mercoledì 30 novembre 2011

DADAAB

In questo periodo non si parla d’altro che della crisi economica e finanziaria che colpisce la zona euro e in particolare i paesi europei più deboli, Italia compresa.
Abituati, come eravamo, ad abitare nel “Paese di Bengodi”, ora ci risulta molto difficile rinunciare a tutto il superfluo di cui sentivamo la assoluta necessità, per non dire il diritto di possedere. Certamente i sacrifici, che dovremo affrontare, cadranno, come sempre, sulle spalle dei più deboli.
E, come sempre, i più deboli sono i lavoratori, i precari, i disoccupati, i giovani e gli anziani con la minima di pensione. Per fare fronte ai nostri impegni debitori, bisognerebbe andare a pescare nelle tasche di chi detiene ricchezza, ma è sempre risultato difficile che chi detiene il denaro e quindi il potere possa togliersi di tasca ciò che crede essere il guadagno del suo tanto operoso ingegno. La cosa strana, nella nostra società, è sempre stata che chi lavora duramente non ha niente, se non il minimo per vivere e poter continuare a lavorare per chi gode di privilegi (le varie caste, politica, commis di stato, squali della finanza e dell’imprenditoria), tanto che quest’ultimi si possono permettere tutto a scapito di tanti.
“La Banca d’Italia dice che nel 2009 tutte le famiglie possedevano più o meno 350 mila euro in beni di vario tipo. E’ la vecchia storia dei morti sulle autostrade. Se ogni anno ci sono mille viaggiatori e cinquecento morti, significa che siamo tutti mezzi morti.
Invece la vita insegna che c’è chi muore e chi se la spassa. Nella fattispecie, delle 24.905.042 famiglie italiane [al 31 dicembre 2009, fonte Istat], ce ne sono 2 milioni, 490 mila e 504 (10%) che se la spassano, possedendo oltre il 45% dei 9 miliardi e mezzo di euro cui assomma la ricchezza lorda di tutte le famiglie messe insieme, e oltre 12 milioni (12.452.521) che se la vedono male, dovendo spartirsi un misero 10%.
In parole povere, col cavolo che la ricchezza di ogni famiglia assomma a 350 mila euro: ci sono 10 famiglie su 100 che hanno in media un milione e mezzo di euroa testa e 50 famiglie su 100 che non arrivano a 70 mila. Di più, queste ultime hanno un reddito medio familiare annuo di 8.019,30€ contro i quasi 200 mila euro delle 10 famiglie vip.
Tanto per schiarirvi le idee, se la torta intera fosse la ricchezza disponibile, e ogni smiley fossero 2 milioni e mezzo di famiglie, la situazione del nostro paese a tutto il 2009 sarebbe più o meno questa.
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10 famiglie su 100 hanno uno spazio vitale degno di un imperatore, 40 si accontentano di un modesto giardinetto privato (sono quelle che fanno la settimana bianca) e 50 vivono accatastate le une sulle altre come e peggio delle galline in un moderno allevamento di polli, dove la luce del sole è un miraggio e se vai di corpo fai lo shampoo a quello di sotto. La storia tristemente insegna che prima o poi le 50 faccine rosse, livide di rabbia, invadono i giardini fioriti delle 10 faccine sorridenti, che smettono di sorridere.
Buon senso vorrebbe invece che, sulla torta, ciascuno avesse più o meno lo stesso spazio, ma ciò che alcuni chiamano ragionevole, altri lo chiamano comunismo. Punti di vista. Intendiamoci: una distribuzione di risorse e di ricchezze perfettamente equa è utopica e forse contraria alla natura competitiva dell’essere umano, ma anche un sistema sociale nel quale il divario in termini di benessere sia tanto esasperato da suonare offensivo è insostenibile.” segue
Ora, in base a queste argomentazioni proporrei di offrire una speciale vacanza a quel 10% delle famiglie italiane che possiedono oltre il 45% della ricchezza complessiva. Sarebbe, senza ombra di dubbio, una vacanza istruttiva e diversa dalle abituali ed usuali a cui sono abituate. La vacanza premio avrebbe la durata di 10 anni e la location (termine molto di moda oggi)  è, niente popò di meno che

DADAAB

meta turistica dove apprendere quanto sia inumano e criminale trattare gli altri come esseri inferiori, solo perchè poveri e poveri, perchè defraudati delle loro proprietà e dei loro diritti.

