lunedì 31 ottobre 2011

I PAESI PIÙ VIOLENTI DEL MONDO

Il 90% delle morti violente avviene fuori dalle aree di guerra

America Latina e Africa le aree con più omicidi. Aumentano i femminicidi anche in Europa


La Geneva Declaration ha pubblicato "The Global Burden of Armed Violence: Lethal Encounters", un sorprendente e preoccupante rapporto che fa giustizia di molti luoghi comuni e rivela che non sono i conflitti armati, ma il crimine la prima causa di morte violenta.
Nel mondo ogni anno vengono uccise circa 526.000 persone, ma solo 55.000 perdono la vita in una guerra o guerriglia o a causa di un atto terroristico. Secondo il rapporto, «Gli omicidi volontari fanno 396.000 vittime, delle quali 66.000 donne, mentre gli omicidi detti "involontari" fanno 54.000 vittime  e 21.000 persone vengono uccise nel corso di interventi legali».

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Keith Krause, una delle autrici del rapporto, sottolinea che «Le frontiere tra la violenza politica, criminale ed interpersonal sono sempre più fluide, come dimostrano le morti associate al traffico di droga in America Centrale o la violenza al servizio degli interessi economici dei pirati in Somalia. Questo studio presenta un panorama più ampio della violenza armata e omicida in tutti i contesti, compresa la violenza criminale e legata alle gang, la violenza legata a dei conflitti o ancora la violenza basata sul genere». Nel 50% dei casi, le donne vengono assassinate dal partner attuale o da quello precedente. Livelli elevati di femminicidio, quasi sempre in ambiente domestico, si accompagnano spesso (e in alcuni casi ne sono il risultato) a livelli elevati di tolleranza verso la violenza contro le donne. Gli omicidi della propria partner o dei parenti più prossimi presentano percentuali elevate in alcuni Paesi europei ed in Asia. Nei Paesi dove il tasso di omicidi è ridotto c'è una percentuale di vittime maschili e femminili simile.

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Il nuovo governo di sinistra di El Salvador ha approvato una legge rivoluzionaria per metteere fine alla violenza omicida contro le donne, visto che questo minuscolo Paese centroamericano detiene anche questo triste record. La legge punisce ogni forma di violenza verso le donne, punisce con pene da 20 a 35 anni di galera il femminicidio e la discriminazione delle donne sul lavoro, nelle comunità e nelle scuole. Nel 2010 solo il 6% dei 477 omicidi di donne salvadoregne ha avuto condanne dure e dei 7.000 casi di violenza sessuale denunciati nel 2008 e 2009, solo 436 hanno avuto condanne.
Il rapporto propone un approccio integrato unico per comprendere l'impatto mondiale della violenza omicida. Come strumento di sorveglianza indipendente, sostiene la messa in opera della Dichiarazione di Ginevra sulla violenza armata e lo sviluppo, contribuendo all'elaborazione di risposte solide e fondate su dati probanti sulle sfide della violenza armata.
The Global Burden of Armed Violence 2011 calcola che il tasso di morte violenta annuo medio tra il 2004 e il  2009 sia di 7,9 per 100.000 abitanti, ma almeno 58 Paesi registrano livelli di oltre 10 per 100.000 abitanti e insieme contano circa I due terzi di tutte le morti violente del mondo, cioè 285.000 vittime all'anno.
La vita vale poco o nulla soprattutto in 14 Paesi dove si verificano un quarto di tutte le morti violente del mondo, con un livello impressionante di oltre 30 persone uccise ogni 100.000 abitanti. La metà di questi Paesi sono nelle Americhe. Il Paese dove si commettono più omicidi è El Salvador, con 60 omicidi ogni 100.000 abitanti, seguito da Iraq, a Giamaica, Honduras, Colombia, Venezuela, Guatemala, Brasile, Sudafrica, Lesotho,  Repubblica Centrafricana, Sudan, Belize, Repubblica democratica del Congo, Swaziland, Congo, Somalia.
L'America Latina è la regione più violenta del mondo e i Paesi dove ha fatto maggiori danni sono El Salvador, Honduras, Colombia, Venezuela, Guatemala e Belize. Le aree del mondo dove si raggiunge il più alto livello di violenza omicida sono: Africa Centrale, Africa del Sud, Caraibi e Sudamerica.  «Benché attualmente si parli molto della guerra - si legge nel rapporto - i livelli di violenza armata in alcuni Paesi in tempo di pace si avvicinano a quelli delle zone dei conflitti. Nel corso di un anno, in media tra il 2004 e il  2009, proporzionalmente sono state uccise più persone in El Salvador che in Iraq».
Dati che dovrebbero far pensare anche la sinistra (e non solo quella sudamericana) che tende a sottovalutare l'impatto del crimine sulla formazione delle scelte politiche. Infatti «La violenza omicida è distribuita in maniera ineguale, non solo tra i Paesi, ma anche all'interno dei Paesi». Il rapporto fa l'esempio del Messico, dove nel 2009 il tasso nazionale di morti violente era di 18,4 per 100.000 abitanti. «Ma raggiunge 170,4 per 100.000 abitanti a Ciudad Juarez, nel nord del Paese, lo stesso anno, cioè 20  volte di più del tasso mondiale».
Il legame tra omicidi ed economia è evidente ed ancor più evidente è quello tra violenza omicida e sottosviluppo: «I Paesi che raggiungono dei livelli elevati di violenza omicida hanno quasi sempre difficoltà a raggiungere gli Obiettivi del millennio per lo sviluppo - spiega la Krause -  Sappiamo anche che quando i Paesi progrediscono in termini di sviluppo, i loro livelli di violenza omicida hanno delle possibilità di diminuire. Confermando i risultati di studi sempre più numerosi, il rapporto indica anche che i Paesi dove la disoccupazione e l'ineguaglianza dei redditi sono poco elevati conoscono dei livelli di omicidi inferiori». I tassi di omicidi legati ai furti  tendono ad essere più elevate nei Paesi dove l'ineguaglianza dei redditi è più elevata, comprese le Americhe.
C'è un rapporto tra la relativa debolezza dello Stato di diritto in un Paese ed il tasso più elevato di omicidi, ma il rapporto sottolinea che «Delle difficoltà particolari: l'attività di gang, un passato di conflitti o un'ineguaglianza marcata dei redditi, possono provocare tassi di omicidi elevati anche n in società dove il mantenimento dell'ordine e le istituzioni sono relativamente solidi.Fonte

domenica 30 ottobre 2011

IL TRENO DI MATTEO RENZI

Dalla Stazione #Leopolda il treno di Matteo Renzi parte a marcia indietro verso gli anni ‘90 (#occupypd)


