La fine, sì quella vera, secondo Luigi ALFIERI, Gianni ALLEGRA, Marco CAREDDU, Dario DI SIMONE, Giulio LAURENZI, Giuseppe LO BOCCHIARO, Mauro PATORNO, Fabio PECORARI, Umberto ROMANIELLO, Lamberto TOMASSINI, Pietro VANESSI, Andrea VENTURA. Un grazie di cuore a Roberto ALAJMO.
venerdì 30 dicembre 2011
giovedì 29 dicembre 2011
LA DEMENZA GENERALIZZATA DEL POPOLO ITALIANO
Un enigma storico da decifrare
1. Nell’editoriale della rivista Italicum, dicembre 2011, Luigi Tedeschi fa un primo completo bilancio dei provvedimenti della giunta Monti, e ne rintraccia anche correttamente la genesi economica, storica e politica. Alla fine di queste analisi Tedeschi osserva che tutti i partiti, di destra e di sinistra, “volevano che Monti attuasse quelle manovre impopolari che essi non erano in grado di condurre in porto per motivi elettorali”. Mi sembra evidente. E ancora: “Potrebbero un domani tentare di svincolarsi dalle loro responsabilità addossando a Monti la colpa per misure impopolari approvate, contando sulla demenza generalizzata del popolo italiano, che darebbe loro nuovo consenso, non essendoci alternative”.
A livello di filosofia politica, ci si potrebbe chiedere se il popolo in quanto tale è demente (spiegazione nicciana e delle teorie delle élites) oppure se lo è soltanto quando è ridotto a corpo elettorale (spiegazione che risale a Rousseau e ai teorici della democrazia diretta, fra cui anche Lenin).
2. Quindici anni fa scrissi un manifesto filosofico insieme a Massimo Bontempelli, mancato in questo stesso anno 2011 (cfr. Bontempelli-Preve, Nichilismo Verità Storia, CRT, Pistoia 1997). In un capitolo sulla menzogna del linguaggio economico (pp. 23-24), Bontempelli faceva risalire alla generalizzazione della forma di merce la scomparsa della verità delle relazioni sociali. Diagnosi a mio avviso esattissima. E poi elencava una serie incredibile di menzogne del linguaggio economico. Fra di esse si notava che “alcuni decenni orsono, quando la tecnologia e la produzione di merci erano meno sviluppate di oggi, non c’erano difficoltà a finanziare le pensioni e l’assistenza sanitaria dei lavoratori, mentre oggi, dopo tanto sviluppo, gli economisti ci dicono che il sistema economico non può sopportare questo finanziamento”.
Sembrano righe scritte nel dicembre 2011, e invece risalgono ai primi mesi del 1997. Partiamo quindi da questo rilievo.
3. Come tutti gli studiosi di storia e di filosofia, sono attirato dai due estremi complementari della coscienza sociale, la genialità e l’idiozia. E tuttavia l’idiozia è sempre più interessante, anche perché è più divertente. I mezzi di comunicazione di massa ci offrono ogni giorno quantità industriali di idiozia, e con l’arrivo della televisione e dei giornali non c’è neppure bisogno di mescolarsi agli idioti, perché l’idiozia ci viene portata a domicilio in modo semigratuito.
Mi ha colpito una manifestazione di “donne” (una delle maggiori idiozie del nostro tempo è la separazione femminista di donne e di uomini, dopo che c’è voluta tanta fatica per promuoverne la giusta e sacrosanta eguaglianza), in cui una nota regista concionava sostenendo che il nuovo governo Monti almeno “rispettava le donne”, mentre il precedente puttaniere evidentemente non lo faceva. Ora, il precedente puttaniere non era riuscito ad aumentare in un colpo solo l’età pensionabile, mentre Monti, l’uomo che rispetta le donne, lo ha fatto.
Siamo quindi di fronte ad un esempio quasi da manuale di demenza generalizzata. La sua genesi deve essere ancora indagata. A un livello superficiale, per sua natura insoddisfacente, ci si può riferire alla necessità del PD di babbionizzare il suo elettorato, oppure alle conseguenze di vent’anni di antiberlusconismo di “Repubblica”, rinforzato da dosi massicce di Floris e Gad Lerner. E’ senz’altro così. Nello stesso tempo, fermarsi a questo livello è assolutamente insoddisfacente.
4. Partiamo da un dato apparentemente secondario. Scrive il giornalista Stefano Lepri (cfr. “La Stampa”, 14 dicembre 2011): “Colpisce nel Paese, almeno a giudicare dai sondaggi, il contrasto fra gli elevati consensi di cui gode il governo Monti e il diffuso rigetto della sua manovra di austerità. Non sembra esistere nessuna forza capace di convincere i cittadini che quello che gli viene richiesto è uno sforzo solidale”.
Partiamo da questa apparente schizofrenia. Elogi a Monti e al suo burattinaio politico Napolitano, ex comunista riciclato in uomo della NATO e degli USA in Italia, e considerato dalla massa babbiona PD il grande garante e difensore della Costituzione. E nello stesso tempo brontolio contro la manovra sul fatto che “pagano sempre i soliti noti”, “la casta non è abbastanza colpita”, eccetera. Spiegare questa schizofrenia è relativamente facile, ma richiede ugualmente uno sforzo culturale. Facciamolo, tenendo conto che mi limiterò all’Italia, e solo all’Italia, perché altrove i dati culturali egemonici possono essere e sono diversi.
5. Quando al tempo di Pio XII la chiesa cattolica “scomunicò i comunisti” siamo stati in presenza di un episodio, forse l’ultimo, di una strategia controriformistica. La chiesa non aveva mai avuto paura di quella forma di paganesimo estetizzante che era stato un certo Rinascimento, ma aveva avuto veramente paura di una possibile riforma protestante in Italia. La riforma protestante, infatti, non parlava soltanto ai dotti e agli intellettuali del tempo, ma al popolo. Nello stesso modo la chiesa cattolica, pur avendo messo debitamente all’indice le opere filosofiche di Croce e di Gentile, nonostante il loro continuo proclamarsi di “non potersi non dirsi cristiani”, non aveva mai avuto molta paura né della variante liberale del laicismo, né di quella azionista. Sia il liberalismo che l’azionismo erano infatti palesemente fenomeni ristretti di certi intellettuali. Ma con l’arrivo del “comunismo” in Italia (arrivo non precedente la guerra civile 1943-45, almeno nella sua dimensione di massa) le cose cambiavano. Il comunismo italiano, nella versione togliattiano-gramsciana, sfidava invece la chiesa cattolica sul suo stesso terreno, che era l’egemonia culturale sulle classi popolari.
Il segretario di sezione comunista iniziava sempre la sua relazione dalla cosiddetta “situazione internazionale”. Si trattava spesso di una raffigurazione assolutamente mitico-fantasmatica della realtà sociale, basata sulla metafisica storicistica del progresso, su di una immagine antropomorfica del capitalismo come società dei privilegi di mangioni e “forchettoni”, sull’elaborazione dell’invidia sociale dei subalterni, sul presupposto della supposta incapacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive, e su altre sciocchezze positivistiche di questo tipo fatte indebitamente risalire a Marx, eccetera. Sarebbe estremamente facile correggere con una matita rossa e blu le ingenuità populistiche di questo messaggio. Sta di fatto che questo messaggio dava pur sempre della realtà un’immagine razionale e coerente, in grado di spiegare con un certo grado di semplificata approssimazione la storia contemporanea, anzi “il presente come storia” per usare una bella espressione di Paul Sweezy.
