"Dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre”.
lunedì 25 aprile 2011
domenica 24 aprile 2011
giovedì 21 aprile 2011
COLOMBIA: L'OLIO DI PALMA IL BIOLOGICO CHE NON CONVINCE
L'espansione delle piantagioni di olio di palma si è rivelata una vera e propria piaga del decennio.
Il caso della comunità di contadini Las Pavas è emblematico. "Alla fine degli anni Novanta, un centinaio di famiglie tornarono alla tenuta di Las Pavas, dove i loro antenati avevano vissuto per diverse generazioni. Questa terra era stata occupata da un narcotrafficante, presunto parente del noto signore della droga Pablo Escobar. Inutile resistere ai narcotrafficanti, ma quando questi l'anno abbandonata, i contadini sono subito tornati e hanno iniziato a coltivare con cacao, mais, zucca e altri prodotti agricoli, e inoltrarono allo Stato una richiesta di riconoscimento dei loro diritti di proprietà - ha raccontato Stephan Suhner, della coordinazione delle ONG svizzere, a Swissinfo.ch. - A nulla valsero però le loro rivendicazioni. Qualche mese più tardi i paramilitari si ripresentarono e, usando violenze e minacce, li cacciarono per poi vendere la terra al consorzio El Labrador, legato alla Daabon Organic".
Il consorzio El Labrador associa due imprese, la Aportes San Isidro e la Ci Tequendama, di proprietà della Daabon Organic, una multinazionale che esporta prodotti certificati bio in Europa. Questi terreni, sottratti alle comunità contadine, sono ora coltivati a palma da olio per la produzione di agrocarburanti.
I contadini hanno invano tentato di far valere i propri diritti sulle loro terre ancestrali. Durante il processo di attribuzione della terra, un documento rimase senza firma e tutta la procedura fu quindi poi dichiarata nulla. Secondo il rapporto indipendente, inoltre, le autorità competenti hanno gestito in modo contraddittorio il caso, lasciando crescere le speranze dei contadini, mentre al tempo stesso favorivano gli interessi della multinazionale.
Malgrado le stesse autorità abbiano riconosciuto l'illegalità dello sfratto, dal luglio del 2009 le famiglie di Las Pavas vivono in una situazione di emergenza umanitaria, resa ancora più difficile dalle recenti inondazioni che hanno distrutto i campi e allagato le loro abitazioni. I contadini di Las Pavas, hanno annunciato di voler tornare al loro villaggio, malgrado abbiano ricevuto minacce. Il processo di rivendicazione del loro diritto alla terra è stato sostenuto, tra gli altri, anche dal Programma di sviluppo e pace (finanziato in parte dall'UE), e da SUIPPCOL, il Programma svizzero per la promozione della pace in Colombia di cui fanno parte una decina di ONG, tra cui la stessa Peace Watch e SWISSAID.
Interpellata da swissinfo.ch, la sezione tedesca della Daabon Organic ha precisato di aver abbandonato ogni attività a Las Pavas un mese più tardi, in seguito al fallimento dei negoziati con la comunità di contadini. Una notizia contestata però da ASOCAB e dalle stesse ONG svizzere. "La Daabon Organic continua probabilmente a far parte del consorzio, sotto mentite spoglie - ha spiegato Stephan Suhner a a Swissinfo.ch.- Non solo il suo nome figura tuttora sui documenti ufficiali, ma la multinazionale è anche accusata di far pressione sui membri della comunità, con minacce e tentativi di corruzione".
La vicenda dei contadini di Las Pavas era emersa lo scorso anno, quando Christian Aid e il Body Shop - che importava olio di palma dalla Daabon Organic - incaricarono una commissione indipendente di indagare sul caso. La commissione ha stabilito l'impossibilità di stabilire con certezza la regolarità delle fattoria della Daabon Organic. Nel settembre del 2010 il Body Shop decise di interrompere ogni relazione commerciale con la Daabon Organic.
Preoccupate per l'incolumità dei contadini, le ONG svizzere hanno invitato il Dipartimento degli affari esteri, che finanzia in parte il programma SUIPPCOL, ad intervenire presso le autorità colombiane affinché garantiscano una maggior sicurezza alla popolazione e accelerino il processo di attribuzione della tenuta Las Pavas.
La vicenda di Las Pavas ha gettato qualche ombra anche sull'operato di Bio Suisse che da diversi anni certifica con la propria gemma bio le attività della Daabon Organic. Una scelta che le associazioni svizzere hanno biasimato più volte, chiedendo una presa di posizione più netta all'associazione.
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mercoledì 20 aprile 2011
PREZZI CIBO +36% IN 12 MESI
I POVERI SONO 1,2 MILIARDI
La causa dell'aumento dei prezzi del cibo è da ricercare nella speculazione internazionale che ancora una volta riesce ad accomunare petrolio e cibo
Negli ultimi 12 mesi, i prezzi del mais sono saliti del 74%, quelli del grano del 69%, quelli dei semi di soia del 36%, quelli dello zucchero del 21%. Solo il riso e' rimasto stabile.
In molti paesi, i prezzi di vegetali, carne, frutta e olio per cucinare hanno continuato a salire determinando ''conseguenze nutrizionali negative per i piu' poveri'', e' scritto nel rapporto.
La Banca Mondiale stima che i poveri del pianeta, quelli che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno, siano circa 1,2 miliardi.
''Sempre piu' persone stanno soffrendo e diventando piu' povere a causa dei prezzi cosi' elevati del cibo'', sostiene il rapporto. Dallo scorso giugno, la corsa dei prezzi la ha fatto sprofondare nella poverta' altre 44 milioni di persone.
Un ulteriore aumento dei prezzi del 10%, spega il rapporto, farebbe scivolare nella poverta' altri 10 milioni di individui.
Per la Banca Mondiale occorre contrastare questa tendenza, non solo rimuovendo le barriere doganali che restringono le esportazioni di cibo, ma anche con misure urgenti di assistenza alimentare a favore dei piu' poveri.
Al momento i programmi di pronto intervento della Banca Mondiale stanno aiutando circa 44 milioni di persone. Ci sono poi i progetti di lungo termine per aumentare gli investimenti e la produzione agricola che valgono circa 7 miliardi all'anno.
Il caro-cibo e' un tema a cui lavora anche il G20, tra le misure allo studio una migliore regolamentazione e vigilanza sui prodotti finanziari legati ai prezzi delle merci agricole.
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martedì 19 aprile 2011
SIRIA, DOPO IL CAOS L’INFERNO
Scontri e vittime a Lattakia, Homs e Damasco
Si fa fatica a scrivere il numero delle vittime della scorsa notte quando alcuni dei loro nomi rimbombano nella mente perche' implorati per le strade della capitale da madri che piangendo ne cercano il corpo mentre le forze di sicurezza continuano a sparare senza pieta'. Fadi Samra, Rami Guendakji, Khaled Said, Mohammad Bilal Saka, Radwan Deeb, Salah al Yahya. Musa al Deeb, Khaled al Wazir sono alcuni dei nomi che che fanno eco per le strade deserte della citta' . Testimoni oculari parlano di duecento vittime , di cui 80 ad Homs, 50 a Damasco e una ventina a Lattakia. Molti sono i dispersi.
"Abbiamo l'ordine di uccidere ogni persona che e' contro il regime o contro il presidente e ogni persona che si riunisce nelle piazze principali", dice un poliziotto siriano. Intanto a Damasco le donne hanno inziato la loro intifada gettando dai balconi pietre e bombole di gas contro le forze di sicurezza che sono sempre piu numerose in strada mentre qualcuno parla di una divisione dell'esercito. "Non possiamo rischiare di scendere per le strade, dice Umm Mohammad, una donna di cinquant'anni, - abbiamo dei bambini. cosi contribuiamo alla lotta stando nelle nostre case".
Un medico dell'ospedale nazionale di Lattakia racconta: ''Abbiamo paura di uscire per strada e soccorrere i feriti perché i poliziotti ci sparano contro. Ma noi dobbiamo fare il nostro lavoro che e' quello di soccorrere le vittime anche perché le ferite potrebbero presto portare ad infezioni".
Le famiglie delle vittime a Lattakia e ad Homs con un sit in davanti agli ospedali chiedono che i familiari siano soccorsi mentre ad Aleppo si spara sulla folla. A nulla é servito venerdi scorso l'annullamento del giorno festivo da parte del presidente che aveva invitato tutti invece a recarsi al lavoro e a scuola.
Mentre il mondo, ossessionato da una probabile ondata di estremismo nel Paese che potrebbe nuocere alla sicurezza dello Stato ebraico, e' in silenzio davanti ai crimini di Bachar, qualcuno in Siria dice che tra poche settimane se si va avanti cosi non ci sara' nemmeno più pane nel Paese.
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lunedì 18 aprile 2011
NON C'È PIÙ TEMPO
Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?

Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola, giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?
Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.
Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?
C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).
Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.
E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).
La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.
Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene. Alberto Asor Rosa
Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.
Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?
C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).
Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.
E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).
La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.
Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene. Alberto Asor Rosa
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mercoledì 13 aprile 2011
MIGLIAIA DI PIGMEI BATWA SENZA TETTO A CAUSA DELLA CAMPAGNA GOVERNATIVA “ANTI-PAGLIA”.
Una famiglia tra le rovine della sua casa.
© COPORWA/Survival
© COPORWA/Survival
Negli ultimi mesi le famiglie batwa che si son viste distruggere le loro case sono già state centinaia, e ora si ritrovano costrette a vivere all’aperto anche durante la stagione delle piogge. Le autorità hanno pianificato di distruggere tutti i tetti di paglia del paese entro il mese di maggio di quest’anno.
Questo distruttivo schema prevede che le famiglie che ne hanno la possibilità si procurino case nuove a proprie spese.
I più poveri – inclusi quasi tutti i Batwa – avrebbero dovuto ricevere delle lamiere mentre per malati e anziani sarebbe previsto il trasferimento in case nuove. Tuttavia, molte capanne sono state distrutte senza l’assegnazione di abitazioni alternative.
Il tetto di questa abitazione batwa è stato bruciato secondo quanto previsto dal programma del governo.
© COPORWA/Survival
© COPORWA/Survival
Nella provincia meridionale del Ruanda, nei soli ultimi tre mesi sarebbero già state distrutte 30.000 capanne. Migliaia di famiglie sono rimaste senzatetto.
Secondo il governatore della Provincia meridionale, le demolizioni sarebbero state necessarie perchè “la gente sembrava contenta di vivere nelle capanne e non mostrava nessuna intenzione di abbandonarle”. Survival International ha protestato presso le autorità del paese.
Molte famiglie sono rimaste senzatetto.
