 51% ha accesso ad acqua definita "sicura". E nelle zone rurali queste percentuali scendono a meno del 5%.
Fonte

lunedì 15 novembre 2010

VIRUS MORTALE MINACCIA OVINI IN AFRICA

Un virus mortale rischia di propagarsi nel sud dell’Africa, minacciando di morte oltre 50 milioni di ovini e caprini in 15 Paesi.

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Un comunicato dell’’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, Fao, annuncia che un virus mortale, che si è diffuso in Tanzania all'inizio di quest'anno, rischia di propagarsi nel sud dell’Africa, minacciando di morte oltre 50 milioni di ovini e caprini in 15 Paesi.
Conosciuta come Peste des Petits Ruminants (Peste dei piccoli ruminanti, Ppr), è considerata la malattia virale più distruttiva per le greggi di ruminanti, alla pari della peste bovina che ha devastato il bestiame in passato. La Ppr può avere tassi di mortalità del 100% tra gli ovini e i caprini e malgrado non si possa trasmettere all'uomo, può provocare enormi perdite socio economiche.
La Fao ha diramato l’allarme a seguito di una missione di emergenza svoltasi recentemente in Tanzania da parte del proprio Centro di Gestione Crisi - Salute Animale (CMC-AH).
Il risultato della missione è stato che si raccomandasse alla Tanzania di avviare un programma di vaccinazione di emergenza in tutto la zona del focolaio della malattia, cioè nella parte settentrionale del paese. Ha inoltre invitato a considerare la possibilità di attuare vaccinazioni supplementari nella zona al confine con il Malawi, Mozambico e Zambia. E’ molto importante anche che questi paesi intensifichino immediatamente la vigilanza e si impegnino in una sorveglianza proattiva.
Se si permette alla malattia si spargersi dalla Tanzania a tutte le 15 nazioni del Southern African Development Community (SADC) essa potrebbe potenzialmente devastare la vita e la sicurezza alimentare di milioni di piccoli allevatori.
La Ppr ha colpito la Tanzania all'inizio del 2010 e minaccia circa 13,5 milioni di caprini e oltre 3,5 milioni di ovini. La peste si verifica nei paesi del Medio Oriente e in parti dell’Asia centrale e meridionale, mentre in Africa ha colpito la parte occidentale, orientale e centrale del continente. Tuttavia, finora, l'Africa meridionale è stata risparmiata.
Il capo della missione, Adama Diallo ha dichiarato che la malattia è facilmente trasmissibile per contatto diretto tra animali vivi nei pascoli e nei mercati di animali vivi. Diallo è a capo del Laboratorio di Riproduzione e salute animale che la Fao gestisce congiuntamente con il laboratorio dell’ Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) di Vienna, Austria.
Per fermare l'ulteriore diffusione della malattia, il suo gruppo ha raccomandato vaccinazioni mirate di piccoli ruminanti in base ai punti critici di controllo e i percorsi utilizzati dai pastori. Ma la vaccinazione dei piccoli ruminanti in una zona più ampia è necessaria nel sud della Tanzania: questo è particolarmente importante in questa zona visto che qualsiasi virus rappresenta qui un rischio per l’intera SADC. La prima priorità è quindi garantire che il virus smetta di circolare.
Fonte

venerdì 12 novembre 2010

SONO PASSATI 2 ANNI, MA IL TEMPO SI È FERMATO

Caro Rino,
sono ormai trascorsi due anni dalla tua scomparsa e il tuo ricordo rimane indelebile nella mia mente.
Non passa giorno senza che ti rivolga il solito rimprovero:” Me l’hai fatta proprio grossa!!.”
Osservo la tua foto sulla mia scrivania … e vorrei chiederti tante cose, ma …
Con te parlavo, discutevo, ridevo, mi confrontavo.
Ora non frequento più nessuno, non sono più andato al bar e non mi interessano le opinioni degli altri.
Dentro di me il tempo si è fermato a quel giorno maledetto in cui tu ci hai lasciato.
Ma

foglie morte...e la natura riprende il suo ciclo


La realtà è diversa; il tempo passa e, tutto cambia.
Mi guardo intorno e osservo: la vita continua …
Cerchiamo di adattarci alle situazioni che la vita ci riserva per andare avanti, per non soffrire troppo, per colmare i vuoti lasciati, per ricominciare …
Nessuno di noi sembra indispensabile …
Per me tu lo eri e, più passa il tempo, più me ne rendo conto.
Scusami se non vengo a far visita spesso alla tua tomba, ma non riesco a pensare che tu sia lì …
Preferisco ricordarti vivo

giovedì 11 novembre 2010

“STUPRATA DIECI VOLTE IN UN GIORNO”