6. Tutto questo venne progressivamente meno in Italia nel ventennio 1968-1988. Non intendo scendere in una periodizzazione più precisa e analitica perché mi interessa connotare un processo nella sua interezza temporale evolutiva. In questo ventennio le classi popolari italiane restarono semplicemente senza gruppi intellettuali nel senso egemonico gramsciano del termine, e restarono così politicamente mute. Le facili accuse di populismo, leghismo, razzismo, eccetera, con cui vengono ingiuriate da circa un ventennio, nascondono un maestoso processo di spossessamento e di deprivazione culturale complessiva.
In termini sintetici, il comunismo italiano fra il 1968 e il 1988 si è trasformato culturalmente in una sorta di “azionismo di massa”, ma trasformandosi in azionismo di massa non poteva che cambiare radicalmente codice comunicativo ed egemonico. L’azionismo di massa, combinato con il sessantottismo dei costumi di cui il femminismo è certamente stato una componente particolarmente degenerativa in senso sociale, ha infine preparato il clima dell’ultimo ventennio, un occidentalismo di massa esplicito (antiberlusconismo moralistico ed estetico, diritti umani a bombardamento imperialistico legittimato, eccetera). Una tragedia, e soprattutto una tragedia rimasta in larga parte incomprensibile alle sue stesse vittime, oggetto di una babbionizzazione pianificata dall’alto cui era praticamente impossibile resistere.
7. Possiamo sommariamente connotare la cultura popolare promossa dal PCI, e subordinatamente anche dal PSI, fra il 1948 e il 1968 come una forma di populismo di massa. Del resto, questo era chiaro a tutti gli studiosi del tempo, basti pensare all’Asor Rosa di Scrittori e Popolo. Soltanto negli ultimi vent’anni il “populismo” è diventato un insulto applicato non solo a Berlusconi, ma anche a Chavez. Ma non si tratta che di un mascheramento linguistico del ceto intellettuale integrato e politicamente corretto, e anzi integrato perché politicamente corretto, o se si vuole politicamente corretto perché integrato.
Al ventennio del populismo di massa 1948-1968, seguì il ventennio dell’azionismo di massa 1968-1988. Non a caso, Norberto Bobbio diventò il principale autore di riferimento dell’ex PCI spodestando completamente Gramsci, diventato autore di cult per i cultural studies delle università anglosassoni. Per comprendere il passaggio dal populismo di massa all’azionismo di massa è utile “rinfrescare” la nostra conoscenza delle fasi di sviluppo del capitalismo.
8. Il principale errore della metafisica di “sinistra” consiste nell’identificazione del capitalismo con la borghesia. In termini spinoziani, questo dà luogo a una antropomorfizzazione del capitalismo, cui sono attribuite di volta in volta caratteristiche antropomorfiche, come la conservazione o il progressismo. In termini hegeliani, questo dà luogo a una esaltazione di tipo weberiano del razionalismo astratto, per cui la razionalizzazione progressiva delle sfere sociali e il loro adattamento al consumo delle merci viene chiamato “modernizzazione”. In termini marxiani, questo significa scambiare la falsa coscienza necessaria dei gruppi intellettuali “modernizzatori” per il fronte scientifico avanzato della coscienza sociale, cui sottomettere con l’educazione i plebei invidiosi rimasti invischiati nel razzismo, nel populismo e nel leghismo.
Secondo la corretta analisi dei sociologi francesi Boltanski e Chiapello, la “sinistra” che conosciamo si è costituita in un ben preciso periodo e in una ormai sorpassata fase dello sviluppo capitalistico. Si è costituita fra il 1870 e il 1968 circa, sulla base di un’alleanza fra la critica sociale alle ingiustizie distributive del capitalismo di cui erano titolari le classi popolari, operaie, salariate e proletarie, e una critica artistico-culturale all’ipocrisia conservatrice della borghesia di cui erano titolari i cosiddetti “intellettuali d’avanguardia”. Questo schema corrisponde abbastanza bene, per quanto concerne l’Italia, al ventennio 1948-1968 e trova ad esempio in Pier Paolo Pasolini un rappresentante significativo.
Con il Sessantotto, una delle date più controrivoluzionarie della storia mondiale comparata, questa alleanza viene meno perché è il capitalismo stesso a liberalizzare i costumi sociali e sessuali in direzione non solo post-borghese , ma addirittura anti-borghese (e ancora una volta il femminismo dei ceti ricchi è solo la punta dell’iceberg).
L’azionismo di massa del ventennio 1968-1988 progressivamente dominante in Italia non è altro che la versione italiana di un fenomeno europeo e mondiale, ma soprattutto europeo, perché Cina, India, Brasile, eccetera, continuano a essere Stati sovrani e non occupati da basi militari USA dotate di armamenti atomici.
Un popolo privato di ogni profilo culturale autonomo è quindi preda di un processo che si può definire sommariamente come “sindrome di demenza generalizzata”. Mi spiace che possa sembrare sprezzante ed offensivo, ma non riesco a trovare altro termine per connotare la perdita totale di un “centro di gravità permanente”, per rifarci all’espressione di un noto compositore.
9. La sindrome di demenza generalizzata insorge quando vengono meno tutti gli schemi dialettici di interpretazione sociale e riguarda tutti, ma assolutamente tutti gli ambiti sociali, in alto e in basso, a destra e a sinistra, anche se ovviamente in forme diverse.
A “destra” la sindrome di demenza generalizzata assume le consuete forme paranoiche. La paranoia è infatti una malattia soprattutto di “destra”, mentre la schizofrenia è invece una malattia soprattutto di “sinistra”. Prestiamo attenzione a fenomeni degenerativi come il pogrom di gruppi di plebei torinesi delle Vallette (non uso infatti mai la nobile parola di “popolo” per plebi decerebrate e imbarbarite) contro un insediamento di nomadi, o addirittura l’uccisione a freddo di due senegalesi a Firenze da parte di un allucinato paranoico. E’ assolutamente evidente che fatti come questi non devono essere giustificati in alcun modo con contorti argomenti sociologici da bar. E tuttavia essi sono soltanto la punte dell’iceberg di una perdita totale di comprensione del mondo, cui si supplisce con la scorciatoia della paranoia. Naturalmente il concerto politicamente corretto non è in grado di spiegare questi fenomeni di alienazione paranoica, perché si culla con i rassicuranti stereotipi del fascismo, nazismo, populismo, leghismo, revisionismo, negazionismo, eccetera. Ma la cura di queste sindromi di demenza generalizzata non può consistere in geremiadi moralistiche.
Ho già notato come la sindrome di demenza assuma a “sinistra” aspetti più simpatici e politicamente corretti perché solo schizofrenici e non paranoici (Monti è buono, ma la manovra è cattiva; Monti è buono perché rispetta le donne a differenza del laido puttaniere, eccetera). Certo, le scemenze non violente sono pur sempre meglio delle scemenze violente, ma scemenze restano e resta il problema della opacità sociale, cioè di un sistema di cui si è completamente perduta la chiave d’interpretazione. Ma non c’è nessuna chiave, dicono gli intellettuali pagliacci di regime alla Umberto Eco, e bisogna abituarsi a vivere gaiamente senza più nessuna chiave. Ma le grandi masse popolari, appunto, non possono vivere a lungo senza alcuna chiave interpretativa della riproduzione sociale, pena la caduta in sindromi di demenza generalizzata. E di questa bisogna quindi parlare.