Ed ecco a voi DADAAB

IL CAMPO PROFUGHI PIÙ AFFOLLATO DEL MONDO

Una fotografia aerea del campo profughi di Dadaab, in Kenya, uno dei più affollati al mondo, postata su Flickr da Oxfam International, mostra quanto il problema degli sfollati possa essere grave. Nel campo vivono 450.000 rifugiati, la maggioranza dei quali fuggiti dalla siccità e dalla guerra civile scoppiata in Somalia nel 1991. Altri 1.500 profughi arrivano ogni giorno.

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Vista aerea di Dadaab, il campo profughi più affollato al mondo © Oxfam International


Nella speranza di trovare tregua dal conflitto, dalla carestia e dai disastri naturali, si stima che il 75% di tutti i rifugiati vivano in Paesi confinanti con il proprio, dando vita a una crisi umanitaria che sfrutta al massimo le risorse dei governi ospitanti e delle organizzazioni internazionali. Fonte

KATE HOLT, una fotogiornalista freelance ci mostra la realtà quotidiana di questa gente che vive in terribili condizioni da vent’anni. Questa gente sa che cosa è la crisi. Per questo la dovrebbe conoscere anche quel citato 10% di famiglie italiane.


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all images © Kate Holt all rights reserved

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Mia Farrow, UNICEF Goodwill Ambassador, meets severely malnourished children on a one day visit to Dadaab Refugee Camp,  in Dadaab, Northeastern Kenya on the 26th August, 2011. Mia Farrow is on a visit with UNICEF to Kenya to highlight the ongoing nutrition crisis affecting the Horn of Africa.

website:  www.kateholt.com/
Explore the conditions in Dadaab further using Google Maps and Images.

KATE HOLT
Born in Zimbabwe, I traveled extensively with my family while young, but my first trip alone was to Romania, following the fall of Ceausescu in 1991.
News of the horrific conditions in which Romania's unwanted children were being kept had hit the British headlines and I decided to see what I could do to help. I arrived at Negru Voda orphanage in January 1992 after leaving school. It was home to 360 severely disabled children. Many had never left the confines of their wards where they were crammed three to a bed - beating their heads against the walls in violent frustration, or rocking silently to comfort themselves after years of neglect. Romania's forgotten children had a huge effect on me. At the age of 19 I had no idea the world could be so cruel. I worked there for a year and returned every summer while studying at university.
Realizing that aid work touched the tip of much bigger issues, I turned to journalism as a way to expose these to a wider audience, and those with power to make a difference. After leaving St Andrew's University, I joined the BBC's News and Current Affairs department and subsequently went on to study photojournalism at the London College of Printing.
Traveling to Bosnia in the wake of the war I continued on to Albania to document the refugees who flooded over the border from Kosova in 1999. The post conflict environment of the Balkans fascinated me and I became aware that the most vulnerable people, primarily women and children, were slipping through the net of international aid, which opened them up to exploitation and abuse. Returning to Bosnia, I spent a year uncovering the exploding sex slave trade - young girls trafficked from Romania, Moldova and the Ukraine being bought and sold as commodities, primarily to service the sexual needs of the International Community. This was the first time the issue of women being trafficked from Eastern Europe for sexual use had been exposed.
Moving on to work in DR Congo in 2003 I uncovered extensive sexual abuse of young girls by UN peace keepers, as well as high level cover ups of the issue by UN personnel in New York. The findings of this story forced Kofi Annan, then Secretary General of the United Nations, to announce a "zero tolerance" policy within the UN to sexual exploitation.
Backed by The Independent Newspaper, I continued to investigate the issue, which eventually led to the forced resignation of the head of the UNHCR, Rudd Lubbers.
Nominated three times for the Amnesty Award for Humanitarian reporting, as well as the Prix Pictet Photographic Award, I have worked extensively in East and Southern Africa for the last ten years, and more recently have returned to working in both Afghanistan and Somalia.