Angola, Ruanda, Congo: nel cuore dell’ Africa la violenza sessuale e le sevizie sono una prassi: “Tagliavano i seni e li mangiavano”

Rapimenti e stupri di massa, sevizie, torture di ogni genere e omicidi efferati. È davvero tremenda la condizione di centinaia di donne, nella zona al confine tra l’Angola e la Repubblica Democratica del Congo, “il peggior posto del mondo per quanto riguarda le violenze sessuali” stando a quanto affermano voci ufficiali dell’Onu. La notizia è rimbalzata su mass media di tutto il mondo, da Rue89 al New York Times, passando per l’Huffington Post.

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CENTINAIA DI VIOLENZE SESSUALI -  - Rue89 cerca di ricostruire le circostanze che hanno portato a questa drammatica situazione, e fa risalire l’inizio della tragedia al 1994, quando il genocidio perpetrato in Ruanda causò la fuga di migliaia di rifugiati politici verso il Congo. Ma tra i rifugiati c’erano estremisti di etnia hutu membri delle milizie interahamwe, che da allora si sono macchiati di stragi contro popolazioni tutsi e contro gli hutu moderati che si opponevano.
VIOLENTATE 600 DONNEIn questo dramma, la situazione più tragica è nell’est della Repubblica Democratica del Congo, nella provincia del Kivu, ricca di minerali preziosi, soprattutto oro. Qui nei giorni scorsi, stando a quanto l’Onu riferisce al New York Times, sono state violentate almeno 600 donne, durante un’espulsione di massa di immigrati irregolari. I particolari più raccapriccianti emergono da alcune testimonianze riportate da Rue89. La prima è quella di Jeanine, giovane di 25 anni malata di Aids, che racconta di essere stata rapita dalle Forze democratiche di liberazione del Ruanda, e di essere stata violentata molte volte. “Mi hanno portato nel loro villaggio, dove c’erano molte altre ragazze” racconta Jeanine. “E quando una ragazza tenta di ribellarsi, la uccidono subito, e ci costringono a seppellirla ancor prima che abbia smesso di vivere”.

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DONNE INCINTE SEPOLTE VIVE - “Sono stata stuprata anche più di dieci volte in un giorno” è la drammatica testimonianza di un’altra delle vittime, Theresita. “Vanno nei villaggi e rapiscono tutte le donne a partire dai 13 anni, e poi le portano nel proprio covo” dove le donne sono costrette a cucinare per i propri violentatori. “Una volta nel bosco, siamo state costrette a guardare mentre uccidevano quelle che pesavano meno di 50 chili. Altre sono state meno fortunate. Gli tagliavano i seni e li mangiavano, convinti che avessero poteri magici. Ho visto queste donne agonizzare e non potevo fare nulla per loro. Una cosa orribile”.
VIOLENZE SUI GENITALI – Particolari davvero raccapriccianti, come quando si riferisce che i violentatori cercavano piccoli pezzi d’oro negli apparati genitali delle donne, conoscendo l’usanza, diffusa in quelle zone ricche d’oro, praticata dalle donne proprio per nascondere i minerali nel tentativo di non essere derubate. Storie di violenze. Ed anche di morte. Al punto che Theresita, seppur violentata decine di volte, arriva perfino a ritenersi ”fortunata“: ”Ho visto donne incinte venire sepolte vive per rendere fertile il terreno” L’Onu, in questa situazione, è gravemente preoccupato, e sta tentando di porre dei rimedi. “Ciò che ci preoccupa di più è che la violenza sembra stia diventando di routine” spiega Maurizio Giuliano, portavoce dell’Onu. Quello che è certo, è che le Nazioni Unite dovranno compiere ogni sforzo per fermare un massacro disumano che non accenna a fermarsi.
Africa di Claudio Pizzigallo

mercoledì 10 novembre 2010

LA PENA DI MORTE NEL 2009

Oltre due-terzi dei paesi nel mondo ha abolito la pena di morte per legge o nella pratica (de facto). Sono 58 i paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero di quelli dove le condanne a morte vengono eseguite è molto più basso.