10. Vi è un interessante passo, credo di John Reed, che può aiutarci a impostare la questione della demenza sociale generalizzata. Reed parla con un “soldato rosso” dopo il 1917 che gli dice: “I bolscevichi sono buoni perché ci hanno dato la terra. Sono invece i cattivi comunisti che ce la vogliono togliere”. Ora, è inutile assumere la spocchia della persona colta che sa che bolscevichi e comunisti sono in realtà le stesse persone. Ciò che invece conta è il modo in cui erano percepite da chi aveva tutto il diritto di non conoscere le teorie di Marx e del conflitto fra tattica bolscevica e strategia comunista.
Monti piace, mentre le sue manovre no, perché si pensa che esse colpiscano sempre i “soliti noti”. Errore. Colpiscono anche le libere professioni “borghesi” consolidate e organizzate da almerno due secoli di civiltà borghese. Naturalmente, Berlusconi si era fatto votare per “fare la rivoluzione liberale”, ma questa rivoluzione liberale, oggi come oggi, colpisce il 95% delle persone e ne salva invece solo il 5%. I vari Giavazzi e Alesina non sono affatto “liberali”, come opinano i lettori ingenui del Corrierone, ma sono solo “maschere di carattere” (le marxiane charaktermasken) di un processo anonimo e impersonale di globalizzazione liberista. Questo processo non può presentarsi apertamente nella sua concreta natura che chiamare “nazista” è dire poco. Si tratta di una società del lavoro flessibile, precario e temporaneo generalizzato, della fine di ogni democrazia e di ogni sovranità nazionale, di un interventismo imperiale continuo fatto in nome di generici “diritti umani” ad arbitrio assoluto, e della stessa fine dell’Europa come centro autonomo di civiltà non ancora del tutto “occidentalizzato”.
In un simile quadro la demenza sociale riflette l’opacità della riproduzione sociale, e assume toni schizofrenici a sinistra e paranoici a destra, anche se di diverso grado di pericolosità criminale. A sinistra, un antifascismo paranoico in totale assenza di fascismo. A destra, l’ennesima stucchevole tendenza a prendersela con i soliti capri espiatori, i nomadi, i negri, gli immigrati, eccetera. Questa demenza non verrà meno fino a che una nuova credibile interpretazione della natura degli avvenimenti in corso, e cioè del “presente come storia”, sostituirà gli spettacoli schizofrenici e paranoici in corso. I pazzi di Oslo e di Firenze non possono essere previsti. Il casuale in quanto tale è necessario, scrisse Hegel. Ma la reintroduzione della razionalità storica nella politica, questa sì, sarebbe possibile.
Costanzo Preve
Torino, 17 dicembre 2011 Fonte
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mercoledì 28 dicembre 2011
“LA POVERTÀ PUÒ ESSERE SCONFITTA NEL 2015”
Quasi dodici anni fa, era stata firmata la “Dichiarazione del Millennio” e aveva fissato otto grandi obiettivi, dalla riduzione della povertà all’aumento della scolarizzazione e delle condizioni igenico-sanitarie. Nel report di questi giorni però non vengono specificati alcuni elementi di distorsione. Ad esempio molti dei buoni risultati ottenuti dal continente asiatico sono dovuti alla forte crescita cinese (un aumento costante del 10 per cento dal 1990). E l’aumento delle entrate da esportazioni, in molti casi è alterato a causa dell’inflazione.
Gli aiuti che vengono effettivamente corrisposti sembrano mancare di equità sociale, come nel continente africano, dove molti investimenti stranieri aumentano sì le entrate del paese, ma ad esse è collegato un aumento sostanziale delle disuguaglianze a causa della corruzione presente. A conferma di questo, il Gini index (che misura le disuguaglianze di reddito) registra i valori più alti proprio in Africa.
Secondo Giovanni Carbone, docente presso l’università Bocconi e ricercatore presso l’istituto per gli studi di politica internazionali (Ispi) i segnali sono incoraggianti, sopratutto «il netto miglioramento non solo asiatico ma anche dell’Africa sub sahariana: infatti 3 o 4 anni fa si era molto più scettici riguardo alla sconfitta della povertà». Proprio nella condizione generale del continente africano «qualcosa sta cambiando. Anche se il 2015 rimane un obiettivo ambizioso qualcosa si è messo in moto, come testimoniano gli alti tassi di crescita registrati negli ultimi 7 anni. Sicuramente non si è più in una fase di stallo». Carbone sottolinea anche l’importanza dell’intervento delle Nazioni Unite soprattutto nei processi di peace keeping che hanno ottenuto notevoli risultati negli ultimi anni sopratutto nei processi di democratizzazione.
Ma è possibile sconfiggere la povertà entro il 2015? Lo schema conclusivo, dopo tante parole ottimistiche, fa sorgere dei dubbi. Nel pagellone, l’Onu colora di verde tutto ciò che ritiene raggiunto o raggiungibile entro il 2015 ma gran parte degli obiettivi è stato raggiunto solo in Nord Africa e Asia centrale, cioè la Cina. Critica e molto grave, rimane la situazione dell’Africa sub sahariana, del sud est asiatico e dell’America latina. E ormai al 2015 mancano solo 3 anni.
Clicca su ciascun obiettivo per scoprire a che punto siamo
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L’ONU ci crede, noi lo auspichiamo, ma non crediamo che si avvererà.
Tutto è possibile, ma solo una rivoluzione delle coscienze può portare ad una redistribuzione del reddito tale da garantire una vita dignitosa a tutti gli esseri della nostra specie.
domenica 25 dicembre 2011
sabato 24 dicembre 2011
GESÙ. . . .VENNE SENZA VISTO
25 Dicembre 2011
Oggigiorno, probabilmente, andrebbe così …
“Trovato neonato in una stalla – La polizia e i servizi sociali indagano”
“Arrestati un falegname ed una minorenne”
BETLEMME, GIUDEA -
L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, grazie alla segnalazione di un comune cittadino che aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla.
Al loro arrivo gli agenti di polizia, accompagnati da assistenti sociali, si sono trovati di fronte ad un neonato avvolto in uno scialle e depositato in una mangiatoia dalla madre, tale Maria H. di Nazareth, appena quattordicenne. Al tentativo della polizia e degli operatori sociali di far salire la madre e il bambino sui mezzi blindati delle forze dell’ordine, un uomo, successivamente identificato come Giuseppe H. di Nazareth, ha opposto resistenza, spalleggiato da alcuni pastori e tre stranieri presenti sul posto. Sia Giuseppe H. che i tre stranieri, risultati sprovvisti di documenti di identificazione e permesso di soggiorno, sono stati tratti in arresto.
Il Ministero degli Interni e la Guardia di Finanza stanno indagando per scoprire il Paese di provenienza dei tre clandestini. Secondo fonti di polizia i tre potrebbero infatti essere degli spacciatori internazionali, dato che erano in possesso di un ingente quantitativo d’oro e di sostanze presumibilmente illecite.
Nel corso del primo interrogatorio in questura gli arrestati hanno riferito di agire in nome di Dio, per cui non si escludono legami con Al Quaeda.
Le sostanze chimiche rinvenute sono state inviate al laboratorio per le analisi. La polizia mantiene uno stretto riserbo sul luogo in cui è stato portato il neonato. Si prevedono indagini lunghe e difficili.
Un breve comunicato stampa dei servizi sociali, diffuso in mattinata, si limita a rilevare che il padre del bambino è un adulto di mezza età, mentre la madre è ancora adolescente. Gli operatori si sono messi in contatto con le autorità di Nazareth per scoprire quale sia il rapporto tra i due. Nel frattempo, Maria H. è stata ricoverata presso l’ospedale di Betlemme e sottoposta a visite cliniche e psichiatriche.