Tornando a noi, quanto tempo passerà, prima che i 31 milioni di italiani ammassati nella fetta rossa della torta decidano che è venuto il momento di dare una risistematina alla spartizione del benessere?

martedì 29 novembre 2011

LA FINE DEI CURANDEROS, ULTIMI CUSTODI DELLA FORESTA PLUVIALE

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Perù, novembre 2011. Ad ora, nel giro di venti mesi, quattordici Curanderos, gli sciamani moderni dell'America Latina, sono stati trovati morti nella località di Balsa Puerto, nella Regione di Loreto (Perù). La Procura locale ha indicato come possibili responsabili il sindaco di Balsa Puerto, Alfredo Torres, e suo fratello, Augusto, meglio noto come “Caza Brujos” (cacciatore di streghe, ndr). La tesi avallata dalla Procura ha trovato fondamento nel racconto di Inüma Bautista, figura portante di una comunità indigena locale, sfigurato - a detta sua - da sicari dei fratelli Torres.
Tale “pulizia etnica”, come in tanti non hanno esitato a definirla, sarebbe mossa da motivi di odio religioso. I due fratelli accusati di essere dietro la strage di Curanderos, avrebbero rapporti stretti col mondo Protestante locale, gli stessi Protestanti che - secondo quanto afferma l'investigatore Roger Rumrill - considerano questi sciamani peruviani come “posseduti dal demonio” e per questo indegni di vivere. Se il condizionale è d'obbligo, in questi casi, è comunque vero che tanto il mondo protestante quanto la scienza non hanno nascosto una spesso incomprensibile avversione nei confronti degli sciamani
I Curanderos, i cui riti possono essere paragonati a “is abrebus”, quelle formule che in Sardegna alcune donne pronunciano (o pronunciavano) accompagnandole alla somministrazione di infusi d'erbe, sono comunque un patrimonio da preservare; non soltanto catturano l'attenzione dei più curiosi, alimentando un vero e proprio “turismo magico” sostenibile, ma sono anche l'emblema di quei popoli indigeni che conservano conoscenze quasi esclusive sulla vegetazione delle foreste pluviali e la medicina tradizionale basata sull'utilizzo delle piante nell'area andino-amazzonica.


È triste constatare che questo accada a cavallo dell'ultimo Incontro Internazionale di Curanderismo, tenutosi a Trujillo (una delle più importanti città del Perù), e al quale hanno preso parte anche uomini di scienza, con lo scopo di indagare queste pratiche risalenti - seppur in maniera differente nel tempo - a riti comuni alle civiltà preispaniche. Il Curanderismo, perciò, non deve essere visto come una pratica da combattere a prescindere. Si devono isolare i ciarlatani, presenti anche nella medicina scientifica, e custodire queste figure che fanno da collante col passato, un passato caratterizzato da un contatto magico con la natura
Fonte

lunedì 28 novembre 2011

TRA FANGO E DISPERAZIONE

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Avevo scritto questo simile articolo quando successe la catastrofe ad Haiti, dove quella sorta di apocalisse così vicina grazie alle tv, ma al tempo stesso così geograficamente lontana, sembrava quasi non coinvolgerci molto da vicino. In questo ultimo periodo, invece, basta accendere la tv e trovarsi dinnanzi a scene inumane, purtroppo così vicine a noi da disarmarci inevitabilmente. E' sicuramente indescrivibile ciò che ognuno di noi ha potuto provare facendo i conti con queste immagini quasi surreali. Così l’immedesimazione e la suggestionabilità accorciano le distanze e ci fanno sentire estremamente ancora più vicini.