Nel 2009, vi sono state esecuzioni in 18 paesi, che hanno messo a morte almeno 714 persone.
Questi dati non tengono conto delle migliaia di esecuzioni probabilmente avvenute in Cina, paese dove le informazioni sulla pena capitale rimangono un segreto di stato.

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Il simbolo "+" significa che nel 2009 vi sono state condanne ed esecuzioni (almeno più di una) ma che non è noto l'esatto numero.
I metodi di esecuzione hanno incluso decapitazione, fucilazione, impiccagione, iniezione letale, lapidazione e sedia elettrica.
Nel 1977, quando Amnesty International partecipò alla Conferenza internazionale sulla pena di morte a Stoccolma, i paesi abolizionisti erano appena 16. Oggi, il numero dei paesi abolizionisti ha superato quello dei mantenitori, che sono 58.
La tendenza mondiale verso l'abolizione della pena di morte ha conosciuto negli anni '90 una decisa accelerazione, sostenuta dai principali organi internazionali come la Commissione sui diritti umani dell'Onu. Sia nel 2007 che nel 2008, l'Assemblea generale dell'Onu ha approvato una risoluzione che chiede una moratoria sulle esecuzioni e impegna il Segretario generale dell'Onu a riferirne l'effettiva implementazione e a riportare tale verifica nelle successive sessioni dell'Assemblea.
Dal 1990, oltre 54 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato.
Nel 2009, solo gli Usa hanno eseguito condanne nel continente americano. Nell'Africa subsahariana, solo il Botswana e il Sudan hanno messo a morte prigionieri. In Asia, non ci sono state esecuzioni in Afghanistan, Indonesia, Mongolia e Pakistan.
In Europa non ci sono state esecuzioni nel 2009, tuttavia la Bielorussia ha messo a morte due prigionieri nel marzo 2010.


Scarica il rapporto Condanne a morte ed esecuzioni nel 2009 (224.77 KB).
Scarica l'aggiornamento al rapporto Condanne a morte ed esecuzioni nel 2009 (56.39 KB).
Scarica la scheda con i fatti e le cifre sulla pena di morte aggiornati a marzo 2010 (50.39 KB).
Scarica la scheda dei paesi che hanno abolito la pena di morte dal 1976 (17.92 KB).
Fonte

martedì 9 novembre 2010

HONDURAS: PLAN MÉRIDA E IL RITORNO DI ZELAYA

Mentre in Argentina si piange la scomparsa di Nestor Kirchner e in Brasile si festeggia la vittoria di Dilma Rousseff, gli Stati Uniti di Barack Obama rafforzano la loro presenza in Centro America.