clip_image001Dicono che sia bravo e simpatico Matteo Renzi, e buchi il video con la parlata fiorentina, la faccia da ragazzo e la mela della Apple come status symbol ostentato, estenuante fino a divenire pacchiano. Da San Giovanni a Santo Steve Jobs come se davvero, come nella pubblicità, anche per l’Italia di oggi bastasse un’App per ogni cosa.
Ho ascoltato con l’attenzione che merita la riunione messa insieme da uno dei possibili candidati del centrosinistra per le primarie alla Stazione Leopolda di Firenze. Ho ascoltato una quantità di idee e ideine di buon senso comune, che potevano far parte di qualunque programma politico, da Larussa a Grillo ma avrei stretto la mano a Renzi quando ha scandito: “chi nasce in Italia è italiano”.
Alla fine, e cerco di spiegare perché, ne ho ricavato tre sensazioni guida. La prima è che gli intervenuti cancellino a pié pari l’ultimo decennio e tornino agli anni novanta, a Bill Clinton, alla New economy (l’oblio per Barack Obama è assordante) per poter cancellare (seconda sensazione) tutti i fallimenti certificati del modello economico, a partire dalla crisi, e poter riproporre lo stesso pensiero unico come se il muro di Berlino fosse caduto ieri e non ventidue anni fa. La terza è la triste impressione del fashion per il fashion e di un marketing politico che dall’essere mezzo diviene il fine stesso della politica.
Va di moda il cervello in fuga e mettiamoci il cervello in fuga e non importa se calunniamo anche il giusto con il peccatore e chi l’Università la manda avanti tutti i giorni senza un Euro e ci è entrato senza raccomandazioni né essendo figlio di barone. È vecchia come il mondo l’arte di scegliere il nemico e bastonarlo per compiacere i propri. Vanno di moda le “startup” (nuove imprese) e non parliamo d’altro. Sono importanti, ma il mercato del lavoro è un po’ più complesso. Va di moda la banda larga (per carità, che ideona!) e qualcuno tra gli oratori sembra ancora credere che domani sarà tutto telelavoro. Forse perciò nessuno ha nominato i treni per i pendolari, il tessile di Prato, i mobili di Matera, la ceramica di Sassuolo, le scarpe di Montegranaro (do you know Della Valle, Renzi?), i cassintegrati cinquantenni. Che noia i cassintegrati cinquantenni, vero? Meglio nasconderli sotto il MacBook.
A volte la gioventù (insomma, 36 anni, mica 16…) fa perfino brutti scherzi. Ma è possibile riproporre “as is” le “tre ï”, Internet, Inglese, Impresa, senza neanche spiegare che sì, era il programma di Berlusconi del 2001, ma noi lo faremo (chissà perché), meglio? Si può parlare di meritocrazia con gli stessi foglietti dei ghost writer di Mariastella Gelmini? Ci si può spacciare per nuovi, per rottamatori, col programma di D’Alema del secolo scorso: “pensiero unico”, mercato, flessibilità, profitto, spolverandolo appena con un po’ di fotovoltaico e un  po’ di banda larga? Cosa vende ‘l Renzi, se non l’adesione piena al modello economico che ci ha portato al disastro, con Marchionne “senza sé e senza ma”, e con la lettera della BCE come programma politico –dichiarato- da applicare pedissequamente come se Trichet fosse Mosé?
Spero di sbagliare ma mi pare che nessuno abbia parlato di “beni comuni”. Come nessuno ha fatto riferimento agli “indignati” che dal Cairo a Madrid a Santiago fino a Wall Street (dove di banda larga ne hanno a pacchi e le startup nascono come funghi) stanno palesando quanto il modello economico dal quale Renzi non si differenzia mai non sia affatto –neanche negli Stati Uniti dove i neolaureati sono sepolti dai debiti- pensato per favorire i gggiovani e il merito, ma solo i ricchi e i ben nati. Non perché tu debba andare ad occupare Wall Strett, ma neanche puoi far finta che nulla sia successo nell’ultimo decennio, che la crisi non sia sistemica e che basta fare come in America per far rifiorire l’Italia… Sta roba, Matteo, andava bene al tempo di Clinton e della bolla della new economy, non dopo il 2008 e mi sa che quello vecchio qui sei tu.
Se è un’altra parrocchia lo si dichiari, senza infiocchettare il nulla, come ha fatto lo scrittore Alessandro Baricco. Ai più avvertiti quelle parole di Baricco avranno ricordato lo squallido esercizio retorico di Giampaolo Pansa, “e se lo dico io che sono di sinistra che i partigiani erano brutti e cattivi…”, “e se lo dico io che sono di sinistra –ha detto- che siamo  più conservatori dei conservatori…”. Non fatevi ingannare dal packaging. Quella frase non vuol dire nulla. Semplicemente suona bene: un mantra buono per Cicchitto come per Baricco, per Gelmini come per Renzi: “la sinistra è conservatrice e va buttata come acqua sporca insieme al bambino”. Alla Leopolda s’è ripetuto fino alla noia. Poi Renzi sfotte Pierluigi Bersani su Martin Aubry (la segretaria del PSF sconfitta alle primarie) e si sente François Hollande (il burocrate di partito che l’ha battuta) ma neanche sa chi è Arnaud Montebourg (il vero outsider, con un programma critico verso il neoliberismo). Candidati Renzi. Io ti voto contro.
#occupypd
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

lunedì 24 ottobre 2011

LE GRANDI FAMIGLIE CHE DOMINANO IL MONDO

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Alcuni di noi hanno iniziato a rendersi conto che esitono dei potenti gruppi finanziari che reggono il mondo. Dimentichiamoci gli intrighi politici, i conflitti, le rivoluzioni e le guerre. Questo non è un puro caso. Tutto ciò è stato progettato tanto tempo fa.
Alcuni lo chiamano ‘il complotto’, gli altri ‘Il nuovo ordine del mondo’. In ogni caso, la chiaveper capire i ricorrenti eventi politici ed economici, si limita ad un cerchio di famiglie che hanno accumulato la maggior parte della ricchezza e del potere. Parliamo di 6, 8 o forse 12 famiglie che veramente controllano il mondo. E’ opportuno però sapere che questo è un mistero assai difficile da risolvere.
Non siamo lontani dalla verità nominando i nomi come Goldman, Sachs, Rockefeller, Loeb Kuhn e Lehman di New York, Rothschild di Parigi e Londra, Warburg di Hamburgo o Lazard di Israele.
Tanti hanno sentito parlare di Gruppo Bilderberg, degli Illuminati o della Commissione Trilaterale. Ma quali sono i nomi delle famiglie che in questo momento reggono il mondo e controllano le organizzazioni come ONU, NATO o FMI?
Per provare a dare una risposta a questa domanda possiamo iniziare facendo un elenco assai chiaro delle più grandi banche del mondo, e vedere chi siano gli azionisti che prendono le decisioni.

Ora le aziende più considerevoli sono le seguenti:
Bank of America, JP Morgan, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley
Diamo quindi un’occhiata agli azionisti:
Bank of America:
State Street Corp., Vanguard Group, BlackRock, FMR (Fidelity), Paulson, JP Morgan, T. Rowe, Capital World Investors, AXA, Bank of NY, Mellon.
JP Morgan:
State Street Corp., Vanguard Group, FMR, BlackRock, T. Rowe, AXA, Capital World Investor, Capital Research Global Investor, Northern Trust Corp. e Bank of Mellon.
Citigroup:
State Street Corp., Vanguard Group, BlackRock, Paulson, FMR, Capital World Investor, JP Morgan, Northern Trust Corporation, Fairhome Capital Mgmt e Bank of NY Mellon.
Wells Fargo:
Berkshire Hathaway, FMR, State Street, Vanguard Group, Capital World Investors, BlackRock, Wellington Mgmt, AXA, T. Rowe e Davis Selected Advisers.

Senza fatica possiamo notare che in tutte queste banche c’è una parte costante, un’essenza: State Street Corp., Vanguard Group, BlackRock e FMR (Fidelity). Per evitare di ripetere questi nomi, chiamiamoli ‘i grandi quattro’.

Goldman Sachs:
‘i grande quatro’, Wellington, Capital World Investors, AXA, Massachusetts Financial Service e T. Rowe.
Morgan Stanley:
‘i grandi quattro’, Mitsubishi UFJ, Franklin Resources, AXA, T. Rowe, Bank of NY Mellon e Jennison Associates. Rowe, Bank of NY Mellon e Jennison Associates.
Quasi sempre riusciamo a verificare i nomi dei principali azionisti. Andando avanti cerchiamo di conoscere gli azionisti di queste aziende e gli azionisti delle principali banche mondiali.
Bank of NY Mellon:
Davis Selected, Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Dodge, Cox, Southeatern Asset Mgmt. e … ‘i grandi quattro’.
State Street Corporation (uno de ‘i grandi quattro’):
Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Barrow Hanley, GE, Putnam Investment e … ‘i grande quattro’ (solo gli azionisti!)
BlackRock (anche esso de ‘i grandi quattro’):
PNC, Barclays e CIC.
Chi c’è dietro il PCN? FMR (Fidelity), BlackRock, State Street, ecc.
E dietro Barclays? BlackRock.
E potremmo proseguire elencando così per ore, passando dai paradisi fiscali nelle Isole Cayman, Monaco o la sede legale di società Shell in Liechtenstein. Una rete, dove le aziende sono sempre le stesse, ma non è mai nominato un cognome della famiglia.
In breve: otto aziende statunitensi più potenti (JP Morgan, Wells Fargo, Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, U.S. Bancorp, Bank of New York Mellon e Morgan Stanley) che sono al cento per cento controllate dai 10 azionisti e così abbiamo quattro aziende sempre presenti in tutte le decisioni: BlackRock, State Street, Vanguard e Fidelity.
Inoltre, la Federal Reserve è composta da 12 banche, rappresentate da un consiglio di 7 persone che allo stesso tempo sono i componenti de ‘i grandi quattro’, i quali invece appaiono in tutto il resto delle aziende.
Alla fine, guardiamo un po’ quali sono alcune marche controllate da ‘i grandi quattro’:
Alcoa Inc.
Altria Group Inc.
American International Group Inc.
AT&T Inc.
Boeing Co.
Caterpillar Inc.
Coca-Cola Co.
DuPont & Co.
Exxon Mobil Corp.
General Electric Co.
General Motors Corporation
Hewlett-Packard Co.
Home Depot Inc.
Honeywell International Inc.
Intel Corp.
International Business Machines Corp
Johnson & Johnson
JP Morgan Chase & Co.
McDonald’s Corp.
Merck & Co. Inc.
Microsoft Corp.
3M Co.
Pfizer Inc.
Procter & Gamble Co.
United Technologies Corp.
Verizon Communications Inc.
Wal-Mart Stores Inc.
Time Warner
Walt Disney
Viacom
Rupert Murdoch’s News Corporation.,
CBS Corporation
NBC Universal
Gli stessi ‘i grandi quattro’ controllano la maggior parte delle aziende europee che contano in borsa. Inoltre, queste persone governano pure delle grandi istituzioni finanziarie, come il FMI, la Banca centrale europea o la Banca Mondiale.
I nomi delle famiglie che controllano ‘i grandi quattro’ non appaiono mai.
Fonte in lingua originale: www.english.pravda.ru
Traduzione a cura di Magdalena Was – Exit – magozine.it
Fonte

martedì 18 ottobre 2011

DOCUMENTARIO SULLA TRATTA DEI BAMBINI RAPITI E VENDUTI IN CINA

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Scena nella metropolitana di in Beijing, ripreso dal trailer del documentario 'Living with Dead Hearts' (novembre 2010)


Se siete già stati in una città cinese avrete sicuramente notato bambini chiedere l'elemosina o suonare strumenti musicali nelle stazioni ferroviarie o, per strada, tra la folla, in cambio di qualche monetina. Allora siete stati spettatori inconsapevoli dell'epilogo di un crudele piaga sociale in Cina - e cioé la tratta dei bambini rapiti e venduti.
All'inizio del 2009 la polizia cinese ha promosso una campagna contro il traffico di esseri umani. Alla fine del 2010, le stime ufficiali , certo poco attendibili, riportavano la scomparsa di 9.165 donne e 5.900 casi di bambini scomparsi; di cui 9.388 bambini e 17.746 donne salvati oltre a 3.573 bande di rapitori sgominate.
Le cifre reali sui bambini rapiti sono probabilmente ben più alte dei casi di salvataggio. Alcune stime , parlano di qualcosa come 70 mila bambini l'anno rapiti nelle strade.
Ma cos'è che alimenta il traffico di minori? Grazie alla politica del figlio unico e al retaggio culturale che favorisce i figli maschi, i bambini rapiti vengono spesso venduti a nuove famiglie. Dal canto loro, le bambine rapite vengono spesso rivendute in zone dove vi è maggioranza di uomini single. E molte altre di più vengono rivendute per esibirsi per strada, a scopo accattonaggio o prostituzione.

