mercoledì 28 settembre 2011

MESSICO:DALLO ZAPATISMO ALLA BARBARIE (PARTE 1)

clip_image001

3 decenni di ultraliberismo sfociano nel dilagante strapotere criminale della narcoeconomia


   1.
   Sarebbe molto lungo un discorso sulla giustizia, che si può tranquillamente affermare non esista in nessun luogo al mondo. Quello che però impressiona in Messico è l’assoluto arbitrio.
  Secondo le statistiche, l’80% dei detenuti sono innocenti e il 90% dei delitti rimangono impuniti. La corruzione dei giudici e della polizia è generalizzata. Un discorso a parte meritano gli “judiciales”, un corpo di pubblica sicurezza che agisce in borghese, muovendosi a bordo di macchine senza targa, e che terrorizza la popolazione. All’occorrenza, sono quasi sempre loro a trovare il capro espiatorio necessario.

   La gente, quando si sente in pericolo e può farlo, ricorre all’“amparo”, vale a dire una forma giuridica per cui non può essere perseguita legalmente, essendo appunto “amparata”. Si tratta di una specie di “arimortis”, che non mette però al
riparo dagli “judiciales”, usi al sequestro e all’assassinio.
   Un caso emblematico di come funziona l’ingiustizia in Messico è quello di
Florence Cassez. Questa poveretta è stata accusata di essere a capo di una banda
di sequestratori. Riconosciuta colpevole di tre rapimenti, viene condannata dap-
prima a 90 anni. Poi, le autorità si accorgono che all’epoca di uno dei rapimenti
era in Francia e la pena viene quindi ridotta a 60 anni. 
In un momento in cui i sequestri erano all’ordine del giorno, era importantissimo trovare un colpevole. Florence, giovane, bella e, soprattutto, francese, era il capro espiatorio perfetto,
soddisfacendo i più squallidi sentimenti antistranieri (la Francia colonizzò il
Messico all’epoca di Massimiliano e Carlotta). Il suo arresto e la spettacolare
liberazione degli ostaggi furono trasmessi dalla televisione in diretta, ma era tut-
to una messinscena: Florence era infatti stata arrestata, altrove, il giorno prece-
dente. 
Questo falso reality-show, condotto sotto la direzione di García Luna, il
sinistro capo dell’AFI (Agenzia Federale d’Investigazione), e trasmesso di pri-
ma mattina, già di per sé inficerebbe la condanna inflitta a Florence. Da allora
(dicembre 2005), la poveretta è in prigione, mentre Sarkozy ne fa un battage
pubblicitario in vista della sua rielezione e, addirittura, arriva a dedicarle l’anno
dell’amicizia franco-messicana, il 2011, col risultato che le celebrazioni sono
cancellate e la situazione per Florence peggiora.
   Genaro García Luna è senz’altro uno dei principali artefici della politica d’in-
sicurezza in Messico. In un Paese che in quattro anni ha visto 40.000 morti nella
lotta “anti-narcos”, costui arriva a dichiarare che i primi risultati di questa guer-
ra si vedranno solo nel 2015, promettendo quindi altri quattro anni di lutti.
2.
   Il 1o gennaio 1994, data dell’entrata in vigore dell’Accordo Nordamericano
per il Libero Scambio (NAFTA), che significava la svendita del Messico al po-
tente vicino settentrionale, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale si sol-
levò. Quel giorno una luce illuminò il mondo. Di colpo, il Chiapas, Stato con
una forte componente indigena, venne conosciuto ovunque, così come il sub-
comandante Marcos, con il passamontagna e la pipa. È da riconoscere a Marcos
il merito di avere attirato l’attenzione del mondo sulla condizione degli indios
messicani e anche di avere inaugurato una stagione di lotte caratterizzate dalla
non-violenza e dalla volontà di raggiungere degli obiettivi senza cercare la presa
del potere, distinguendosi in ciò dalle numerose guerriglie latino-americane pre-
cedenti.
   Mentre si estendevano in tutto il Messico le lotte sociali, la figura di Marcos a
poco a poco, però, si ingessava nel personaggio del subcomandante. Dopo i
primi manifesti di eccezionale vigore, lo scrittore Marcos, ottimo scrittore indi-
scutibilmente, prendeva il sopravvento.
   Quando scoppiò la rivolta di Oaxaca, e poi quella che fu chiamata la Comune
di Oaxaca, si formò un comitato, la APPO (Asamblea Popular de lo Pueblos de
Oaxaca), che diresse le lotte, senza un leader carismatico e nel solco dell’auto-
gestione. (Questa tradizione, particolarmente radicata in Messico, si ricollega da
una parte all’esperienza indigena e dall’altra alle origini del movimento operaio
di questo Paese, origini segnate da una forte influenza dell’anarchismo.) Nono-
stante la durissima repressione operata da Ulysses Ruiz, governatore dello Stato
di Oaxaca, l’autonomia della città durò per circa sei mesi, fino alla fine del
2006, quando fu insediato il nuovo presidente della repubblica.
   Fu allora che Marcos, rimasto abbastanza silenzioso nei mesi precedenti, ri-
acquistò la prima pagina dei giornali organizzando, durante la campagna per
l’elezione del nuovo presidente, “la otra campaña”. Muovendosi per tutto il
Messico, scortato dalla polizia, sostenne che tutti i candidati erano corrotti e che
la gente doveva prendere il suo destino nelle proprie mani, senza bisogno di
caudillos. Un discorso tanto giusto quanto generico, che non teneva conto di chi
erano i candidati in lizza.
   Uno era Madrazo (in messicano “cazzotto”), del Partito Rivoluzionario Istitu-
zionale, che da una parte avrebbe duramente colpito gli attivisti sociali e dall’al-
tra si sarebbe mosso in accordo con i cartelli della droga, secondo la tradizione
del suo partito; un altro candidato era Felipe Calderón, detto Fecal, dalle prime
sillabe di nome e cognome, rappresentante dell’ala destra del partito di destra
Azione Nazionale, neoliberista; infine c’era Andrés Manuel López Obrador
(AMLO, dalle iniziali), ex sindaco di Città del Messico, del Partito della Rivo-
luzione Democratica, osteggiato da tutti i potentati finanziari del Paese, tanto da
essere definito “un peligro para México” dalle televisioni, in quanto fautore di
una politica abbastanza simile a quella di Lula in Brasile (sviluppo del mercato
interno, sostegno ai poveri, revisione del NAFTA). Considerando i tre candidati
alla stessa stregua, Marcos, a mio avviso, fece un errore strategico.
   3.
   Il Messico è un Paese tradizionalmente violento e dove la gente ride di tutto,
“hasta de la muerte” (perfino della morte). Le culture preispaniche erano violen-
te, basti pensare ai sacrifici umani praticati dai Mexicas (cioè gli Aztechi) e an-
che dai Maya dopo l’arrivo del mitico Kukulcan. I sacerdoti strappavano il cuo-
re ai sacrificati e il sangue scorreva lungo le piramidi. Gli spagnoli, portatori del
cristianesimo, erano peggio. È famosa la frase di Oviedo nella sua Storia delle
Indie del 1555 in cui spiega che quando si taglia la testa a un indio bisogna fare
attenzione perché, avendola molto dura, si può rompere la spada. Passando a
tempi più recenti, vale la pena di ricordare una battuta che circolava dopo l’11
settembre: “Sapete perché un hamburger assomiglia alle Torri Gemelle? Perché
dentro c’è carne trita”. Humour (nero), violenza e sangue. Quella messicana è
una società machista, nel senso che molti valori dichiarati hanno a che vedere
con il coraggio e il disprezzo per la paura della morte. “La vida no vale nada”.
   Questa esasperazione dell’idea di virilità ha, come spesso accade, il suo rove-
scio della medaglia. L’omosessualità, sia maschile che femminile, in Messico è
molto diffusa. Però, mentre l’omosessualità femminile è tollerata e spesso accet-
tata, al punto che il pueblo di Tepoztlán è soprannominato Lesboztlán, quella
maschile non è ammessa ed è perciò quasi sempre nascosta dietro una famiglia.
Un’osservazione a proposito del linguaggio, da cui traspare questa esaltazione
del ruolo maschile. Per dire che una cosa è bella: “que padre”; bellissima: “pa-
drissimo” o “de poca madre”. Rimane però l’importanza del ruolo femminile
nella struttura familiare testimoniata dall’appellativo “mi jefa” (la mia capa),
usato di sovente dai figli nei confronti della madre. I rapporti tra marito e mo-
glie o tra uomo e donna sono spesso violenti.
   Il Messico è uno dei Paesi al mondo dove è più diffusa la violenza carnale, a
volte terminando tragicamente con l’uccisione della donna. Esiste un reato spe-
cifico denominato “feminicidio”. È tristemente famoso il caso di Ciudad Juárez,
nello Stato di Chihuahua, dove in pochi anni centinaia di donne sono state vio-
lentate e uccise, ma l’Estado de México non è da meno. Secondo le organizza-
zioni di difesa dei diritti civili, con l’attuale amministrazione i casi di “feminici-
dio” sarebbero già 950. In molti casi gli autori riconosciuti di questi delitti sono
poliziotti o militari e le ONG accusano il governo di essere spesso complice.
   Inoltre, la violenza carnale viene usata ormai sistematicamente contro le lotte
sociali. In Atenco molte donne furono violentate dalla polizia dopo l’arresto e,
in quel caso, ci fu parità di diritti: anche molti degli uomini arrestati subirono la
stessa sorte.
   4.
   Il Messico è sempre stato produttore di marijuana, talmente diffusa che persi-
no la canzone della Cucaracha vi fa riferimento (La cucaracha, la cucaracha, ja
no puede caminar porque no tiene, porque le falta marijuana que fumar...). In
tempi più recenti è diventato anche produttore di oppio. Tutto cambia quando,
con il successo della cocaina, grandi quantitativi di questa droga attraversano il
Messico per essere consumati negli Stati Uniti. È una situazione paragonabile a
quando la mafia siciliana iniziò il commercio dell’eroina. I trafficanti muovono
grandi somme di denaro. Dapprima la strada è quella più breve: dalla Colombia,
via Caraibi, la coca arriva in Yucatán e da lì in Florida. Però, presto, le rotte si
diversificano e si formano così, a seconda delle regioni, vari cartelli di narco-
trafficanti. Il Messico stesso inizia a consumare cocaina anche se, certo, in mi-
sura non paragonabile agli Stati Uniti, che restano il miglior mercato al mondo.
   I narcos, ovviamente, non si limitano al solo traffico di stupefacenti e presto
la loro attività abbraccia tutto quello che c’è di illegale, dalla prostituzione al
gioco d’azzardo e, soprattutto, l’acquisto di armi dagli USA e il passaggio dei
clandestini dal Messico al potente vicino del Nord. Il valico del confine è ri-
schioso e ogni anno sono centinaia i disgraziati che muoiono sia di sete e di
stenti, nel deserto che separa i due Stati, sia uccisi direttamente dalla polizia di
frontiera statunitense.
   5.
   In questa situazione, l’arrivo al potere di Felipe Calderón marca un cambio
deciso. Come già nel 1988 nel caso di Carlos Salinas de Gortari, la vittoria di
Felipe Calderón puzza di brogli elettorali. Però, a differenza dello sconfitto di
allora, López Obrador non accetta la truffa e si proclama presidente legittimo
del Messico. Mentre a Oaxaca continua la rivolta contro il governatore Ulysses
Ruiz, a Città del Messico le manifestazioni di ripudio all’usurpatore si susse-
guono portando in piazza decine di migliaia di persone. Tra l’estate, quando si
svolgono le votazioni, e l’anno nuovo, quando Calderón assume la presidenza, il
potere cerca di guadagnare tempo, confidando nella stanchezza dei manifestanti
e in una repressione selettiva.
   A Oaxaca viene assassinato Brad Will, un collaboratore statunitense di In-
dymedia, e dell’omicidio vengono falsamente accusati i rivoltosi. L’uccisione di
un giornalista straniero è un fatto eccezionale, perché abitualmente sono quelli
messicani a morire ammazzati e in gran numero (basti pensare che dopo la Rus-
sia il Messico detiene il record di giornalisti uccisi). La provocazione dà il via a
una repressione tremenda, con violentissimi scontri di piazza, rapimenti di atti-
visti sociali (molti della APPO), che scompaiono nel nulla, e sistematiche vio-
lenze sessuali su uomini e donne arrestati.
   Con l’anno nuovo, Fecal assume la presidenza della repubblica dichiarando
“la guerra al narcotraffico”.
   6.
   Dopo quarant’anni di fallimenti nella della “guerra alla droga”, lanciata per
primo da Nixon nel giugno 1971, è ormai evidente che la maniera più efficace
per ridurre drasticamente il potere dei narcotrafficanti consiste nella fine del
proibizionismo. Ostinandosi a prescindere da questa sensata prospettiva, per
combattere i cartelli della droga ci vorrebbero comunque una polizia e un eser-
cito integri o almeno non troppo corrotti. Invece in un Paese come il Messico in
cui si dà una continua osmosi tra criminalità e servizi di sicurezza, ristabilire la
legalità diventa molto difficile. Inoltre anche l’apparato giudiziario è fortemente
inquinato, e lo stesso dicasi per gli avvocati, tra i quali la corruzione è diffusis-
sima. Infine c’è da sottolineare che queste organizzazioni, oltre a essere infiltrate
negli apparati di sicurezza dello Stato, sono assai radicate nel territorio, dispon-
gono di ingenti mezzi finanziari e possono mettere in campo una grande potenza
di fuoco. Perciò la guerra di Calderón inizia nelle peggiori condizioni.
   C’è una storiella che indica come questa strategia fosse destinata al fallimen-
to. Al momento del suo insediamento, il nuovo zar antidroga chiede ai suoi col-
laboratori: di quanti soldi disponiamo? Gli viene risposto: di 500 milioni di dol-
lari. Bene! E il narco di quanto dispone? Nessuno risponde. Dietro sua insisten-
za, si sente infine una vocina: infinito... Al di là dell’aneddoto, il traffico di stu-
pefacenti è calcolato in circa 60 miliardi di dollari all’anno. A dichiararlo è
García Luna, diventato nel frattempo responsabile della Sicurezza Pubblica Fe-
derale dopo lo scioglimento dell’AFI. (Lo stesso García Luna, peraltro, è sotto
osservazione da parte della DEA statunitense per presunti legami con il narco-
traffico.)
   Una delle prime misure di Calderón è stata quella di concedere aumenti sala-
riali all’esercito, per assicurarsene la fedeltà; successivamente una nuova legge
avrebbe permesso alla polizia di perquisire le case anche senza mandato. Nel
giro di poco tempo, le uccisioni tra i narcos aumentano, come anche quelle di
sindaci, funzionari e poliziotti. È una escalation impressionante nel numero e
nelle modalità, perché i corpi senza vita delle vittime di faide tra le varie orga-
nizzazioni mafiose, sempre più spesso, vengono ritrovati mutilati. Corpi senza
testa, che non vanno però sui network televisivi mondiali, a differenza di quelli
decapitati in Iraq.   (continua)
Antonio Frillici