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Il Ministro della Sicurezza dello Stato dell’Honduras, Oscar Álvarez, ha da pochi giorni annunciato la concretizzazione di un nuovo “Plan Colombia” per il suo Paese. Annuncio che incalza i passi intrapresi dal Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, che già agli inizi di settembre aveva fermamente sottolineato la necessità di un Plan Colombia 2 per Messico e America centrale, il cui scopo primario è riconducibile alla lotta al narcotraffico.
A prova di tale parallelismo, la presenza di David Johnson, Sottosegretario di Stato per la Lotta al Narcotraffico degli Stati Uniti, in visita in Honduras con il compito specifico di costituire un gruppo di lavoro in grado di avviare l’Iniziativa di Sicurezza Regionale dell’America Centrale (CARSI), meglio nota con il nome di “Plan Mérida”.
Secondo Oscar Álvarez, un programma in stile Plan Colombia, permetterà alla regione di ostacolare i crimini che affliggono il Centro America, come il riciclaggio di denaro, il terrorismo, il traffico di essere umani e soprattutto l’immancabile narcotraffico.Brevissimamente, ricordiamo che il Plan Colombia, concepito nel 1999, rappresenta un accordo bilaterale stipulato fra il governo colombiano e quello dell’allora Presidente Bill Clinton, i cui obiettivi principali si identificavano con una rivitalizzazione sociale ed economica della Colombia, in modo da porre fine al conflitto armato che ancora oggi è in corso all’interno del Paese. In particolare, Washington aveva prefissato come fulcro del programma, la prevenzione al flusso di droga verso gli Stati Uniti e la promozione di pace e sviluppo economico in grado di contribuire alla sicurezza della regione.
L’aspetto interessante è che dopo oltre 10 anni, con tutti i mezzi tecnologici, militari ed economici a disposizione, non si sia ancora giunti ad una conclusione reale, né riguardo la questione del commercio di droga, né per quel che concerne lo smantellamento dei gruppi armati che tutt’ora sopravvivono in Colombia.
Risulta strano, dunque, in un paese quale l’Honduras, che il Dipartimento di Stato USA si concentri tanto sul fattore droga, dimenticando problemi come l’incremento costante del tasso di violenza o la quasi totale assenza di governance. Basti pensare che un rapporto del “Comisionado de los Derechos Humanos en Honduras” (CONADEH) emesso il 19 ottobre scorso, segnali come l’Honduras sia attualmente lo Stato con la percentuale di omicidi più elevata al mondo (circa 286 morti assassinati al mese), numeri in costante aumento dopo il golpe avvenuto ai danni di Manuel Zelaya.
Un Plan Colombia 2 sarebbe, quindi, un vero e proprio disastro per il Paese centroamericano, visto i risultati ottenuti fin ora in Colombia.
Non manca però qualche buona notizia.
L’ex Presidente Zelaya è stato infatti da poco nominato come deputato del “Parlamento Centroamericano” (PARLACEN).
Betty Matamoros, coordinatrice della Commissione Internazionale del “Fronte Nazionale di Resistenza Popolare” (FNRP), ha affermato come “ciò non rappresenta solamente un riconoscimento politico del suo status di Presidente, ma spiana la strada per un suo possibile ritorno nel paese”.
Attualmente, la Corte Suprema di Giustizia e il Pubblico Ministero dell’Honduras mantengono, in corso, ancora diverse cause contro Zelaya, che comunque con la nuova carica godrà dell’immunità parlamentare, in base all’art. 27 del Trattato Costitutivo del PARLACEN.
Dichiarazioni positive anche da parte del Presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, che ha comunicato come la nomina di Zelaya possa essere considerata l’inizio di un processo che porti al ristabilimento dell’ordine democratico in Honduras, riprendendo il percorso di unità e integrazione centroamericana, venuto meno in seguito al Colpo di Stato.
In conclusione, se da una parte il Governo di Porfirio Lobo continua a stringere alleanze con la Casa Bianca, a sua volta interessata a riottenere il controllo dell’America Centrale per poter tentare in maniera più decisa, la destabilizzazione dei più forti vicini, appartenenti all’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra America); dall’altra parte il FNRP punta al rientro del ex presidente Zelaya e alla reintegrazione del precedente sistema democratico, cercando il sostegno della stessa regione centroamericana, unica vera risorsa in grado di contrastare le ambizioni di Washington e quelle meramente economiche e di potere dell’attuale governo di Tegucigalpa.
Di certo si prospettano nuovi scontri e nuovi tentativi destabilizzatori da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati all’interno della regione, tuttavia, le nuove vittorie elettorali, sia da parte di Chávez in Venezuela, che da parte della Rousseff in Brasile, potranno sicuramente influire significativamente sugli eventi futuri.
Vedere anche:
“Honduras: presente e futuro”
*Stefano Pistore (Università dell’Aquila, Contribuisce frequentemente al sito di “Eurasia”)