© COPORWA/Survival
© COPORWA/Survival
Fonte
COPORWA (Comunità di Potters in Ruanda)
martedì 12 aprile 2011
MIGRANTI: RIPASSO DI STORIA
Don Mario Bandera, direttore del Centro missionario diocesano di Novara, si sofferma su un passato rimosso per riflettere sulle storture e le disuguaglianze della nostra epoca.

Che la storia sia maestra di vita, è un detto risaputo. Lo si dice, lo si ripete, lo scrivono tutti. Lo affermano anche gli opinionisti più o meno prezzolati dai patinati giornali di casa nostra. Ed è logico supporre che questa affermazione sia patrimonio della pubblica opinione. Eppure, a ben guardare, sembra che la Storia agli italiani non abbia insegnato niente. Anzi, più le vicende storiche sono state drammatiche, intense, vissute da milioni di persone, più queste vicende, con il passar del tempo, vengono immediatamente poste nel dimenticatoio dalle successive generazioni.
Proviamo a fare un ripasso. Dalla sponda sud del Mediterraneo, a ondate successive, sbarcano sulle coste dell'isola di Lampedusa migliaia di disperati, tutti provenienti dall'Africa. I commenti dei reggitori del nostro governo sono la colonna sonora dei telegiornali del Bel Paese, dal bossiano «fora di ball» allo «tsunami umano che si sta abbattendo sulle nostre coste», e via dicendo. Nessuno, tra i saccenti analisti dei mezzi d'informazione dagli stipendi d'oro, aveva previsto gli sconvolgimenti di Egitto, Tunisia e, men che meno, Libia, né si ingegnano nel fornirci elementi in grado di capire perché questa gente lascia la propria terra.
La prima cosa da dire è che in un mondo dove il 20% della popolazione ha a disposizione l'80% delle risorse, e di conseguenza, capovolgendo i termini, l'80% della popolazione mondiale vive col 20% delle risorse del pianeta, non ci vuol molto a capire che, se una tavola è imbandita con pietanze preparate utilizzando cereali, carne, frutta, verdura, ecc. ecc. sottratte ad altre zone del pianeta, è inevitabile che coloro che non hanno nessuna prospettiva di futuro faranno carte false e percorreranno tutte le strade più impossibili pur di riuscire a entrare anche loro nella sala da pranzo.
Un secondo elemento che fa da detonatore a questa situazione è quello demografico. Tutti dicono che il primo mondo sta invecchiando; anzi, per certi aspetti è già vecchio, mentre nei paesi del sud del mondo i due terzi della popolazione ha meno di 30 anni. Siamo di fronte, cioè, a una fotografia dove dei vecchi signori a cui interessa solo il galateo a tavola, devono fare i conti con una massa crescente di giovani desiderosi di trovare l'occasione per migliorare le proprie condizioni di vita.
Scempi
Un ulteriore elemento di approfondimento di questa situazione è, tanto per restare in Africa, che gli stati coloniali che ne hanno fatto scempio per secoli - guarda caso, tutte nazioni cristianissime e cattolicissime della vecchia Europa - si vedono presentare il conto. Se per secoli il colonialismo ha depredato risorse e materie prime dei paesi africani, favorendo lo sviluppo industriale europeo e rendendo sempre più poveri quei paesi, non era pensabile che, prima o poi qualcuno, non dovesse pagarne il conto. Nella vita funziona la giustizia sincronica, ma nella storia ha molto più peso la giustizia diacronica: le colpe commesse dai nonni e dai padri ricadono sulle teste dei figli, i quali non possono dire: «Io che c'entro», vivendo essi stessi sin dalla nascita nel benessere che il colonialismo ha contribuito a creare a scapito di quella povera gente.
E la tratta degli schiavi dove la mettiamo? Per secoli l'Africa è stata depredata del tesoro più prezioso che aveva: i suoi abitanti. Milioni di esseri umani tra il 1600 e il 1700, e in parte anche nel 1800, furono prelevati a forza per essere deportati nelle Americhe a lavorare la terra che improvvisamente era rimasta priva di manodopera, a causa alla decimazione operata dai virus importati dagli europei di cui gli indios locali non avevano gli anticorpi per resistere. Un continente intero che per secoli è stato impoverito dal prelievo di risorse e materie prime, umiliato e ferito dalla tratta degli schiavi, ora pensa che sia giunta l'ora del riscatto, e il primo passo che fa è quello di mandare i suoi giovani ad apprendere le nuove tecnologie per poter successivamente camminare con le proprie gambe.
Un altro elemento che ci consente di capire cosa sta succedendo è legato al fenomeno del "neo colonialismo". Come si sa, nel 1884 al Congresso di Berlino, le potenze coloniali si spartirono l'Africa tirando dei confini con il righello sopra la carta geografica. Quando negli anni '60 del secolo scorso sviluppò il movimento per riacquistare l'indipendenza, i paesi coloniali se ne andarono, lasciando le chiavi delle ricchezze nelle mani di fedeli esecutori dei propri ordini, allevati nelle accademie militari e iscritti nelle logge massoniche di mezza Europa, in grado cioè di far funzionare la macchina del latrocinio nello stesso identico modo in cui aveva funzionato per secoli, con l'aggravante di diventare dei tiranni per la propria gente. Questo stato di cose ha generato un'infinità di conflitti e di guerre di cui vediamo gli effetti sui volti di chi sbarca a Lampedusa.
Speranze
Sul molo dell'isola siciliana sono arrivati giovani tunisini in cerca di lavoro, desiderosi di raggiungere i propri familiari che sono già in Francia. Sono arrivati dei libici che sfuggono alla tirannia di Gheddafi. Ma sono arrivati anche eritrei, etiopici (paesi che furono colonie italiane), la cui situazione attuale d'instabilità interna, di povertà endemica e di mancanza di futuro, spinge i più audaci a intraprendere viaggi inimmaginabili pur di mettere piede là dove ci sono sviluppo, democrazia e possibilità di lavoro. Che questo sia l'idea centrale di questo approdo sull'altra sponda del Mediterraneo, lo veniamo a sapere da un'inchiesta fatta da un giornale economico italiano che dice che le rimesse degli emigranti africani superano di gran lunga tutti gli aiuti promessi dai vari G8 in questi ultimi anni.
Qualcuno potrà obiettare che tra questa gente ci siano anche fior di delinquenti. La stessa cosa successe con gli emigranti italiani che approdarono negli Stati Uniti: assieme a migliaia di onesti lavoratori si intrufolarono alcuni che crearono una succursale della mafia in terra yankee, che ben presto superò la casa madre.
A emigrare, di solito, sono i più intraprendenti, nel bene e nel male. Individuare le mele marce è compito delle autorità competenti. Attribuire a dei poveri cristi l'infamante nomea di esser tutti delinquenti è una cosa che solo dei mentecatti possono fare!
Per secoli il nostro paese ha lasciato partire i suoi figli più poveri verso paesi dove c'era lavoro, e le rimesse di quei migranti hanno risollevato intere aree italiane. Dare la possibilità agli africani di fare altrettanto è il minimo che possiamo fare. Allo stesso tempo, varrà la pena di ripensare i nostri programmi di aiuto. Se invece di destinare milioni di euro per costruire armi sempre più sofisticate, i soldi venissero (come ripete incessantemente il Magistero della Chiesa) utilizzati per aiutare i popoli che vivono nella fame, forse il mondo sarebbe diverso e di sicuro migliore.
Don Mario Bandera
Che la storia sia maestra di vita, è un detto risaputo. Lo si dice, lo si ripete, lo scrivono tutti. Lo affermano anche gli opinionisti più o meno prezzolati dai patinati giornali di casa nostra. Ed è logico supporre che questa affermazione sia patrimonio della pubblica opinione. Eppure, a ben guardare, sembra che la Storia agli italiani non abbia insegnato niente. Anzi, più le vicende storiche sono state drammatiche, intense, vissute da milioni di persone, più queste vicende, con il passar del tempo, vengono immediatamente poste nel dimenticatoio dalle successive generazioni.
Proviamo a fare un ripasso. Dalla sponda sud del Mediterraneo, a ondate successive, sbarcano sulle coste dell'isola di Lampedusa migliaia di disperati, tutti provenienti dall'Africa. I commenti dei reggitori del nostro governo sono la colonna sonora dei telegiornali del Bel Paese, dal bossiano «fora di ball» allo «tsunami umano che si sta abbattendo sulle nostre coste», e via dicendo. Nessuno, tra i saccenti analisti dei mezzi d'informazione dagli stipendi d'oro, aveva previsto gli sconvolgimenti di Egitto, Tunisia e, men che meno, Libia, né si ingegnano nel fornirci elementi in grado di capire perché questa gente lascia la propria terra.
La prima cosa da dire è che in un mondo dove il 20% della popolazione ha a disposizione l'80% delle risorse, e di conseguenza, capovolgendo i termini, l'80% della popolazione mondiale vive col 20% delle risorse del pianeta, non ci vuol molto a capire che, se una tavola è imbandita con pietanze preparate utilizzando cereali, carne, frutta, verdura, ecc. ecc. sottratte ad altre zone del pianeta, è inevitabile che coloro che non hanno nessuna prospettiva di futuro faranno carte false e percorreranno tutte le strade più impossibili pur di riuscire a entrare anche loro nella sala da pranzo.
Un secondo elemento che fa da detonatore a questa situazione è quello demografico. Tutti dicono che il primo mondo sta invecchiando; anzi, per certi aspetti è già vecchio, mentre nei paesi del sud del mondo i due terzi della popolazione ha meno di 30 anni. Siamo di fronte, cioè, a una fotografia dove dei vecchi signori a cui interessa solo il galateo a tavola, devono fare i conti con una massa crescente di giovani desiderosi di trovare l'occasione per migliorare le proprie condizioni di vita.
Scempi
Un ulteriore elemento di approfondimento di questa situazione è, tanto per restare in Africa, che gli stati coloniali che ne hanno fatto scempio per secoli - guarda caso, tutte nazioni cristianissime e cattolicissime della vecchia Europa - si vedono presentare il conto. Se per secoli il colonialismo ha depredato risorse e materie prime dei paesi africani, favorendo lo sviluppo industriale europeo e rendendo sempre più poveri quei paesi, non era pensabile che, prima o poi qualcuno, non dovesse pagarne il conto. Nella vita funziona la giustizia sincronica, ma nella storia ha molto più peso la giustizia diacronica: le colpe commesse dai nonni e dai padri ricadono sulle teste dei figli, i quali non possono dire: «Io che c'entro», vivendo essi stessi sin dalla nascita nel benessere che il colonialismo ha contribuito a creare a scapito di quella povera gente.