Raccontare la propria storia
Il tema della tratta dei minori è al centro di un documentario di Charles Custer, di prossima uscita, intitolato “Living with Dead Hearts” (”Vivere con la morte nel cuore: Alla ricerca dei bambini rapiti in Cina”).
Custer è un americano animato da un forte interesse per la Cina. Attualmente residente a Beijing gestisce il blog di successo ChinaGeeks, che si occupa di tradurre e analizzare i vari siti della blogosfera cinese. In questo documentario Custer si propone di andare oltre le statistiche e le analisi. Concentrandosi sul lato personale ed emozionale delle storie, egli vuole associare un volto reale a questi problemi sociali.
Alla fine dello scorso anno Custer lanciò un appello per la raccolta di fondi su Kickstarter per poter produrre il documentario. In seguito alle generose donazioni di più di 100 persone, il progetto ha raccolto più di 8.500 dollari, e Custer, da allora, ha trascorso molto del suo tempo libero rintracciando, intervistando e filmando genitori e bambini rapiti.
Questo mese, la troupe televisiva ha prodotto un aggiornamento, insieme a un primo trailer del film:

Living with Dead Hearts - Fundraising Pitch and Teaser Trailer from China Geek on Vimeo.


Lo scopo è quello di mettere in condizione gli utenti stranieri di vedere nel popolo cinese degli individui dopo aver visto questo documentario.
Qualche esempio di ciò che potrebbero vedere include la reazione dei genitori dei bambini rapiti a domande quali: “Quando ha scoperto la scomparsa di sua figlia? / Potrebbe raccontarci degli hobby e del carattere di sua figlia? / Quali strade avete seguito per la sua ricerca a parte la denuncia alla polizia e a scuola?/ Come pensate di continuare nella ricerca?”
Oppure rigurardo a come vivono i bambini rapiti una volta diventati adulti: “Hai ricordi risalenti a prima del rapimento?/ I vostri attuali genitori ricordano qualcosa su chi vi ha venduto loro? / Cosa pensano oggi di quello che hanno fatto?”
Se siete interessati all'argomento potete seguire i progressi di Custer nel suo documentario sul sito dedicato
www.livingwithdeadhearts.com, o saperne di più in una sezione speciale di
ChinaGeeks.org.
Se desiderate contribuire, visitate Baby Come Home e Xinxing Aid , iniziative a sostegno dei bambini rapiti che chiedono l'elemosina in strada.
Fonte

martedì 11 ottobre 2011

QUELLA CAMICIA VERDE CHE FU NERA

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Cose dell'altro mondo
Fin dalla sua nascita la Lega Nord più che un'ideologia vuole rappresentare una mentalità, e un semplice fatto di costume può aiutare a svelarla. L'inverno scorso il regista campano-veneto Francesco Patierno, che stava girando un film dal titolo “Cose dell'altro mondo”, si è visto negare dal comune di Treviso la possibilità di utilizzare la città come set cinematografico. La polemica era squisitamente politica, dal momento che Patierno immaginava nel film un'Italia in cui da un giorno all'altro gli immigrati se ne vanno, abbandonando gli italiani a se stessi. L'attore principale, Diego Abatantuono, nel ruolo di un cinico e fanfarone imprenditore del nord, dava al film i connotati della classica commedia all'italiana in cui si ride e si riflette. Ma l'idea che una commedia nazionale parlasse di razzismo, immigrazione, pregiudizi, etc, mandava su tutte le furie sindaci e amministratori locali. E così, via alle dichiarazioni: “Basta con questi film che danno un'immagine distorta del Veneto e dei veneti”, ha tuonato la coppia Gentilini-Gobbo, sindaci di Treviso, che a suo tempo voleva vestire gli immigrati da leprotti per allenare i cacciatori; “E' una vergogna, il solito razzismo verso i veneti”, ha sbottato Bitoci, sindaco leghista di Cittadella celebre per aver vietato i Kebab nella sua città, il quale, godendo della doppia carica di onorevole, ha avuto anche il buon tempo di lanciare un interpellanza parlamentare contro questo film.
Infine Patierno riuscì comunque a girare il film dal momento che Cimatti, il sindaco non leghista di Bassano del Grappa, accolse ben volentieri il set nella sua città. Oggi che il film è stato presentato al Festival del cinema di Venezia la polemica ancora non si è spenta e Cimatti viene tuttora accusato di “blasfemia” da politici, militanti e blogger leghisti in rivolta, per aver reso possibile la realizzazione di un film che ironizza su una mentalità. Secondo lo scrittore algerino Hamid Skif, uno dei tratti tipici della mentalità dei fondamentalisti è la totale mancanza di senso dell'umorismo, e soprattutto “non accettano che si rida di loro, non sopportano di essere trasformati in guignol”.

Il partito dell'appartenenza
E' opinione diffusa che sia merito della Lega lo sdoganamento delle idee federaliste in Italia, dal punto di vista teorico però la Lega non ha sviluppato una coerente visione di un'Italia federale, ma un'ideologia di estrema destra. Non è diventato un partito federalista, ma è rimasto il partito degli interessi del nord. La Lega nasce come movimento di protesta alla fine degli anni 1980, nel contesto della crisi delle ideologie e del crollo del blocco sovietico, in un paese, l'Italia, in cui il sistema politico stava andando progressivamente in cancrena e che poi è collassato con le inchieste di Mani pulite e la successiva fine della Prima Repubblica. In questa fase la Lega, se da un lato dà fiato al disgusto spontaneo per un sistema ritenuto corrotto, dall'altro, in un momento in cui gran parte dell'elettorato era ormai politicamente orfano dopo la fine della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano, cerca di proporsi come referente politico affidabile, in quanto paladino degli interessi economici del nord, proponendosi come il partito contro le tasse.
Il leghismo ha fatto leva su un ossessivo razzismo antimeridionale, esasperando i cliché di un nord laborioso contro un sud fannullone. Il messaggio, tanto diretto quanto populista, individuava nel centralismo romano la causa dei mali del paese, facendo finta di ignorare che il benessere diffuso del nord era figlio di quell'Italia, di quel sistema-paese di cui hanno approfittato ampiamente le economie del nord dagli anni 50 ai 90. Il miracolo economico del nordest è avvenuto in Italia, per intenderci, sotto i governi Andreotti e Craxi, ed è stato possibile solo grazie ai vantaggi che da ciò ne derivavano, nel bene e nel male, nel legale e nell'illegale. In questa omissione, c'è tutta l'ipocrisia dell'ideologia leghista della prima ora.
Se Roma era ladrona e anche la chiesa romana era corrotta, allora serviva creare una tradizione diversa anche dal punto di vista spirituale. Non è un caso che Umberto Bossi, malgrado la trivialità dei messaggi, abbia reintrodotto delle forme di sacralità in politica con i vari riti delle presunte origini celtiche che proiettavano l'identità padana in un mondo pre-cristiano, pre-moderno e pre-democratico. Fiorisce tutta la simbologia dell'ampolla del Po, del Sole delle Alpi, i dipinti epici sul popolo padano in marcia verso la liberà. Non deve sorprendere poi se nell'ideologia leghista, all'originaria identità celtica si sia sovrapposta la difesa dell'identità cristiana, del cattolicesimo più tradizionalista e reazionario, quello pre-conciliare, quello dei lefevriani come il negazionista e antisemita don Floriano Abrahamowicz. Infatti il nemico non era più o non solo il sud, cominciava a essere l'immigrato, l'extracomunitario, e di riflesso l'islam, in una sommatoria di paure e rancori che sovrappone l'antiislamismo all'antimeridionalismo. Ma le intolleranze leghiste sono molteplici: gli zingari, il buonismo e il cosmopolitismo di sinistra, gli omosessuali, Bruxelles e lo strapotere dell'Europa dei banchieri, della massoneria, dei pedofili e della lobby ebraica. A tutto questo il partito contrappone la risposta etnica e identitaria, il motto “padroni a casa nostra”, e i suoi cavalli di battaglia in campagna elettorale sono l'insicurezza e la criminalità.
Dal 2000 la giunta della Regione Veneto ha cambiato nome all'“Assessorato alla cultura” in “Assessorato alle politiche per la cultura e l'identità veneta”, e una scelta analoga è stata fatta in Lombardia. In questo modo la Lega ha fondato il proprio potere sul concetto di appartenenza, in quanto i veneti non sono i residenti nella regione, ma chi fa parte del popolo veneto per discendenza. Si è imposta una retorica identitaria elevata a ideologia che reinterpreta l’uso della cultura e della storia locale, dei dialetti e dell’identità collettiva discriminando gli indigeni dagli oriundi. Tempo fa in un'intervista l'assessore Serrajotto affermava che “i veneti devono innamorarsi della propria storia.” Una buona cosa se si trattasse di ricercare la complessità delle relazioni storiche, poichè nel nostro territorio le razze si sono sempre intrecciate e Venezia stessa era un crocevia di comunità diverse. Invece si ha un approccio identitario alla storia locale, e il compito dello storico diventa spettacolo e propaganda, spiegare come mai i veneti sono sempre state vincenti nel commercio, nella cultura, nel fare.
Gli assessorati comunali continuano a riscoprire e inventare feste e tradizioni legate alla perduta civiltà contadina, ai valori tradizionali della comunità, e le piazze sono sempre più invase da sagre e rievocazioni storiche in costume che esaltano la “cultura d’appartenenza”. Queste iniziative appartengono a una mentalità diffusa che vuole segnare una linea di demarcazione tra noi e loro, che utilizza in modo più o meno consapevole la cultura locale, le feste, la religione e la storia per spiegare chi sono i veri veneti, come sono, cosa fanno e come si devono comportare. Una visione chiusa e daltonica della realtà, che rifiuta la società multietnica formatasi nelle nostre città, nelle campagne e nelle zone industriali, dove l’immigrazione ridisegna i contorni dell’identità, formandone una nuova.