lunedì 8 novembre 2010

CARO SILVIO BERLUSCONI,

mi presento.
Sono l’uomo che hai mandato in missione di pace, ad esportare democrazia in Iraq, e poi in Afghanistan, e poi in Libano, e un pò ovunque gli alleati chiamino a raccolta il nostro Stato scodinzolante e fedele, sono quello che ha lasciato moglie e figli per saltare in aria per mano di un altro disgraziato come me, di cui ignoro il nome, sacrificato sull’altare di una guerra voluta da altri, tra cui te.
Sono la puttana che forse hai corteggiato a suon di regali e denari per allietare i tuoi istinti animali di vecchio sporcaccione settantaquattrenne, sono una delle tante bamboline con le quali giochi, tra un vertice e l’altro, per mascherare la tua infinita solitudine.
Sono il frocio che detesti, che combatte da una vita contro ad una società di pregiudizi e barriere, fisiche e mentali, sono quello che da ieri si sente ancora più isolato grazie a un Presidente del Consiglio tanto stupido e volgare da riderci sopra in una pubblica assemblea.
Sono il giovane che non si sposa perché non gli hanno rinnovato un contratto già scaduto in partenza, come un qualsiasi prodotto alimentare su uno scaffale di uno squallido ipermercato di periferia, sono quello che nelle statistiche è occupato e deve sentirsi grato, per queste nuove forme di schiavitù.
Sono l’insegnante che non ce la fa più, ad inventarsi un mestiere che si continua a tagliare, mortificare, distruggere giorno per giorno, sono quello che maneggia il futuro di una nazione e lo fa con strumenti e mezzi del tutto inadeguati.
Sono l’anziana sola, ferita nella ferita di città sempre più a misura di cemento, e industrie, e automobili, non certo di persone, non certo di donna, di donna sola, di donna sola anziana, sono quella che finirà i propri giorni in un osceno ospizio dove sarò parcheggiata come una carcassa d’auto nel piazzale putrescente di un rottamaio.
Sono il tumore infilato nei polmoni di un bambino che vive a due passi dall’ennesima discarica e dall’ennesimo forno inceneritore, sono il risultato di 15 anni di menzogne e scelte fatte con l’avidità certo non con il cuore e il buonsenso.
Sono il servitore dello Stato cui è stata tolta la vita mentre combattevamo una battaglia contro l’antistato e lo Stato, quello vero, si voltava dall’altra parte, sono quello per cui fate una targa, intitolate una strada, e bestemmiate il suo nome per dire di guerre che nemmeno combattete, per davvero.
Sono il negro e il rom e l’albanese, che disinfetta le piaghe di decubito dei vostri vecchi e occupa in nero le vostre seconde e terze case, sono quello che produce redditto e paga le tasse lavorando come un mulo nelle imprese del fu ricco nord est, o nei campi di schiavitù dei tanti meridioni italiani.
Sono il pirla che continua a pensare che la propria dignità sia la faticosa somma di tante piccole scelte quotidiane: niente eroismi, niente grandi rivoluzioni, ma tanto rispetto per le regole, voglia di integrazione, senso del futuro.
Sono quello che pensa che pagare le tasse sia cosa buona e giusta, che fare volontariato nella propria comunità sia sensato, che indignarsi e battersi affinché ciascuno su questo pianeta abbia pari dignità e diritti sia sacrosanto.
In realtà, adesso che mi sono presentato, non ho proprio nulla da dirti.
Se non che ti compatisco, e provo umana pietà per la tua totale assenza di domani.
Fonte

martedì 2 novembre 2010

LA “TERRA DEGLI UOMINI LIBERI E INTEGRI”

Thomas Sankara nasce quando ancora l’Alto Volta è una colonia francese, il 21 dicembre 1949, terzo di dieci fratelli. La madre Marguerite è di stirpe Mossi, il padre Joseph, di etnia Puel, era stato soldato dell’esercito coloniale francese. “Metà dei bambini nati nel mio stesso anno sono morti entro i primi tre mesi di vita. Io ho avuto la fortuna di sfuggire alla morte e di non cadere vittima di nessuna di quelle malattie che quell’anno fecero più vittime di quanti fossero i nati. Sono stato poi uno dei sedici bambini su cento che hanno potuto andare a scuola, altro enorme colpo di fortuna” Continua…

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Il grande Thomas Sankara nello storico discorso ad Addis Abbeba contro il debito estero e le armi
Ogni volta che ascolto queste parole non posso fare a meno di commuovermi, poi ridere, poi ritrovarmi ancora con la pelle d'oca...
E' il luglio 1987 e il coraggio straordinario di Sankara, l'allora presidente del Burkina Faso, emerge in tutta la sua forza in questo storico intervento al Summit di Addis Abbeba, nella sua consapevolezza dei rischi ai quali andava incontro con queste parole!
Appena tre mesi dopo infatti, il 15 ottobre 1987, Sankara sarebbe stato ucciso in un colpo di Stato.
Informato dei preparativi del colpo di stato aveva risposto: "in Burkina Faso ci sono altri sette milioni di Sankara"...
Ascoltate con attenzione le parole di questo video; vi troverete tutta l'ironia e la lucidità  di un uomo che aveva rinunciato ad ogni privilegio "per restituire l’Africa agli africani".