martedì 27 settembre 2011

IL NOSTRO FUTURO PURGATORIO

clip_image001
Date oro della riserva nazionale al racket finanziario internazionale

Bifo looponline
“L’operaio tedesco non vuol pagare il conto del pescatore greco.” dicono i pasdaran dell’integralismo economicista. Mettendo lavoratori contro lavoratori la classe dirigente finanziaria ha portato l’Europa sull’orlo della guerra civile.  Le dimissioni di Stark segnano un punto di svolta: un alto funzionario dello stato tedesco alimenta l’idea (falsa) che i laboriosi nordici stiano sostenendo i pigri mediterranei, mentre la verità è che le banche hanno favorito l’indebitamento per sostenere le esportazioni tedesche. Per spostare risorse e reddito dalla società verso le casse del grande capitale, gli ideologi neoliberisti hanno ripetuto un milione di volte una serie di panzane, che grazie al bombardamento mediatico e alla subalternità culturale della sinistra sono diventati luoghi comuni, ovvietà indiscutibili, anche se sono pure e semplici contraffazioni.
Elenchiamo alcune di queste manipolazioni che sono l’alfa e l’omega dell’ideologia che ha portato il mondo e l’Europa alla catastrofe:
Prima manipolazione:
riducendo le tasse ai possessori di grandi capitali si favorisce l’occupazione. Perché? Non l’ha mai capito nessuno. I possessori di grandi capitali non investono quando lo stato si astiene dall’intaccare i loro patrimoni, ma solo quando pensano di poter far fruttare i loro soldi. Perciò lo stato dovrebbe tassare progressivamente i ricchi per poter investire risorse e creare occupazione. La curva di Laffer che sta alla base della Reaganomics è una patacca trasformata in fondamento indiscutibile dell’azione legislativa della destra come della sinistra negli ultimi tre decenni.
Seconda manipolazione:
prolungando il tempo di lavoro degli anziani, posponendo l’età della pensione si favorisce l’occupazione giovanile. Si tratta di un’affermazione evidentemente assurda. Se un lavoratore va in pensione si libera un posto che può essere
occupato da un giovane, no? E se invece l’anziano lavoratore è costretto a lavorare cinque sei sette anni di più di quello che era scritto nel suo contratto di assunzione, i giovani non potranno avere i posti di lavoro che restano occupati. Non è evidente? Eppure le politiche della destra come della sinistra da tre decenni a questa parte sono fondate sul misterioso principio che bisogna far lavorare di più gli anziani per favorire l’occupazione giovanile. Risultato effettivo: i detentori di capitale, che dovrebbero pagare una pensione al vecchietto e un salario al giovane assunto, pagano invece solo un salario allo stanco non pensionato, e ricattano il giovane disoccupato costringendolo ad accettare ogni condizione di precariato.
Terza manipolazione:
Occorre privatizzare la scuola e i servizi sociali per migliorarne la qualità grazie alla concorrenza. L’esperienza trentennale mostra che la privatizzazione comporta un peggioramento della qualità perché lo scopo del servizio non è più soddisfare un bisogno pubblico ma aumentare il profitto privato. E quando le cose cominciano a funzionare male, come spesso accade, allora le perdite si socializzano perché non si può rinunciare a quel servizio, mentre i profitti continuano a essere privati.
Quarta manipolazione:
I salari sono troppo alti, abbiamo vissuto al disopra dei nostri mezzi dobbiamo stringere la cinghia per essere competitivi. Negli ultimi decenni il valore reale dei salari si è ridotto drasticamente, mentre i profitti si sono dovunque ingigantiti. Riducendo i salari degli operai occidentali grazie alla minaccia di trasferire il lavoro nei paesi di nuova industrializzazione dove il costo del lavoro era e rimane a livelli schiavistici, il capitale ha ridotto la capacità di spesa. Perché la gente possa comprare le merci che altrimenti rimangono invendute, si è allora favorito l’indebitamento in tutte le sue forme. Questo ha indotto dipendenza culturale e politica negli attori sociali (il debito agisce nella sfera dell’inconscio collettivo come colpa da espiare), e al tempo stesso ha fragilizzato il sistema esponendolo come ora vediamo al collasso provocato dall’esplodere della bolla.
Quinta manipolazione:
l’inflazione è il pericolo principale, al punto che la Banca centrale europea ha un unico obiettivo dichiarato nel suo statuto, quello di contrastare l’inflazione costi quel che costi.
Cos’è l’inflazione? E’ una riduzione del valore del denaro o piuttosto un aumento dei prezzi delle merci. E’ chiaro che l’inflazione può diventare pericolosa per la società, ma si possono creare dei dispositivi di compensazione (come era la scala mobile che in Italia venne cancellata nel 1984, all’inizio della gloriosa “riforma” neoliberista). Il vero pericolo per la società è la deflazione, strettamente collegata alla recessione, riduzione della potenza produttiva della macchina collettiva. Ma chi detiene grandi capitali, piuttosto che vederne ridotto il valore dall’inflazione, preferisce mettere alla fame l’intera società, come sta accadendo adesso. La Banca europea preferisce provocare recessione, miseria, disoccupazione, impoverimento, barbarie, violenza, piuttosto che rinunciare ai criteri restrittivi di Maastricht, stampare moneta, dando così fiato all’economia sociale, e cominciando a ridistribuire ricchezza. Per creare l’artificiale terrore dell’inflazione si agita lo spettro (comprensibilmente temuto dai tedeschi) degli anni ’20 in Germania, come se causa del nazismo fosse stata l’inflazione, e non la
gestione che dell’inflazione fece il grande capitale tedesco e internazionale.
Ora tutto sta crollando, è chiaro come il sole. Le misure che la classe finanziaria sta imponendo agli stati europei sono il contrario di una soluzione: sono un fattore di moltiplicazione del disastro. Il salvataggio finanziario viene infatti accompagnato da misure che colpiscono il salario (riducendo la domanda futura), e colpiscono gli investimenti nella istruzione e nella ricerca (riducendo la capacità produttiva futura), quindi immediatamente inducono recessione. La Grecia ormai lo dimostra. Il salvataggio europeo ne ha distrutto le capacità produttive, privatizzato le strutture pubbliche demoralizzato la popolazione. Il prodotto interno lordo è diminuito del 7% e non smette di crollare. I prestiti vengono erogati con interessi talmente alti che anno dopo anno la Grecia sprofonda sempre più nel debito, nella colpa, nella miseria e nell’odio antieuropeo. La cura greca viene ora estesa al Portogallo, alla Spagna, all’Irlanda, all’Italia. Il suo unico effetto è quello di provocare uno spostamento di risorse dalla società di questi paesi verso la classe finanziaria. L’austerità non serve affatto a ridurre il debito, al contrario, provoca deflazione, riduce la massa di ricchezza prodotta e di conseguenza provocherà un ulteriore indebitamento, fin quando l’intero castello crollerà.
A questo i movimenti debbono essere preparati. La rivolta serpeggia nelle città europee. In qualche momento, nel corso dell’ultimo anno, ha preso forma in modo visibile, dal 14 dicembre di Roma Atene e Londra, all’acampada del maggio-giugno di Spagna, fino alle quattro notti di rabbia dei sobborghi d’Inghilterra. E’ chiaro che nei prossimi mesi l’insurrezione è destinata a espandersi, a proliferare. Non sarà un’avventura felice, non sarà un processo lineare di emancipazione sociale. La società dei paesi è stata disgregata, fragilizzata, frammentata da trent’anni di precarizzazione, di competizione selvaggia nel campo del lavoro, e da trent’anni di avvelenamento psicosferico prodotto dalle mafie mediatiche, gestite da criminali come Berlusconi e Murdoch.
L’insurrezione che viene sarà un processo non sempre allegro, spesso venato da fenomeni di razzismo, di violenza autolesionista. Questo è l’effetto della desolidarizzazione che il neoliberismo e la politica criminale della sinistra hanno prodotto nell’esercito proliferante e frammentato del lavoro. Nei prossimi cinque anni possiamo attenderci un diffondersi di fenomeni di guerra civile interetnica, come già si è intravisto nei fumi della rivolta inglese, ad esempio negli episodi violenti di Birmingham. Nessuno potrà evitarlo, e nessuno potrà dirigere quell’insurrezione, che sarà un caotico riattivarsi delle energie del corpo della società europea troppo a lungo compresso, frammentato e decerebrato. Il compito che i movimenti debbono svolgere non è provocare l’insurrezione, dato che questa seguirà una dinamica spontanea e ingovernabile, ma creare (dentro l’insurrezione o piuttosto accanto, in parallelo) le strutture conoscitive, didattiche, esistenziali, psicoterapeutiche, estetiche, tecnologiche e produttive che potranno dare senso e autonomia a un processo in larga parte insensato e reattivo. Nell’insurrezione ma anche fuori di essa dovrà crescere il movimento di reinvenzione d’Europa, ponendosi come primo obiettivo l’abbattimento dell’Europa di Maastricht, il disconoscimento del debito e delle regole che l’hanno generato e lo alimentano, e lavorando alla creazione di luoghi di bellezza e di intelligenza, di sperimentazione tecnica e politica. La caduta d’Europa (inevitabile) non sarà un fatto da salutare con gioia, perché aprirà la porta a
processi di violenza nazionalista e razzista. Ma l’Europa di Maastricht non può essere difesa. Compito del movimento sarà proprio riarticolare un discorso europeo basato sulla solidarietà sociale, sull’egualitarismo, sulla riduzione del tempo di lavoro, sulla redistribuzione della ricchezza, sull’esproprio dei grandi capitali, sulla cancellazione del debito, e sulla nozione di sconfinamento, di superamento della territorialità della politica. Abolire Maastricht, abolire Schengen, per ripensare l’Europa come forma futura dell’internazionale, dell’uguaglianza e della libertà (dagli stati, dai padroni e dai dogmi).
E’ probabile che il prossimo passaggio dell’insurrezione europea abbia come scenario l’Italia. Mentre Berlusconi ci ipnotizza con i suoi funambolismi da vecchio mafioso, eccitando l’indignazione legalitaria, Napolitano ci frega il portafoglio. La divisione del lavoro è perfetta. Gli indignati d’Italia credono che basti ristabilire la legalità perché le cose si rimettano a funzionare decentemente, e credono che i diktat europei siano la soluzione per le malefatte della casta mafiosa italiana. Dopo trent’anni di Minzolini e Ferrara non ci dobbiamo meravigliare che si possa credere a favole di questo genere.  Il Purgatorio che ci aspetta è invece più complicato e lungo.
Dovremo forse passare attraverso un’insurrezione legalitaria che porterà al disastro di un governo della Banca centrale europea impersonato da un banchiere o da un confindustriale osannato dai legalitari. Sarà quel governo a distruggere definitivamente la società italiana, e i prossimi anni italiani saranno peggiori dei venti che abbiamo alle spalle. E’ meglio saperlo. Ed è anche meglio sapere che una soluzione al problema italiano non si trova in Italia, ma forse (e sottolineo forse) si troverà nell’insurrezione europea.
> looponline

lunedì 26 settembre 2011

QUANDO DIO CREÒ...

SI SI

Quando Dio creò l'amore non ci ha aiutato molto
quando Dio creò i cani non ha aiutato molto i cani
quando Dio creò le piante fu una cosa nella norma
quando Dio creò l'odio ci ha dato una normale cosa utile
quando Dio creò Me creò Me
quando Dio creò la scimmia stava dormendo
quando creò la giraffa era ubriaco
quando creò i narcotici era su di giri
e quando creò il suicidio era a terra
Quando creò te distesa a letto
sapeva cosa stava facendo
era ubriaco e su di giri
e creò le montagne e il mare e il fuoco
allo stesso tempo
Ha fatto qualche errore
ma quando creò te distesa a letto
fece tutto il Suo Sacro Universo.
Charles Bukowski

mercoledì 21 settembre 2011

MIGRANTI RECLUSI: QUANDO LA PRIGIONE DIVENTA MANICOMIO

clip_image002Foto Flickr su licenza CC

“Vogliamo sottolineare che la situazione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa è totalmente inaccettabile. Per quanto riguarda le condizioni dei pazienti detenuti e le procedure seguite nella loro contenzione fisica, abbiamo osservato trattamenti inumani e degradanti”.
Purtroppo sì. È questa la cruda realtà degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia. Una verità sconcertante, accertata nel settembre 2008 e debitamente documentata nellaRelazione del Comitato di Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, rivelata in seguito al sopralluogo effettuato nell’OPG di Aversa (NA). Il Comitato ha accertato che si tratta di tortura!
Nulla di nuovo. Le istituzioni nazionali erano in realtà al corrente da tempo della gravità della situazione. In data 1 aprile 2008 veniva emanato, al fine di regolamentare la materia, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri entrato in vigore il 14 giugno 2008, che sanciva il passaggio dellafunzione sanitaria in tutti gli Istituti Penitenziari (adulti, minori e OPG) dal Ministero della Giustizia a quello della Salute. Ed è proprio questo il nodo fondamentale dell’intera vicenda. Il riconoscimento normativo come luogo di cura, e non come centro di detenzione. Ma a  distanza di tre anni dall’emanazione del decreto, la normativa vigente è rimasta completamente inattuata.