Sul suo capo pende l’accusa di maltrattamento e tentativo di abbandono di minore. Gli inquirenti nutrono dubbi sullo stato di salute mentale della donna, che afferma di essere ancora vergine e di aver partorito il figlio di Dio. Il primario del reparto di Igiene mentale ha dichiarato oggi in conferenza stampa: “Non sta certo a me dire alla gente a cosa deve credere, ma se le convinzioni di una persona mettono a repentaglio – come in questo caso – la vita di un neonato, allora la persona in questione rappresenta un rischio sociale. Il fatto che sul posto non siano state rinvenute sostanze stupefacenti non migliora certo il quadro. Sono comunque certo che, se sottoposte ad adeguata terapia per un paio di anni, le persone coinvolte – compresi i tre presunti trafficanti di droga – potranno tornare ad inserirsi a pieno titolo nella società.” Pochi minuti fa si è sparsa la voce che anche i contadini presenti nella stalla potrebbero essere consumatori abituali di droghe.
Pare infatti che affermino di essere stati costretti a recarsi nella stalla da un uomo molto alto con una lunga veste bianca e due ali sulla schiena (!), il quale avrebbe loro imposto di festeggiare il neonato. Un portavoce della sezione antidroga della questura ha così commentato: “Gli effetti delle droghe a volte sono imprevedibili, ma si tratta senz’altro della scusa più assurda che io abbia mai sentito da parte di sospetti tossicodipendenti.”
Scherzi a parte. . . . . . . BUON NATALE A TUTTI.
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venerdì 23 dicembre 2011
UN NATALE DI 30 ANNI FA IN EL SALVADOR

El Mozote, El Salvador, 24 dicembre 1981.
Il battaglione Atlacatl, corpo scelto dell’esercito salvadoregno addestrato dagli istruttori della CIA statunitensi, ispirato alle SS naziste e comandato dal colonnello Domingo Monterosa fa irruzione nel piccolo villaggio di El Mozote, nell’est del Paese. La gente di questo villaggio ha sempre appoggiato i guerriglieri della FMLN che combattono contro la dittatura salvadoregna offrendo loro cibo e riparo.
Il colonnello Monterosa ha deciso di punire questo tradimento.
I soldati entrano nel villaggio, cominciano a sparpagliarsi raggruppando gli uomini, le donne e i bambini. Chi oppone resistenza viene sparato a bruciapelo sulla nuca e si affloscia come una bambola di pezza, il resto degli uomini ancora in piedi viene chiuso nella chiesa che viene fatta saltare con la dinamite.
Le donne vengono raggruppate al centro della piazza, alcuni soldati scelgono le più belle e le portano dietro gli alberi, vengono violentate ed infine sgozzate, le altre messe in fila e uccise con la mitragliatrice.
I bambini e i neonati piangono spaventati dal rumore degli spari e dal vento freddo che porta l’odore di carne bruciata degli uomini nella chiesa. Alcuni vengono gettati nei forni del pane ancora accesi, i più piccoli e leggeri vengono lanciati in aria e infilzati con la baionetta.
Sono stati sterminati tutti, solo una donna e un bambino sono riusciti a fuggire e di nascosto hanno osservato quel massacro di cui rimarranno per sempre gli unici testimoni. Nel villaggio regna un silenzio rotto solo dal crepitio del fuochi, due soldati prima di lasciare il villaggio scrivono sul muro di una casa:
“Da qui è passato il Battaglione Atlacatl, gli angioletti dell’inferno”.

El Mozote, oggi.
Quando arrivo a El Mozote con Ivàn, un ex guerrigliero, è una bella mattina soleggiata di novembre.
Arriviamo con un microbus, un piccolo furgoncino che serve da trasporto pubblico, Ivàn ora fa questo di lavoro. Ivàn è il nome di battaglia che usava da guerrigliero e che come a tanti dei suoi compañeros, gli è rimasto cucito addosso più del suo nome di battesimo.
El Mozote oggi è un paese fantasma, solo qualche casa è stata ricostruita insieme alla Chiesa che vide l’orrore di quella sera di vent’anni fa. Nella piazza ci sono le ombre della famiglia, un monumento in ferro che raffigura padre, madre, figlio e figlia che si tengono per mano e che guardano i nomi di quei mille caduti.
Mi racconta Ivàn:
“Io quella notte ero di pattuglia al confine con l’Honduras, ricordo però quando sentimmo l’annuncio di Radio Venceremos: i nuovi Erode del Battaglione Atlacatl hanno ucciso mille innocenti, la strage degli innocenti.
Con una divisione di compagni venni qui quando fu costruito questo monumento nel 1992, dieci anni dopo quel massacro recuperammo i cadaveri dalle fosse e dai buchi nel terreno, per me uno dei ricordi più tristi di quella guerra è stato vedere i teschi minuscoli dei neonati, prenderli in mano, ripulirli dalla polvere, quale bestia può fare qualcosa del genere, quella non era una guerra…”
Entriamo in quello che è oggi chiamato il Giardino degli Innocenti, il luogo dove si trovarono la maggior parte dei bambini morti, una scritta si erge al centro del Giardino tra le targhe con tutti i nomi dei bambini:
“In questo luogo si trovarono nel 1992 i resti di 146 persone, 140 minori di 12 anni. Tutti adesso si trovano sepolti nel monumento di EL MOZOTE. NUNCA MAS”.
Quando ci spostiamo a Perquin, villaggio al nord e durante la guerra una delle sedi principali dei guerriglieri, incontro altri ex combattenti che mi mostrano alcune foto, in una in particolare noto che un cameraman aveva una pistola nella cintura.
“Come mai i giornalisti avevano delle armi”? Chiedo.
“Le davamo noi, in caso di cattura da parte dell’esercito era meglio che si fossero sparati un colpo in testa che subire torture come l’elettricità e lo strappare denti ed unghie per estorcere confessioni”.
Vengo portato in alcune delle vecchie postazioni di Radio Venceremos. Mi spiega Carlos: ”Vedi, Radio Venceremos era l’anima della nostra rivoluzione.
La nostra rivoluzione cominciava prima con la radio per entrare nella testa e nel cuore della gente, informare su quello che il governo corrotto stava facendo era il nostro scopo, il combattimento era solo il secondo passo. Per questo il colonnello Monterosa era così ossessionato nel volerla distruggere, cosa impossibile perché la nostra era una radio mobile che non rimaneva mai per più di tre giorni nello stesso luogo”.
I guerriglieri, conoscendo bene la sua ossessione organizzarono una finta sede della Radio facendogliela trovare. Trionfante il colonnello annunciò di aver trovato Radio Venceremos e ne prese l’attrezzatura portandola in elicottero per raggiungere la sua conferenza stampa.
La finta attrezzatura era imbottita di esplosivo.
Il colonnello Monterosa responsabile del Massacro di El Mozote esplose sul suo elicottero nel 1984, ironia della sorte, proprio sul villaggio che aveva sterminato…
El Salvador non si è ancora ripreso dalla guerra finita nel 1992, prova con orgoglio a rialzare la testa ma complici alcuni disastri naturali e una forte criminalità legata al traffico della droga, guarda caso sempre verso gli Stati Uniti, ha un percorso più lento di altri Stati del Centro America che hanno già fatto molti progressi.
Un contadino mi dice: “prima della guerra, El Salvador produceva 75.000 tonnellate di caffè l’anno, ora soltanto 5.000. Poi abbiamo il problema delle Maras, le gang giovanili che aumentano il tasso di criminalità nel Paese, ma queste bande non nascono qui come il resto del mondo crede.