E la tratta degli schiavi dove la mettiamo? Per secoli l'Africa è stata depredata del tesoro più prezioso che aveva: i suoi abitanti. Milioni di esseri umani tra il 1600 e il 1700, e in parte anche nel 1800, furono prelevati a forza per essere deportati nelle Americhe a lavorare la terra che improvvisamente era rimasta priva di manodopera, a causa alla decimazione operata dai virus importati dagli europei di cui gli indios locali non avevano gli anticorpi per resistere. Un continente intero che per secoli è stato impoverito dal prelievo di risorse e materie prime, umiliato e ferito dalla tratta degli schiavi, ora pensa che sia giunta l'ora del riscatto, e il primo passo che fa è quello di mandare i suoi giovani ad apprendere le nuove tecnologie per poter successivamente camminare con le proprie gambe.
Un altro elemento che ci consente di capire cosa sta succedendo è legato al fenomeno del "neo colonialismo". Come si sa, nel 1884 al Congresso di Berlino, le potenze coloniali si spartirono l'Africa tirando dei confini con il righello sopra la carta geografica. Quando negli anni '60 del secolo scorso sviluppò il movimento per riacquistare l'indipendenza, i paesi coloniali se ne andarono, lasciando le chiavi delle ricchezze nelle mani di fedeli esecutori dei propri ordini, allevati nelle accademie militari e iscritti nelle logge massoniche di mezza Europa, in grado cioè di far funzionare la macchina del latrocinio nello stesso identico modo in cui aveva funzionato per secoli, con l'aggravante di diventare dei tiranni per la propria gente. Questo stato di cose ha generato un'infinità di conflitti e di guerre di cui vediamo gli effetti sui volti di chi sbarca a Lampedusa.
Speranze
Sul molo dell'isola siciliana sono arrivati giovani tunisini in cerca di lavoro, desiderosi di raggiungere i propri familiari che sono già in Francia. Sono arrivati dei libici che sfuggono alla tirannia di Gheddafi. Ma sono arrivati anche eritrei, etiopici (paesi che furono colonie italiane), la cui situazione attuale d'instabilità interna, di povertà endemica e di mancanza di futuro, spinge i più audaci a intraprendere viaggi inimmaginabili pur di mettere piede là dove ci sono sviluppo, democrazia e possibilità di lavoro. Che questo sia l'idea centrale di questo approdo sull'altra sponda del Mediterraneo, lo veniamo a sapere da un'inchiesta fatta da un giornale economico italiano che dice che le rimesse degli emigranti africani superano di gran lunga tutti gli aiuti promessi dai vari G8 in questi ultimi anni.
Qualcuno potrà obiettare che tra questa gente ci siano anche fior di delinquenti. La stessa cosa successe con gli emigranti italiani che approdarono negli Stati Uniti: assieme a migliaia di onesti lavoratori si intrufolarono alcuni che crearono una succursale della mafia in terra yankee, che ben presto superò la casa madre.
A emigrare, di solito, sono i più intraprendenti, nel bene e nel male. Individuare le mele marce è compito delle autorità competenti. Attribuire a dei poveri cristi l'infamante nomea di esser tutti delinquenti è una cosa che solo dei mentecatti possono fare!
Per secoli il nostro paese ha lasciato partire i suoi figli più poveri verso paesi dove c'era lavoro, e le rimesse di quei migranti hanno risollevato intere aree italiane. Dare la possibilità agli africani di fare altrettanto è il minimo che possiamo fare. Allo stesso tempo, varrà la pena di ripensare i nostri programmi di aiuto. Se invece di destinare milioni di euro per costruire armi sempre più sofisticate, i soldi venissero (come ripete incessantemente il Magistero della Chiesa) utilizzati per aiutare i popoli che vivono nella fame, forse il mondo sarebbe diverso e di sicuro migliore.
Don Mario Bandera
lunedì 11 aprile 2011
EGITTO, LE SPERANZE TRADITE DI PIAZZA TAHRIR
foto: www.nena-news.com
Intanto la scorsa settimama il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha rilasciato la nuova dichiarazione costituzionale e il quadro di quella che sarà la corsa alle prossime elezioni parlamentari e presidenziali è diventato un po’ più chiaro. Inoltre, è stata ratificata anche la nuova legge sulla formazione dei partiti. Immediate, sono arrivate le reazioni di tutte le parti coinvolte nel discorso politico egiziano.
A costituzione sospesa, la dichiarazione (redatta da una commissione nominata dal Consiglio Supremo e scritta, comunque, sul modello della precedente costituzione) regolerà i rapporti tra i poteri politici fino alle prossime elezioni parlamentari, previste per settembre. Sarà poi il nuovo parlamento a gestire la scrittura della carta costituzionale tramite una commissione costituente.
La dichiarazione, di 63 articoli, ingloba gli emendamenti approvati dal referendum del 19 marzo con il 77% di voti favorevoli. Lascia intatti alcuni elementi chiave della precedente costituzione -come l’articolo 2, che indica l’Islam come religione di stato e la shar’ia come fonte della costituzione. Inoltre, nelle parole del generale maggiore Shahin, la dichiarazione garantisce il passaggio di potere al futuro parlamento, la libertà di stampa e opinione e la tutela contro arresti ingiustificati.
Di pochi giorni fa anche la nuova legge che regola la formazione dei partiti. Nel testo si leggono alcuni cambiamenti rispetto alle procedure in forze sotto il regime di Mubarak. Per chiedere il riconoscimento come partito serviranno 5000 firme raccolte in almeno 29 province e le liste di nomi non saranno più presentate alla Commissione per gli Affari dei Partiti Politici, emanazione del Partito Nazional Democratico (PND ex-partito al potere), ma ad una semplice commissione legale. I partiti non potranno essere fondati, su base religiosa, razziale, di classe, sesso e lingua. Una volta emanato, il decreto ha aperto la corsa all’organizzazione delle nuove formazioni politiche in vista delle elezioni.
Nell’ultima settimana, molti raggruppamenti di diverso orientamento hanno annunciato l’intenzione di costituirsi come partiti. ‘Amr Hamzawi (ricercatore del Carnegie Endowment for Peace) ha annunciato la fondazione del Partito Social-Democratico Egiziano, una coalizione di attivisti politici, professori e vari intellettuali di orientamento liberal-democratico. Le linee guida del nuovo partito promuoveranno diritti democratici, giustizia sociale e unità nazionale inter-religiosa, al fine di costruire una società post-rivoluzionaria ancora in formazione. Anche una coalizione di supporter di Gamal Mubarak si è dichiarata pronta a formare un partito politico. Tra i fondatori, Magdy al-Kurdy, il leader del movimento popolare pro-Gamal, che ha sostenuto la candidatura presidenziale del figlio di Mubarak durante l’estate 2010. Nel frattempo, la Fratellanza Musulmana si sta organizzando per avviare il suo partito Giustizia e Libertà e sta preparando il lancio di nuovi organi di stampa, come un canale satellitare e un nuovo quotidiano. Anche la Jamaiyyat Islamiyya, dopo trent’anni di stallo, potrebbe tornare attiva sul fronte più apertamente politico. Inoltre, di ieri la notizia che il magnate delle telecomunicazioni Naghib Sawiris lancerà il suo Libero Partito Egiziano, a cui parteciperanno esponenti della cultura come Ahmad Fuad Nigm e Gamal al-Ghitani.
Se la Fratellanza Musulmana e il partito Wasat hanno commentato positivamente sia la dichiarazione costituzionale che la nuova legge sui partiti, molti altri gruppi politici hanno sollevato critiche pesanti. Le preoccupazioni maggiori sulla dichiarazione ruotano attorno all’articolo 56, che stabilisce il ruolo del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Il controllo sul quadro politico egiziano resta saldamente in mano ai generali guidati da Tantawi, ex ministro della difesa sotto Mubarak. Non ci sarà alcun passaggio di potere a commissioni civili per questo periodo di transizione, come invece auspicato dai movimenti di attivisti.
Per quanto riguarda la legge sulla formazione dei partiti, la Coalizione dei Giovani del 25 Gennaio ha subito dichiarato che la richiesta di 5000 firme per istituire un partito, a meno di sei mesi dal voto parlamentare, è irragionevole e pericolosa. I tempi tecnici di organizzazione non sono sufficienti. Il professor Samer Soliman, tra i membri fondatori del Partito Social-Democratico Egiziano, ha condannato la legge e la dichiarazione costituzionale in toto e, in una recente intervista, riportata dal quotidiano locale al-Masry al-Yowm, ha sollevato quello che, al momento, sembra il problema essenziale. “La nuova dichiarazione costituzionale è stata redatta da una commissione che non rappresenta le diverse fazioni politiche egiziane. Non c’è stata sufficiente trasparenza. La commissione avrebbe dovuto aprire al pubblico la discussione”. In una parola, la commissione, formata dal Consiglio Supremo per stendere la dichiarazione costituzionale, si è comportata come un custode della popolazione egiziana, senza aprire un confronto serio a cui tutti potessero partecipare.
L’atteggiamento paternalistico dell’esercito e del governo, che limita l’intervento della società civile nelle decisioni relative a questo periodo di transizione, è un problema sollevato anche da altri esponenti politici, come Muhammad el-Baradei, leader dell’Associazione Nazionale per il Cambiamento, e dall’ex-segretario generale della Lega Araba ‘Amr Musa, due dei possibili candidati presidenziali. In una recente intervista al London Middle East, Musa ha espresso preoccupazione sul modo in cui i generali egiziani stanno gestendo il periodo di transizione. La forma con cui il processo di transizione viene condotto è sostanza. Scrivere una nuova costituzione prima delle elezioni sarebbe stato più democratico, insiste el-Baradei in ogni sua dichiarazione.
Anche per queste ragioni, Muhammad el-Baradei ha deciso di non partecipare al colloquio di unità nazionale tenutosi la scorsa settimana e presieduto dal vice-primo ministro Yehia al-Gamal. All’incontro erano presenti varie forze politiche e figure pubbliche, ma molti -tra cui alcuni partiti e rappresentanti di organizzazioni della società civile e per i diritti umani, protagonisti della rivolta iniziata il 25 gennaio- sono rimasti esclusi. Fonti vicine a el-Baradei hanno definito il “colloquio” non ben pianificato e troppo esclusivo. Il giudice Hisham Bastawissy e lo stesso ‘Amr Musa hanno deciso invece di partecipare.
Resta alta, quindi, l’attenzione e la pressione su governo e forze armate da parte dei gruppi di attivisti, che hanno chiamato una nuova manifestazione per venerdì 8 aprile. La Coalizione dei Giovani della Rivoluzione, nella sua dichiarazione più recente, ha ricordato come quanto ottenuto finora sia frutto della pressione esercitata tramite le proteste. Quindi, ha deciso di proseguire con la serie di mobilitazioni settimanali, dando appuntamento a tutti gli egiziani ogni venerdì, finché le domande della rivolta non saranno soddisfatte per intero.