La padana Repubblica di Salò
La questione sta nel capire gli obiettivi finali della Lega: decentramento, autonomia locale, federalismo, o un nuovo nazionalismo con il tentativo di costruire un'identità proto-nazionale? Le sue parole d'ordine da sempre tradiscono un'ambiguità di fondo tra un'opzione federale e un'opzione secessionista che prevede la formazione di un vero e proprio Stato, la Padania, dotato di un parlamento e una costituzione. La virata dalla secessione al federalismo degli anni scorsi è stata puramente tattica e strumentale. Un partito che si vuole d'ispirazione federalista deve darsi dei validi modelli teorici e pratici. Per alcuni anni, tra gli ottanta e i primi novanta, l'ideologo di riferimento della Lega è stato Gianfranco Miglio, giurista e politologo consevatore che sosteneva di voler lasciare il sud al governo della mafia, della Camorra e della 'Ndrangheta e che predicava la necessità, nell’Europa che sta rivivendo le invasioni barbariche, di “mantenere la distinzione tra schiavi e liberi”.
Anche in ambito internazionale i punti di riferimento della Lega volgono piuttosto verso l'estremismo nazional-regionalista, e lo testimoniano le simpatie per la Serbia di Mladic e Milosevic, per lo sciovinismo russo di Zirinovskj, per il nazionalismo fiammingo del Vlaams Block prima e del Vlaams Belang poi, per il Fpoe di Joerg Haider in Carinzia, e per il Front National di Le Pen e per il Bloc Identitaire in Francia.
Non si può definire la Lega Nord come un partito neofascista classico, in quanto al suo interno coabitano diverse anime e nel corso degli anni i suoi dirigenti sono riusciti a confondere le piste ideologiche in diversi modi. Inizialmente, la Lega non rivendicava un'identità di destra, anzi rivendicava un certo antifascismo di facciata, in cui si poteva leggere la necessità di smarcarsi, di non disorientare gli elettori, in quanto nella storia italiana non c'è nulla di più centralista del fascismo. Anzi, il fascismo storicamente ha rappresentato la repressione di ogni diversità locale (i tedeschi dell'Alto Adige e gli sloveni ne sanno qualcosa) in nome del nazionalismo e dell'italianità. Ma dalla metà degli anni novanta, dopo la svolta attuata da Gianfranco Fini al congresso di Fiuggi in cui l'M.S.I/A.N. abbandona progessivamente l'anima fascista per abbracciare, fino alla fusione nel P.D.L., quella cattolica-popolare, la Lega Nord ha assunto il compito di rappresentare il nuovo estremismo identitario nel nord Italia.
E' un fatto che tanti esponenti della destra radicale siano approdati alla Lega con grande profitto. Un esempio su tutti il sindaco di Verona Flavio Tosi, ora considerato come il vero astro nascente del partito. Nella sua lista elettorale, la “Lista Tosi”, un nome di spicco era riservato all'estremista nero Andrea Miglioranzi, noto esponente del mondo naziskin e leader del gruppo musicale Gesta Bellica, con canzoni dedicate a Erik Priebke o inneggianti all'odio antisemita. Nel 2006, poco prima della discesa in campo di Miglioranzi con Tosi, i Gesta Bellica annuciarono il loro scioglimento durante il meeting neonazista Ritorno a Camelot e nel 2007, appena eletto sindaco, la camicia verde Flavio Tosi non ebbe timore nel partecipare a una manifestazione organizzata da Fiamma Tricolore, Forza Nuova e Veneto Fronte Skinhead. Come primo atto politico del nuovo consiglio comunale, nominò Andrea Miglioranzi presso l’Istituto Storico della Resistenza di Verona. Le reazioni e la polemica che ne seguì fu tanto forte da costringere Miglioranzi a rinunciare alla nomina, ma la sua carriera era avviata e oggi, oltre che capogruppo della Lista Tosi in Consiglio Comunale, è presidente della Veneto Exhibition, un'azienda controllata per il 70% da Veronafiere e il 30% dalla finanziaria regionale Veneto Sviluppo.
L'anima reazionaria della Lega è ben espressa dal deputato Borghezio e dal ministro Calderoli, che recentemente hanno proposto l'abolizione della festa per la liberazione dal nazi-fascismo del 25 aprile e non perdono occasione per svilire il valore della Resistenza, nell'intento di delegittimare la Repubblica e la Costituzione. Borghezio da eurodeputato partecipa a svariati incontri internazionali, diventando l'ambasciatore di questa nuova ideologia di estrema destra regionalista. Nel marzo 2009 in Francia, ospite a un meeting promosso dal “Bloc Identitaire Niçois”, spiega bene quanto la Lega Nord sia diventata un modello, originale e da imitare, per l'estrema destra europea. Secondo Borghezio la strategia da seguire anche in Francia è quella vincente attuata dalla Lega in Italia, e così la spiega rispondendo ai dubbi di alcuni militanti: “Bisogna entrare nelle amministrazioni e nelle piccole città. Bisogna insistere molto sull'aspetto regionalista del vostro movimento. […] E' il modo giusto per non essere classificati immediatamente come fascisti nostalgici ma come un nuovo movimento regionale, cattolico, etc., anche se sotto queste cose siamo sempre gli stessi.”
Il mito della forza, della razza, il riferimento a un mondo mistico fatto di re, cavalieri e croci celtiche, l'autoritarismo, il disprezzo per l'esperienza storica della Resistenza e della Repubblica, sono alcuni elementi comuni alla vecchia mentalità fascista e al nuovo nazional-regionalismo. Inoltre, geograficamente e simbolicamente, condividono la nostalgia per la mussoliniana Repubblica Sociale di Salò, i cui confini praticamente combaciano con quelli della Padania, in quanto unico precedente storico in cui il nord Italia sia mai stato unito e indipendente. Fascisti e leghisti esprimono quindi l'idea di un peculiare autoritarismo nordista e pretendono di rappresentare non dei cittadini ma un popolo, un etnia, e di difenderne i valori tradizionali e il territorio con metodi e strutture paramilitari, come la Guardia Nazionale Padana e le ronde per la sicurezza.
Tutto questo non ha nulla a che vedere con la tradizione politica federalista, quella che animava gran parte della Resistenza europea e che Norberto Bobbio definiva per sua natura “pacifista, antiautocratica e democratica”. Perciò non è colpa del popolo italiano se ormai solo a sentire la parola federalismo gli viene l'orticaria, perché se c'è un movimento che ha danneggiato la causa di quell'ideale federalista che, per dirla con Camus, ha come missione centrale quella di “unire le differenze”, questo è proprio la Lega Nord.
Alessandro Bresolin
[Questo articolo è apparso sulla rivista belga "Fédéchoses". Ecco perché, all'inizio, ricapitola temi e vicende molto noti ai lettori italiani.]