Le Maras sono state formate nei sobborghi di Los Angeles, i capi banda espulsi dagli Stati Uniti hanno ricreato nuove bande qui usando i ragazzini a volte anche di 12 e 13 anni più facilmente controllabili”
El Salvador oggi invita la gente di tutto il mondo a visitare il Paese, parchi naturalistici e un grande affetto della gente che vuole impiantare nuovi ricordi negli occhi di chi ha vissuto la guerra: cose come esprimere la propria opinione, il proprio disaccordo o parere politico sembravano un sogno venti anni fa ma oggi sono finalmente possibili grazie alla lotta che la FMLN ed i suoi guerriglieri portarono avanti senza sosta.
Quando lascio gli ex guerriglieri tra abbracci e promesse di ritrovarci, stentano a credere che in Italia pochi, davvero pochi, conoscono queste storie.
Forse queste parole e il nostro diffonderle possono essere un primo passo per scacciare quei fantasmi che ancora vagano tra quei fuochi di guerra, una frase incisa sul monumento di El Mozote dice:
“Loro non sono morti, sono con noi, con voi e con l’umanità intera”.
Un grazie in particolare va agli ex guerriglieri Ivàn e Carlos, a Don Carlo ed il suo staff della “Estancia” a San Salvador, ai contadini ed alla gente di Perquin nel Morazan, a Miguel per la sua ospitalità. Senza loro non sarebbe stato possibile conoscere queste verità.
Tutte le foto sono di Angelo Calianno.
Testo di Angelo Calianno
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lunedì 19 dicembre 2011
COME LIBERARSI DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE E VIVERE FELICI
L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento

Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.
Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’FMI era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo. Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano.
In quei giorni, in quello che per decenni il FMI aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: “que se vayan todos”, che vadano via tutti. Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti.
I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava -anche in Italia- sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro. Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ’70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.
La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date chiave di tale processo sono due: Nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’ALCA di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. Nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col FMI: “non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati” dissero mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata. Per anni i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’FMI. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi media internazionali –quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo- avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.
Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.
A dieci anni dal crollo l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e dall’acqua alle poste alle aerolinee molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del PIL e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: “meglio, molto meglio, là”.
Gennaro Carotenuto
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mercoledì 14 dicembre 2011
LE POESIE DI ALBINO
Da qualche giorno non stava bene. Accovacciato sulla sedia a rotelle , vicino alla finestra semiaperta (era un grande fumatore) nell’angolo del corridoio della Casa Protetta “Pallavicino”, era una figura caratteristica di questo istituto. Aveva 69 anni e da parecchi anni era costretto, dalle sue malattie, a vivere lì, giorno dopo giorno una vita non degna di essere vissuta. Figura bonaria di ex-operaio, non mancava di dare in escandescenze, quando mancava la sua sigaretta, e di commuoversi quando mi parlava delle sue poesie. In sua memoria, di seguito, due poesie di Albino, che sono riuscito a strappargli prima che morisse.

MAMMA
Mamma,
col tuo canto hai dipinto un sorriso
sul volto del tuo bambino
e tu all’alba partisti
per un lungo viaggio.
Ridona la luce alle stelle,
mamma,
da lassù, al fianco del Signore,
guidaci tutti quaggiù.
<><><><><><><><><><><>
LA VALLATA DEL PO
Oh tu grande fiume
che dall’alto scendi a valle,
corri, cresci
tra antichi pescatori
tra guerre e bandiere
nel silenzio dei pioppi
ed il canto degli uccelli
e di barche
al mare arriverai.
venerdì 9 dicembre 2011
L'INFERNO DI MERCURIO E FANGO DEI 20MILA MINATORI-BAMBINI DELLE MINIERE D'ORO DEL MALI
Secondo il rapporto di Human Right Watch intitolato "Mélange toxique: travail des enfants, mercure et orpaillage au Mali", «Almeno 20.000 bambini lavorano nelle miniere d'oro artigianali del Mali, in condizioni estremamente dure e pericolose. Il governo maliano e i donatori di fondi internazionali dovrebbero prendere delle misure miranti a mettere fine al lavoro dei bambini nella ricerca dell'oro».
Il lavoro minorile nelle miniere artigianali d'oro non riguarda solo il Mali ed è particolarmente diffuso nella cintura aurifera dell'Africa Occidentale, che si estende in Burkina Faso, Costa d'Avorio, Ghana, Guinea, Niger, Nigeria e Senegal. Il poverissimo Mali è il terzo più grande produttore d'oro dell'Africa. Nei pozzi lavorano anche bambini di poco più di 6 anni, che vivono praticamente sotto terra, trasportano pesanti carichi di minerali e li frantumano.
«Numerosi bambini lavorano anche utilizzando il mercurio, una sostanza tossica, per separare l'oro dal minerale - spiega Human Right Watch- Il mercurio attacca il sistema nervoso centrale e si dimostra particolarmente nocivo per i bambini».
Juliane Kippenberg, ricercatrice capo alla divisione diritti dei bambini di Human Rights Watch, sottolinea che «Questi bambini mettono letteralmente la loro vita in pericolo. Portano dei carichi che pesano più di loro, scendono in pozzi insta bilie gli tocca inalare il mercurio, una delle sostanze più tossiche sulla Terra».
L'Ong è riuscita a intervistare 33 bambini lavoratori e 21 hanno dichiarato di avere regolarmente dolori a schiena, testa, nuca, braccia o alle articolazioni. I bambini hanno anche la tosse e soffrono di malattie respiratorie. Human Rights Watch denuncia che «Il governo non ha preso nessuna misura per mettere fine all'utilizzo del mercurio da parte dei bambini lavoratori e dovrebbe immediatamente elaborare una strategia mirante a contrastare gli effetti del mercurio sulla salute dei cercatori d'oro bambini ed adulti». Gli effetti tossici del mercurio non si vedono immediatamente, si sviluppano col tempo, e la maggior parte dei cercatori d'oro ignora i terribili effetti del mercurio sulla loro salute.
Attualmente, non esiste un'alternativa economica all'utilizzo del mercurio per estrarre l'oro nelle miniere artigianali, ma secondo o il Programma Onu per l'ambiente (Unep), le quantità utilizzate possono essere fortemente ridotte ed i suoi effetti controllati molto meglio. Ad esempi, bisognerebbe utilizzare contenitori chiamati "cornues" per trattenere i vapori di mercurio e mettere fine all'amalgamazione nelle zone residenziali. Le miniere d'oro industriali dispongono naturalmente di tecnologie molto più complesse e costose e senza mercurio, ma impiegano comunque il cianuro.
La maggior parte dei piccoli minatori del Mali lavora insieme a parenti, per arrotondare i magri guadagni dei cercatori d'oro adulti. Sono i più fortunati in questa catena della miseria: altri bambini migrano da soli verso le miniere d'oro e finiscono per essere sfruttati e maltrattati sia da chi li "assume" che da altri che si appropriano della loro paga. Le bambine sono spesso vittime di abusi sessuali o vengono destinate direttamente al mercato del sesso per poter sopravvivere. Diversi bambini che lavorano nei siti di ricerca dell'oro sono originari di altre regioni del Mali, ma anche della Guinea, del Burkina Faso e di altri Paesi vicini.