Una pressione che sembra necessaria soprattutto per portare a termine uno degli obiettivi fondamentali di venerdì scorso e del prossimo venerdì: il processo contro i principali membri del regime. Tra loro, non solo Mubarak, ma anche l’ex-portavoce del Parlamento Surur, accusato di essere il mandante della cosiddetta “battaglia dei cammelli” –quando supporter prezzolati di Mubarak hanno attaccato i manifestanti in piazza Tahrir lo scorso 2 febbraio-, Azmy, uno dei leader del PND, Sherif ex-segretario generale del PND e Habib al-‘Adly, ex-Ministro degli Interni -accusato, tra l’altro, di aver ordinato di sparare sui manifestanti, di aver volontariamente creato un vuoto di sicurezza ritirando la polizia dalle strade e liberando i detenuti da alcune carceri alla fine di gennaio e di essere il mandante di torture e omicidi di diversi membri dell’opposizione. Uno dei processi ad al-‘Adly, uomo simbolo del regime oppressivo che ha controllato il paese finora, è stato recentemente rimandato, sollevando non solo perplessità, ma anche rabbia.
L’attivismo politico egiziano, che ha aperto la strada alla rivolta iniziata il 25 gennaio, sembra quindi concentrarsi su istanze sensibili, attorno a cui trovare consenso. Ora che molti egiziani vogliono semplicemente tornare alla normalità, il rischio è che i giovani attivisti perdano completamente contatto con la maggioranza della popolazione.
SILVIA MOLLICHI
anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.nena-news.com
venerdì 8 aprile 2011
PER LE STRADE DESERTE INTORNO A FUKUSHIMA
In uno scenario degno dell'Esercito delle 12 scimmie oppure di Io sono leggenda, si vedono solo cani randagi e bovini abbandonati, ma nessun essere umano. D'altra parte qui in 8-10 ore ci si becca la radiazione massima ammessa in un anno.
Alcuni grossi TIR viaggiano in entrambe le direzioni; chissà cosa trasportano. I danni del terremoto sono evidenti, soprattutto sulle strade. La centrale naturalmente si intravede solo vagamente, anche perchè è assolutamente proibito avvicinarsi.
E la TEPCO offende i giapponesi

La Tepco sta offrendo più o meno 8 € di risarcimento per ogni residente nell'area di Fukushima.
Una proposta assolutamente ridicola e offensiva che i residenti stanno iniziando a respingere.
Tepco intende pagare 167400 € (20 milioni di Yen) a 9 o 10 comuni intorno alla centrale nucleare.
Gli abitanti di Namie, a una decina di km dalla centrale distrutta, hanno rispedito al mittente l'offerta della compagnia elettrica per poter liberamente "parlare duramente contro l'azienda". 8€ a testa non sono nulla per chi ha avuto la vita distrutta dal più grande disastro tecno-nucleare di tutti i tempi.
Gli agricoltori della zona sono preoccupati perchè tra breve dovrebbero piantare riso e tabacco. Chi avrà il coraggio di dirgli la verità e cioè chequei campi non verranno più coltivati almeno per tre generazioni?
Nella foto in alto l'impianto di Fukushima Daiichi come appare ora anche in Google Maps
ECRR: 400000 possibili casi di tumore in più in 50 anni per colpa di Fukushima
E' quanto afferma uno studio di Chris Busby, segretario scientifico dell'ECRR. (1)
La stima dei casi di cancro viene effettuata con due metodi diversi che portano pressappoco alle stesse conclusioni (2).
La metà di questi casi di cancro potrebbe verificarsi nei primi dieci anni.
Anche se si tratta di stime (3), sono numeri impressionanti.
Sono venuto a conoscenza solo ora di questo studio, che è stato pubblicato nei primi giorni dopo il disastro. Non ha potuto quindi tenere conto della composizione isotopica (Cesio/Iodio) della contaminazione, perchè i dati non erano ancora disponibili. (4)
Vedremo nei prossimi anni se queste stime saranno o meno verificate; se fossero vere, si tratterebbe di numeri che nessuno potrebbe mai nascondere.
(1) Lo European Committe on Radiation Risk è un comitato indipendente di scienziati che analizza i rischi da radiazione e ritiene ampiamente sottostimati i fattori di rischio indicati dall'ICRP, come viene spiegato in questo ponderoso studio di 250 pagine.
(2) Il primo metodo si basa sulle osservazioni decennali di Tondel sull'aumento di tumori in Svezia in seguito all'incidente di Chernobyl. Nel paese scandinavo si è osservato un aumento dell'11% di incidenza dei casi di tumore per ogni 100 kBq/m² di contaminazione radioattiva. Sulla base dei dati forniti dall'IAEA e dal MEXT, Busby assume un valore conservativo di contaminazione pari a 600 kBq/m² che ocnduce quindi ad un aumento del 66% dei casi di cancro. Ciò equivale a 100 mila casi (su tre milioni di persone) in un raggio di 100 km dalla centrale e altri 120 mila casi (su 7,8 milioni dipersone) nell'anello tra 100 e 200 km. Il secondo metodo fa riferimento ai fattori di rischio definiti dall'ECRR, considerevolmente più elevati rispetto a quelli dell'ICRP, e permette di fare una stima su cinquant'anni.
(3) Secondo Busby si tratta di stime prudenti.
(4) Dal momento che la maggior parte della contaminazione è data da Iodio, che decade completamente nell'arco di tre mesi, l'esposizione alle radiazioni potrebbe fortunatamente essere un po' più bassa e i casi potrebbero essere ridotti grosso modo a un terzo
Fonte
giovedì 7 aprile 2011
IL MITO DELLA LIBIA TRIBALE
Definire la Libia come un paese tribale non soltanto è sbagliato, ma nega il fatto che la rivolta libica abbia a che fare con la dignità nazionale – afferma Alaa al-Ameri
Questa immagine della Libia come una società tribale arretrata, con nessuna identità nazionale reale, è stata ripresa e ampliata, in modo sconfortante, da molti sedicenti esperti e politici occidentali – spesso come parte di un ragionamento teso a dimostrare che il sostegno militare e materiale alla rivoluzione libica è una cattiva idea.
Il regime è mosso da due motivazioni principali nel ribadire la sua teoria, seppure infondata. Primo, la popolazione nella parte ovest della Libia non ha accesso ai mezzi di comunicazione esteri, e quindi l’affermazione che il regime di Gheddafi gode della lealtà dei leader regionali intende far crollare la fiducia di coloro che vorrebbero ribellarsi nelle città dell’ovest. Secondo, si intende far credere agli stranieri che il regime di Gheddafi sia ciò che mantiene insieme un popolo diviso e disunito. Richiamare alla mente immagini dell’Iraq è l’effetto desiderato. Questi obiettivi di Gheddafi sembrano non aver incontrato molta resistenza presso certi esponenti della stampa internazionale e dei movimenti anti-interventisti.
Vediamo però in quale misura le tribù sono davvero una realtà importante nella Libia moderna. Durante buona parte della storia libica, i raggruppamenti tribali erano in effetti un fenomeno sociale preminente. Tuttavia, quando parliamo di tribù nella Libia odierna ci riferiamo semplicemente a una distinzione storica fra comunità regionali all’interno di un paese enorme. Tali comunità sono diverse dai raggruppamenti sub-nazionali che prevalgono sull’identità nazionale dei cittadini in quanto Libici – si tratta di un’identità difesa a caro prezzo contro l’Italia fascista e i tentativi britannici post-bellici di dividere il paese.
I capi tribali tradizionalmente servono più o meno come magistrati locali, preposti a dirimere controversie sulla terra e il commercio, e a presiedere casi attinenti al diritto di famiglia. Dopo che è salito al potere, Gheddafi ha introdotto i consigli rivoluzionari, che ha usato come mezzo per incentivare le divisioni tra regioni e persino tra famiglie. Mentre prima l’identità tribale non comportava né ricchezza né potere, da quel momento in poi poteva essere invece usata come trampolino per ottenere una posizione di autorità nazionale, ricchezza e potere, tramite l’elezione al consiglio rivoluzionario.
Il panorama d’insieme, quindi, non è un conflitto tribale di vecchia data. I casi più recenti di controversie basate sulla lealtà tribale sono stati alimentati e architettati dalla politica di Gheddafi del ‘divide et impera’. Fintantoché le tribù litigavano tra di loro, era meno probabile che si unissero contro di lui. Ebbene, ora lo hanno fatto, e nel tentativo disperato di sopravvivere, Gheddafi, suo figlio e la sua cerchia ristretta cercano ripetutamente di agitare lo spettro di un sistema patronale ormai rifiutato che hanno utilizzato durante svariati decenni per conservare il potere.
Qualcuno fra coloro che hanno osteggiato l’intervento militare internazionale sembra aver accidentalmente preso tale discorso come la caratteristica definitoria della Libia moderna. Tuttavia, questo luogo comune accettato passivamente deve superare il test degli eventi reali. Se davvero c’è un separatismo tribale autentico, perché i libici continuano a combattere per liberare la zona ovest del paese? Ora hanno il controllo dello spazio aereo, delle zone di produzione del petrolio, e un governo provvisorio che gode di riconoscimento e sostegno internazionale.
Se il tribalismo fosse alla base di questo sforzo, perché rischiare tutto per liberare le città occidentali? Perché città come Misurata, Zawiya e Zintan, tutte a poca distanza da Tripoli, hanno scelto di far parte del Consiglio Nazionale di Transizione – un governo appena nascente nell’altra parte del paese, che finora è stato incapace di appoggiarli o venire in loro aiuto?
Questo è un atto tribale, oppure l’atto coraggioso di chi prende posizione di fronte a un tiranno, per solidarietà con i suoi compatrioti libici?
Bisogna anche ricordare chi ha scatenato questa rivoluzione – sono stati soprattutto i giovani, molti sotto i 30 anni, che hanno vissuto tutta la loro vita nei centri urbani. Quanti nativi di Glasgow sotto i 30 anni conoscono o hanno a cuore da quale clan siano discesi? Su quale base, oltre agli stereotipi culturali, suppongono certi commentatori che i giovani di Bengasi, Misurata e Tripoli sono differenti? Quale lealtà tribale serviva Mohammad Nabbous – un cittadino e giornalista che ha fondato l’emittente televisiva e online indipendente ‘Libya Alhurra’ nei primi giorni della rivoluzione – quando è rimasto ucciso dal fuoco di un cecchino all’età di 28 anni, mentre documentava il falso cessate-il-fuoco cinicamente annunciato dal regime di Gheddafi il 19 marzo?