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Ci troviamo ormai in un mondo dove la catastrofi naturali, le guerre, gli attentati, i tentati suicidi, etc., si impongono prepotentemente nelle nostre attenzioni, accrescendo di certo uno stato di profondo allarme e stress. Ogni situazione traumatica proprio per le sue caratteristiche di imprevedibilità e violenza ci trova impreparati, travolge la nostra sensazione di controllo e viola i nostri presupposti su “come funziona il mondo. E allora di fronte ai “disastri” sperimentiamo la nostra impotenza, percepiamo la nostra inferiorità, prendiamo coscienza della limitatezza umana e ci confrontiamo con la cruda realtà di quella che Leopardi aveva definito la “natura matrigna”.
Disastro è una parola composta da "dis" e da "astro", che si può letteralmente tradurre con il significato di "cattiva stella”. Ma oltre a tale significato si incontrano varie definizioni, testimonianza di quanto sia difficile concepirne uno, unico e standard. Ciò che di universale esiste è di sicuro la distruzione oltre che fisica, anche psicologica: un impatto traumatizzante che lascia segni oltre che visibili, nascosti; oltre che curabili, insanabili; oltre che singoli, collettivi.   
Affioreranno sindromi da disastro, sindromi da lutto, sindromi del sopravvissuto; tra le macerie ed il fango si respireranno commozione, inibizione, stupore, panico, miste alla voglia e alla insicurezza di una fuga isterica volta umanamente a proteggere chi di protezione divina si è sentito riceverne poca o quasi niente.   
Paradossalmente emergeranno anche note positive: la calamità legherà i superstiti, li renderà solidali e rafforzerà il loro senso di comunità, al nord ed al sud, indistintamente. E di certo il sentirsi facenti parte di un gruppo potrà anche essere senza dubbio “terapeutico”: lenirà le sofferenze, curerà le ferite, reintegrerà le risorse. Ci si sentirà protetti, difesi e integri dinnanzi a tanta frammentarietà angosciante; perché fermandosi anche un solo istante dopo l’intensa corsa iniziale si scoprirà che in fondo la sofferenza provata è un elemento importante che accomuna agli altri.
Ecco perché dovremmo vivere coscienti del fatto che la solidarietà non dovrebbe essere solo materialismo ma  un vero e proprio comportamento, non dovrebbe essere solo carità ma un vero e proprio dono,  soprattutto in casi di estreme tragedie.   
Dott.ssa Florinda Bruccoleri Psicologa,     
psicooncologa ed esperta in psicologia forense
Fonte

mercoledì 23 novembre 2011

AVVISTATI INDIANI INCONTATTATI NEL PARCO YANOMAMI

A distanza di vent’anni dalla cruciale campagna che portò alla creazione della riserva forestale indigena più grande del mondo, Survival International diffonde oggi le fotografie aeree di un villaggio di Yanomami incontattati.

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L’immagine recente di un villaggio di Yanomami incontattati, Brasile. © Hukatara/Survival

A determinare la vittoria furono proprio Survival International, il leader yanomami Davi Kopenawa e la ong brasiliana Commissione Pro Yanomami.
L’avvistamento dimostra il ruolo cruciale che la protezione del territorio ha avuto nel difendere gli Yanomami dai cercatori d’oro che devastarono la tribù negli anni ’80.
La creazione del “Parco Yanomami” è una delle numerose iniziative condotte da Survival e la sua storia dimostra che l’epoca in cui interi popoli potevano essere spazzati via all’insaputa del resto del mondo sta volgendo al termine.
“I Sostenitori di Survival possono sentirsi molto orgogliosi del successo che questo avvistamento rappresenta” ha commentato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Ovviamente, i popoli minacciati dall’occupazione illegale della loro terra sono ancora molti, inclusi gli Yanomami incontattati, e quindi non possiamo smettere di lottare. L’esistenza di Yanomami incontattati, tuttavia, dimostra che perseverare paga. E lo stesso può dirsi per molte altre vittorie.”
Gli Yanomami hanno subito l’oppressione dei cercatori d’oro per anni. Violenza e malattie avevano fatto diminuire la loro popolazione del 20% in soli sette anni.
Il governo brasiliano annunciò la decisione di tracciare i confini di un territorio yanomami nel novembre 1991, e l’anno successivo il parco fu creato formalmente.

clip_image002[4] I cercatori d’oro illegali continuano a diffondere malattie mortali tra le comunità yanomami.
© Fiona Watson/Survival

Queste nuove immagini, scattate dagli Yanomami stessi per la loro associazione Hutukara, dimostrano che alcuni membri della tribù continuano a vivere incontattati in Amazzonia, costruendo le maloca tradizionali nel cuore delle loro comunità.
Anche se il riconoscimento dei diritti territoriali degli Yanomami ha migliorato la situazione della tribù, tuttavia, permangono alcune serie minacce. A soli 15 km di distanza dagli Yanomami incontattati sono stati individuati alcuni accampamenti di cercatori d’oro illegali.
‘La nostra terra è il nostro patrimonio.’
Davi Kopenawa, sciamano Yanomami, spiega l’impatto che il progetto di legge minerario avrà sul suo popolo.