lunedì 10 ottobre 2011

HAITI' PAESE OCCUPATO E DIMENTICATO

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Haitì, paese occupato

di Eduardo Galeano (*); da: pagina12.com.ar; 28.9.2011

Consulti qualsiasi enciclopedia. Chieda quale è stato il primo paese libero in America. Riceverà sempre la stessa risposta: gli Stati Uniti. Ma gli Stati Uniti dichiararono la loro indipendenza quando erano una nazione con seicentocinquantamila schiavi, che continuarono ad essere schiavi per un secolo, e nella loro prima Costituzione stabilirono che un nero valeva i tre quinti di una persona.
E se lei chiede a qualsiasi enciclopedia quale fu il primo paese che abolì la schiavitù, ricevererà sempre la stessa risposta: l’Inghilterra.
Ma il primo paese che abolì la schiavitù non fu l’Inghilterra ma Haitì, che sta ancora espiando il peccato della sua dignità.
Gli schiavi neri di Haitì avevano sconfitto il glorioso esercito di Napoleone Bonaparte e l’Europa non perdonò mai quell’umiliazione. Haitì pagò alla Francia, per un secolo e mezzo, un indennizzo gigantesco, per essere colpevole della propria libertà, ma neanche quello è bastato. Quell’insolenza nera continua a far male ai bianchi padroni del mondo.
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Di tutto questo, sappiamo poco o nulla.
Haitì è un paese invisibile.
Ha avuto un attimo di fama quando il terremoto dell’anno 2010 uccise più di duecentomila haitiani.
La tragedia ha fatto sì che il paese occupasse, fugacemente, la prima pagina dei mezzi di comunicazione.
Haitì non è conosciuta per il talento dei suoi artisti, maghi dei rifiuti capaci di trasformare la spazzatura in bellezza, né per le sue azioni eroiche nella guerra contro la schiavitù e l’oppressione coloniale.
Vale la pena ripeterlo un’altra volta, perché i sordi ascoltino: Haitì è stata il paese fondatore dell’indipendenza dell’America e il primo a sconfiggere la schiavitù nel mondo.
Merita molto di più che la notorietà nata dalle sue disgrazie.
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Attualmente, gli eserciti di vari paesi, compreso il mio, continuano ad occupare Haitì. Come si giustifica questa invasione militare? Ma.. sostenendo che Haitì mette in pericolo la sicurezza internazionale!
Niente di nuovo.
Per tutto il secolo diciannovesimo, l’esempio di Haitì ha costituito una minaccia per la sicurezza dei paesi che continuavano a praticare la schiavitù. Lo aveva già detto Thomas Jefferson: da Haitì veniva la peste della ribellione. Nella Carolina del Sud, ad esempio, la legge permetteva di incarcerare qualsiasi marinaio nero, mentre la sua nave era in porto, per il rischio che potesse portare il contagio della peste antischiavista. E in Brasile questa peste si chiamava haitianismo.
Già nel secolo Ventesimo Haitì fu invasa dai marines, perché era un paese insicuro per i suoi creditori stranieri. Gli invasori cominciarono impadronendosi delle dogane e consegnarono la Banca Nazionale alla City Bank di New York. E già che c’erano, rimasero per diciannove anni.
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L’incrocio della frontiera tra la Repubblica Dominicana e Haitì si chiama Il passo cattivo.
Forse il nome è un segnale di allarme: lei sta entrando nel mondo negro, la magia nera, la stregoneria…
Il vudù, la religione che gli schiavi portarono dall’Africa e che fu nazionalizzata ad Haitì non merita di chiamarsi religione. Dal punto di vista dei proprietari della Civiltà, il vudù è una cosa da neri, è ignoranza, arretratezza, pura superstizione. La Chiesa Cattolica, dove non mancano fedeli capaci di vendere unghie di santi e piume dell’arcangelo Gabriele, riuscì a far proibire ufficialmente questa superstizione nel 1845, nel 1860, nel 1915 e nel 1942, senza che il popolo se ne accorgesse.
Ma, ormai da qualche anno, sono le sette evangeliche che si incaricano della guerra contro la superstizione ad Haitì. Queste sette vengono dagli Stati Uniti, un paese che non ha il 13° piano nei suoi edifici, né la fila 13 sui suoi aerei, abitato da civilizzati cristiani che credono che Dio abbia creato il mondo in una settimana.
In quel paese, il predicatore evangelico Pat Robertson ha spiegato alla televisione il terremoto dell’anno 2010.
Questo pastore di anime ha rivelato che i neri haitiani conquistarono l’indipendenza dalla Francia con una cerimonia vudù, invocando l’aiuto del Diavolo dal profondo della selva haitiana. Il Diavolo, che diede loro la libertà, mandò il terremoto per fargli pagare il conto.
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Fino a quando i soldati stranieri resteranno ad Haitì? Erano arrivati per stabilizzare ed aiutare, ma sono sette anni che stanno ostacolando e destabilizzando questo paese che non li vuole.
L’occupazione militare di Haitì sta costando alle Nazioni Unite più di ottocento milioni di dollari all’anno.
Se le Nazioni Unite destinassero questi fondi ala cooperazione tecnica e alla solidarietà sociale, Haitì potrebbe ricevere un buon impulso allo sviluppo della sua energia creatrice. E così si salverebbe dai suoi salvatori armati, che hanno una certa tendenza a violentare, uccidere e regalare malattie fatali.
Haitì non ha bisogno che nessuno venga a moltiplicare le sue calamità. E non ha neanche bisogno della carità di nessuno. Come dice bene un antico proverbio africano, la mano che dà sta sempre al di sopra della mano che riceve.
Ma Haitì ha sì bisogno di solidarietà, di medici, di scuole, di ospedali e di una collaborazione vera che renda possibile il rinascimento della sua sovranità alimentare, assassinata dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e da altre società filantropiche.
Per noi, latinoamericani, questa solidarietà è un dovere di gratitudine: sarà il modo migliore di dire grazie a questa piccola nazione che nel 1804 ci aprì, con il suo esempio contagioso, le porte della libertà.
(Questo articolo è dedicato a Guillermo Chifflet, che è stato obbligato a rinunciare al suo seggio alla Camera dei Deputati dell’Uruguay quando ha votato contro l’invio dei soldati ad Haitì).
Questo testo è stato letto ieri dallo scrittore uruguaiano alla Biblioteca Nazionale, nel quadro dell’incontro-dibattito “Haitì e la risposta latinoamericana).
(*) Scrittore, saggista e poeta uruguaiano, autore, tra gli altri libri, di “Le vene aperte dell’America Latina”.
(traduzione di Daniela Trollio
Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni
Fonte

giovedì 6 ottobre 2011

AFRICA E RAPINA DELLE TERRE

L'Italia finalmente apre gli occhi sul land grabbing nei Paesi più poveri. La dichiarazione di Dakar

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Il 22 settembre Oxfam ha pubblicato un report sulla rapina delle terre che va diffondendosi in tutto il mondo. Le confederazioni agricole italiane finalmente prendono atto di questo fenomeno e lo condannano. È ora di andare oltre i comunicati-stampa, e firmare l’Appello di Dakar contro il land-grabbing.
Per saperne di più. Ilfattoalimentare.it ha da tempo denunciato la crescita esponenziale del land-grabbing, spiegando come gli investimenti sulle terre costituiscano una delle più gravi minacce al sostentamento e alla sovranità alimentare delle popolazioni più povere. Ha evidenziato come tali lucrose operazioni siano finanziate anche dai Paesi occidentali e riportato le testimonianze dei soprusi di chi li subisce e di chi li osserva in loco.
Abbiamo parlato anche della determinazione di Olivier De Schutter, relatore speciale Onu per il Diritto al cibo, nel proporre soluzioni per combattere questo crimine, e segnalato varie situazioni: Mali, Sierra Leone, Nigeria, Camerun, Liberia, Monzambico, Repubblica Democratica del Congo e Congo-Brazzaville, Madagascar, Etiopia. Abbiamo dato atto di una recente iniziativa del Parlamento europeo e denunciato l’inerzia del primo G20 Agricoltura.
Finalmente, ora anche la stampa nazionale inizia a occuparsene.
Il rapporto Oxfam. Il 22 settembre Oxfam International ha pubblicato il rapporto “Power & Land, The growing scandal surrounding the new wave ofinvestments in land”.

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Un resoconto aggiornato su estensione e gravità del land-grabbing nei Paesi in via di sviluppo. Dal 2001 a oggi 227 milioni di ettari di terra - pari a 10 volte l’estensione dell’Italia - sono stati venduti, affittati o concessi in via esclusiva a investitori stranieri. Senza nessuna cura di cosa ciò ha comportato per chi abitava quei territori, comprese deportazioni con violenze e minacce.
«L’espandersi di questo fenomeno mette in pericolo le comunità più povere, che perdono case e mezzi di sostentamento, senza venire consultate né risarcite e senza avere mezzi per fare ricorso, ammonisce Oxfam. Non tutti i 227 milioni di ettari sono classificabili come land grabbing, ma dietro le acquisizioni di terreni - caratterizzate quasi sempre da una scarsa trasparenza - si cela spesso questo fenomeno».
I motivi della rincorsa alle terre da parte degli investitori stranieri sono essenzialmente tre: produzione di alimenti da esportare nella totalità o quasi, produzione di biocarburanti (invece di cibo), speculazione sui latifondi in vista del crescente interesse alle predette attività.
È stato possibile studiare 1.100 accordi, relativi all'accaparramento di 67 milioni di ettari di terre: il 50% riguarda il continente africano, dove la rapina si è estesa su una superficie complessiva pari all’estensione della Germania.
Sono stati raccolti dati e testimonianze. Come quella di Christine Longoli, una degli oltre 22.500 costretti con violenza e distruzioni ad abbandonare le loro case, in Uganda: «Ricordo la mia terra, tre acri di caffè, tanti alberi, mangrovie e avocado. Avevo le mucche, le api. Mi avevano dato anche un premio come agricoltore modello. Ora non ho più nulla, sono la più povera tra i poveri».
E chi si è accordato con il governo ugandese per la cessione delle terre in questione? La società britannica New Forests Company (Nfc), con il supporto di istituzioni finanziarie internazionali che asseriscono di seguire elevati standard socio-ambientali (Banca Mondiale, Banca Europea degli Investimenti, HSBC)[1]. La puzza di bruciato sale fino a noi.