Vorrei chiedere a coloro che rigurgitano e ingigantiscono la propaganda “tribale” del regime del colonnello attraverso la stampa internazionale: quanti Libici avete consultato al riguardo? Quanti Libici che non siano membri del regime, che non partecipino ad un raduno pro-Gheddafi nella Piazza Verde o in un sobborgo fortificato di Tripoli, e che non si trovino sotto l’occhio vigile di una guardia filo-Gheddafi, hanno espresso le vedute che state ripetendo nei vostri articoli e nelle vostre interviste? Mentre noi combattiamo per liberarci da questo regime terribile, voi ci attribuite etichette estrapolate in fretta da una lettura dell’ultimo minuto. Tripolitania e Cirenaica – trovatemi un Libico che abbia mai usato questi termini per descrivere il proprio paese.
Dandoci dei ‘tribali’ ciò che fate effettivamente è scartare l’idea che la nostra rivolta abbia qualcosa a che vedere con la libertà, la democrazia o la dignità umana. Per caso voi collocate le lealtà regionali ristrette al di sopra di questi valori? Ho la certezza che rifiutereste una tale caratterizzazione, com’è giusto. Per favore fateci la cortesia di concedere a noi Libici le stesse caratteristiche umane che attribuite a voi stessi.
Alaa al-Ameri è lo pseudonimo di un economista anglo-libico
Original Version: The myth of tribal Libya
Fonte
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Durante le ultime settimane, la parola “tribalismo” è stata usata intensamente nel contesto della rivolta democratica libica – uno spettro che si profila minacciosamente sul paese, personificando il male che non conosciamo. Questa teoria è stata incuneata nell’opinione pubblica da Saif al-Islam Gheddafi durante il suo discorso del mese scorso in cui aveva minacciato lo spargimento di sangue e la distruzione che il regime di suo padre ha scatenato sul popolo libico.Questa immagine della Libia come una società tribale arretrata, con nessuna identità nazionale reale, è stata ripresa e ampliata, in modo sconfortante, da molti sedicenti esperti e politici occidentali – spesso come parte di un ragionamento teso a dimostrare che il sostegno militare e materiale alla rivoluzione libica è una cattiva idea.
Il regime è mosso da due motivazioni principali nel ribadire la sua teoria, seppure infondata. Primo, la popolazione nella parte ovest della Libia non ha accesso ai mezzi di comunicazione esteri, e quindi l’affermazione che il regime di Gheddafi gode della lealtà dei leader regionali intende far crollare la fiducia di coloro che vorrebbero ribellarsi nelle città dell’ovest. Secondo, si intende far credere agli stranieri che il regime di Gheddafi sia ciò che mantiene insieme un popolo diviso e disunito. Richiamare alla mente immagini dell’Iraq è l’effetto desiderato. Questi obiettivi di Gheddafi sembrano non aver incontrato molta resistenza presso certi esponenti della stampa internazionale e dei movimenti anti-interventisti.
Vediamo però in quale misura le tribù sono davvero una realtà importante nella Libia moderna. Durante buona parte della storia libica, i raggruppamenti tribali erano in effetti un fenomeno sociale preminente. Tuttavia, quando parliamo di tribù nella Libia odierna ci riferiamo semplicemente a una distinzione storica fra comunità regionali all’interno di un paese enorme. Tali comunità sono diverse dai raggruppamenti sub-nazionali che prevalgono sull’identità nazionale dei cittadini in quanto Libici – si tratta di un’identità difesa a caro prezzo contro l’Italia fascista e i tentativi britannici post-bellici di dividere il paese.
I capi tribali tradizionalmente servono più o meno come magistrati locali, preposti a dirimere controversie sulla terra e il commercio, e a presiedere casi attinenti al diritto di famiglia. Dopo che è salito al potere, Gheddafi ha introdotto i consigli rivoluzionari, che ha usato come mezzo per incentivare le divisioni tra regioni e persino tra famiglie. Mentre prima l’identità tribale non comportava né ricchezza né potere, da quel momento in poi poteva essere invece usata come trampolino per ottenere una posizione di autorità nazionale, ricchezza e potere, tramite l’elezione al consiglio rivoluzionario.
Il panorama d’insieme, quindi, non è un conflitto tribale di vecchia data. I casi più recenti di controversie basate sulla lealtà tribale sono stati alimentati e architettati dalla politica di Gheddafi del ‘divide et impera’. Fintantoché le tribù litigavano tra di loro, era meno probabile che si unissero contro di lui. Ebbene, ora lo hanno fatto, e nel tentativo disperato di sopravvivere, Gheddafi, suo figlio e la sua cerchia ristretta cercano ripetutamente di agitare lo spettro di un sistema patronale ormai rifiutato che hanno utilizzato durante svariati decenni per conservare il potere.
Qualcuno fra coloro che hanno osteggiato l’intervento militare internazionale sembra aver accidentalmente preso tale discorso come la caratteristica definitoria della Libia moderna. Tuttavia, questo luogo comune accettato passivamente deve superare il test degli eventi reali. Se davvero c’è un separatismo tribale autentico, perché i libici continuano a combattere per liberare la zona ovest del paese? Ora hanno il controllo dello spazio aereo, delle zone di produzione del petrolio, e un governo provvisorio che gode di riconoscimento e sostegno internazionale.
Se il tribalismo fosse alla base di questo sforzo, perché rischiare tutto per liberare le città occidentali? Perché città come Misurata, Zawiya e Zintan, tutte a poca distanza da Tripoli, hanno scelto di far parte del Consiglio Nazionale di Transizione – un governo appena nascente nell’altra parte del paese, che finora è stato incapace di appoggiarli o venire in loro aiuto?
Questo è un atto tribale, oppure l’atto coraggioso di chi prende posizione di fronte a un tiranno, per solidarietà con i suoi compatrioti libici?
Bisogna anche ricordare chi ha scatenato questa rivoluzione – sono stati soprattutto i giovani, molti sotto i 30 anni, che hanno vissuto tutta la loro vita nei centri urbani. Quanti nativi di Glasgow sotto i 30 anni conoscono o hanno a cuore da quale clan siano discesi? Su quale base, oltre agli stereotipi culturali, suppongono certi commentatori che i giovani di Bengasi, Misurata e Tripoli sono differenti? Quale lealtà tribale serviva Mohammad Nabbous – un cittadino e giornalista che ha fondato l’emittente televisiva e online indipendente ‘Libya Alhurra’ nei primi giorni della rivoluzione – quando è rimasto ucciso dal fuoco di un cecchino all’età di 28 anni, mentre documentava il falso cessate-il-fuoco cinicamente annunciato dal regime di Gheddafi il 19 marzo?
Vorrei chiedere a coloro che rigurgitano e ingigantiscono la propaganda “tribale” del regime del colonnello attraverso la stampa internazionale: quanti Libici avete consultato al riguardo? Quanti Libici che non siano membri del regime, che non partecipino ad un raduno pro-Gheddafi nella Piazza Verde o in un sobborgo fortificato di Tripoli, e che non si trovino sotto l’occhio vigile di una guardia filo-Gheddafi, hanno espresso le vedute che state ripetendo nei vostri articoli e nelle vostre interviste? Mentre noi combattiamo per liberarci da questo regime terribile, voi ci attribuite etichette estrapolate in fretta da una lettura dell’ultimo minuto. Tripolitania e Cirenaica – trovatemi un Libico che abbia mai usato questi termini per descrivere il proprio paese.
Dandoci dei ‘tribali’ ciò che fate effettivamente è scartare l’idea che la nostra rivolta abbia qualcosa a che vedere con la libertà, la democrazia o la dignità umana. Per caso voi collocate le lealtà regionali ristrette al di sopra di questi valori? Ho la certezza che rifiutereste una tale caratterizzazione, com’è giusto. Per favore fateci la cortesia di concedere a noi Libici le stesse caratteristiche umane che attribuite a voi stessi.
Alaa al-Ameri è lo pseudonimo di un economista anglo-libico
Original Version: The myth of tribal Libya
Fonte
mercoledì 6 aprile 2011
AFRICA ROSSO SANGUE
Ai libici pro Gheddafi catturati i rivoltosi promettono salva la vita. La morte invece attende i giovani e giovanissimi mercenari che hanno accettato il denaro del colonnello. Si parla anche di Rumeni, ma la maggior parte dei mercenari pare provenga dall'Africa sub-sahariana: dal Ciad, dalla Nigeria, dal Mali, dal Benin, dal Kenya e da una miriade di altre regioni dimenticate.

Chi sono questi ragazzi? Da quale ulteriore orrore provengono? Quale disperazione li ha condotti a cercare una paga uccidendo e facendosi uccidere? Anche cercando di distogliere lo sguardo dal video, li ho visti comunque, disarmati e caricati sui camion aperti, in viaggio nel deserto verso la loro ultima destinazione. Hanno i capelli corti, la testa nera e lucida di sudore tra le mani. Viaggiano verso la morte. Seduti sul rimorchio aperto dei furgoni, sentono il vento caldo del deserto sulla pelle prima della fossa, prima della scarica di mitra.
Mi chiedo perché Gheddafi sia riuscito in questo ulteriore reclutamento contro la sua popolazione, e dove abbia trovato i soldi per assoldare venticinquemila ragazzi – le stime sono della lega libica per i diritti umani. Perché non si è potuto evitare che ciò potesse accadere? Perché esistono questi immensi bacini di morte pronti ad esplodere o a essere usati?
L'Africa è segnata da uno storia talmente tragica che pare impossibile abbracciarla in un solo sguardo: è come se la shoa e i quattordici anni di follia di Hitler là si fossero susseguiti senza sosta, con continuità marziale, senza tregua: una successione di "pagliacci e mostri", come recita il titolo di un libro di L. Sanchez Pinol dedicato alla "storia tragicomica di otto dittatori africani".
È come se la vocazione politica di quei Paesi fosse affogare nel sangue le loro popolazioni, ed è ciò che hanno fatto lungo il secolo scorso Hailé Selassié in Etiopia, Sékou Touré in Guinea, Amin Dada in Uganda, Bokassa nella Repubblica Centrafricana, Banda nel Malawi, Mobutu Sese Seko in Congo, Macías Nguema nella Guinea Equatoriale. È come se il male là si incarnasse a più riprese, sempre più radicato e inestirpabile.
Per questo temo che altri violenti conflitti siano sul punto di deflagrare, conflitti al cui confronto le battaglie di al-Zawiyah e Tripoli potranno sembreranno qualcosa di relativamente piccolo e marginale. Gli attori di tale dramma saranno popoli come quelli che hanno fornito i mercenari al colonnello. Popoli che hanno subito torti inenarrabili, ad opera di governi che fanno sembrare l'Egitto di Mubarak una socialdemocrazia nordica, Ben Ali e Gheddafi innocui caudillos lievemente allergici alle istituzioni democratiche e Berlusconi, il papa buono. Popoli stremati da decenni di ingiustizie e soprusi, saranno gli attori di un conflitto la cui spietatezza sarà direttamente proporzionale al fatto di non avere nulla da perdere se non una vita che per il mondo non vale assolutamente niente.