Questi “garimpeiros” rischiano di trasmettere alla tribù malattie mortali come la malaria, e di inquinare i fiumi e la foresta con il mercurio.
Esercito e polizia hanno impegnato 800 uomini per espellere i cercatori d’oro. Le operazioni sono in corso e finora pare siano stati espulsi 30 uomini.
Fonte

martedì 22 novembre 2011

QUANT’È BUONA LA NUTELLA…

SCHIAVITÙ E MERCATO INTERNAZIONALE DEL CACAO.

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UN OPERAIO IMPEGNATO A SELEZIONARE I SEMI DI CACAO A MOUSSADOUGOU, UN VILLAGGIO NELLA ZONA DI SAN-PEDRO, IN COSTA D'AVORIO (AFP)


L’industria internazionale del Cacao ha un volume mondiale d’affari di decine di miliardi di dollari americani. Nella sola Costa d’Avorio (il principale Paese Africano produttore di cacao esportatore della metà della produzione mondiale), il volume annuale d’affari é valutato attorno ai 90 milioni di dollari americani.
Il ciclo produttivo del cacao é ancora legato alla logica coloniale. Nei Paesi del Terzo Mondo ci si limita alla coltivazione, raccolta ed esportazione dei semi di cacao e la trasformazione in prodotti alimentari avviene nei Paesi industrializzati.
Dietro l’industria internazionale del Cacao si nascondono svariate forme di povertà e di schiavismo, non ultima la schiavitù infantile.
Un recente rapporto redatto dall’Università di Tulane e commissionato dal Governo Americano, rivela che circa 1.800.000 bambini nell’Africa Occidentale (di cui 800.000 nella sola Costa d’Avorio) sono costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao, soprattutto nel periodo della raccolta.
Il rapporto contraddice l’immagine di commercio equo e socialmente responsabile che gli uffici di Pubbliche Relazioni delle multinazionali del cacao hanno diffuso all’opinione pubblica nell’ultimo decennio.
Dieci anni fa varie multinazionali del Cacao, come la Nestlé, sotto pressione internazionale, firmarono un protocollo per impedire il lavoro infantile presso le piantagioni di cacao, promettendo di investire considerevoli fondi per abolire questa silenzios,a ma devastante forma di schiavitù moderna.
L’industria del cioccolato ha sponsorizzato vari programmi sociali come la costruzioni di scuole e l’erogazione di borse di studio per aumentare l’accesso scolastico alle famiglie povere.
Nel 2010 le multinazionali del cacao hanno firmato un’altro accordo internazionale per diminuire entro il 2020 del 70% il numero di lavoratori minori impiegati nelle piantagioni.
Il rapporto dell’Università di Tulane smentisce questa propaganda. Nella Costa d’Avorio, per esempio, solo 33.000 bambini (equivalenti al 4% del totale dei bambini che lavorano nelle piantagioni) sono stati beneficiari di programmi sociali finanziati dalla multinazionali del settore.
Spesso il lavoro minorile nel settore é abbinato al traffico di esseri umani. Le famiglie più povere vendono i loro figli ai latifondisti, costringendoli a lavorare gratuitamente e impedendogli il diritto all’educazione.
Il Dipartimento del Lavoro Americano sta pensando di proporre severe leggi di certificazione del prodotto, simili a quelle adottate per i minerali rari nell’Est del Congo RDC o per i diamanti della Sierra Leone e della Liberia.
Il rapporto dell’Università di Tulane fa giustamente notare che queste leggi, se varate, risulteranno inefficaci proprio come quelle sui minerali rari e i diamanti. Come per le multinazionali minerarie anche quelle del cioccolato favoriranno il “lavaggio” del cacao. Sotto l’attuale mercato internazionale é tecnicamente impossibile tracciare l’origine dei semi di cacao cioè se provengono da piantagioni che rispettano le norme del lavoro oppure da piantagioni che fanno largo uso della schiavitù minorile.
Nella Costa d’Avorio il Ministro del Lavoro del Governo Ouattara: Gilbert Kone Kafana, ha promesso di attuare una legislazione che obblighi le multinazionali del cacao ad eliminare la schiavitù infantile nel ciclo produttivo ed a finanziare opere sociali per lo sviluppo come: strade, scuole, ospedali e centri sociali, al fine di migliorare le condizioni dei contadini e aumentare il tasso scolastico tra la popolazione compresa tra i 5 e i 14 anni d’età.
Queste solenni dichiarazioni raccolgono lo scetticismo Regionale visto il ruolo giocato dalle multinazionali del cioccolato per favorire l’intervento militare Francese che ha installato il Governo Ouattara, spodestando il regime di Gbagbo. Nel migliore dei casi qualche scuola e ospedale di scarsa qualità edile saranno costruiti giusto per l’immagine della multinazionale, ma il fenomeno di sfruttamento del lavoro minorile continuerà coperto da questi interventi di facciata.
Metaforicamente l’industria internazionale del cioccolato é legata alla filosofia del “cannibalismo produttivo” applicata nel settore dell’allevamento bovino e suino . (1)
I bambini Occidentali si gustano il delizioso strato di Nutella spalmato sulla fetta di pane proveniente dai semi di cacao raccolti da bambini schiavi in Africa.
Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
Note
(1) Per cannibalismo produttivo si intende la pratica di alimentare I bovini e I suini con farine contenenti una percentuale di carne bovina o suina liofilizzata
Fonte