clip_image004Foto Flickr su licenza CC

“Le condizioni igienico-sanitarie, organizzative e clinico – psichiatriche degli OPG risultanogravi e inaccettabili e presentano un assetto strutturale assimilabile al carcere o all’istituzione manicomiale”.
È questo il risultato della Relazione della Commissione di inchiesta del Senato della Repubblica presieduta dall’onorevole Ignazio Marino. Una delegazione della Commissione ha avuto accesso, senza alcun preavviso, presso i sei OPG distribuiti su tutto il territorio nazionale, rilevando la palese inadeguatezza dell’approccio terapeutico utilizzato e  la cronica carenza di personale. Mancano gli infermieri ed ogni ospite ha in media trenta minuti al mese di colloquio con lo psichiatra. Praticamente, un lasso di tempo ininfluente per aspirare a un benché minimo segnale di miglioramento psichico.
Gli ospiti di questi “centri di detenzione”, autori nel 30% – 40% dei casi di piccoli reati, soffrono oltremodo per gli errori del passato. A causa della loro infermità mentale non possono essere ospitati nelle ordinarie strutture carcerarie, dovendo pertanto scontare l’alternativa misura di sicurezza presso gli OPG. A differenza della pena carceraria (commisurata alla gravità del reato), la misura di sicurezza è prorogabile, di norma, di sei mesi in sei mesi. Alla scadenza della stessa il Giudice valuta la pericolosità sociale del soggetto. E nella maggior parte dei casi, la cronica carenza di strutture intermedie o di reparti specializzati al trattamento della malattia mentale scatena un sistema vizioso di proroghe sistematiche, svincolate dallo stesso concetto, quanto mai dilazionato, di pericolosità sociale. E l’assenza di un adeguato percorso terapeutico all’interno della struttura limitadrasticamente le possibilità di reinserimento sociale, con evidente violazione della “funzione rieducativa della pena” prevista  dell’art. 27 Cost. Si compie in tal modo, con estrema crudeltà, la condanna all’ergastolo bianco!
A pagare il prezzo più alto per questo esasperato ricorso alle misure di sicurezza sono sempre più spesso cittadini stranieri extracomunitari, i deboli tra i deboli, nei confronti dei quali non viene garantito l’accesso ai diritti previsto per i cittadini italiani. Alla base di questa discriminazione vi sono certamente scelte di politica di repressione e di “gestione discrezionale” del fenomeno dell’immigrazione, senza dimenticare quella strutturale incapacità istituzionale di predisporre un equo sistema di tutela dei diritti fondamentali di ogni individuo. Una volta entrati in contatto con quest’atroce realtà, i migranti reclusi sono costretti a subire una serie interminabile di soprusi e discriminazioni. Innanzitutto perché il loro diritto alla difesa incontra numerosi ostacoli formali e sostanziali (in primis per chi vive in Italia come immigrato irregolare), senza trascurare le evidenti difficoltà linguistiche, di comunicazione e di scarsa conoscenza del sistema giuridico italiano, oltre all’impossibilità di attivare, a causa delle insufficienti risorse economiche, quei meccanismi di tutela previsti in caso di evidenti errori giudiziari.
La stessa Commissione di inchiesta del Senato ha accertato, in seguito a perizie psichiatriche, che tra i 1500 ospiti presenti nei sei OPG ben 376 sarebbero soggetti non pericolosi, quindi “dismissibili” e trasferibili in case–famiglia o Dipartimenti di salute mentale.
La situazione, purtroppo, allo stato attuale, non presenta novità significative. Questi centri, autentici “contenitori di follia”, sono una vera e propria discarica sociale, un posto in cui rinchiudere i dimenticati. Stanze sovraffollate, condizioni igienico-sanitarie disumane, uso sconsiderato di psicofarmaci, letti di contenzione sui quali legare per giorni e giorni, nudi e senza assistenza, gli ospiti più esagitati del centro. A vigilare, nessun infermiere, nessun medico, soltanto le guardie carcerarie.
Nonostante siano trascorsi oltre trent’anni dalla storica “Legge Basaglia” che sanciva la chiusura dei manicomi e la contestuale regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio, il superamento della logica manicomiale è ancora lontano dalla piena ed effettiva attuazione.  L’approccio repressivo èindubbiamente  antiterapeutico e lesivo dei diritti umani, rappresenta un crimine istituzionale che annienta completamente l’individuo e distrugge la sua mente, per sempre, solcando la memoria di tracce indelebili, intrise di una sofferenza infinita.
“L’ennesimo fatto increscioso” sentenzieranno i soliti noti, non tanto per i diritti umani ancora una volta violati quanto per alimentare quella perenne, quanto mai fittizia , condizione di costante e forzata indignazione. E, peraltro, svincolata, sistematicamente, da necessari interventi risolutivi.
E uno stato di finta incredulità, smascherato da una toccante testimonianza di un detenuto migrante, intervistato, durante i sopralluoghi, da una delegazione della Commissione d’inchiesta del Senato: “Io vengo dai Paesi di guerra, non riesco a capire…tra la democrazia vostra e la nostra…non capisco qual è la differenza…la differenza è che qui ti uccidono piano piano”.




Ermanno Serratì
Ermanno Serratì, consulente legale con una grande passione per ogni forma di espressione artistica, è coinvolto in attività associative a sostegno dei migranti e segue temi legati ai diritti umani.

martedì 20 settembre 2011

LIBIA: I CRIMINI DELLE FORZE DI LIBERAZIONE

Nonostante il Consiglio di transizione libico (Cnt) sembri in grado di completare la liberazione del Paese dall’ex-regime, preoccupano le crescenti divisioni al suo interno – e non si possono trascurare la valutazioni più critiche sul ruolo giocato dalle potenze occidentali.
Massima attenzione va però anche rivolta ai rischi posti dalle crudeltà interetniche e intertribali commesse durante il conflitto: non solo le forze pro-Gheddafi ma anche il Cnt si è macchiato di crimini atroci, le cui conseguenze non possono essere sottovalute -guardando anche all’esito del processo politico avvenuto in un contesto considerato non dissimile quale quello della Somalia.
E’ notizia di ieri (13 settembre) la pubblicazione da parte di Amnesty International di un rapporto sulla Libia intitolato “La battaglia per la Libia: uccisioni, sparizioni e torture”, in cui vengono denunciati crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità commessi sia dai lealisti che dai ribelli. In particolare, Amnesty documenta brutali regolamenti di conti perpetrati dalle forze del Cnt soprattutto nei confronti di cittadini stranieri di origine africana, presenti in Libia come lavoratori migranti e non come combattenti. L’Ong precisa: “Amnesty International ha verificato che le fitte voci secondo le quali le forze di Gheddafi avrebbero fatto uso, a febbraio, di grandi quantità di mercenari subsahariani, erano significativamente esagerate. Tuttavia, il Cnt ha fatto poco per modificare la falsa percezione che i cittadini provenienti dall’Africa sub-sahariana fossero mercenari.”
Se per questi crimini sono responsabili entrambe le parti in conflitto, ci sembra che nel sistema dei media sia del tutto sproporzionata e a senso unico la denuncia delle atrocità commesse dalle forze pro-Gheddafi, ciò che è senz’altro un’impostazione più “facile” al fine di far digerire all’opinione pubblica l’intervento in corso.
Diamo quindi spazio [nostra traduzione] a un accorato appello del politico nigerino Sanoussi Tambary Jackou, il quale chiede giustizia per le atrocità commesse contro gli africani neri residenti in Libia. La lettura dell’appello dà l’idea di quanto diversa possa essera la percezione del caso libico in una prospettiva africana.
(Sul tema suggeriamo anche la lettura di questo articolo.)
————————————
La comunità mondiale, le Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, l’Unione Africana e tutti i popoli che desiderano la giustizia e il rispetto della persona umana devono sentirsi chiamati in causa per la strage degli africani neri in Libia.
Oggi l’umanità intera, tutte le persone dotate d’intelligenza, tutti gli Stati del mondo e i loro popoli sono venuti a conoscenza dei massacri degli africani neri perpetrati dai ribelli libici venuti da Bengasi e da altre città della Libia. E’ anche possibile che qualcuno dei cosiddetti ribelli sia arrivato dai Paesi arabi dell’Asia o da Paesi europei e americani. I ribelli libici non sono entrati da soli come guerrieri vittoriosi nelle città di Tripoli ed Ez Zauia dove sono stati commessi i massacri.


clip_image001
Sono giovani provenienti dai Paesi dell’Africa nera ad essere stati brutalmente massacrati dai cosiddetti ribelli del CNT. Eppure nessuno si muove, neanche il procuratore della Corte Penale Internazionale, che ha l’abitudine di ergersi contro i capi di Stato africani per molto meno. E’ chiaro che le uccisioni di giovani africani neri che abbiamo visto in televisione sono crimini di guerra, come anche crimini contro l’umanità perpetrati da razzisti nei confronti di povera gente che era andata a lavorare nel loro Paese.


clip_image003

E’ che hanno assassinato dei neri, perché se si fosse trattato di una decina di bianchi, o anche di quattro o cinque, o due, l’intera Europa e gli Stati Uniti avrebbero concertato un insieme di azioni di protesta per reclamare giustizia ed esigere il ricorso alla Corte Penale Internazionale. Quando si tratta di presidenti neri come Charles Taylor o Hissène Habré, o del meticcio arabo-nero del Sudan Omar Hasan Ahmad al-Bashir, il tribunale penale freme di impazienza per interpellare, giudicare e incarcerare.


clip_image005

Qui in Libia vittime di massacri sono dei neri africani, ma neanche i leader dei loro Paesi dicono nulla, nessuno dice niente e tutti banalizzano l’ atroce massacro di centinaia di neri per mano di quegli arabi di Bengasi che vengono definiti combattenti per la democrazia. Se il presidente della Corte internazionale parla delle fosse comuni fatte scavare in Costa d’Avorio dagli uomini di Gbagbo e di Ouattara, allo stesso modo il tribunale non può mancare di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi dai cosidetti ribelli di Bengasi.
Anche i neri sono uomini come gli altri e si deve render loro giustizia, come si fa per tutti gli altri.





Articolo pubblicato sul portale nigerino tamtam.info, ripreso da Caposud che ringraziamo.
Immagini Reuters e del sito web Afrique Monde.
Davide Galati

martedì 13 settembre 2011

RICICLO CREATIVO

QUANDO L’ARTE È SPAZZATURA

A Tacarigua de la Laguna la chiamano “materia prima secondaria”. Noi li definiamo rifiuti e come tali li gettiamo via. Eppure, se a monte della raccolta differenziata, pensassimo ad un riciclo creativo, potremmo fornire una risposta alternativa all’eccessiva produzione di spazzatura.


clip_image001


Se pensassimo ad un riciclo creativo, potremmo fornire una risposta alternativa all’eccessiva produzione di spazzatura
Il riciclo è nobile. Stiamo bene psicologicamente quando sappiamo che sin dalle nostre pattumiere domestiche quel dividere alluminio, vetro, plastica e pvc non è uno sfiancante selezionare e differenziare, ma una sorta di grido di battaglia in difesa dell’ambiente.
Resta però un fatto: ne produciamo sempre troppa di questa spazzatura, per quanto attento sia il nostro differenziare e per quanto etico sia il nostro approccio verso gli ecosistemi. Allora, se in casa si toccano comunque picchi notevoli di roba accumulata, se si ha una coscienza ecologica particolarmente spiccata e se si possiede una discreta dose di fantasia e creatività, ecco quindi che si hanno anche gli strumenti per ridurre sensibilmente il proprio bagaglio di rifiuti.
Esiste questa cosa curiosa, relativamente nuova ed abbastanza geniale chiamata riciclo creativo. Se a monte della differenziata si pensasse a quanto ancora hanno da dirci quell’involucro, quella bottiglia, quell’elettrodomestico che vorremmo smaltire, avremmo sacchetti di spazzatura più leggeri. Potremmo addirittura non averne affatto.
Il riciclaggio artistico, o creativo che dir si voglia, non è pura e semplice arte d’accatto, ma un vero e proprio stile di vita che ha come scopo quello di ridurre l’impronta ambientale di chi lo abbraccia; un simpatico intrattenimento per i bambini che da un lato imparano ad acquisire una coscienza ecologia e dall’altro allenano il cervello, divertendosi.