Ogni pagina della storia africana gronda sangue. Passandola in rassegna non si può non essere colti da vertigine. Anche guardando al presente, o al recente passato si comprende rapidamente che almeno una decina di stati africani sono ancora saldamente nelle mani di criminali arroganti, avidi e senza scrupoli che hanno conti milionari in patria e all'estero, che tengono in pugno l'informazione e la giustizia. Sono accusati di brogli elettorali, repressione contro le forze d'opposizione, detenzione arbitraria di dissidenti, torture e omicidi di giornalisti, di politici, di comuni cittadini, di intere popolazioni. Per non parlare dello sperpero dei soldi dello Stato, della corruzione e dei clientelismi vari che contribuiscono ad arricchire la loro cerchia lasciando i propri cittadini senza assistenza medica, senza scuole, strade, ospedali.
In Sudan c'è Omar al-Bashir, all'attivo due guerre, una ventennale contro il sud che si è conclusa nel 2005, l'altra in Darfur, dove permane una catastrofe umanitaria che il governo sudanese continua a minimizzare. Poco distante c'è Isaias Afewerki, presidente dell'Eritrea, ultimo Paese in Africa per la libertà di stampa, noto per la sua antipatia verso i giornalisti critici del suo regime. In Ciad troviamo Idriss Deby, degno successore del sanguinario Hissene Habrè, di recente accusato di comprare armi con i soldi della Banca Mondiale donati per progetti di sviluppo. Sul versante atlantico, ci accoglie Maaouiya Ould Sid Ahmed Taya, che dal 1984 guida la Mauritania, dove ancora permane il problema della schiavitù e dei diritti umani. Più a sud, c'è Lansana Conte, che governa la Guinea con il pugno di ferro da più di due decenni, e nella Repubblica del Congo ci aspetta Denis Sasso-Nguesso, protagonista, alla fine degli anni Novanta, di una sanguinosa guerra civile durante la quale i miliziani a lui fedeli, riuniti in un gruppo armato chiamato Cobra, si sono macchiati di numerose atrocità contro la popolazione civile. Theodoro Obiang Nguema è presidente della Guinea Equatoriale dal 1979, anno in cui fece uccidere lo zio (il già citato Macías Nguema) e salì al potere, diventando uno dei più feroci despoti della storia contemporanea del continente africano. La Repubblica Centrafricana è nelle sapienti mani del generale golpista François Bozze, il minuscolo Swaziland è tiranneggiato dal giovane re Mswati III più preoccupato di scegliere giovani vergini e lussuose mercedes per la sua residenza che al fabbisogno della sua popolazione, poverissima e falcidiata dall'Aids. E come non ricordare Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe dal 1980: un curriculum di barbarie lungo un quarto di secolo (le ultime contro i latifondisti bianchi, whitefarmers, tanto efferate da scomodare Condoleezza Rice, che ebbe a definire lo Zimbabwe "uno degli avamposti della tirannia". Il Togo non se la passa tanto meglio: nel 2005 è morto Eyadema Gnassigbe, uno degli ultimi grandi oligarchi del panorama politico africano, per quasi quarant'anni leader incontrastato e assoluto. Alla sua morte il figlio si è autoproclamato presidente ma fortunatamente la rabbiosa reazione della comunità civile togolese e dalle istituzioni africane hanno scongiurato l'ennesimo coup d'etat e la nascita di una nuova casa regnante. Ma queste vittorie spesso sono fragili, e inficiate da un potere corrotto e implacabile che non ne vuole sapere di sparire. E per farlo sparire certo non basteranno, i mondiali, le vuvuzelas e il waka waka.
Secondo alcuni esperti, il rafforzamento delle istituzioni e delle società civili ha avviato l'Africa sulla strada della democratizzazione. Certo, vero è che dove più fondo è il buio, più brilla, miracolosa, la luce; ed è grazie a Nelson Mandela se il Sudafrica s'è liberato dall'apartheid (sulla sua quella strada si è avviato anche l'attuale presidente, Thabo Mbeki), però mi pare decisamente troppo presto per cantare vittoria. Forse è vero che l'era dei dinosauri della politica africana sta finendo, come sostengono alcuni autorevoli osservatori internazionali e studiosi di geografia politica, ma certo la loro estinzione è un'agonia che continuerà a mietere vittime: ci sono ancora troppi Paesi in mano a pazzi sanguinari: Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone, Liberia, Angola, e Burundi versano in condizioni allarmanti; le elezioni del 2008 in Zimbabwe hanno prodotto conflitti violenti e così è stato in Kenya l'anno prima.
Ora è il turno della Nigeria, un gigante uscito dal regime militare solo nel '99 che tra meno di due settimane è chiamato al voto. I morti durante questa campagna elettorale si contano già a decine. Addirittura forse anche peggio la situazione in Costa d'Avorio, dove l'esercito del neo-eletto presidente Ouattara, sta combattendo feroci battaglie in ogni città del Paese. Daloa, Belleville, Duekoue, San Pedro, sono funestate da scontri armati casa per casa e le esportazioni di cacao, prima risorsa nazionale, sono in grave pericolo. Fonti Onu riferiscono che Laurent Gbagbo, autoproclamatosi presidente unico, ha inviato le sue milizie a presidiare diversi villaggi e cittadine, ed avrebbe ordinato ai soldati di aprire il fuoco sulla folla anche nella piazza principale della capitale Abidijan, dove almeno 15 persone hanno perso la vita ed oltre un milione sono in fuga verso le frontiere, già attraversate da oltre centomila profughi. Il conto attuale dei morti pare si aggiri oltre le 500 persone da quando nell'ottobre 2010 è scoppiato il conflitto, in occasione delle elezioni. La Commissione Elettorale ha nominato Ouattara nuovo presidente con il 54,1% dei voti. Laurent Gbagbo ha rifiutato di lasciare il potere ed ha costretto la Corte Costituzionale ad invalidare un numero sufficiente di schede per decretare l'annullamento del suffragio elettorale. Inoltre, l'odio tribale è scattato quando i due presidente hanno organizzato due cerimonie di giuramento e di insediamento, ed hanno formato due governi. Secondo l'Onu, il legittimo presidente è Ouattara, tuttavia il Paese è preda di indicibili atrocità, ed è sull'orlo di una guerra civile dai prevedibili esiti disastrosi.
Fonti
http://www.un.org/fr
http://www.ispionline.it/it/documents/Commentary_Mondelli_15.03.2011.pdf
http://it.peacereporter.net
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Chi sono questi ragazzi? Da quale ulteriore orrore provengono? Quale disperazione li ha condotti a cercare una paga uccidendo e facendosi uccidere? Anche cercando di distogliere lo sguardo dal video, li ho visti comunque, disarmati e caricati sui camion aperti, in viaggio nel deserto verso la loro ultima destinazione. Hanno i capelli corti, la testa nera e lucida di sudore tra le mani. Viaggiano verso la morte. Seduti sul rimorchio aperto dei furgoni, sentono il vento caldo del deserto sulla pelle prima della fossa, prima della scarica di mitra.
Mi chiedo perché Gheddafi sia riuscito in questo ulteriore reclutamento contro la sua popolazione, e dove abbia trovato i soldi per assoldare venticinquemila ragazzi – le stime sono della lega libica per i diritti umani. Perché non si è potuto evitare che ciò potesse accadere? Perché esistono questi immensi bacini di morte pronti ad esplodere o a essere usati?
L'Africa è segnata da uno storia talmente tragica che pare impossibile abbracciarla in un solo sguardo: è come se la shoa e i quattordici anni di follia di Hitler là si fossero susseguiti senza sosta, con continuità marziale, senza tregua: una successione di "pagliacci e mostri", come recita il titolo di un libro di L. Sanchez Pinol dedicato alla "storia tragicomica di otto dittatori africani".
È come se la vocazione politica di quei Paesi fosse affogare nel sangue le loro popolazioni, ed è ciò che hanno fatto lungo il secolo scorso Hailé Selassié in Etiopia, Sékou Touré in Guinea, Amin Dada in Uganda, Bokassa nella Repubblica Centrafricana, Banda nel Malawi, Mobutu Sese Seko in Congo, Macías Nguema nella Guinea Equatoriale. È come se il male là si incarnasse a più riprese, sempre più radicato e inestirpabile.
Per questo temo che altri violenti conflitti siano sul punto di deflagrare, conflitti al cui confronto le battaglie di al-Zawiyah e Tripoli potranno sembreranno qualcosa di relativamente piccolo e marginale. Gli attori di tale dramma saranno popoli come quelli che hanno fornito i mercenari al colonnello. Popoli che hanno subito torti inenarrabili, ad opera di governi che fanno sembrare l'Egitto di Mubarak una socialdemocrazia nordica, Ben Ali e Gheddafi innocui caudillos lievemente allergici alle istituzioni democratiche e Berlusconi, il papa buono. Popoli stremati da decenni di ingiustizie e soprusi, saranno gli attori di un conflitto la cui spietatezza sarà direttamente proporzionale al fatto di non avere nulla da perdere se non una vita che per il mondo non vale assolutamente niente.
Ogni pagina della storia africana gronda sangue. Passandola in rassegna non si può non essere colti da vertigine. Anche guardando al presente, o al recente passato si comprende rapidamente che almeno una decina di stati africani sono ancora saldamente nelle mani di criminali arroganti, avidi e senza scrupoli che hanno conti milionari in patria e all'estero, che tengono in pugno l'informazione e la giustizia. Sono accusati di brogli elettorali, repressione contro le forze d'opposizione, detenzione arbitraria di dissidenti, torture e omicidi di giornalisti, di politici, di comuni cittadini, di intere popolazioni. Per non parlare dello sperpero dei soldi dello Stato, della corruzione e dei clientelismi vari che contribuiscono ad arricchire la loro cerchia lasciando i propri cittadini senza assistenza medica, senza scuole, strade, ospedali.