venerdì 18 novembre 2011

IL MIGLIORE DEI GOVERNI POSSIBILI?

Continuità e discontinuità del governo Monti

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La formazione del governo Monti comporta allo stesso tempo sollievo e preoccupazione, continuità e discontinuità e sarà bene discernere tra sensazioni ed evidenze così contrastanti per valutare con serenità cosa ci aspetta.
Il sollievo e la discontinuità stanno nell’allontanamento di personaggi inetti o impresentabili dal governo del paese (a partire dal capo del governo, passando per la feccia leghista per arrivare a Frattini) e nel ripristino di un principio di autorevolezza e competenza che il governo Berlusconi ha completamente cancellato. Ciò può essere esemplificato nel passare al Rettore del più importante Politecnico italiano, Francesco Profumo dal nulla pneumatico rappresentato da Mariastella Gelmini. Comunque criticamente la si guardi la competenza è sempre "bene comune" (che non vuol dire essere d’accordo su tutto) laddove l’immagine è sempre "fatti propri" e Anna Maria, Paola ed Elsa sono infinitamente più belle di Mara, Mariastella e Michela Vittoria. Tutto ciò non è uno stravolgimento da poco in un paese accecato dal “grande fratello” e dalla videocrazia. Tutto ciò si fa anche sostanza e permettetemi di vedere nella nomina di Andrea Riccardi un cambio di paradigma sostanziale. Se i migranti non sono d’incanto da stamane portatori di diritti almeno smettono di essere un nemico da schiacciare per divenire una risorsa e, speriamo, dei cittadini. Ultima addenda: non esiste un’antinomia tra tecnici e politici per due motivi. Da un lato un tecnico ministro diventa politico e questa è una cosa banale, ma, soprattutto, non è detto (salvo che nell’Italia berlusconiana) che un politico non debba essere anche competente.
Detto ciò (la disamina che ci siamo proposti è sintetica) vi sono i motivi di preoccupazione e di continuità. La preoccupazione sta nell’ipoteca che attualmente detiene il satrapo lombardo sul governo. Qualcuno ha spiegato a Berlusconi che solo appoggiando il governo continuerà a contare e rallenterà (ma non annullerà) lo sfarinamento del partito e lui lo ha capito. Lo appoggerà criticamente, distinguerà, userà la piazza e i media e, di fronte a misure impopolari, se ne avrà la possibilità staccherà la spina non appena la memoria corta degli italiani farà cominciare i più stolti tra i nostri connazionali a rimpiangerlo. Al contrario il Partito democratico sarà incapace, per genoma fondativo e cultura politica, di appoggiare criticamente il governo. Lo sposerà con tutto se stesso. Dirigenti di peso come Enrico Letta e Dario Franceschini sembrano dei groupies che vogliono l’autografo dalla rock star dei loro sogni. Contegno, non avete mica vinto le elezioni!
Soprattutto il Partito Democratico è costretto (alternativa minestra/finestra) ad appoggiare un governo in continuità ideologica se non con il berlusconismo almeno col centro-destra dei nostri partner europei. E anche se il governo Monti è politicamente in sintonia con la maggior parte dei dirigenti e quadri del PD non è e non sarà in sintonia con gli elettori di questo. La contraddizione è tutta del PD, lo stare all’opposizione lo mascherava, l’appoggio al governo la rende stridente. Elsa Fornero –che piaccia o no- ha un’idea chiara: subito contributivo per tutti. Per gli elettori del PD è una minestra indigesta e più i dirigenti si spenderanno per fargliela piacere peggio sarà. Il tempo adesso lavora di nuovo contro il centro-sinistra, contro un’alleanza di centro-sinistra e a favore delle destre. Il PD deve essere all’altezza di sciogliere alcune contraddizioni e cinicamente differenziarsi quando sarà conveniente. Per esempio: se il governo si farà carico anche della riforma elettorale può superare l’estate e arrivare a fine legislatura. Se invece (soprattutto per volontà di Silvio Berlusconi) il porcellum resterà intoccabile, tanto vale votare in primavera. Lo capirà il PD?
Sul governo, infine, la continuità neoliberale è evidente, innegabile, rivendicata. Negli anni ‘90, in Europa  occidentale forse sarebbe stato il migliore dei governi possibili ma oggi, dopo vent’anni di fallimenti, dopo che il mondo multipolare ha reso l’Europa stessa una regione periferica, fare un governo neoliberale suona drasticamente stantio e drammatico, frutto di una cultura emergenziale nella quale i mercati hanno sempre ragione e i cittadini sempre torto. Nasce come il governo dei poteri forti, la chiesa dei potenti, le università private, la confindustria, settentrionale (vedremo se anche antimeridionale) le banche, la NATO, le grandi imprese impersonate tutte dai conflitti d’interesse e dalle indagini di Corrado Passera. Se Mario Monti non ha evitato di esporsi a critiche rispetto a tale nome è perché tale nome commissaria il governo e garantisce chi deve garantire. Tanto valeva concedere anche Gianni Letta. Essendo questo il DNA del governo siamo di fronte a due sole possibilità: il governo può avere successo risanando i conti pubblici impoverendoci, oppure può fallire impoverendoci senza riuscire a risanare i conti pubblici. Anche se il circo di Arcore ha smontato le tende è ancora inverno.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