clip_image002Il tempio buddhista di Wat Pa Maha Chedi Kaew, a 600 Km da Bangkog, è costruito con le bottiglie vuote e le decorazioni sono state composte utilizzando i tappi


Dietro una bottiglia di plastica o di vetro esiste un mondo fantastico che noi nemmeno immaginiamo. In Thailandia, ad esempio, il tempio buddhista di Wat Pa Maha Chedi Kaew, a 600 Km da Bangkog, conosciuto come Wat Lan Kuad, che significa più o meno“Tempio del Milione di Bottiglie”è costruito con le bottiglie vuote e le decorazioni sono state composte utilizzando i tappi.
Tomislav Radovanovic, insegnante serbo di matematica, giunto all’età della pensione ha pensato bene di costruirsi una casa fatta di bottiglie di plastica, materiale alternativo, altamente isolante e soprattutto economico.
Vi siete mai seduti su una poltrona di cartone? Avete mai usato un imbuto come appendiabiti o un copertone come portariviste?
Avete mai ricavato portapenne da un elenco telefonico?
Il riciclaggio creativo, non è tanto un’intuizione geniale fine a se stessa, quanto la consapevolezza che la riduzione degli sprechi passa anche attraverso l’arte. Ma l’arte, capiamoci bene, non è solo quella delle mostre; è anche quell’atto quotidiano arguto ed intuitivo in grado di intravedere, oltre l’immediatezza delle cose, una nuova utilità negli oggetti che non sembrano averne più una.
Ancora di più, l’arte diventa uno strumento di comunicazione potente attraverso il quale lanciare messaggi forti, distribuire consapevolezza, educare ad un consumo critico, consapevole, ad una coscienza ecologica robusta .
Una bottiglia di plastica per distruggersi ci mette 450 anni in mare, da 100 a 1000 anni sulla terra; un giornale 6 settimane in acqua, da 4 a 12 mesi sulla terra; un contenitore di polistirolo, invece, ci impiega 50 anni.
In tutto ciò i rifiuti hanno il tempo di insozzare l’universo, costituirsi isole galleggianti, il cosiddetto Pacific Trash Vortex (2500 Km di lunghezza per 30 metri di profondità, composto per l’80% da plastica), mietere vittime e corrompere ecosistemi.
Se si fosse invece in grado di pensare nuove funzioni per i nostri rifiuti, ce ne sarebbero in giro molti di meno; quell’abominio che si aggira intorno ai 100 miliardi di Kg di plastica, il 10% dei quali finisce in mare ed il 70% si deposita sui fondali oceanici, potrebbe ridursi evitando conseguenze drammatiche alla fauna marina ed al suo habitat.
Il riciclaggio creativo, forse, non sarà la risposta, ma una risposta, tra le tante valide, possibile.

clip_image003


Una bottiglia di plastica per distruggersi ci mette 450 anni in mare, da 100 a 1000 anni sulla terra
Non importa se non si ha fantasia, la rete è piena zeppa di ogni sorta di consiglio; spesso gli artisti condividono con i websurfers i progetti delle loro creazioni, mettendoli in condizione di abbracciare questa cultura gioiosa.
È sorprendente vedere quello che si può ricavare dalle cose più disparate.
Nel nostro piccolo ci proviamo anche noi del laboratorio Bazart, concept project, tutto all’insegna dell’ecologia, del rispetto per la natura, il riciclo, l’utilizzo di materiali naturali. Ma molti e più qualificati sono i contributi che possiamo stanare dalla rete.
Ci sono Objectbis blog e El mundo del reciclaje, spagnoli, nemici giurati dell’Ikea che al taglio indiscriminato di alberi contrappongono mobili di design ricavati dal cartone, dalla plastica, dalle cassette per la frutta, dai pezzi di vecchi elettrodomestici, dalle lattine delle conserve; Esprit récup, francese, più sbarazzino, per gli accessori dai portamonete ricavati da vecchie musicassette agli orologi da muro ricavati da vecchi vinili.
Navigando, ogni giorno ne vengono fuori di nuovi e sempre più intuitivi. Allora perché non provarci, ognuno nel proprio piccolo, ad andare oltre la raccolta differenziata, a dare un senso nuovo ai rifiuti, a non chiamarli spazzatura che in sé ha il nocciolo della cosa inutile, inservibile, ma, come fanno le donne di Tacarigua de la Laguna, in Venezuela, “materia prima secondaria”, da cui si può ancora trarre qualcosa di buono.