In Sudan c'è Omar al-Bashir, all'attivo due guerre, una ventennale contro il sud che si è conclusa nel 2005, l'altra in Darfur, dove permane una catastrofe umanitaria che il governo sudanese continua a minimizzare. Poco distante c'è Isaias Afewerki, presidente dell'Eritrea, ultimo Paese in Africa per la libertà di stampa, noto per la sua antipatia verso i giornalisti critici del suo regime. In Ciad troviamo Idriss Deby, degno successore del sanguinario Hissene Habrè, di recente accusato di comprare armi con i soldi della Banca Mondiale donati per progetti di sviluppo. Sul versante atlantico, ci accoglie Maaouiya Ould Sid Ahmed Taya, che dal 1984 guida la Mauritania, dove ancora permane il problema della schiavitù e dei diritti umani. Più a sud, c'è Lansana Conte, che governa la Guinea con il pugno di ferro da più di due decenni, e nella Repubblica del Congo ci aspetta Denis Sasso-Nguesso, protagonista, alla fine degli anni Novanta, di una sanguinosa guerra civile durante la quale i miliziani a lui fedeli, riuniti in un gruppo armato chiamato Cobra, si sono macchiati di numerose atrocità contro la popolazione civile. Theodoro Obiang Nguema è presidente della Guinea Equatoriale dal 1979, anno in cui fece uccidere lo zio (il già citato Macías Nguema) e salì al potere, diventando uno dei più feroci despoti della storia contemporanea del continente africano. La Repubblica Centrafricana è nelle sapienti mani del generale golpista François Bozze, il minuscolo Swaziland è tiranneggiato dal giovane re Mswati III più preoccupato di scegliere giovani vergini e lussuose mercedes per la sua residenza che al fabbisogno della sua popolazione, poverissima e falcidiata dall'Aids. E come non ricordare Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe dal 1980: un curriculum di barbarie lungo un quarto di secolo (le ultime contro i latifondisti bianchi, whitefarmers, tanto efferate da scomodare Condoleezza Rice, che ebbe a definire lo Zimbabwe "uno degli avamposti della tirannia". Il Togo non se la passa tanto meglio: nel 2005 è morto Eyadema Gnassigbe, uno degli ultimi grandi oligarchi del panorama politico africano, per quasi quarant'anni leader incontrastato e assoluto. Alla sua morte il figlio si è autoproclamato presidente ma fortunatamente la rabbiosa reazione della comunità civile togolese e dalle istituzioni africane hanno scongiurato l'ennesimo coup d'etat e la nascita di una nuova casa regnante. Ma queste vittorie spesso sono fragili, e inficiate da un potere corrotto e implacabile che non ne vuole sapere di sparire. E per farlo sparire certo non basteranno, i mondiali, le vuvuzelas e il waka waka.
Secondo alcuni esperti, il rafforzamento delle istituzioni e delle società civili ha avviato l'Africa sulla strada della democratizzazione. Certo, vero è che dove più fondo è il buio, più brilla, miracolosa, la luce; ed è grazie a Nelson Mandela se il Sudafrica s'è liberato dall'apartheid (sulla sua quella strada si è avviato anche l'attuale presidente, Thabo Mbeki), però mi pare decisamente troppo presto per cantare vittoria. Forse è vero che l'era dei dinosauri della politica africana sta finendo, come sostengono alcuni autorevoli osservatori internazionali e studiosi di geografia politica, ma certo la loro estinzione è un'agonia che continuerà a mietere vittime: ci sono ancora troppi Paesi in mano a pazzi sanguinari: Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone, Liberia, Angola, e Burundi versano in condizioni allarmanti; le elezioni del 2008 in Zimbabwe hanno prodotto conflitti violenti e così è stato in Kenya l'anno prima.
Ora è il turno della Nigeria, un gigante uscito dal regime militare solo nel '99 che tra meno di due settimane è chiamato al voto. I morti durante questa campagna elettorale si contano già a decine. Addirittura forse anche peggio la situazione in Costa d'Avorio, dove l'esercito del neo-eletto presidente Ouattara, sta combattendo feroci battaglie in ogni città del Paese. Daloa, Belleville, Duekoue, San Pedro, sono funestate da scontri armati casa per casa e le esportazioni di cacao, prima risorsa nazionale, sono in grave pericolo. Fonti Onu riferiscono che Laurent Gbagbo, autoproclamatosi presidente unico, ha inviato le sue milizie a presidiare diversi villaggi e cittadine, ed avrebbe ordinato ai soldati di aprire il fuoco sulla folla anche nella piazza principale della capitale Abidijan, dove almeno 15 persone hanno perso la vita ed oltre un milione sono in fuga verso le frontiere, già attraversate da oltre centomila profughi. Il conto attuale dei morti pare si aggiri oltre le 500 persone da quando nell'ottobre 2010 è scoppiato il conflitto, in occasione delle elezioni. La Commissione Elettorale ha nominato Ouattara nuovo presidente con il 54,1% dei voti. Laurent Gbagbo ha rifiutato di lasciare il potere ed ha costretto la Corte Costituzionale ad invalidare un numero sufficiente di schede per decretare l'annullamento del suffragio elettorale. Inoltre, l'odio tribale è scattato quando i due presidente hanno organizzato due cerimonie di giuramento e di insediamento, ed hanno formato due governi. Secondo l'Onu, il legittimo presidente è Ouattara, tuttavia il Paese è preda di indicibili atrocità, ed è sull'orlo di una guerra civile dai prevedibili esiti disastrosi.
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martedì 5 aprile 2011
HAITI HA UN NUOVO PRESIDENTE
Secondo i risultati preliminari del Consiglio Elettorale di Haiti il popolare cantante Michel Martelly, cinquantenne amico del rapper haitiano-americano ed ex Fugees Wyclef Jean, è il nuovo presidente del paese caraibico con il 67% delle preferenze (circa 717mila voti). Il candidato del partito Risposta Contadina, conosciuto anche col nome d’arte di Sweet Micky, ha sconfitto al ballottaggio la costituzionalista ed ex first lady Mirlande Manigat (settantenne, del partito Unione dei Democratici Nazionali Progressisti) che ha ottenuto il 31% dei voti mentre l’affluenza alle urne è stata inferiore al 30%. Infatti su circa 4 milioni di aventi diritto, ha votato poco più di un milione di persone. Qualche centinaio di sostenitori di Martelly s’è riversato per le strade della capitale Porto Principe per manifestare soddisfazione e festeggiare la vittoria di un personaggio che ha saputo promuoversi come “la novità”, “il presidente del popolo”. In realtà era il più comodo e gestibile per Washington che controlla il gioco delle donazioni e dei fondi per la paventata e immobile “ricostruzione” post terremoto.
Il 28 novembre scorso s’era svolto il primo turno elettorale in mezzo a proteste e denunce di brogli. L’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), praticamente controllata dagli Stati Uniti, aveva raccomandato l’esclusione del candidato arrivato secondo dietro alla Manigat, Jude Celestin, in favore di Martelly. La decisione del Comitato Elettorale haitiano non tardò ad arrivare e Micky tornò in lizza in seguito alla “rinuncia” di Celestin, un candidato sostenuto dal governo uscente del presidente Renè Preval.
Evel Fanfan, esponente della società civile e presidente dell’associazione di avvocati per i diritti umani Aumohd a Porto Principe, ha espresso inquietudine e preoccupazione. “Dico solo che la società haitiana si trova sull’orlo del precipizio, sulla punta d’immoralità più pericolosa della sua storia – ha dichiarato commentando i risultati – e i bambini di Haiti chiederanno ai loro padri e madri dove si trovavano durante queste elezioni. Perché un uomo come Sweet Micky accede al potere come primo cittadino?”. Non si riferisce solo alla popolarità mediatica, alla scarsità di proposte concrete e al populismo che accompagnano il nuovo presidente ma anche alla sua presa carismatica sulle masse, sopratutto tra i giovani, che lo vedono come un idolo lontano dalla politica e dall’establishment tradizionale. Nulla di più falso.
Dopo l’esclusione della pop star Wyclef Jean dalla corsa alle presidenziali, decretata l’agosto scorso per la mancanza del requisito della residenza ad Haiti negli ultimi 5 anni, è subentrato il suo amico Michel, sostenuto dai gruppi conservatori legati agli interessi americani e canadesi che da sempre hanno trattato le isole dei Caraibi alla stregua di possedimenti d’oltremare. Dopo il terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto oltre 250mila vittime, un’epidemia di colera che s’è portata via più di 5000 persone e le grandi promesse disattese della comunità internazionale, per Haiti la vittoria di Martelly, che sarà dichiarato ufficialmente presidente il prossimo 16 aprile con la pubblicazione dei risultati definitivi, suscita più dubbi che speranze. Il partito di maggioranza Unité dell’attuale presidente Preval manterrà probabilmente la sua influenza in parlamento e quindi la prospettiva della coabitazione è concreta e rischia di generare instabilità. Lo Stato e i suoi palazzi vanno ancora ricostruiti e il pericolo di rifarli uguali a prima (o peggio) è oggi molto più forte.
Fabrizio Lorusso
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- VIDEO: Singer Martelly 'wins' Haiti poll (bbc.co.uk)
- Singer Michel Martelly 'wins' Haiti elections - BBC News (news.google.com)
- Haiti elects singer Michel Martelly new president (sfgate.com)
- Martelly Wins Haiti Presidency (newser.com)
- The election of 'Sweet Micky' marks another disaster for Haiti (thegrio.com)
- Martelly wins Haiti election with 67.57 percent: official (reuters.com)
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BRASILE, PRETE DIFENDE PROFILATTICO
Il Vaticano lo richiama in Italia
bambini e la campagna contro l'aids
San Paolo, 3 aprile 2011 - “Per me il preservativo non è un male minore. Fra i beni, il profilattico è il bene maggiore’’. Poche semplici parole, ripetute a più riprese e con ferma convinzione. E' quello che pensa padre Valeriano Paitoni, 61 anni e da 33 missionario in Brasile, dove assiste bambini e adolescenti contagiati dall’Aids.
Già in passato il Vaticano lo aveva ammonito, ma lui aveva continuato a difendere strenuamente l'uso del preservativo. A gennaio di quest'anno è arrivato l'annuncio della sua congregazione, l’ Istituto Missioni della Consolata: Padre Valeriano deve rientrare in Italia. Se il trasferimento sia dovuto alle posizioni del sacerdote, non è dato di sapere.
Fatto sta che, a seguito di questa decisione, è ora minacciata la continuità di tre strutture mantenute da Padre Valeriano, tutti asili per giovani contagiati dal virus Hiv. Come se non bastasse, anche l’arcidiocesi paulista, proprietaria di un edificio che ospita uno degli asili, la Casa Siloè, ha dato l’avviso di sfratto al sacerdote italiano.
Una catena di provvedimenti che non è passata inosservata. I fedeli della Chiesa Cattolica “Nossa Senhora de Fatima” di Imirim, un quartiere periferico di San Paolo, sono in rivolta: a loro, questa decisione proprio non va giù. Il sospetto che la causa dell'allontanamento di Padre Valeriano, siano le sue idee sul profilattico è forte fra i parrocchiani.
E l'interessato cosa ne pensa? “Non mi hanno fornito alcun motivo valido perché l’asilo venga trasferito in un altro immobile - si è lamentato padre Paitoni al quotidiano Folha de S.Paulo -. Se loro avessero altre finalità per quella sede sarei io il primo ad andarmene".