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Oxfam ha lanciato una campagna di mobilitazione contro la rapina delle terre. È possibile aderire con una semplice sottoscrizione, e anche con una donazione, su http://www.oxfam.org/en/grow/campaigns/tackle-landgrabs.
L’Italia s’è desta ? Grazie alla pubblicazione del rapporto Oxfam, le confederazioni agricole italiane finalmente dedicato un comunicato stampa alla rapina delle terre nei Paesi in via di sviluppo. Per il presidente di Confagricoltura Mario Guidi, la relazione «conferma una centralità dell’agricoltura nelle sorti del mondo che ormai non si può più ignorare, sia sotto il profilo economico, sia sotto quello sociale». Il presidente di Coldiretti Sergio Marini ha aggiunto che «il boom di acquisti di terreni agricoli nei paesi poveri da parte di investitori esteri interessati alla produzione di alimenti da destinare alle proprie necessità é una nuova pericolosa forma di colonizzazione che va fermata». Per Giuseppe Politi, il presidente di CIA: «È importante e sempre più urgente, anche per contrastare fenomeni perversi come il land grabbing, favorire politiche che permettano di aumentare la produttività agricola nei paesi più poveri». E Copagri, il cui presidente Franco Verrascina ricorda di avere già denunciato sia il land grabbing, sia l’invasione della finanza nel settore agricolo, «Ribadiamo ancora il nostro no al neocolonialismo a danno dei paesi più poveri e no alla finanziarizzazione dell’agricoltura. Occorre capire questi fenomeni, contrastarli e rispondere con le regole e l’etica aumentando la produzione nei propri confini».
L’Appello di Dakar contro il land-grabbing. Un promemoria per le nostre confederazioni agricole e le altre associazioni che si occupino di cibo e diritti: è tempo di sottoscrivere l’appello di Dakar contro il land grabbing (presentato anche da lIfattoalimentare), sviluppato nell’ambito del “World Social Forum” tenutosi in Senegal a febbraio 2011 e che ha finorar accolto l’adesione di oltre 650 organizzazioni, anche italiane (come AIAB, Associazione Italiana Agricoltura Biologica, ARCS, Arci Cultura e Sviluppo, Associazione Rurale Italiana, AUCS Associazione Universitaria per la Cooperazione e lo Sviluppo, Centro Internazionale Crocevia, COSPE Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti, CRBM Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, CVM Comunità dei Volontari per il Mondo, Focuspuller, Fondazione Diritti Genetici, LVIA, M.A.I.S., Mani Tese, Rete Commons! Italy, WILPF Women International League for Peace and Freedom Italia, Osservatorio Migranti Basilicata).
Il Committee on World Food Security (CFS) discuterà  a Roma presso la Fao, il 10-14 ottobre, le “Guidelines on the Responsible Governance of Tenure of Land, Fisheries and Forests”.

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Un’occasione unica per intimare ai governi di respingere in via definitiva il diverso approccio proposto dalla Banca Mondiale (“Principles for Responsible Agricultural Investment”, RAI): la rapina delle terre deve essere fermata e non può essere mascherata di “responsabilità”!
Dario Dongo
foto: Photos.com

video sull'Uganda: http://www.oxfam.org/en/grow/campaigns/tackle-landgrabs
[1] HSBC, sedicente banca “responsabile”, detiene il 20% delle quote e uno dei sei posti nel CdA di NFC
Fonte

mercoledì 5 ottobre 2011

SOMALIA: EMERGENZA SENZA FINE

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Della tragedia che ha colpito il Corno d’Africa non si parla mai abbastanza, le distanze che ci separano da quelle popolazioni non sono solo geografiche. Un’emergenza umanitaria senza precedenti che si manifesta in tutta la sua drammaticità e che per una concomitanza di fattori climatici, logistici, storico-politici vede al centro della crisi la Somalia, un territorio di fatto senza governo – la fragilità del TFG (Governo Federale di Transizione) è palese. Un territorio che malgrado la missione dell’Unione Africana resta ancora largamente controllato dalla milizia di Al-Shabaad. I divieti e il blocco posti da quest’ultima rendono ancora più difficoltoso il lavoro delle agenzie umanitarie che operano sul posto, fra loro c’è Islamic Relief, l’unica a cui è consentito l’accesso alla Somalia del Sud.

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Attività in un campo profughi. Foto gentilmente concessa da Islamic Relief

Islamic Relief è un’organizzazione umanitaria internazionale presente in 30 Paesi nel mondo e fra i numerosi sostenitori vanta Carlo d’Inghilterra. Fondata nel 1984 da Hany El Banna, medico, IR fornisce un supporto specifico nella gestione delle emergenze ed è in grado di rispondere in tempi brevi alle catastrofi o ai disastri naturali. Nel 2009 il gruppo italiano ha fornito assistenza e aiuti alla popolazione colpita dal terremoto in Abruzzo.
Omar El Sayed, operation manager IR Italia, è appena rientrato dal viaggio in Somalia dove ha visitato due campi profughi di Mogadiscio, quello di Siliga – che ospita all’incirca 27.000 famiglie, qualcosa intorno a 160/170.000 rifugiati di cui il 20% è costituito da bambini sotto i 5 anni – e di Corsan che accoglie più o meno 18.000 persone.

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Il 20% dei rifugiati sono bambini sotto i 5 anni. Foto gentilmente concessa da Islamic Relief

Omar racconta:
“Un’esperienza toccante, difficile descrivere con le parole il dolore di questa gente, difficile accettare… un Paese che non esiste, sono i resti della Somalia di 30 anni fa. Un’economia essenzialmente agro-pastorale messa in ginocchio da una siccità prolungata, gli effetti sono devastanti. Distribuiamo pacchi-alimentari con 25kg di riso, 25kg di farina, 10kg di zucchero e 5l di olio che sfamano una famiglia media di 6/7 persone per 10-15 giorni, non basta.”
Ci sono 2 milioni di profughi che viaggiano all’interno dei confini somali in cerca di aiuto, di cibo, acqua, cure mediche, le strutture sono insufficienti, la distribuzione degli aiuti è difficile. Situazioni estreme dove lo staff medico deve valutare chi può essere curato, deve decidere chi salvare… L’ospedale di Benadir è diventato un punto di riferimento sicuro dove fermarsi, all’interno si organizza la distribuzione del cibo ai familiari dei bambini ricoverati. La mortalità infantile è elevatissima, al ritmo di uno su dieci ogni giorno, la maggior parte muore di malnutrizione, dissenteria, complicanze cardiorespiratorie e quando sei lì – ci spiega Omar – i numeri hanno un volto. IR ne documenta l’estrema gravità in questo video.
Ci sono 4 milioni di persone a rischio, Mogadiscio è la speranza.
Nel campo di Siliga c’era una donna che dal sud si era messa in viaggio con i suoi 7 figli, due erano morti lungo la strada e li aveva seppelliti, un terzo è morto al campo ma gli altri 4 avevano qualche possibilità in più di sopravvivere, ora.
Un altro insostenibile volto di questa tragedia
Maria Grazia Pozzi
> vociglobali