Romina Arena

lunedì 12 settembre 2011

ROGHI

Il fine della filologia è la Storia
Friedrich Schlegel

Le storie non sono che asce di guerra da disseppellire
Wu Ming

clip_image002


“Si vuole decidere a ritrattare le sue idee diaboliche? Si ostina a difendere queste teorie in odore d’eresia? La sua testardaggine le costerà la condanna e poi il rogo”, disse l’inquisitore.
Dopo aver abbracciato con lo sguardo la sala del processo, l’imputato rispose: “Mettetevi pure il cuore in pace, io non ritratterò mai. Non posso lasciare che il progresso della scienza rimanga nelle mani di quattro pretuncoli da strapazzo”.
La dichiarazione venne accolta con orrore dai prelati raccolti in aula.
Fu il cardinal Zapponi in persona ad alzarsi per rispondere a quel misero scienziato dall’aspetto dimesso che aveva osato ingiuriare il Sant’Uffizio.
“Lei, essere assolutamente spregevole e fuori dalla grazia di Dio, avrebbe potuto raggiungere la salvezza facendo atto di sottomissione. Ora è il rogo ad attenderla, non le saranno somministrate confessione ed eucarestia. Data la sua fama, seppur con ribrezzo, mi vedo costretto a concederle l’ultima possibilità di abiurare le tesi sciagurate che il demonio in persona ha instillato nella sua mente peccatrice”.
L’uomo si alzò di scatto e la sua risposta all’offerta del cardinale esplose nella sala con un boato.
“Il giorno in cui rinuncerò alla scienza in favore della vostra metafisica da quattro soldi io non mi chiamerò più Galileo Galileo. Torturatemi, uccidetemi, perseguitate pure i miei cari: arriverà il giorno in cui sarete voi ad ardere sulle pire, il vostro oscurantismo non durerà in eterno”.
Pietro Nicolai, addetto al torchio della stamperia di messer Rizzoli, era riuscito ad intrufolarsi nella sala per assistere al processo ed era rimasto folgorato dall’ardore col quale lo scienziato aveva fronteggiato i propri accusatori.
Sperava anche lui un giorno di padroneggiare una dottrina così vasta e di poter difendere in egual modo le teorie partorite dai suoi studi.
Da tempo, infatti, durante il lavoro all’officina, Pietro non si limitava alla manutenzione del torchio: le opere che Rizzoli stampava, prevalentemente trattatistica scientifica, avevano fatto sorgere in lui dubbi sulle nozioni che il religiosissimo padre gli aveva impartito e lo avevano catapultato in un mondo fatto di esperimenti e prove empiriche.
Mentre correva verso casa per fissare su carta le frasi più significative pronunciate da Galilei, Pietro incontrò Ercolino Panfili, suo collega alla stamperia, nonché compagno di bevute e notti indimenticabili.
Ercole stava per dire qualcosa all’amico, ma Pietro non resistette, prese il compagno e lo portò all’osteria del Cervo Gaudente per raccontargli ciò a cui aveva assistito.
Davanti a due boccali colmi di birra Pietro raccontò dell’indignazione dei cardinali e del sorriso beffardo di Galileo, della condanna a morte inflitta dall’Inquisizione e del contegno col quale lo scienziato aveva accolto il verdetto.
La narrazione concitata di Pietro aveva finito per coinvolgere un elevato numero di clienti i quali non esitavano a offrirgli da bere in cambio di nuove succose rivelazioni riguardanti il processo.
Tra coloro che incitavano Pietro, i giocatori di carte e un piccolo gruppo di ubriaconi intento ad ammirare le grazie della giovane cameriera, una persona dall’aria circospetta e poco raccomandabile, assolutamente fuori luogo in quell’osteria, colpì subito l’attenzione di Ercolino il quale si ricordò prontamente la ragione per cui si era messo alla ricerca dell’amico.
Messer Rizzoli in persona gli aveva affidato questo incarico.
Dopo la sentenza del processo gli esponenti maggiori dell’Inquisizione avevano percepito la pericolosità che avrebbe comportato uccidere un uomo di scienza come Galileo.
L’intera comunità degli studiosi si sarebbe levata per difendere il suo più illustre esponente e non avrebbe tardato a smentire per ritorsione tutte le leggende e le favole raccontate dalla Chiesa per ammansire il popolino ignorante.
Con lettera d’incarico firmata direttamente da Sua Santità, compito dell’officina Rizzoli era quello di stampare un libretto in cui veniva offerta una versione dei fatti meno dannosa per l’immagine della Chiesa.
Ercolino doveva riportare Pietro a casa, l’indomani sarebbero iniziati i lavoro di compilazione che avrebbero dato origine al libello commissionato dal Papa, ma soprattutto doveva allontanare l’amico dalla vista dell’uomo misterioso, il quale sembrava eccessivamente interessato al racconto del compagno.
Imboccata la strada di casa, Ercolino cominciò a spiegare all’amico il lavoro che li avrebbe tenuti impegnati nei giorni seguenti: nel libro che dovevano stampare la caustica invettiva del Galilei doveva essere rimpiazzata con la sua abiura, l’umile ritorno in seno alla madre Chiesa e l’accettazione dell’infallibilità papale.
Pietro era profondamente contrariato, se solo fosse stato un po’ meno brillo avrebbe protestato con forza e si sarebbe certamente rifiutato di rendersi complice di un’azione simile.
Ercolino non tardò molto a raggiungere la casa dell’amico e quest’ultimo, appena toccate le lenzuola, si addormentò all’istante.
Il mattino seguente, al momento del risveglio, Pietro percepì nella propria stanza la presenza di un estraneo. Il tentativo di alzarsi dal letto per fronteggiarlo corpo a corpo fu vano poiché si ritrovò inchiodato al materasso con gambe e braccia legate tra loro.
L’ospite indesiderato riuscì a stento a trattenere un sorriso e, concesso a Pietro qualche minuto per uscire completamente dal sonno, cominciò un lungo monologo che non mancò di stupire l’unico membro del suo uditorio.
“Pietro Nicolai, figlio di Francesco Nicolai, il compito che dovrai sopportare sarà arduo e pericoloso. L’eventualità che tu possa rifiutarlo non esiste quindi ascolta bene quanto ti dirò. L’altra sera ero presente al Cervo Gaudente e ho seguito con enorme interesse il tuo racconto”.
Pietro si ricordò di quello strano individuo e dello spavento che la sua vista aveva provocato in Ercolino.
“Il tuo amico Ercolino, persona buona e degna, deve avermi scambiato per uno sgherro del cardinal Zapponi. Non riuscirei a spiegare in altro modo la vostra repentina dipartita. Ti sembrerà strano ma il tuo amico non poteva avere un’intuizione più sbagliata” continuò l’estraneo.
Sempre più confuso, Pietro non poté che fare cenno di continuare.
“Sono membro di una società segreta. Non posso dirti di più. Ti basti sapere che il nostro sogno è quello di porre termine alle ingerenze della Chiesa nelle faccende umane e di tornare a uno stato di comunione totale con quella Natura che il cristianesimo ufficiale ha sempre guardato con sospetto e condannato. Sappiamo che hai udito la difesa di Galileo e che allo stesso tempo dovrai redigere un’opera in cui dovrai negare ciò che hai visto”.
Pietro cominciava a sentirsi a disagio, lo straniero sembrava conoscere un po’ troppe cose della sua vita privata.
L’intruso continuò: “Sono certo che ti stai chiedendo come faccio a sapere tutto ciò. Vedi, la nostra organizzazione è diffusa capillarmente in tutto il mondo conosciuto, abbiamo informatori in ogni regno e corte, la notizia della morte del più umile straccione di Tangeri può essere riportata al signore di Oslo in poco più di una giornata. È proprio per questo motivo che siamo a conoscenza del piano del Papa per sovvertire la valenza simbolica del processo a Galileo”.
Dopo una piccola pausa in cui fu permesso a Pietro di bere un po’ d’acqua, il misterioso intruso riprese il discorso.
“Tu non puoi saperlo, ma Galileo è stato giustiziato questa stessa notte. La Chiesa non poteva permettersi che un avversario così pericoloso restasse in vita a lungo. Il Papa ha deciso di sostituire lo scienziato con un sosia che si ritirerà presso la villa di Galilei ad Arcetri; questo, per evitare sospetti e cercando di imitarne lo stile, manterrà da lì una corrispondenza epistolare con parenti ed amici dello studioso per diversi anni fino a quando verrà deciso di concedergli un’onorata quanto fittizia morte naturale. Nel frattempo, grazie alla pubblicazione di numerosissime copie del libello voluto dal Papa, verrà sbandierata ovunque la sua abiura e la potenza della Chiesa diverrà ancora più salda e duratura”.