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Portal Aracagi
Olhar Jornalistico
Noticias Cristas
Periodista Digital
lunedì 4 aprile 2011
LE PIÙ POTENTI MAFIE AL MONDO
Con il termine "mafia" generalmente ci si riferisce ad associazioni criminali aventi lo scopo di controllare, gestire e preservare i profitti derivanti da traffici illetici. I traffici della mafia vanno dalle armi agli esseri umani, niente è tabù per le mafie di tutto il mondo.
Obiettivo della mafia è il monopolio delle attività criminali, siano esse locali o internazionali. Alcune mafie nascono e crescono all'interno di ben precisi confini nazionali, altre invece si estendono a tutto il pianeta, arrivando a profitti da capogiro in alcuni settori come il traffico di droga, o divenendo talmente potenti da diventare più influenti dei gruppi dirigenti mondiali.
Ecco un elenco delle mafie più influenti, almeno negli Stati Uniti, a livello internazionale e planetario.


Non sempre questi gruppi criminali sono organizzati tra di loro, anzi, molto spesso tendono a farsi concorrenza, o a scatenare vere e proprie guerre interne.
Si sa davvero poco sulle organizzazioni criminali albanesi, data la difficoltà nel riuscire a penetrarvi. Si sa per certo però che molti dei traffici illeciti che provengono dell' Est europeo passano per l' Albania, e sono diretti dalla mafia albanese o serba.

Un altro segno distintivo è una falange mancante dal dito mignolo, spesso offerta al boss del clan di appartenenza come segno di rispetto o gesto di scuse.
Ha circa 110.000 affiliati, appartenenti a 2.500 famiglie che gestiscono il traffico di prodotti illegali, pornografia, prostituzione ed immigrazione illegale.

L'organizzazione mafiosa cinese ha inizio nel XVIII° secolo con il nome di Tian Di Hui, che significa "Società del Cielo e della Terra". Tutto nasce dall' occupazione britannica, che favorisce le attività criminali delle società segrete cinese, che vennero definite "triadi".

I tre cartelli più importanti della mafia colombiana sono il Cartello di Cali, il Cartello di Medellin (paese natale di Pablo Escobar) e quello di Norte del Valle.
I cartelli mafiosi colombiani non si occupano solo di droga: sono stati anche coinvolti in rapimenti ed atti di terrorismo.

Le sue attività vanno dal racket della protezione al traffico di droga e di armi, fino alla mediazione del business criminale di diverse organizzazioni mafiose.
Gli appartenenti a questa mafia sono pochi se paragonati ad altre associazioni criminali, ma sono estremamente selezionati e fedeli al clan, e devono seguire severamente la "regola del silenzio". Chiunque sia "affiliato esterno" non sa mai cosa passi per la testa dei boss o degli affiliati più stretti.

Le sue attività sono principalmente traffico di droga e di armi, attività terroristiche, pornografia, frodi telematiche e traffico di organi.
La regola primaria è "non collaborare mai con la polizia". Se uno dei membri della mafia russa viene catturato, è facile che venga ucciso non appena rilasciato, visto il potenziale pericolo che rappresenta per l'organizzazione.
Oggi la 'Ndrangheta è considerata la più pericolosa organizzazione criminale in Italia, ma è anche una delle più potenti al mondo, con una diffusione della presenza anche all'estero (dal Canada ad altri paesi europei meta dell'emigrazione calabrese). Secondo il rapporto Eurispes 2008 ha un giro d'affari di 44 miliardi di euro. Fonte
Obiettivo della mafia è il monopolio delle attività criminali, siano esse locali o internazionali. Alcune mafie nascono e crescono all'interno di ben precisi confini nazionali, altre invece si estendono a tutto il pianeta, arrivando a profitti da capogiro in alcuni settori come il traffico di droga, o divenendo talmente potenti da diventare più influenti dei gruppi dirigenti mondiali.
Ecco un elenco delle mafie più influenti, almeno negli Stati Uniti, a livello internazionale e planetario.
10 - Mafia Giamaicana
Gli Yardies, immigrati giamaicani giunti nel Regno Unito negli anni '50 nella speranza di migliorare le loro condizioni di vita, sono un'associazione mafiosa che generalmente si riunisce in bande violente, compiendo atti di crimine organizzato come traffico di droga o omicidi. Non hanno mai provato ad infiltrarsi all'interno di organizzazioni di polizia, e dato che commettono frequentemente crimini che vedono coinvolte armi da fuoco sono spesso rintracciabili e perseguibili, vista la severità con cui vengono trattati i crimini violenti in Gran Bretagna.<><><><><><><><>
9 - Mafia Albanese
La mafia albanese è un insieme di organizzazioni criminali con sede in Albania, attive in Europa e negli Stati Uniti soprattutto nel commercio sessuale e nel traffico di droga. Sono tra le mafie più violente in assoluto, soprattutto se motivati da vendetta. Non sempre questi gruppi criminali sono organizzati tra di loro, anzi, molto spesso tendono a farsi concorrenza, o a scatenare vere e proprie guerre interne.
Si sa davvero poco sulle organizzazioni criminali albanesi, data la difficoltà nel riuscire a penetrarvi. Si sa per certo però che molti dei traffici illeciti che provengono dell' Est europeo passano per l' Albania, e sono diretti dalla mafia albanese o serba.
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8 - Mafia Serba
Diffusa anch'essa in Europa e Stati Uniti, la mafia serba è coinvolta in diverse attività illecite quali traffico di droga, omicidi a pagamento, racket, gioco d'azzardo e rapine. All'interno delle organizzazioni criminali che compongono la mafia serba ci sono tre clan più potenti: Vozdovac, Surcin e Zemun, sotto i quali si trovano organizzazioni più piccole, per un totale di circa 30-40 associazioni mafiose. La mafia serba è stata particolarmente attiva durante le guerre yugoslave, durante le quali ottenne l'appoggio governativo grazie ad una vasta campagna di corruzione.<><><><><><><><>
7 - Mafia Israeliana
Per quanto poco conosciuta rispetto alle altre mafie, la mafia israeliana ha il controllo del traffico di droga e della prostituzione in molti Paesi. E' nota per la sua spietatezza, non ci pensa due volte ad uccidere chiunque tenti di ostacolarla. Aiutata dalla mafia russa, quella israeliana è penetrata profondamente all'interno del tessuto politico americano, tanto che si fatica a sradicarla.<><><><><><><><>
6 - Mafia Messicana
E' una sorta di manovalanza mafiosa. Iniziata negli anni '50 all'interno delle carceri con lo scopo di proteggere gli affiliati, è uscita dalle prigioni per riversarsi nelle strade degli Stati Uniti, dove controlla in parte il traffico di droga. Negli U.S.A. ha circa 300.000 affiliati, spesso tatuati per riconoscersi tra le diverse gang di appartenenza.<><><><><><><><>
5 - Mafia Giapponese, Yakuza
Già affrontata in questo blog, la Yakuza è una delle mafie più sanguinarie ed antiche del mondo. Iniziata come organizzazione per il controllo del gioco d'azzardo nel Giappone del XVII° secolo, i suoi membri sono spesso caratterizzati da imponenti tatuaggi che ricoprono buona parte del corpo. Un altro segno distintivo è una falange mancante dal dito mignolo, spesso offerta al boss del clan di appartenenza come segno di rispetto o gesto di scuse.
Ha circa 110.000 affiliati, appartenenti a 2.500 famiglie che gestiscono il traffico di prodotti illegali, pornografia, prostituzione ed immigrazione illegale.
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4 - Mafia Cinese, le Triadi
E' di sicuro la mafia più potente d' Oriente, con sedi in cina, Malesia, Singapore, Hong Kong, Taiwan, e via dicendo. Molto attiva anche negli U.S.A., è generalmente coinvolta in furti, omicidi a pagamento, traffico di droga, pirateria ed estorsioni. L'organizzazione mafiosa cinese ha inizio nel XVIII° secolo con il nome di Tian Di Hui, che significa "Società del Cielo e della Terra". Tutto nasce dall' occupazione britannica, che favorisce le attività criminali delle società segrete cinese, che vennero definite "triadi".
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3 - Mafia Colombiana
Definito anche "Cartello della droga colombiano", è noto al mondo per il monopolio che detiene, da quasi un secolo ormai, sul traffico di droga, in particolare della cocaina, che trasportano in mezzo mondo attraverso i metodi più disparati, anche sommergibili. Opera in tutto il mondo, grazie anche a profonde infiltrazioni nella politica di alcuni Paesi corrotti. I tre cartelli più importanti della mafia colombiana sono il Cartello di Cali, il Cartello di Medellin (paese natale di Pablo Escobar) e quello di Norte del Valle.
I cartelli mafiosi colombiani non si occupano solo di droga: sono stati anche coinvolti in rapimenti ed atti di terrorismo.
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2 - Mafia siciliana in America
La versione americana di Cosa Nostra è relativamente recente: inizia nella metà del secolo scorso, e si caratterizza subito per la sua abilità di progettare attività criminali ad ampio respiro, senza tuttavia lasciare tracce del suo coinvolgimento. Le sue attività vanno dal racket della protezione al traffico di droga e di armi, fino alla mediazione del business criminale di diverse organizzazioni mafiose.
Gli appartenenti a questa mafia sono pochi se paragonati ad altre associazioni criminali, ma sono estremamente selezionati e fedeli al clan, e devono seguire severamente la "regola del silenzio". Chiunque sia "affiliato esterno" non sa mai cosa passi per la testa dei boss o degli affiliati più stretti.
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1 - Mafia Russa
Nata durante l' Unione Sovietica, ha contatti in tutto il mondo, con un'influenza che non ha pari a livello globale. Gli affiliati vanno dai 100.000 ai 500.000, a livello planetario. Le sue attività sono principalmente traffico di droga e di armi, attività terroristiche, pornografia, frodi telematiche e traffico di organi.
La regola primaria è "non collaborare mai con la polizia". Se uno dei membri della mafia russa viene catturato, è facile che venga ucciso non appena rilasciato, visto il potenziale pericolo che rappresenta per l'organizzazione.
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PRIMATO: 'NDRANGHETA
La ’ndrangheta è ormai più potente e pericolosa di mafia e camorra. È radicata e diffusa nel territorio, dalla Calabria alla Lombardia. Gode della fiducia della criminalità di altri Paesi. Ha costruito il suo impero con i sequestri, si procura il cash con l’usura, investe cifre enormi nel commercio della droga. Fa ormai così parte del tessuto sociale che sembra impossibile sconfiggerla. Oggi la 'Ndrangheta è considerata la più pericolosa organizzazione criminale in Italia, ma è anche una delle più potenti al mondo, con una diffusione della presenza anche all'estero (dal Canada ad altri paesi europei meta dell'emigrazione calabrese). Secondo il rapporto Eurispes 2008 ha un giro d'affari di 44 miliardi di euro. Fonte
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