martedì 15 novembre 2011

CARRI ARMATI CONTRO CRIMINALITÀ

IMMAGINI DELL’OCCUPAZIONE DELLA ROCHINA ( favela di Rio de Janeiro)

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A polícia ocupou neste domingo a Rocinha, o Vidigal e a Chácara do Céu PEDRO KIRILOS / AGÊNCIA O GLOBO

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A Rocinha era estratégica para o tráfico por sua localização numa área nobre da cidade, com faturamento alto e cercada de rochas e matas MARCELO PIU / AGÊNCIA O GLOBO

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A região já foi palco de intensos confrontos e teria se tornado esconderijo de bandidos foragidos até do Complexo do Alemão MARCELO PIU / AGÊNCIA O GLOBO

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A ação contou ainda com o apoio de quatro helicópteros da PM e três aeronaves da Polícia Civil. Policiais Federais também deram apoio durante a ação PABLO JACOB / AGÊNCIA O GLOBO

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No Vidigal, um blindado do BPChoque teve que retornar ao pé do morro por causa da grande quantidade de óleo derramada pelos traficantes. Apenas os blindados da Marinha conseguiram prosseguir PABLO JACOB / AGÊNCIA O GLOBO

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Nenhum tiro foi disparado durante a entrada das forças de segurança na comunidade PABLO JACOB / O GLOBO

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A Rocinha, o Vidigal e a Chácara do Céu foram cercados desde o início da madrugada por policiais militares e civis AGÊNCIA O GLOBO

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O anúncio oficial da ocupação foi feito por volta das 7h pelo chefe do Estado Maior da PM, coronel Alberto Pinheiro Neto. Ele afirmou que a situação estava sob controle na Rocinha BRUNO GONZALEZ / EXTRA