Pietro rimase scioccato dal racconto dell’estraneo, pur non essendogli ancora chiara la ragione per cui lo sconosciuto si fosse rivolto proprio a lui.
Ancora una volta lo straniero sembrò possedere la capacità di leggergli nel pensiero e lo anticipò: “In base al tuo resoconto di ieri sera i membri più anziani della Società hanno redatto una versione della difesa di Galileo molto vicina a quella reale. Il tuo compito è quello di inserire il foglio che ti darò in almeno un decimo delle copie del libretto papale che stamperete. Le stampe alterate verranno diffuse poi per le biblioteche di tutta Europa, in modo tale che nel corso dei secoli non vengano dimenticati l’atto eroico di Galileo e la vile manipolazione della Chiesa. Questa è la soluzione migliore. Atti più eclatanti non sarebbero altrettanto validi nel lungo periodo. Abbiamo scelto te perché sappiamo che accetterai il compito senza la necessità di ricorrere a minacce corporali”.
Pietro ripensò a tutta la storia e se solo non avesse visto coi propri occhi lo sguardo ferino dello scienziato al momento della lettura del verdetto, avrebbe pensato che quanto aveva appena udito riguardava la trama di un romanzo complicatissimo, piuttosto che una vicenda reale di cui egli stesso era uno dei protagonisti principali.
Così come lo straniero aveva previsto, Pietro accettò la missione.
Un attimo prima che lo sconosciuto se ne andasse, Pietro riuscì porgergli una domanda: “Dimmi almeno il tuo nome straniero; non temere, se dovessi venire scoperto, non ti tradirei mai.”
L’individuo misterioso voltò leggermente il capo e rispose: “Qualcuno mi chiama Luther Blitzkrieg, se hai proprio bisogno di un nome usa quello”.
Luther Blitzkrieg scomparve nella luce del mattino e Pietro non lo vide mai più.
Appena giunto in stamperia, Pietro cominciò a inquinare le copie del libro papale: ognuno avrebbe potuto leggere di Galileo e del suo coraggio, indignarsi per la corruzione della Chiesa che solo pochi anni prima aveva ucciso in Campo de’ Fiori un altro mirabile pensatore.
Una narrazione era stata lanciata nell’iperuranio delle storie.
Ai posteri che l’accoglieranno il compito di difenderla dagli autodafé del futuro.
Luigi Franchi

sabato 10 settembre 2011

IL DIZIONARIO TASCABILE DEL DOPO 11 SETTEMBRE

Siamo al decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre del 2001. Ed è tempo di bilanci. O meglio: è tempo di calcolare con esattezza che cosa in questi anni – dopo l’evento che a detta di quasi tutti gli osservatori, tutto era destinata a cambiare – sia davvero cambiato nel mondo. E, soprattutto, quali siano stati i costi – ed i risultati – della risposta che gli Stati Uniti e l’intero Occidente hanno dato agli attacchi subito un decennio fa.

clip_image001

Chiunque sia interessato a cifre e statistiche, può leggersi quello che è oggi, probabilmente, il più completo riassunto di questo decennio cominciato tra la polvere ed il sangue delle Twin Towers crollate. Vale a dire: il resoconto finale della ricerca condotta gruppo di studio che, allestito dalla Brown University e coordinato dalla professoressa Andrea Mazzarino, ha studiato i “costi della guerra” o, più esattamente, delle molte guerre (Afghanistan, Iraq e dintorni) lanciate dopo l’11 settembre. Costi umani – calcolati, quasi certamente per difetto, in 225.000 vite umane, delle quali solo poco più di 31.000 appartenenti a militari – e costi economici (ormai superiori ai 4.000 miliardi di dollari. Costi il cui conto è ancora ben lungi dall’essersi concluso, visto che le guerre continuano. E visto, soprattutto, che continua il terrorismo che quelle guerre dovevano sradicare (e che hanno, invece, probabilmente, contribuito ad estendere).
Sul tema, pubblichiamo qui di seguito, un “dizionario del dopo 11 settembre”, scritto da Massimo Cavallini.
Dieci anni dopo l’evento che tutto doveva cambiare, nulla appare, in effetti, al suo posto. Non perché tutto sia davvero cambiato, ma perché nulla è dove, secondo le previsioni dei più, avrebbe dovuto essere. Di “The Freedom Tower”, il super-grattacielo che, nelle intenzioni, era chiamato a rimpiazzare, con  svettante orgoglio, le due Torri Gemelle abbattute l’11 settembre del 2001, ancora non si vedono, in quella sorta d’artificiale Gran Canyon che è Ground Zero, che le prime fondamenta. Wall Street, “colpita al cuore” dai nemici del Mondo Libero, è bravamente sopravvissuta. E, dalle sue trincee del Lower Manhattan, ha quindi imperiosamente risposto al fuoco, colpendo a sua volta al cuore, sul finire dell’anno del Signore 2008, non i “nemici dell’America”, ma il resto dell’economia. Ovvero: quell’America capitalista (carne a sangue del capitalismo planetario) di cui, nel bene e nel male, era e resta il simbolo colpito al cuore dagli uomini di Osama Bin Laden. Il quale, Osama Bin Laden, è stato infine – quasi un decennio dopo – raggiunto ed ucciso (colpito più o meno al cuore e più o meno a sangue freddo) non dall’uomo che, tra le macerie delle Torri, aveva dichiarato se stesso un “presidente guerra”, ma dall’uomo che due anni or sono l’ha rimpiazzato, negandone l’eredità e promettendo al mondo pace e multilateralismo.
Al posto giusto – giusto nel senso di imposto dall’ordine delle cose – non si trovano, in realtà, che i morti: quelli dell’11 settembre, terrificante antipasto d’una carneficina che ancora continua, e quelli delle guerre (due, ed entrambe parte d’un unico conflitto da Bush a suo tempo chiamato “infinito”) che il summenzionato presidente di guerra ha fortemente voluto. I morti e, naturalmente, la capretta, indimenticabile ed involontaria partecipe delle prime ore della tragedia ed immutabile protagonista d’una storia – la sua, nero su bianco, con illustrazioni – come tutte le fiabe sempre eguale a se stessa. Ricordate? Quando, la mattina dell’11 settembre, l’allora “chief of staff” della Casa Bianca, Andrew Card, sussurrò all’orecchio di George W. Bush la ferale notizia – “il paese è stato attaccato” – il presidente si trovava, gradito ospite, in una scuola elementare della Florida, la Emma E. Booker di Sarasota, intento ad ascoltare i bambini impegnati nella lettura di “My Little Pet Goat’, la mia amica capretta. E questo – per sette interminabili minuti, fino a quando gli uomini della scorta non lo prelevarono di peso per portarlo in una località segreta e sicura – Bush aveva, dopo l’annuncio, continuato a fare: ascoltare in silenzio, come pietrificato dal panico, la favola della capretta…
Molti, prima che la macchina della propaganda creasse il mito del presidente-eroe, credettero di scorgere in quel prolungato silenzio una sconfortante testimonianza d’assenza di leadership. Ma, guardando a ritroso, è probabile che, anche i più contrari tra i bastian-contrari (quelli che non consentirono che il proprio cervello venisse portato all’ammasso dalla propaganda di cui sopra), ripensino oggi alla capretta ed a quel lungo silenzio con una punta di nostalgia: meglio, molto meglio sarebbe stato per tutti se George W. Bush – primo presidente degli Usa eletto, non dal popolo, ma dalla Corte Suprema – avesse continuato ad ascoltare, ben oltre quei sette minuti, i bambini della scuola di Sarasota. Bush, invece, ascoltò le teste d’uovo – tutte peraltro a lui da sempre molto vicine – del PNAC (Project for a New American Century). E lì cominciò, per lui e per ciascuno di noi, tutta un’altra storia…
Quale storia? Quella, per l’appunto, dei dieci anni che ci separano dall’evento “che tutto doveva cambiare”. Una storia tanto confusa e contraddittoria che, per trovare un filo conduttore, altro non resta che ricorrere al più primordiale modello di classificazione: l’ordine alfabetico. E questo è, più o meno, quello che, un decennio più tardi, sinteticamente ci racconta il dizionario tascabile (piccola parte di quella che potrebbe essere un’enciclopedia) dell’11 settembre.