martedì 4 ottobre 2011

LE DONNE AFRICANE SCHIACCIATE DALLA GUERRA

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L’anniversario delle torri gemelle ha farcito i media occidentali di replay e dettagliati “dietro le quinte” degli eventi legati agli attacchi al World Trade Center e al Pentagono. Gli analisti più critici – tra cui Noam Chomsky, Arundhati Roy e Robert Fisk – storcono il naso di fronte all’incessante ricorso occidentale alla “retorica del terrore”, la quale contempla e giustifica un’ingente spesa militare nel quadro di una guerra globale potenzialmente senza fine, sostenuta in nome di un’ottusa dottrina della sicurezza. Anche la filosofa femminista statunitense Iris Young contesta certi sviluppi allarmanti e snocciola la “logica di protezione del genere maschile” che fa tanto comodo all’impianto ideologico militarista. In che modo noi africani percepiamo questa escalation senza precedenti? In che modo la stessa sta influenzando l’Africa e le donne africane, tenuto conto degli sforzi per porre fine ai conflitti e rimettere in piedi società ed economie già tormentate da anni di conflitto e comando militare, e considerato l’impegno per gettare le basi di democrazie libere e partecipative?
Gli attivisti pacifisti sbandierano il legame tra militarismo e capitalismo dai tempi della pubblicazione (1935) del pamphlet  ‘War is a Racket‘ (La guerra è un’attività criminale, ndt), in cui l’autore, il pluridecorato generale militare statunitense Smedley Butler, riconosceva amaramente che la sua brillante attività militare era servita a spianare la strada all’accumulazione privata nel mondo colonizzato di Messico, Repubblica Dominicana, Cuba, Haiti, Cina e di “un’altra manciata di Repubbliche centro-americane”. Qualche anno prima di Butler, le attiviste femministe contrarie alla guerra – tra le altre, Virginia Woolf – avevano parlato di un filo rosso tra la guerra e l’onnipresenza maschile negli ambienti politico-economici. Probabilmente, la Woolf non sapeva di scrivere il saggio ‘Le tre ghinee’ negli stessi anni in cui le donne africane non vedevano tornare a casa figli, padri e mariti reclutati negli eserciti coloniali europei a combattere per i loro padroni.
Nel libro di Myron Echenberg ‘Colonial Conscripts: Les Tirailleurs Sénégalais in French West Africa’ si parla di oltre 175.000 uomini delle colonie francesi in Africa occidentale reclutati per la Prima guerra mondiale, dei quali almeno 30.000 morti in trincea. Anche durante la Seconda guerra mondiale si è registrato un numero enorme di soldati africani provenienti dall’Africa occidentale francese, 20.000 dei quali hanno preso parte allo sbarco alleato nel 1944. Gli inglesi non sono stati da meno, come conferma la memoria storica di molte comunità africane. Meno attenzione si è prestata al fatto che molti degli africani che ritornavano lo facevano indossando in qualche modo i panni militari, ovvero guardavano al futuro del continente portandosi dietro la propria formazione negli eserciti militari coloniali. Ad un esame più approfondito si nota il legame storico tra potere militare coloniale e una predisposizione post-indipendenza a colpi di Stato e guerre civili, al punto che dalla metà degli anni Settanta oltre la metà dei Paesi africani è vissuta sotto regimi militari guidati da soli uomini. Questi capi di Stato hanno rispolverato le pratiche colonialiste di sfruttamento, assecondando le società transnazionali piuttosto che le proprie popolazioni, saccheggiando risorse naturali e mettendo al riparo dall’attenzione del pubblico i guadagni accumulati con le banche occidentali.

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Le guerre hanno lasciato alle donne il peso del disastro. 
Foto dell'utente Flickr J.P.H. rilasciata con licenza CC

Molte guerre e qualche genocidio più tardi, è in piedi la stessa triangolazione fra dominio maschile, profitti privati e potere militare su entrambe le sponde dell’Atlantico. A scontare in prima persona gli effetti di questi legami, con il venire meno dei servizi pubblici e delle reti di protezione sociale che getta sempre più famiglie nere e appartenenti a minoranze etniche in condizioni di crescente povertà, sono le donne della diaspora africana negli Stati Uniti (dove arrivano puntualmente i rifugiati vittime di conflitti post-coloniali).  I loro figli hanno prospettive limitate e molti di loro passano per il carcere o il servizio militare.
Agli inizi dello scorso luglio, mentre si era intenti a compiere la più elevata spesa militare che l’umanità ricordi, il Watson Institute della Brown University ha pubblicato un rapporto sui costi delle guerre USA in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Catherine Lutz e gli altri ricercatori hanno individuato lo stesso legame tra interessi privati e potere militare, riscontrando che:
- con il solo impegno militare in Iraq, Afghanistan e Pakistan, costato finora tra i 2,2 e 2,8 trilioni di dollari, la spesa militare statunitense ha raggiunto un picco storico;
- gran parte di questo denaro proviene da prestiti, il che incide sul debito estero e sulla crisi finanziaria statunitense;
- se da un lato la recessione ha colpito duramente il paese, le industrie militari hanno però beneficiato di molto più denaro pubblico, stipulando contratti d’appalto, nel 2008, per un valore di oltre 400 miliardi: i livelli di profitto più elevati mai raggiunti, dalla Seconda guerra mondiale in poi … La sola Lockheed Martin [nello stesso anno] ha ricevuto, per contratti d’appalto stipulati con il Pentagono, 29 miliardi di dollari.
I contratti con la Lockheed Martin hanno attratto più finanziamenti pubblici della Enviromental Protection Agency (7,5 miliardi di dollari), del Dipartimento del Lavoro (11,4 miliardi), del Dipartimento dei Trasporti (15,5 miliardi). Questa iniezione di capitale nelle casse delle industrie militari andrebbe analizzata nel più ampio quadro della crisi economica statunitense, ovvero del materializzarsi – in base a genere e razza – della possibilità di profitto per alcuni, del fantasma della povertà per altri.
Gli africani che vivono sull’altra sponda dell’Atlantico serbano ricordi differenti, che non trovano spazio nella rete CNN. Già prima dell’11 settembre il continente africano ha conosciuto gli attentati alle Ambasciate statunitensi di Dar Es Salaam e a Nairobi il 7 agosto 1998, in cui persero la vita 258 persone e oltre cinquemila rimasero ferite. Nella memoria africana è inscritta anche la rappresaglia americana del 20 agosto dello stesso anno: il lancio di missili cruise su un’industria farmaceutica, un attacco di cui il numero delle vittime resta sconosciuto. Già prima dell’11 settembre, quindi, l’Africa era stata coinvolta nell’escalation militare portata avanti dagli Stati Uniti nel rispetto esclusivo della propria sovranità nazionale.
Da allora la gestione militare in Africa è stata riformulata e segnata dal lancio, nell’ottobre 2008, dell’US High Command for Africa, [nota come] AFRICOM. L’AFRICOM nasceva per centralizzare il comando delle operazioni antiterroristiche degli Stati Uniti in Africa, per garantire il reale raggiungimento degli obiettivi di sicurezza statunitensi, incluso l’accesso alle risorse africane, in primis il petrolio. I governi africani e le società civili avevano inizialmente fatto la voce grossa al punto che la sede di AFRICOM era rimasta a Stoccarda e il Comando era stato invitato a rivedere la propria strategia di pubbliche relazioni. AFRICOM è stata rimaneggiata per assomigliare più ad un complesso di generiche “operazioni congiunte” che mirano alla formazione nell’ambito del peacekeeping e dell’assistenza umanitaria e ad esercitazioni di addestramento per le forze militari africane. Il sito web di AFRICOM pubblica immagini raffazzonate che ritraggono il personale militare statunitense intento a scavare pozzi, prestare assistenza sanitaria e parlare agli scolari.

Cosa devono fare le donne?

Se è vero che l’assistenza militare sembra destinata a rimpiazzare l’ormai desueto aiuto allo sviluppo, è doveroso chiedersi cosa significhi questo per le donne. Le donne in Africa hanno sperimentato i peggiori effetti della logica militarista in una lunga sequenza di regimi militari e conflitti che hanno distrutto vite, causato innumerevoli casi di famiglie sfollate, ridotto i mezzi di sussistenza e lasciato in eredità un senso di sconfitta, abuso, violenza e disequilibrio tra i due sessi che è tanto palese quanto indelebile. Che si parli dei cosiddetti “diamanti insanguinati” in Sierra Leone, della maledizione dell’oro nero nel Delta del Niger o del rapace accaparramento di coltan nella Repubblica Democratica del Congo, il legame tra il conflitto e l’appetito di risorse minerarie delle multinazionali è lapalissiano, così come lo sono i costi umani.
Le donne hanno sperimentato l’erosione dei livelli di sussistenza, diventati più fragili per effetto di violenza, migrazioni forzate e altre conseguenze dei conflitti, così come hanno dovuto pagare il prezzo in termini di diritti fondamentali di cittadinanza, la cui definizione (e tutela) trascende le dichiarazioni di “cessate il fuoco”.
La pace non ha prodotto il tanto atteso dividendo per le donne. Se prestiamo attenzione a quale sia l’idea di sicurezza delle donne africane, emersa dal calderone dei conflitti e dei regimi militari, noteremo che si parla tanto di sicurezza economica e di mezzi di sussistenza quanto di salvaguardia dalla violenza,di protezione all’interno delle proprie case, ma anche di salvaguardia dalle pratiche predatorie dei militari.
Le attiviste femministe che si spendono contro il conflitto e l’azione militare in Africa mettono insieme questi elementi per ripensare il significato di pace e conflitto e per migliorare la capacità delle donne di contribuire attivamente alla democratizzazione e alla giustizia sociale. Questa è l’agenda attuale di ABANTU for Development, di Mano River Women’s Peace Union, di Women’s Peace and Security Network e altri partner che collaborano alla ricerca delle attiviste “Strengthening Women’s Activism Against Conflict and Militarism” (SWACM, Rafforzare l’attivismo delle donne contro conflitto e potere militare, ndt), lanciata in Liberia, Sierra Leone, Ghana e nel Delta del Niger un anno fa. Si tratta di un’agenda proposta da donne africane, ispirata al nostro essere sopravvissute a decenni di conflitto e governo militare e all’esperienza di impegno per la pace e l’uguaglianza.
Se la guerra americana al terrorismo è la “madre di tutte le guerre”, i conflitti in Africa sono i suoi figli arrabbiati e ribelli, anch’essi irrispettosi dei confini nazionali e pronti a stabilire connessioni con la speculazione privata. Il conflitto visibile è solo la punta dell’iceberg di contraddizioni più profonde, è il ritratto di una politica che, soggetta a una logica militare, langue. Le radici di questo fenomeno affondano in reti complesse di disagio culturale, di malessere politico ed economico: il militarismo non deve far pensare solo a uomini che imbracciano fucili, o a un contesto di guerra o alla violenza ereditata dal passato. La logica militare impone un futuro ordine delle cose che obbedisce ai dettami economici, trascurando lo sviluppo e la giustizia sociale e riproducendo le diseguaglianze di genere su cui il militarismo poggia e che al tempo stesso perpetua.
Le donne africane, dunque, hanno di che riflettere: tutto questo ci spiega perché dovrebbero prendere parte al movimento transnazionale che mira a disfarsi della logica militare. Sia che si osservino gli effetti diretti che conflitto e potere militare hanno sulle donne, sia che si discuta dei risvolti economici che la guerra al terrorismo degli Stati Uniti presenta su scala globale, la logica militare minaccia di privare le donne, ancora una volta, dei diritti conquistati nel secolo scorso. Le donne africane hanno valide ragioni per riprendere la lotta in nome di prospettive pacifiche e radicalmente nuove che contemplino, in ultima analisi, considerazioni di giustizia sociale e che vedano scritto a chiare lettere che la sicurezza non può essere costruita senza donne, senza giustizia sociale ed economica.