Nel giugno 2011, il governo del Mali ha adottato il "Plan d'action national pour l'élimination du travail des enfants", «Questo piano costituisce un passo importante - dice Human Rights Watch - ma la sua messa in opera è stata differita ed il governo ha preso poche iniziative sul territorio. Le miniere artigianali non sono fatte oggetto di ispezioni del lavoro regolari ed il divieto dei lavori pericolosi dei bambini, considerati come la peggior forma di lavoro dei bambini, non è applicato. Secondo i termini della legislazione maliana e del diritto internazionale, i lavori pericolosi, che includono il lavoro nelle miniere con il mercurio, sono vietati per tutte le persone con meno di 18 anni di età».
Ma il governo di Bamako è anche responsabile di un altro crimine verso questi minatori-bambini: non assicura loro nessuna istruzione scolastica,m anche perché le scuole sono spesso lontane dalle miniere, richiedono tasse di accesso e non vogliono bambini migranti dalle altre regioni del Mali. Anche quando i bambini dei minatori riescono ad andare a scuola spesso non riescono a seguire il ritmo scolastico e quello del lavoro. Secondo la Kippenberg, «il Mali ha adottato leggi stringenti sul lavoro dei bambini e sull'insegnamento gratuito ed obbligatorio, ma sfortunatamente il governo non le applica pienamente. Le autorità locali traggono spesso profitto dalla ricerca dell'oro e si preoccupano poco della lotta contro il lavoro infantile».
La maggior parte dell'oro delle miniere artigianali del Mali viene acquistato da piccoli commercianti che lo rivendono ad intermediari e a grossisti della capitale Bamako. Human Rights Watch è riuscita ad intervistare 12 commercianti e la maggioranza si è detta poco preoccupata per il lavoro minorile e per i rischi che i bambini corrono utilizzando il mercurio. Uno di loro ha detto: «La nostra idea è solo quella di guadagnare soldi», sempre meglio del presidente della Chambres des Mines du Mali, un organo che rappresenta il settore minerario, che ha negato l'esistenza di manodopera infantile nelle miniere artigianali.
Tutta questa sofferenza, ingiustizia, spreco di innocenza e bellezza, vale, secondo i dati ottenuti da Human Rights Watch dal ministero delle miniere del Mali, 4 tonnellate di oro "artigianale" esportate ogni anno, più o meno 218 milioni di dollari ai prezzi di novembre 2011. La maggior parte di quest'oro viene esportato ij Svizzera e negli Emirati Arabi uniti, in particolare a Dubai, dove anche gli italiani vanno a fare shopping di oro sporco di lacrime e malattie di tanti bambini.
Human Rights Watch ha contattato 3 multinazionali che acquistano oro proveniente dale miniere artifianali del Mali: Kaloti Jewellery International, di Dubai, la società belga Tony Goetz e la svizzera Decafin. Kaloti ha smesso di comprare l'oro artigianale del Mali dopo aver letto I risultati del dossier di Human Rights Watch; Decafin ha ditto che interviene solo alla fine di una catena di approvvigionamento composta da almeno 4 intermediari e di non avere nessun rapporto con le imprese produttrici nè con il governo del Mali, ma ha detto che indagherà sull'origine dell'oro e sulle condizioni di lavoro e che interpellerà la Chambre des Mines du Mali per ottenere più ampie informazioni. La Kippenberg si rivolge anche agli altri acquirenti di oro del Mali: «Se non l'hanno ancora fatto, le imprese devono mettere in atto delle procedure per assicurarsi che il loro oro non sia stato estratto da bambini. Devono anche operare a fianco del governo e delle Agenzie internazionali per eradicare il lavoro minorile nelle miniere. Un boicottaggio non è la risposta a questo problema».
Human Rights Watch chiede al governo di Bamako e ai donatori internazionali che forniscono aiuto al Paese africano di: «Far applicare le leggi esistenti che metterebbero fine a tutte le forme di lavoro dei n bambini nella ricerca d'oro; Mettere in opera il piano d'azione governativo del giugno 2011 sull'eliminazione del lavoro minorile; Migliorare l'accesso all'educazione, soprattutto abolendo le spese scolastiche, apportando un sostegno dello Stato alle scuole comunitarie e mettendo un programma di fondi, in particolare per finanziare la scolarizzazione dei bambini vulnerabili; Elaborare una strategia globale in materia sanitaria, mirante ad affrontare gli effetti del mercurio; Fornire un sostegno economico maggiore ai cercatori d'oro, per esempio attraverso la reazione di cooperative».
Human Rights Watch ha espresso anche la sua inquietudine per la decisione degli Usa di sospendere I finanziamenti di progetti per porre fine al lavoro minorile in Mali: «I donatori di fiondi internazionali dovrebbero appoggiare finanziariamente, politicamente e sul piano della conoscenza tecnica le iniziative che hanno l'obiettivo di eliminare i lavori pericolosi dei bambini». Inoltre l'Organizzazione mondiale del lavoro dovrebbe riattivare l'iniziativa mondiale Minors out of Mining che aveva avviato nel 2005 per eradicare il lavoro minorile nell'industria mineraria.
«L'oro, è glamour - conclude Juliane Kippenberg - Il lavoro dei bambini e l'intossicazione al mercurio non lo sono e non dovrebbero far parte del processo della ricerca dell'oro».
Fonte
giovedì 8 dicembre 2011
BOTTIGLIE REINCARNATE
In Thailandia il tempio buddhista eco-friendly
L’idea originale di alcuni monaci thailandesi ha trasformato un luogo anonimo in un sito turistico internazionale facendo del riciclo la sua struttura portante.
Famosa per le sue numerose cascate, la provincia di Si Sa Ket, a 400 km da Bangkok, vanta da qualche tempo a questa parte un’ulteriore attrazione turistica: il tempio buddhista Wat Lan Kuat.
Il nome di questo luogo spiega da solo la sua particolarità: il tempio (in lingua thai wat) è costituito da un milione (lan) di bottiglie (kuat), soprattutto di birra, che alcuni monaci volenterosi hanno iniziato a riciclare a partire dal 1984, non perché dediti all’alcool, vietato dalla dottrina buddhista, maperché stanchi di vedere la campagna circostante rovinata da questa immondizia di vetro.
Con l’aiuto della comunità locale, i monaci hanno deciso di ripulire la zona riutilizzando le bottiglie come materiale da costruzione. Incastonate in una struttura di cemento, 1 milione e 500 mila bottiglie hanno dato vita ai venti edifici che compongono questo straordinario complesso templistico. La sala centrale, insieme a quelle più piccole laterali, cosi come il forno crematorio, e i piccoli bungalow circostanti sono tutti nel caratteristico marrone delle bottiglie di birra locale Chang, e nel tipico verde delle bottiglie di Heineken.
“Non si scoloriscono, illuminano gli interni e sono facili da pulire” dicono entusiasti i monaci che non hanno gettato via nemmeno i tappi con i quali hanno ricamato intricati mosaici.
Bello e sostenibile, il tempio thailandese è ormai considerato una tappa obbligata tra i luoghi eco-friendly del sud-est asiatico.
Bangkok
Dottrina buddhista
Chang
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mercoledì 7 dicembre 2011
BRASILE: IN BASE AL CENSIMENTO, LA MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE È DI RAZZA NERA O MISTA
Per la prima volta nella storia del Brazile, il censimento nazionale ha rivelato che la maggioranza della popolazione — il 50,7% su un totale di 190.732.694 cittadini — sarebbe di razza nera o mista. Dal censimento del 2010 si ricava inoltre che gran parte della popolazione nera, oltre a essere concentrata nel Nord e Nord-Est del Paese, possiede il più alto tasso di analfabetismo tra i maggiori di 15 anni (tra il 24,7% e il 27,1%).