A come AMERICAN AIRLINES volo 11, il primo dei due aerei che, la mattina dell’11 settembre, si schiantarono contro le torri gemelle. Ed anche, ovviamente, A come Al QAEDA, l’organizzazione che era dietro l’attacco, o come ATTA, Mohammad, il capo del commando suicida, l’uomo che, uccisi i piloti, quello stesso areo ha guidato contro le pareti di cristallo della North Tower. Ed anche quello che, da subito (la sua foto fu la prima a circolare, poche ore dopo il massacro), divenne il volto della strage. Atta l’egiziano, lo studente d’architettura ad Amburgo. Atta che voleva distruggere l’Occidente. Atta che odiava le donne al punto da chiedere, nel suo testamento, che ai suoi funerali non ne fosse presente alcuna; e che, nel contempo, le donne amava al punto da cercare il martirio per averne accanto 70, tutte per sé e tutte vergini, nell’eternità del paradiso. O, ancora, A come ATEF, Mohammad, nel 2001 numero tre di al-Qaeda e probabile mente militare degli attentati, nonché primo caduto d’una controffensiva che, per la verità, già era in corso da ben prima dell’attacco alle Twin Towers ed al Pentagono. Atef morì il 18 novembre del 2001, a Kabul, colpito (primo di una lunga serie) dal missile di un Predator telecomandato.

B, come BUSH, George Walker, detto W, e come BIN LADEN, Osama. Due nomi che non necessitano alcuna presentazione.

C, come CONSPIRACY THEORIES, le teorie cospirative fiorite come funghi dopo il gran temporale dell’11settembre. La più persistente e diffusa? Indubbiamente quella elaborata dal francese Thierry Meyssan (vedi sotto M, come Meyssan), il cui libro – “L’Effroyable Imposture”, ovviamente diventato un best seller – dimostra come l’intelligenza sia indiscutibilmente (e forse inevitabilmente) stata tra le prime vittime dell’attentato. E C, come “cost of war”. Ovvero: come i costi delle guerre – 225.000 vite umane, 4.000 miliardi di dollari – calcolati da un molto accurato studio della Brown University.


D, come DMORT, o Disaster Mortuary Operation Rescue Team, la semisconosciuta entità “non-profit” dal macabro suono e dall’ancor più macabra ma assai nobile funzione, alla quale è toccato il compito – non sempre possibile – di dare un nome ai frammenti d’ossa recuperati tra le macerie di Ground Zero. Un modo per collegare al ricordo di chi vive a quello che la ferocia della guerra aveva consegnato all’anonimato della polvere.
E, come ECONOMIC IMPACT, impatto economico. Subito dopo gli attentati, il danno immediato provocato nella sola “City” di Manhattan (valore delle Torri abbattute a parte) venne calcolato in 200 miliardi di dollari. Ed il 17 settembre, giorno della riapertura dei mercati, quando ancora la polvere delle torri saturava l’aria della città, tutti gli indici di Wall Street precipitarono. Ma fu una storia breve. Già il 24 settembre le borse ripresero a salire, per ritornare agli antichi splendori nella primavera del 2002. Wall Street era viva e pronta alla scalata che sarebbe culminata, infine, nel grande “crash” (da tremila miliardi di dollari, oltre dieci volte l’impatto del “nine eleven”) del settembre del 2008…


F, come FREEDOM TOWER (vedi sopra). Nell’originale progetto elaborato dal tedesco Daniel Libeskind doveva, questo mega-grattacielo, essere il punto d’arrivo d’una ricostruzione che, al suo centro, aveva la un parco alla memoria dei caduti. Il molto litigioso Gotha newyorkino volle invece – fortemente volle – che fosse l’inizio di tutto, il primo simbolo della riscossa. Ed ancora, anno dopo anno, lite dopo lite, non è stata posata la prima proverbiale pietra.


G, come GOAT, My Little Pet, of course. Ma soprattutto come GUANTÁNAMO, il carcere che – eretto in una base militare la cui presenza in territorio cubano è, già di per sé, una vergogna storica – della vergogna del post-11 settembre è diventata il più duraturo simbolo. Ed anche G, come GIULIANI, Rudolph William Louis “Rudy” III, sindaco uscente nei giorni dell’attacco e, da allora, ribattezzato “sindaco d’America”. In queste vesti – quelle di eroe americano – Giuliani ha partecipato da superfavorito, nel 2008, alle primarie presidenziali repubblicane. E lo ha fatto senza risparmio di retorica su se medesimo. Nel discorso con il quale ufficialmente scese in campo, calcolarono a suo tempo i media, Giuliani pronunciò 112 volte la frase “11settembre”. Ma nell’aprile del 2008, battuto in tutte le primarie chiave, il “sindaco d’America” – un’America ingrata ed immemore, o, più probabilmente, un’America che aveva, infine, mangiato la foglia – già era irrimediabilmente fuori gara.


H e I, come HEBE Bonafini e come IMBECILLITÀ. Ovvia domanda: che cosa può aver mai a che fare, con l’11 settembre, la più visibile e, ahinoi, ciarliera leader argentina delle Madri de la Plaza de Mayo? E perché le lettere H e I vengono qui accoppiate in un unico paragrafo? Risposta: purtroppo, le due cose – l’Hebe Bonafini e l’imbecillità di sinistra (infantile o senile che sia), hanno molto a che fare (tra loro e, ciascuna, con l’11 settembre), perché Hebe – con parole che, al tempo, un eccellente giornalista argentino definì “sanguinarie e puerili” – nei giorni seguenti l’attentato non ha esitato a cantare (e ricantare ad ogni occasione, in questi 10 anni) la sua gioia di fronte alle immagini delle torri in fiamme, senza mai scordarsi di dare (e ridare) la sua benedizione al compagno Osama che aveva dato una lezione all’America. Nessun fascista era riuscito prima d’allora – né sarebbe riuscito più tardi – ad infliggere un colpo tanto doloroso a quello (las Madres de la Plaza de Mayo, per l’appunto) che è (e che resta, nonostante Hebe) un luminoso simbolo della difesa dei diritti umani in tutto il mondo.


K, come KERIK, Bernard Bailey, Police Commissioner (e strettissimo alleato di Giuliani) ai tempi dell’attentato. È lui – altro effimero eroe di questa storia – l’unico (e ovviamente consenziente) testimone della frase che Giuliani afferma d’aver pronunciato mentre guardava le due Torri crollare: “Grazie a Dio, George W. Bush è il nostro presidente”. A Kerik, in questi anni, è comunque andata anche peggio che a Giuliani. Nel 2007, accusato per frode, è finito in carcere.


L come LADEN, Osama Bin. Di nuovo: non sono necessarie presentazioni.


M come MEYSSAN, Thierry (vedi anche sotto C, come conspiracy theories). Nel suo libro – il cui titolo, “terrificante impostura”, ben descrive le intenzioni dell’autore – Meyssan sostiene le sue tesi cospirative seguendo un assai semplice metodo: considerare parte della cospirazione (secondo Meyssan gli attentati furono pianificati dal governo Usa per giustificare un aumento del budget militare) tutti i testimoni – oculari o meno – che non confermano la sua teoria.


N, come NAUDET documentary. Ovvero: come il documentario – un’opera d’insuperata drammaticità – girato l’11 settembre dai due fratelli Jules e Gédéon Naudet, in quel momento impegnati in un servizio di routine dedicato alla vita dei pompieri di New York. La tragedia – senza bisogno di parole – è tutta in quelle immagini (molte delle quali, considerate troppo crude, non sono mai finite sul piccolo schermo).


O come OSAMA e come OBAMA, due nomi separati da una sola lettera che si sono incontrati, appena due mesi fa, in un villaggio pakistano chiamato Abbottabad, con il primo in veste di preda ed il secondo in quello di cacciatore. Nessun rimpianto per l’Osama vivo. Molti rimpianti, invece, per le promesse che OBAMA, il cacciatore vittorioso, non ha mantenuto: chiudere Guantánamo, ridare alla lotta internazionale contro il terrorismo la dignità d’una battaglia che difende e non che viola – mandando ad ud uccidere un uomo senza processo – i diritti umani.


P, come PAKISTAN, paese che, a dispetto delle “guerre infinite” di Bush, era prima dell’11 settembre, ed ancor oggi è, il fronte più delicato ed esposto (un fronte “nucleare”) della lotta contro l’estremismo islamico.