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Motos foram deixadas nos acessos da Rocinha PABLO JACOB / O GLOBO

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As principais ruas de São Conrado foram fechadas a partir da madrugada para a ocupação ANTONIO SCORZA / AFP

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As principais saídas da cidade também foram bloqueadas pela Polícia Rodoviária Federal (PRF) para impedir a eventual fuga de traficantes DOMINGOS PEIXOTO / O GLOBO

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'Perguntei se eles queriam revistar a minha casa. Eles foram educados, olharam e ainda agradeceram a minha atitude. Deu tudo certo, que continue assim', disse um morador após a ocupação CLÉBER JÚNIOR / EXTRA

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O espaço aéreo próximo dos morros ocupados está fechado até segunda-feira PABLO JACOB / O GLOBO

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Alguns moradores optaram por seguir pelo túnel, por conta da falta de ônibus que passavam pelo local PEDRO KIRILOS / O GLOBO

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Policiais se posicionaram nas lajes de algumas casas PABLO JACOB / O GLOBO

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Policiais vasculharam alguns locais em busca de drogas e armas PABLO JACOB / O GLOBO

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Moradores observavam de suas casas a ação da polícia PEDRO KIRILOS / O GLOBO

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Durante a madrugada, policiais já estavam a postos MARCELO CARNAVAL / O GLOBO

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Os morros ocupado têm muitos becos e ruas estreitas. Todos foram mapeados pela polícia antes da ocupação MARCELO CARNAVAL / O GLOBO

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O momento em que os policiais começaram a entrar na Rocinha MARCELO CARNAVAL / O GLOBO

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Um homem fingiu qpassar mal para fugir da favela, mas acabou preso MARCELO PIU / O GLOBO

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Comboio de carros e tanques das Forças Armadas chega à base da Rocinha na noite de sábado para se posicionar PABLO JACOB / O GLOBO

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Movimentação na entrada da Rocinha, antes da entrada da polícia GUITO MORETO / O GLOBO

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Na noite de sábado, moradores mostravam qual era seu principal desejo com a ocupação PABLO JACOB / O GLOBO

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Comunidade da Rocinha antes de ser ocupada para a implantação de uma Unidade de Polícia Pacificadora (UPP) PABLO JACOB / O GLOBO

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A bandeira do Brasil pôde ser vista durante a ocupação no Vidigal GABRIEL DE PAIVA / O GLOBO

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Policiais no alto de uma laje no Vidigal MÁRCIA FOLETTO / O GLOBO

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Policiais fizeram buscas na mata do morro MÁRCIA FOLETTO / O GLOBO

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Pedras foram colocadas no meio das ruas para impedir a passagem da polícia MÁRCIA FOLETTO / O GLOBO

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Pacotes com drogas foram apreendidos durante a ocupação da Rocinha MARCOS TRISTÃO / O GLOBO

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O governador Sérgio Cabral cumprimenta o secretário de Segurança Pública, José Mariano Beltrame, pela ação da polícia MARCOS TRISTÃO / O GLOBO

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O secretário de Segurança Pública do Rio, José Mariano Beltrame, afirmou, em coletiva à imprensa, que a ocupação das favelas da Rocinha e do Vidigal foi o início da segunda fase de um trabalho que começou há um mês MARCOS TRISTÃO / O GLOBO

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O governador do Rio, Sérgio Cabral (camiseta branca) comemora junto ao secretário de Segurança Pública, José Mariano Beltrame, e outras autoridades o sucesso da ocupaçäo das comunidades da Rocinha, Vidigal e Chácara do Céu CARLOS MAGNO / O GLOBO

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Militares que partciparam da operação de ocupação do Vidigal fazem o hasteamento da bandeira do Estado do Rio de Janeiro e a do Brasil MÁRCIA FOLETTO / O GLOBO

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Vida que segue: depois da ocupação da favela do Vidigal, moradores saíram de casa para aproveitar o fim de domingo MÁRCIA FOLETTO / O GLOBO

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Policiais e moradores comemoram a ocupação da favela do Vidigal por forças de segurança MÁRCIA FOLETTO / O GLOBO


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