Per approfondire la figura unica di Sankara potete visitare questi siti:
http://www.giovaniemissione.it/index.php?option=content&task=view&id=1062
http://thomassankara.net/
*************
Frasi famose di Thomas Sankara

“Un popolo che ha fame e sete non sarà mai un popolo libero!”

Dobbiamo accettare di vivere all’africana, perché è il solo modo di vivere liberamente, il solo modo di vivere degnamente.”

Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante. Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre.”

“Una delle condizioni per lo sviluppo è la fine dell’ignoranza. (...) L’analfabetismo deve essere incluso fra le malattie da eliminare il più presto possibile dalla faccia della Terra”.

Se la rivoluzione perde la lotta per la liberazione della donna, avrà perso il diritto ad una trasformazione positiva della società”; “Il peso delle tradizioni secolari della nostra società ha relegato le donne al rango di bestie da soma. Le donne subiscono due volte le conseguenze nefaste della società neo-coloniale: provano le stesse sofferenze degli uomini e, inoltre, sono sottoposte dagli uomini ad ulteriori sofferenze. La nostra rivoluzione si rivolge a tutti gli oppressi e gli sfruttati e quindi si rivolge anche alle donne”.

Crediamo che il mondo sia diviso in due classi antagoniste: gli sfruttati e gli sfruttatori”; “Non possiamo esimerci dalla ricerca ad oltranza della giustizia sociale”.


“La nostra rivoluzione è e deve essere l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese. La nostra rivoluzione avrà avuto successo solo se, guardando indietro, attorno e davanti a noi, potremmo dire che la gente è, grazie alla rivoluzione, un po’ più felice perché ha acqua potabile, un’alimentazione sufficiente, accesso ad un sistema sanitario ed educativo, perché vive in alloggi decenti, perché è vestita meglio, perché ha diritto al tempo libero, perché può godere di più libertà, più democrazia, più dignità”.

lunedì 1 novembre 2010

DILMA PRIMO PRESIDENTE DONNA DEL BRASILE

Con il 56 per cento dei consensi, la candidata del Partido dos trabalhadores (Pt), Dilma Rousseff, è stata eletta ieri presidente del Brasile per i prossimi quattro anni. Al suo avversario nel ballottaggio, José Serra del Partido da social democracia brasileira (Psdb), è andato il 44 per cento. Dal 1º gennaio 2011 la Rousseff succederà al presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva.

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Dilma Rousseff

L'esito della seconda e decisiva tornata elettorale era stato ampiamente anticipato dai sondaggi degli ultimi giorni. Le più recenti proiezioni, rese note sabato 30 ottobre, assegnavano alla "Lady di ferro" (primo presidente donna e quarantesimo in ordine cronologico della República Federativa do Brasil) un vantaggio oscillante tra i dieci e i dodici punti percentuali. Non vi erano pertanto incertezze sul risultato finale, perlomeno nella sua sostanza. Quelle che si sono decise poche ore fa, in ogni caso, sono state le presidenziali brasiliane più combattute dal 1989. Quell'anno, Fernando Collor de Mello superò al secondo turno delle elezioni Luiz Inácio Lula da Silva con il 53 per cento dei consensi contro il 47. Nel 1994 e nel 1998, Fernando Henrique Cardoso ottenne il successo già al primo turno, rispettivamente con il 54,3 e con il 53 per cento dei suffragi. Nel 2002, l'attuale presidente Lula sconfisse José Serra al ballottaggio con il 61,3 per cento delle preferenze contro il 38,7. Quattro anni dopo, lo stesso Lula si ripeté con il 60,8 per cento, imponendosi nella seconda tornata elettorale su Geraldo Alckmin, fermo al 39,2.
Dilma Vana Rousseff, di Belo Horizonte, è figlia di un immigrato bulgaro e di una casalinga. 62 anni, divorziata, ha una figlia. Attivista e prigioniera della dittatura durante il regime militare, si è trasferita a Porto Alegre negli anni settanta, crescendo politicamente nei quadri della sinistra gaúcha. Petista dal 2001, è stata ministro dell'Energia e della Casa Civil nei due governi Lula.
AntonioForni

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Fonte

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