Q, come QAEDA, al. Di nuovo, come sosteneva Tino Scotti negli antichi Caroselli del confetto Falqui: basta la parola.


R, come RIDGE Tom, primo capo del Homeland Security Department, creato dopo l’11 settembre, accorpando diverse branche di governo, ed inventore (vedi sotto la lettera S) dell’oggi defunto Security Advisory System.


S, come, per l’appunto, SECURITY ADVISORY SYSTEM, un sistema di pubblica valutazione del pericolo terrorista basato su una scala cromatica che dal verde (scarso pericolo) gradualmente saliva fino al rosso (massima allerta). A che cosa servisse quella scala (visto che l’indicazione al pubblico era: quale che sia il colore, continuate la vostra vita come nulla fosse) mai venne ufficialmente chiarito.  Ma del tutto chiaro – come lo steso Ridge ammise in un’intervista nel 2008 – era il suo fine politico: produrre paura. Durante la campagna presidenziale del 2004, il livello rimase costantemente sul rosso. Con buoni risultati, visto che Bush venne eletto per un secondo termine.


T, come TORTURA. Dopo l’11 settembre Bush – preso, in questo, molto alla lettera dai bravi soldati di Abu Ghraib e nei centri di detenzione segreti creati dalla Cia in diverse parti del pianeta – la reintrodusse chiamandola, con una piroetta lessicale, “tecniche rafforzate d’interrogatorio”, o “enhanced interrogation tecniques”. Ed ora, quelli che furono i suoi consiglieri, vogliono far credere che proprio grazie al suo ritorno, gli “uomini foca” sono infine arrivati al rifugio di Osama Bin Laden. Quasi certamente mentono, ma quel che conta è, ovviamente, il concetto: torturare è bello. Torturare vuol dire amare la Patria.


U come US PATRIOT ACT, la legge liberticida quasi all’unanimità approvata dal Congresso dopo l’11 settembre ed ancora in vigore. Obama, che in campagna elettorale del Patriot Act fu un dichiarato nemico, lo difende oggi nelle sue parti essenziali.


W, come WALKER, Bush George; e, naturalmente, come WEAPONS OF MASS DISTRUCTION (WPD), o armi di distruzione di massa. W usò le WPD come giustificazione per la guerra in Iraq. Le WPD non esistevano. La guerra – da Bush dichiarata vinta già il primo maggio del 2003 – è ancora in corso.


Z, come ZAWAHIRI, Ayman al. Osama (vedi sotto B, L e O) è morto. E le più recenti cronache ci dicono che proprio lui, Ayman al Zawahiri, storico numero due di al Qaeda (vedi sotto A e Q), è subentrato al comando.

Dall’11 settembre sono passati dieci anni. L’alfabeto è finito.
 La storia continua…

m.goldenberg

venerdì 9 settembre 2011

REPUBBLICA DOMINICANA, CHI INDAGA SULLA DROGA MUORE

clip_image001


Indagava sui traffici di droga e aveva fatto i nomi di uomini d’affari e persino pubblici funzionari che avrebbero dovuto contrastare lo spaccio di stupefacenti.
Ha fatto una fine terribile, José Silvestre, giornalista dell’emittente televisiva Caña Tv della Repubblica Dominicana.
Lo hanno ritrovato morto con due proiettili in pancia, il 2 agosto, nella città di La Romana, nell’est del paese. Ore prima, nel corso della stessa giornata, quattro persone avevano assistito al suo pestaggio. Tramortito, era stato caricato su un furgone, diretto verso il luogo dell’esecuzione.
Rispetto a ciò che accade nella vicina Haiti (con cui divide l’isola di Hispaniola), la Repubblica Dominicana sembra un paese sereno. Per gli haitiani è l’Eldorado, per i giornalisti è l’inferno.
A José Silvestre il messaggio era già arrivato, forte e chiaro.  A maggio, per aver accusato il procuratore José Polanco Ramírez di essere legato a una rete di narcotrafficanti, era stato denunciato per diffamazione e ignoti avevano esploso colpi di arma da fuoco contro la sua abitazione.
A far pensare a un sistema molto complesso di connivenze e complicità è il fatto che, sempre a maggio, il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa aveva chiesto alla polizia di istituire un programma di protezione per garantire l’incolumità di José Silvestre.  Per risposta, il silenzio. Interpretato da mandanti e assassini come un via libera. Infatti, una settimana prima dell’agguato di La Romana, avevano già tentato di assassinarlo.
L’inchiesta sull’uccisione di Silvestre è stata affidata al capo della polizia, José Polanco Gómez, Chissà se interrogherà se stesso chiedendosi perché non ha voluto proteggere il giornalista.
Così, al Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa non resta che aggiornare le cifre. Nei primi sette mesi e due giorni del 2011, 30 giornalisti della Repubblica Dominicana vittime di aggressioni e intimidazioni, uno assassinato. Il motivo, sempre lo stesso: aver portato alla luce le collusioni tra affari, politica e narcotraffico.Riccardo Noury

giovedì 8 settembre 2011

…UNA VITA DI TUTTI I GIORNI…

image

La mattina mi alzo alle tre , appena il sole è al di sopra dell’orizzonte. Insieme ai miei compagni facciamo a gara a contenderci il secchio di acqua per pulirci gli occhi e le mani. Poi ci aspetta il camion che ci porterà nel campo dei pomodori. E’ lo stesso che a sera ci riporterà qui nella tenda. Il sole ed il caldo non mi spaventa. Laggiù nel mio paese, dal quale sono fuggito, in Nigeria,il caldo è già torrido alle prime ore dell’alba. E’ per questo che sono "abbronzato" come dicono qui in questo paese, in cui mi sono rifugiato. 
Qui sto bene. Mangio, un po’ di pane e qualche pomodoro che conservo fra quelli che raccolgo; bevo, acqua che ci portano durante le ore di raccolta, in un recipiente di terra cotta "u’ Vummile" come lo chiamano da queste parti. A fine settimana mi danno dieci euro che conservo e mando alla mia famiglia che è rimasta nel mio paese. Dicono che c’è la crisi. Che la crisi è mondiale. Io non so cosa sia questa crisi. Forse, mi dicono, che quando c’è la crisi si sta male Ma nel mio paese la crisi c’è sempre stata. Qui sto bene, Almeno mangio , bevo ed aiuto la mia famiglia. Ogni tanto di notte dobbiamo scappare , perchè arrivano quelli con la testa rasata. Dicono che siam sporchi negri. E che dobbiamo tornare nel nostro paese.
Se ritornassi nel mio paese morirei.
Li c’è la crisi perenne.
Morto a diciotto anni.


image

….Una vita di tutti i giorni….

Ancora un’altra mattinata mi aspetta. L’aria condizionata della camera da letto ha pompato per tutta la notte, ma la temperatura è sempre rimasta sui venti gradi. Oggi mi aspetta una giornata infernale. Dovrò decidere, insieme al consiglio di amministrazione, se chiudere la fabbrica di conserve o resistere ancora un altro anno. La raccolta dei pomodori , quest’anno è andata male,E’ vero che abbiam pagato poco il raccolto sulla pianta, ma anche vero che il prodotto non è granchè. E poi la crisi. Cristo la crisi!!!! I creditori che non mi danno tregua. E poi i finanzieri . E’ vero che adesso con il condono potrò far ritornare i capitali , e mettere a tacere quell’inchiesta sui soldi che ho messo a Montecarlo. Beh, per adesso faccio colazione, e poi ci penserò, al massimo metto tutti in cassa integrazione, licenzio i precari, e poi , al limite, chiedo l’amministrazione controllata, Vado ai laghi e mi riposo un pò. Quest’anno nemmeno un giorno di ferie mi son preso!!!

image

La crisi. Che stres!!!
Potessi fare il lavoratore dipendente.
Non avrei certo di queste preoccupazioni!!!!

…..Una vita di tutti i giorni……

Oggi son proprio stanco. Nemmeno un attimo di tregua , ho avuto. Tutta la notte davanti al forno. La direzione ha deciso di aumentare la produzione. Perchè c’è la crisi ed allora ci dobbiamo dar da fare. I compagni, in assemblea, han tentato di resistere all’aumento dei ritmi. Hanno anche detto che non è giusto che dobbiamo lavorare 12 ore anche nel turno di notte, e non essere pagati lo straordinario. Ma quelli del sindacato han detto che c’è la crisi. Che siam tutti nella stessa barca. che i tempi son duri. E che o è così oppure ci aspetta la cassa integrazione a zero ore e poi la mobilità o il licenziamento. Abbiam fatto quattro conti e col mutuo da pagare,i bimbi a scuola, mia suocera a carico come faccio con ottocento euro al mese?? Ho quaranta due anni. Dove vado??? Però almeno i compagni del sindacato son stati bravi a strappare alla direzione di farci riconoscere un bonus di cento euro. Fuori busta paga. In nero. Si capisce.

  image

C’è la crisi.
E c’è crisi anche per il signor Mauro.
Tu pensa che lui è stato sempre in fabbrica con noi. insieme a noi. E’ proprio un brav’uomo. E’ proprio come noi. Viene dalla gavetta, lui.
Tu pensa che ha fatto l’operaio come noi. Lui ci capisce. Però son proprio fortunato. Ho un lavoro, a tempo indeterminato e di questi tempi è un privilegio. Mangio tutti i giorni pasta e pomodoro. Certo. A me piace. L’ultima volta che siam andati in pizzeria , mi ricordo che ero fidanzato con mia moglie. Ora invece, in pizzeria non vado più. Mi accontento di veder la televisione con la mia famiglia.
Quando i turni me lo permettono.
Tre vite di tutti i giorni. Tre ***REALTA’*** differenti, ed inconciliabili. Ognuno con i suoi sogni, le sue speranza, la sua dimensione di realtà, di vero e di reale. Tre vite, ognuno con la propria esistenza di ogni giorno. Niente li accomuna. Solo il loro essere uomini e la ****CRISI****
Zag(c)

image

LinkWithin

Blog Widget by LinkWithin