L'indagine ha inoltre dimostrato che nel Paese sussiste tutt'oggi una marcata diseguaglianza in termini di reddito: le entrate degli strati sociali più benestanti sarebbero 42 volte quelle dei poveri. Metà della popolazione brasiliana sopravvive con meno di 375 Real al mese [circa 150 euro], meno del salario minimo (510 Real [circa 200 euro] all'epoca dell'indagine). Dei 16,2 milioni di persone che vivono in condizioni di estrema povertà (circa l'8,5% della popolazione) con un reddito di 70 Real [30 euro] al mese o meno, il 70,8% sono nere.
In sostanza, il salario medio dei brasiliani neri e di razza mista è di 2,4 volte minore rispetto a quello dei cittadini bianchi o di origine meriorientale. Inoltre, a causa delle difficili condizioni di vita, della violenza e della cattiva assistenza sanitaria, la vita stessa è molto più breve. Rese pubbliche alla vigilia della Giornata della Coscienza Neraqueste cifre destano preoccupazione rispetto alla situazione della popolazione nera in Brasile.
![clip_image002[6] clip_image002[6]](http://lh4.ggpht.com/-neeS1azFeoI/Tt5UngkzniI/AAAAAAAA_dI/Aghty2qjrok/clip_image002%25255B6%25255D%25255B3%25255D.jpg?imgmax=800)
Secondo alcuni, la popolazione nera sarebbe anche più numerosa, in quanto, in Brasile, la razza viene spesso confusa con il colore della pelle. Marcelo Paxu racconta la conversazione avuta con il ricercatore addetto al censimento:
‘Lei di che colore è?’
Gli ho chiesto cosa intendesse, e la risposta è stata che avrei dovuto indicare il mio colore preferito. Quando gli spiegai di preferire il blu, mi fece un'altra domanda.
‘Di che razza è?’
Ho risposto che ero nero. Mi ha squadrato, per poi sbottare: ‘Ma lei è bianco!’
Spazientito, ho ribattuto: ‘Non la biasimo, ma lasci che le spieghi un paio di cose: Sono il nipote di una donna nera, il figlio di una donna nera, il fratello di una donna nera e il mio prozio era talmente nero da sembrare praticamente blu (il colore che ho detto come mio preferito), e ora mi dice che sono bianco?’
Rimuginando sulle cifre di un post che metteva in evidenza la Giornata della Coscienza Nera, Lari Carvalho parla di un incremento della consapevolezza, sebbene non necessariamente tra la popolazione nera:
“La verità è che, negli ultimi anni, la consapevolezza dell'importanza della cultura africana nella nostra storia nazionale e l'orgoglio dei brasiliani per le loro origini nere è aumentata.
Ne abbiamo avuto conferma con l'ultimo censimento, che mostra come, dal 2000, la proporzione cittadini che si auto-definiscono neri o di razza mista sia aumentata dal 44,7% al 50,7%.”
Ciò significa che per la prima volta dall'implementazione del censimento, le statistiche ufficiali ci dicono i cittadini neri e di razza mista compongono la maggioranza della popolazione.
Il cambiamento più rilevante sta nel modo in cui gli afro-brasiliani mostrano di avere piena coscienza del valore della loro identità.
Lays Santos è stupefatta che in un Paese dove la maggioranza della popolazione si definisce nera, ci sia bisogno di un giorno specifico per attirare l'attenzione sulla consapevolezza nera. E si dice convinta che “ci dev'essere qualcosa che non va, se vi sentite “obbligati” a celebrare questa giornata“:
“[…] Essenzialmente, il preciso scopo di questa giornata è quello di attirare l'attenzione sull'inclusione dei neri nella società brasiliana. Questo ci porta a pensare che la popolazione nera non ha ancora superato tutti i problemi legati all'esercizio della propria cittadinanza.
Chiaramente, questo è esattamente ciò che sta accadendo. Sfortunatamente, il problema dei rapporti tra le razze in Brasile, che ha comunque un certo impatto sulla propria identità sociale e di cittadino, è camuffato dal mito della democrazia razziale - la convinzione, cioè, che non esista alcuna diseguaglianza sociale basata sulle differenze etniche e razziali. A ogni modo, le statistiche ci mostrano che in realtà è esattamente l'opposto. È difficile comprendere come si possa discriminare la maggioranza della popolazione a causa del suo backbround culturale, o come sia possibile che le persone che hanno contribuito a costruire il nostro paese subiscano ancora delle discriminazioni sulla base del colore della pelle. Il Brasile non è forse un paese per tutti? Dovrebbe esserlo! Il censimento del 2010 dimostra che la disegnaglianza sociale continua a essere legata al colore della pelle. Abbiamo l'urgente bisogno di combattere contro questa situazione.”
![clip_image002[4] clip_image002[4]](http://lh6.ggpht.com/-fqOxEJEQO9U/Tt5Uo0CY3GI/AAAAAAAA_dQ/_SodBmF4ig8/clip_image002%25255B4%25255D%25255B4%25255D.jpg?imgmax=800)
Clecyo riflette sui risultati del censimento, il pregiudizio razziale e le condizioni di vita pella popolazione nera in un post lungo e profondo, di cui riportiamo l'inizio e la conclusione:
“Nella Giornata della Coscienza Nera, voglio dimenticare tutte quelle volte che sono stata giudicata per il mio colore di pelle. Voglio dimenticare che la ricerca mostra che il 97% dei brasiliani dichiara di non nutrire alcun pregiudizio razziale, sebbene il 98% degli stessi intervistati dice di conoscere persone razziste. Se solo fosse possibile, vorrei diventare trasparente per la vergogna. […]
Oggi, nella Giornata della Coscienza Nera, voglio davvero dimenticare che tra i 16 milioni di brasiliani che vivono sotto la soglia di povertà con soli 70 Real al mese, 4,2 milioni sono bianchi, mentre i neri o le razze miste sono 11,5 milioni. Voglio anche dimenticare che le morti dei bianchi si concentrano in un'età avanzata, a causa del cancro, mentre i brasiliani neri muoiono giovani, in modo particolare uomini tra i 15 e i 29 anni, per cause esterne come incidenti o morte violenta. Non voglio ricordare che su una percentuale del 10% di ricchi, solo il 20% sono neri, mentre il 10% dei cittadini che fanno parte dello scalino più basso della piramide sociale, comprende il 73% dei neri dell'intero Paese.”

Da agosto a ottobre dello scorso anno, i ricercatori dell' Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE) hanno fatto visita a 67,5 milioni di famiglie in 5.565 città. Secondo il primo censimento nazionale, condotto nel 1872, la popolazione era classificata in soli due gruppi: persone libere e schiavi. Quest'ultimo, che comprendeva la popolazione indigena e i discendenti dei cittadini africani, componeva il 15% della popolazione totale.
La Giornata della Coscienza Nera viene celebrata il 20 Novembre in onore di Zumbi dos Palmares, un simbolo della resistenza nera e la lotta per la libertà, morto in questo giorno nel 1695.
scritto da Paula Góes

tradotto da Laura Mattana
Fonte
L'indagine ha inoltre dimostrato che nel Paese sussiste tutt'oggi una marcata diseguaglianza in termini di reddito: le entrate degli strati sociali più benestanti sarebbero 42 volte quelle dei poveri. Metà della popolazione brasiliana sopravvive con meno di 375 Real al mese [circa 150 euro], meno del salario minimo (510 Real [circa 200 euro] all'epoca dell'indagine). Dei 16,2 milioni di persone che vivono in condizioni di estrema povertà (circa l'8,5% della popolazione) con un reddito di 70 Real [30 euro] al mese o meno, il 70,8% sono nere.