Amina Mama è una studiosa, attivista e direttrice di Feminist Africa pubblicato dall’African Gender Institute di Cape Town. Inoltre è direttore del Women and Gender Studies all’Università di California, Davis. Articolo tradotto per gentile concessione di openDemocracy.
[Nota: Traduzione di Chiara Orsini dell'articolo originale di Amina Mama per openDemocracy.net]
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lunedì 3 ottobre 2011

PARAGUAY: IL POPOLO AYOREO A RISCHIO DI ESTINZIONE

In Paraguay, il popolo degli Ayoreo stanno lottando per la sopravvivenza e per salvare le terre ancestrali nella regione del Chaco dalle aziende di bestiame, dagli agricoltori e dalle sette religiose che si stanno trasferendo nella zona, con annesso disboscamento diffuso. I nuovi arrivati ​​vogliono rendere il terreno adatto all'agricoltura e al pascolo di bestiame. La pratica di bruciare e poi radere al suolo la vegetazione sta rendendo la zona sempre più arida.

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Una donna Ayoreo torna a guardare la casa abbandonata sotto l'incalzare del disboscamento, Paraguay. © Survival

La regione del Chaco, situata nel sud-ovest del Paraguay, è una delle terre più inospitali dell'intero Sud-America. Nonostante occupi il 60% della superficie del Paese, è abitata da solo il 2% della popolazione. Il noto regista e ambientalista David Attenborough ha elogiato la bellezza del Chaco definendola "una delle ultime grandi aree selvagge rimaste al mondo", richiedendone lo status di area protetta per via delle numerose specie di piante e animali che popolano le sue dense foreste.
La conservazione delle aree forestali non è vitale solo per il sostentamento della biodiversità della regione, ma anche la sopravvivenza del popolo Ayoreo. Non si tratta semplicemente della questione di trasferirli altrove. Questo territorio -- "Eami" nella loro lingua -- è legato alla loro storia e identità, ed è pertanto considerato sacro. Come ha sottolineato un membro della tribù, "La nostra storia è incisa in ogni ruscello, in ogni pozza d'acqua, sugli alberi ... il nostro territorio si esprime attraverso la nostra storia, perché il popolo Ayoreo e questa terra sono un unico essere".
Mentre agli Ayoreo è stato legalmente assegnato un terreno contestato dal governo del Paraguay, due società brasiliane di carne bovina, la BBC SA e la River Plate SA, rifiutano di consegnare la terra se non sufficientemente compensate. Queste aziende stanno cercando di ottenere il permesso per distruggere un'ampia area confinante con il territorio occupato dagli Ayoreo. Questo significa costringerli in una zona ancora più ristretta, emarginandoli sempre più. Anche se le autorità paraguaiane sostengono l'espansione dell'allevamento e delle industrie agricole in tutto il Chaco come un mezzo per rilanciare l'economia, i danni a lungo termine sia dal punto di vista dei diritti umani che di quelli ambientali sarebbero catastrofici. La pratica del "taglia e brucia" porterà solo benefici a breve termine, a scapito dell'ecologia del Paraguay, oltre all'estinzione del popolo Ayoreo.

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Gruppo di Ayoreo-Totobiegosode contattato nel 2004.© GAT

Gli Ayoreo-Totobeigosode, una delle diverse comunità che compongono questo popolo, rappresentano uno degli ultimi gruppi rimasti in completo isolamento nel mondo, ma le aziende brasiliane di carne bovina, i contadini benestanti, e le comunità mennonite (alla ricerca di aree remote in cui vivere letteralmente in base agli insegnamenti della Bibbia) ne stanno invadendo il territorio. Negli anni 1950, gli Ayoreo vivevano in una zona di 2.800.000 ettari, ora ne rivendicano solo 550.00 ettari - una perdita di quasi l'80 per cento. Secondo la BBC, dal 2007 sono scomparsi oltre 1 milione di ettari. Inoltre, i nuovi arrivati ​​nella regione del Chaco hanno portato malattie, come il morbillo, prima sconosciute per loro.
Sia la BBC SA che la River Plare S.A sono state riprese due volte da delle immagini satellitari mentre distruggono illegalmente aree boschive protette. Yaguarete Pera, altra impresa brasiliana del bestiame presente nella regione, è stata dichiarata colpevole di disboscamento e di aver nascosto le prove della precedente presenza degli Ayoreo nella zona.
Consapevole di questa controversia, nel 2010 Survival International ha premiato Yaguarete Pera con il ‘Greenwashing Award’ per "aver camuffato la distruzione di una vasta area della foresta degli indigeni facendolo passare come nobile gesto per la conservazione".

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Un gruppo di leader Totobiegosode riuniti attorno ai bulldozer che stanno distruggendo il loro territorio di caccia, Paraguay. © Survival International

Il 10 agosto scorso Survival International ha anche inviato un rapporto al Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale (CERD), sostenendo che gli Ayores-Totobeigosode sono in "imminente pericolo" di essere sterminati. Ad oggi la loro popolazione è di appena 5.600 persone, di cui 3.000 circa in Bolivia e 2.600 in Paraguay. Gli Ayoreo sono stati attirati fuori dalle loro case, spesso con la forza, verso la società moderna con la promessa di una vita migliore. Come ricorda Aquino Picanerai: "Ci hanno portato nel mondo dei bianchi e ci hanno rinchiuso in questo campo di concentramento." Non essendo dotati delle competenze necessarie a prosperare nella società moderna e disincantati dalla situazione, questo popolo indigeno è tornato a un modo di vita più tradizionale. Altri hanno respinto la modernità fin dall'inizio, scegliendo di non lasciare mai la foresta, sperando di rimanere nascosti e indisturbati dal mondo esterno. Purtroppo non è andata così. I profitti in aumento dalla carne bovina e la disponibilità di terreni a buon mercato continuano ad attirare nella regione gli speculatori in cerca di fortuna.
Alcuni funzionari del governo paraguaiano hanno espresso la necessità di nuovi investimenti, dichiarando che la situazione dei diritti umani e della deforestazione è stata esagerata. Le lasche leggi del Paese facilitano la completa distruzione della foresta. Secondo l'attuale normativa, infatti, qualsiasi individuo o azienda può distruggere fino al 75% del terreno di una foresta, per poi venderne il rimanente 25% ad un'altra entità che ha diritto a devastarne il rimanente 75% e così via. Il processo porta alla completa distruzione del territorio. L'anno scorso, il Parlamento non è riuscito ad approvare una norma che avrebbe posto il divieto di deforestazione nella regione del Chaco.

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Un uomo Ayoreo, Paraguay. © Survival

Nel tentativo di spiegare il silenzio pubblico che circonda le ingiustizie perpetrate in quest'area, Benno Glauser, direttore di Iniciativa Amotocodie, dichiara che "l'opinione pubblica non ha opinione in merito". Il Chaco è alla periferia di un Paese con scarsa importanza internazionale. Anche in Paraguay, questi nativi non rientrano nella società guaraní che compone la maggior parte della popolazione - oltre il 98% dei paraguaiani è meticcio o di origine prevalentemente europea. Al contrario, il deserto del Chaco è popolato da tribù indigene e isolazionisti religiosi. Nel discorso pubblico, il tentativo di salvare gli Ayoreo rimane un ostacolo indefinito per lo sviluppo economico. Se la questione continua a rimanere ignorata, allora il fascino del profitto continuerà a prevalere sulle questioni umane.
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Post originale: In Paraguay a Familiar Story is Playing Out, di Sean O’ Leary. Ripreso dal blog del Council on Hemispheric Affairs -TRADOTTO DA ELENA INTRA-
Fonte

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