In sostanza, il salario medio dei brasiliani neri e di razza mista è di 2,4 volte minore rispetto a quello dei cittadini bianchi o di origine meriorientale. Inoltre, a causa delle difficili condizioni di vita, della violenza e della cattiva assistenza sanitaria, la vita stessa è molto più breve. Rese pubbliche alla vigilia della Giornata della Coscienza Neraqueste cifre destano preoccupazione rispetto alla situazione della popolazione nera in Brasile.
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Foto di Jean Marconi, scattata a Cavalcante (Goiás), ripresa da Flickr con Licenza Creativa Commons (BY-NC-SA 2.0).
Secondo alcuni, la popolazione nera sarebbe anche più numerosa, in quanto, in Brasile, la razza viene spesso confusa con il colore della pelle. Marcelo Paxu racconta la conversazione avuta con il ricercatore addetto al censimento:
‘Lei di che colore è?’
Gli ho chiesto cosa intendesse, e la risposta è stata che avrei dovuto indicare il mio colore preferito. Quando gli spiegai di preferire il blu, mi fece un'altra domanda.
‘Di che razza è?’
Ho risposto che ero nero. Mi ha squadrato, per poi sbottare: ‘Ma lei è bianco!’
Spazientito, ho ribattuto: ‘Non la biasimo, ma lasci che le spieghi un paio di cose: Sono il nipote di una donna nera, il figlio di una donna nera, il fratello di una donna nera e il mio prozio era talmente nero da sembrare praticamente blu (il colore che ho detto come mio preferito), e ora mi dice che sono bianco?’
Rimuginando sulle cifre di un post che metteva in evidenza la Giornata della Coscienza Nera, Lari Carvalho parla di un incremento della consapevolezza, sebbene non necessariamente tra la popolazione nera:
“La verità è che, negli ultimi anni, la consapevolezza dell'importanza della cultura africana nella nostra storia nazionale e l'orgoglio dei brasiliani per le loro origini nere è aumentata.
Ne abbiamo avuto conferma con l'ultimo censimento, che mostra come, dal 2000, la proporzione cittadini che si auto-definiscono neri o di razza mista sia aumentata dal 44,7% al 50,7%.”
Ciò significa che per la prima volta dall'implementazione del censimento, le statistiche ufficiali ci dicono i cittadini neri e di razza mista compongono la maggioranza della popolazione.
Il cambiamento più rilevante sta nel modo in cui gli afro-brasiliani mostrano di avere piena coscienza del valore della loro identità.
Lays Santos è stupefatta che in un Paese dove la maggioranza della popolazione si definisce nera, ci sia bisogno di un giorno specifico per attirare l'attenzione sulla consapevolezza nera. E si dice convinta che “ci dev'essere qualcosa che non va, se vi sentite “obbligati” a celebrare questa giornata“:
“[…] Essenzialmente, il preciso scopo di questa giornata è quello di attirare l'attenzione sull'inclusione dei neri nella società brasiliana. Questo ci porta a pensare che la popolazione nera non ha ancora superato tutti i problemi legati all'esercizio della propria cittadinanza.
Chiaramente, questo è esattamente ciò che sta accadendo. Sfortunatamente, il problema dei rapporti tra le razze in Brasile, che ha comunque un certo impatto sulla propria identità sociale e di cittadino, è camuffato dal mito della democrazia razziale - la convinzione, cioè, che non esista alcuna diseguaglianza sociale basata sulle differenze etniche e razziali. A ogni modo, le statistiche ci mostrano che in realtà è esattamente l'opposto. È difficile comprendere come si possa discriminare la maggioranza della popolazione a causa del suo backbround culturale, o come sia possibile che le persone che hanno contribuito a costruire il nostro paese subiscano ancora delle discriminazioni sulla base del colore della pelle. Il Brasile non è forse un paese per tutti? Dovrebbe esserlo! Il censimento del 2010 dimostra che la disegnaglianza sociale continua a essere legata al colore della pelle. Abbiamo l'urgente bisogno di combattere contro questa situazione.”
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Foto di Jean Marconi, scattata a Cavalcante (Goiás), ripresa da Flickr con Licenza Creativa Commons (BY-NC-SA 2.0).
“Nella Giornata della Coscienza Nera, voglio dimenticare tutte quelle volte che sono stata giudicata per il mio colore di pelle. Voglio dimenticare che la ricerca mostra che il 97% dei brasiliani dichiara di non nutrire alcun pregiudizio razziale, sebbene il 98% degli stessi intervistati dice di conoscere persone razziste. Se solo fosse possibile, vorrei diventare trasparente per la vergogna. […]
Oggi, nella Giornata della Coscienza Nera, voglio davvero dimenticare che tra i 16 milioni di brasiliani che vivono sotto la soglia di povertà con soli 70 Real al mese, 4,2 milioni sono bianchi, mentre i neri o le razze miste sono 11,5 milioni. Voglio anche dimenticare che le morti dei bianchi si concentrano in un'età avanzata, a causa del cancro, mentre i brasiliani neri muoiono giovani, in modo particolare uomini tra i 15 e i 29 anni, per cause esterne come incidenti o morte violenta. Non voglio ricordare che su una percentuale del 10% di ricchi, solo il 20% sono neri, mentre il 10% dei cittadini che fanno parte dello scalino più basso della piramide sociale, comprende il 73% dei neri dell'intero Paese.”

Foto di Jean Marconi, scattata a Cavalcante (Goiás), ripresa da Flickr con Licenza Creativa Commons (BY-NC-SA 2.0).
La Giornata della Coscienza Nera viene celebrata il 20 Novembre in onore di Zumbi dos Palmares, un simbolo della resistenza nera e la lotta per la libertà, morto in questo giorno nel 1695.
scritto da Paula Góes

tradotto da Laura Mattana
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martedì 6 dicembre 2011
CAFFÈ: DALLA TAZZINA… AL PIATTO!
Come produrre delle stoviglie pressando i fondi del caffé
Si, parla di caffè. Quanti ne bevete al giorno? Troppi?
Macchina e stampini per il recupero del caffé
E il caffè come ogni rifiuto, deve essere ritirato e gestito. E c’è chi ha pensato a riutilizzare in maniera creativa i resti del caffè, quelli che rimangono nella moka o nella macchinetta e che vengono normalmente gettati tra i rifiuti.
Matthijs Vogels da Eindhoven, con la sua attività Sprout design si occupa diprogettare e realizzare prodotti dal riciclo, mirati alla ecosostenibilità.
Sprout Design raccoglie grandi quantità di caffè e dopo le doverose operazioni di pulitura, procede a pressarlo su degli stampini con una macchina appositamente costruita. Producono così dei contenitori di caffè (ma non contenitoticon del caffè dentro, bensi fatti di caffè).
La resina che si genera attraverso questo processo funge da collante naturale che per struttura e colore è simile alla bachelite. A raffreddamento avvenuto, il prodotto è pronto per la vendita e quindi può già essere utilizzato.
Nasce così Cup ‘a coffee una linea di barattoli, stoviglie, vasetti e altri oggetti, tutti fatti di caffè e riciclabili al 100%.
Recipienti ottenuti dal caffè riciclato
Il procedimento è completamente naturale e non ha bisogno di nessun addittivo o aggiunta, quindi l’oggetto prodotto sarà interamente biodegradabile (visto che è composto al 100% da caffè), e a differenza delle normali stoviglie, una volta rotto o rovinato potrà essere ri-utilizzato per concimare l’orto o i vasi di casa.Design: Matthijs Vogels
studiohergebruik.nl
sproutdesign.nl
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